Da una domenica allaltra, Paolo semplicemente tirava avanti. Sei giorni vuoti, poi uno solo che valeva la pena vivere. Anche quello, però, era segnato da telefonate e orari: tutto come aveva deciso da tempo lex moglie, Elisa. Dalle dieci di mattina alle sei di sera. Nemmeno un minuto di ritardo. Vietato il fast food. Vietati i regali senza motivo. Perché lui, Paolo, non era altro che una funzione. Il papà della domenica.
Sua figlia, Giulia, lo aspettava sempre sotto casa con lo stesso sguardo serio di un militare in servizio. Nei suoi occhi leggeva: Sei in ritardo di due minuti oppure Oggi tocca andare al cinema.
Andavano spesso al cinema, oppure a fare due passi al Parco Sempione; a volte si fermavano a mangiare una pizza o un gelato. Parlottavano di scuola, di film o delle amiche di Giulia. Mai di Elisa. Mai di quello che succedeva dopo le sei di sera, quando Paolo la accompagnava a casa e Giulia, senza voltarsi, entrava nel portone, saliva in ascensore dalla mamma e dal suo nuovo marito, Matteo.
Matteo era il vero papà. Stava con loro ogni giorno. Aiutava Giulia a fare i compiti. Nei weekend la portava nella loro casa al lago. Avevano foto insieme, battute in comune che postavano sui social. Paolo ogni tanto guardava quelle foto di nascosto, la notte, sentendosi come se stesse rubando una vita che non gli apparteneva.
Nel suo unico giorno settimanale da padre cercava sempre di versare tutta la sua paternità accumulata. Ma ci riusciva male: sembrava tutto forzato, quasi artificiale.
A volte azzardava:
Ti serve qualcosa, tesoro?
E Giulia, con una scrollata di spalle:
Ho tutto.
E quel ho tutto gli faceva più male di qualsiasi rimprovero: per dire, io ho una casa. Tu sei… di troppo.
***
Poi, un martedì, è crollato tutto.
Ha chiamato Elisa. La sua voce, solitamente decisa e composta, tremava di stanchezza:
Paolo È per Giulia. Le hanno… trovato una massa sospetta. Potrebbe essere maligna. Servirà unoperazione complessa. Costosa.
Il mondo di Paolo si è ristretto a un punto, lì nella cornetta del telefono. Elisa poi si è fatta forza e ha iniziato a parlare di soldi. Lei e Matteo avevano dei risparmi, ma non bastavano. Avrebbero venduto la macchina. Cercavano soluzioni. Non lo stava implorando, lo stava informando. Come si avverte un socio di una cruda sventura.
Paolo ha mollato tutto. Si è precipitato allospedale. Ha visto Giulia, così minuta e spaventata nel pigiamino azzurro della pediatria. Gli si è spezzato il cuore.
Accanto a lei, Matteo sedeva su una sedia, le stringeva la mano, le sussurrava qualcosa. E Giulia lo guardava, cercando conforto nei suoi occhi.
Paolo invece era sulla soglia, fuori posto. Il papà della domenica che di martedì non sapeva dove mettere le mani.
Papà… sussurrò Giulia con un mezzo sorriso.
Quella parola fu una boccata dossigeno. Paolo si avvicinò e, un po impacciato, le accarezzò la testa:
Andrà tutto bene, amore mio.
Parole vuote, quasi di rituale…
Nel corridoio, Elisa guardava fuori dalla finestra, e gettò solo:
Se puoi per favore. I soldi.
Lui poteva.
Aveva una sola cosa che valeva davvero la chitarra Gibson del 72, una reliquia per cui aveva speso un patrimonio da ragazzo.
La vendette a metà prezzo, non importava, purché in fretta. Girò i soldi a Elisa, senza dire nulla. Non voleva ringraziamenti, né che Giulia pensasse che lamore di un padre si misuri a euro. Che pensasse pure che fosse stato Matteo a risolvere tutto. Matteo aveva diritto di essere un eroe. Paolo, no. Lui aveva solo il suo dovere.
***
Lintervento era fissato per giovedì. Il mercoledì sera Paolo tornò in ospedale, non ce la faceva a restare a casa.
In stanza cera Elisa. Matteo era uscito un attimo. Giulia teneva gli occhi chiusi ma non dormiva davvero.
Mamma sussurrò la ragazza, puoi chiedere a quel dottore… quello di stamattina di non raccontare più barzellette? Sono brutte.
