I miei orti. I miei confini

I miei orti. I miei confini

La mamma vuole solo passare lestate in mezzo alla natura, Giulia, Andrea non la guardava, girava distrattamente gli spaghetti nel piatto. Rilassarsi, stare lontana dalla confusione della città. Non capisco cosa ci sia di male.

Rilassarsi, ripeté Giulia con quella voce piatta che le usciva solo quando bolliva dentro, ma fuori riusciva a lasciar correre solo il vapore. Nella mia casa di campagna. Nel mio rustico. Quel posto che ho tirato su dal nulla per dieci anni. Non si chiama rilassarsi, Andrea. Si chiama prendere tutto pronto.

Sollevò lo sguardo, e negli occhi aveva quellespressione che la faceva impazzire. Stanchezza. Risentimento. Perché devi sempre complicare le cose? Perché non accetti mai senza discutere?

È anziana, disse più piano. Vorrebbe solo passare gli ultimi anni in pace. Sai quanto sogna un giardino di rose, un orto. Non ha mai avuto una casa in campagna tutta sua.

Giulia mise giù la tazza. Il tè era ormai freddo. Fuori pioveva, gocce grigie scivolavano sulle finestre e si univano in ruscelli. Aprile. Presto avrebbe dovuto andare in campagna, aprire la stagione, controllare se la casa aveva retto allinverno, togliere il nylon dalla serra, ordinare le piantine. Aveva già la lista: peperoni, pomodori, zucchine. Questanno voleva provare a coltivare una nuova varietà di patate, laveva letta sulla rivista Il Giardiniere. E ora, in quella piccola cucina del loro appartamento a Milano, il marito le stava dicendo che tutti quei progetti non erano più suoi.

Andrea, gli prese la mano. Ascoltami. Quella casa di campagna me lhanno lasciata papà e mamma. Ti ricordi in che condizioni era?

Lui annuì, svogliato.

Il tetto sfondato. Le fondamenta che cedevano. La veranda pericolante. Non si poteva vivere lì. Ho messo via soldi per due anni per ristrutturare, mi sono portata le tavole sulle spalle, ho verniciato da sola. Tu venivi una volta al mese, a sollevare qualcosa di pesante, e basta. Tutto il resto era sulle mie spalle. Capisci? Su di me.

Sì, lo ricordi a tutti sempre quanto hai fatto, borbottò lui, tirando indietro la mano. Magari sono solo negato per le faccende dellorto. Ognuno ha i suoi talenti.

Giulia si alzò. Discorso chiuso. Così finivano sempre i discorsi sul lavoro invisibile delle donne. Lui non vedeva. Non voleva vedere. Per Andrea la campagna era solo ciò che trovava pronto: arrivava, si stendeva sullamaca, mangiava i pomodori dellorto. Da dove venivano? Chi estirpava lerba sotto il sole di luglio, quando lasfalto scioglieva le scarpe? Non importava. Limportante era che i pomodori ci fossero.

Domani tua madre mi chiamerà, disse Giulia, ormai sulla porta. Come al solito. Comincerà a parlare del più e del meno. Chiederà della salute, del lavoro. Poi mi dirà che il medico le ha consigliato aria pulita. E dopo farà capire che la casa in campagna viene sprecata, che potrebbe starci lei, tenerla in ordine. Dopo tu mi accuserai di essere crudele, egoista, di non dare valore alla famiglia. Dico bene?

Andrea taceva.

Lo sapevo, concluse Giulia, uscendo.

Il giorno dopo, durante la pausa pranzo, telefonò la signora Lucia, la suocera. Giulia, nellangusta stanzetta che in biblioteca chiamavano contabilità, mangiava un panino al formaggio e verificava le bollette della luce.

Giulietta cara, come stai? Tutto bene col lavoro?

Buongiorno, signora Lucia. Sì, tutto bene.

Ah, sono stata dal dottore. Mi ha detto: Signora Lucia, deve prendere aria buona, natura, riposo. Il cuore mi fa tribolare, la pressione sale…

Giulia chiuse gli occhi. Copione. Parola per parola.

Mi dispiace tanto, rispose piatta. Le ha prescritto qualcosa?

Ma no, Giulia! Certi farmaci, alla mia età, sono inutili. Se solo potessi stare allaperto, in mezzo alla campagna… Voi tanto in quella casa ci andate solo nei weekend. È un peccato lasciarla lì…

Eccolo. Uno spreco.

Signora Lucia, la casa non viene sprecata. Ci vado ogni sabato e domenica. In primavera e in autunno anche tre volte a settimana. Lorto e la serra richiedono cura.

Giusto! Ed io potrei aiutare, la voce della suocera si fece più sicura. Potrei innaffiare i fiori, tenere docchio lorto. Non sono mica una signora con le mani delicate…

Fiori. Orti.

Ha mai zappato patate? chiese Giulia.

Pausa.