Va bene, rispose Elisa.
E… digli a papà Matteo di non leggermi più cose sulleconomia. È noioso.
Glielo dico io.
Paolo era dietro la tenda, indeciso se entrare o meno. Sentiva che Giulia taceva, poi ancora più piano:
Chiedi al mio papà… di venire. Solo per starmi vicino. In silenzio. E magari leggere, come prima Lo Hobbit.
Paolo si bloccò. Il cuore gli batteva tra la gola e lo stomaco.
Come prima…
***
Era prima della separazione. Le leggeva la buonanotte facendo tutte le voci degli gnomi e degli elfi.
Elisa uscì in corridoio, lo vide e gli fece un cenno verso la stanza:
Vai. Ma poco, ha bisogno di riposare.
Paolo si sedette accanto al letto. Giulia aprì gli occhi.
Ciao, papà.
Ciao, piccola. Lo Hobbit?
Sì.
Non aveva il libro. Trovò il testo sul telefono. E cominciò a leggere.
A bassa voce, monotono, saltando le parole, a volte inciampando. Niente voci strane, solo parole sottovoce. Sentiva la stretta della sua mano nella sua.
Forse lesse unora, forse due. Finché la voce non gli diventò roca. E finché sentì che Giulia si era addormentata. Cercò di sfilare la mano, ma lei nel sonno la strinse ancora di più.
E fu lì, guardando il volto stanco e addormentato di Giulia, che Paolo si permise una cosa che non si era mai concesso: si chinò e sussurrò, piano, così che solo quelle mura potessero sentire:
Perdonami, amore. Per tutto. Ti voglio bene. Devi resistere. Solo per me. Il tuo papà della domenica.
Non sapeva se Giulia sentì. Sperava di no.
***
Loperazione durò uneternità. Paolo restò nel corridoio, seduto davanti a Elisa e Matteo. Loro erano una squadra.
Lui era solo.
Ma ora quella solitudine non era più vuota. Era piena del silenzio delle storie raccontate e del calore della mano di sua figlia nella sua.
Quando finalmente i medici uscirono e dissero che era andata bene, che la massa era benigna, Elisa si mise a piangere sulla spalla di Matteo.
Paolo si spostò in fondo al corridoio, strinse i pugni per non urlare di sollievo.
***
Giulia iniziò a riprendersi. Dopo una settimana la spostarono in una stanza normale.
Matteo, come tutti i veri papà, correva tra i medici e i moduli da firmare.
Paolo veniva ogni sera. Leggeva, stava in silenzio. A volte guardavano una serie tv insieme.
Un giorno, prima che lui se ne andasse, Giulia lo fermò.
Papà.
Sì, sono qui.
So che sei stato tu. I soldi La mamma non ha detto nulla, ma ho sentito loro due discutere. Lui voleva vendere la quota della ditta, la mamma si è arrabbiata, ha detto che avevi già dato tutto, che hai venduto la tua chitarra.
Paolo non disse niente.
Perché? chiese lei. Noi ormai non siamo più…
Voi siete la mia famiglia, la interruppe Non ci sono discussioni su questo.
Giulia lo guardò a lungo, poi gli porse la mano. Sopra cera un vecchio segnalibro di cartone, un po rovinato. Sopra, con la sua calligrafia da bambina: Al mio papà, da Giulia.
Laveva fatta forse sette anni prima…
Lho ritrovata in un libro, quando sono andata a casa nel weekend. Tieni. Così non perdi più il segno
Paolo prese quel pezzo di cartone. Era ancora tiepido dal palmo di Giulia.
Papà, disse lei di nuovo, stavolta con la voce ferma, adulta, tu non sei solo della domenica. Sei per sempre. Hai capito?
Lui non riuscì a dire niente. Solo annuì, stringendo forte il segnalibro.
Poi scappò fuori in corridoio. Perché i papà, anche quelli della domenica, non piangono davanti alle figlie
Si lasciano semplicemente travolgere dalla gioia e dal dolore, nascondendosi da qualche parte, stringendo quella piccola chiave di cartone del passato che, alla fine, è il loro unico vero presente.
***
La domenica dopo, Paolo arrivò non alle dieci, ma alle nove. E se ne andò molto dopo le sei.
Rimasero lì, lui e Giulia, a guardare in silenzio Milano, la città semivuota dalla finestra dell’ospedale. Senza orari. Senza programmi.
Solo perché lui era il papà di Giulia.
Per sempre.