Beh, da giovane sì. Tanti anni fa.

O tolto lerba per quattro ore al giorno, sotto il sole?

Giulietta, non capisco dove vuoi arrivare.

Voglio dire che la campagna non è una vacanza. È lavoro. Sei giorni su sette. Lei vuole rilassarsi o vivere lì?

Vorrei solo unestate in mezzo al verde! Se chiedere questo è troppo, dimmelo chiaro, il tono divenne arcigno, offeso. Se sono un peso, basta saperlo.

Non intendevo questo, signora Lucia.

No-no, ho capito bene. Non disturbo più.

La chiamata si chiuse. Giulia assaggiò il panino ma non sentì sapore. Quella sera Andrea tornò a casa nero, lasciò la giacca sulla sedia e si rifugiò in cucina senza salutarla.

Mia madre ha pianto, disse riempiendo un bicchiere dacqua. Dice che lhai umiliata. Che ora capisce davvero come la consideri.

Giulia mescolava il minestrone, davanti ai fornelli. Avrebbe voluto scagliare il mestolo. Urlare, sbattere la porta. Si limitò a stringerlo più forte.

Non lho umiliata. Ho fatto semplici domande. Vuole vivere nella casa. Ho spiegato cosa comporta.

Lhai ferita.

Ho detto la verità.

La verità si può dire in tanti modi. Tu scegli sempre quello che fa male.

Spense il fornello. Si girò verso di lui.

Andrea, ricordami lultima volta che sei stato tu in campagna.

Si irrigidì.

E cosa centra?

Centra che non sai nemmeno quanta fatica cè. Vieni solo a fare grigliate, trovare tutto pronto. Non sai che lanno scorso ho cambiato il tetto della rimessa da sola. Che a primavera ho scaricato tre viaggi di letame per concimare. Che ogni sera vado ad annaffiare tutto, sennò si secca. E ora dovrei lasciare tutto questo a tua madre, che non è mai venuta una sola volta ad aiutare.

Perché non lhai chiamata mai!

Lho chiamata! Il primo anno che mettevamo a posto il tetto le ho chiesto di venire portare almeno il pranzo mentre io e zio Franco portavamo le lamiere. Ha detto che le facevano male le gambe. Poi quando si verniciava la recinzione, uguale: la vernice fa male. Allora ho smesso di chiederlo.

Andrea si voltò.

Basta. Non vuoi, lasciamo stare. Ma poi non dire che non ti ho avvisata. Quando resterai la sola responsabile.

Si chiuse in salotto. Giulia buttò via il minestrone. Non aveva più fame.

Arrivò maggio, caldo e luminoso. Giulia inaugurò la stagione nel primo weekend. Arrivò sola, treno per Voghera e poi a piedi fino al piccolo paese di campagna. La terra odorava di umido e muschio, la casa era intatta, finestre integre, serratura perfetta. Lanno prima ai vicini avevano rubato tutto, persino la vecchia stufa.

Aprì la porta, respirò quel profumo di legno e polvere. Tutto era fermo: tavolo, divano, vecchio armadio, mensole con le marmellate fatte in casa. Il suo piccolo mondo. Entrò nella stanza dove pendeva la foto dei genitori. La mamma sulla soglia, col grembiule e linnaffiatoio. Il papà sotto il melo, occhiolino al sole. Morti entrambi da anni. Casa sua, da figlia unica. Un peso che non aveva mai potuto abbandonare; sarebbe stato un tradimento.

Togliendo il nylon dalla serra guardò lorto. Da vangare. Da arricchire di terra e concimi. Da Verde & Natura cera in offerta il concime Orto Felice; lanno prima aveva fatto miracoli coi pomodori. Sarebbe andata a prenderne cinque sacchi.

Tutta la giornata lavorò: vangò due file, tolse i rami secchi, spazzò la veranda, controllò lacqua. Al tramonto, con il sole che diventava rosa sulle colline, sedeva sul gradino a guardare il frutteto. I vecchi meli ancora robusti. I cespugli di ribes gonfi di germogli. Il ciliegio sul punto di fiorire. Bellezza. Silenzio. Casa sua.

Il giorno dopo chiamò Andrea.

Quando torni?

Stasera. Devo finire lorto.

Mamma vuole parlarti.

Si strinse lo stomaco.

Di cosa?

Lo dirà lei. Non farle storie, ti prego.

Non fece in tempo a rispondere. Ecco la voce di Lucia.

Giulietta, scusa il disturbo, cara. Andrea dice che sei in campagna. Comè lì? Tutto bene?

Tutto a posto.

Senti, domani posso venire a dare un’occhiata? È tanto che non vedo la casa. Curiosità, primavera…

Giulia sospirò, arrendendosi.

Certo, venga pure.

Lindomani Lucia arrivò in macchina con Andrea. Scese con calma, quasi fosse una regina a un ricevimento. Trench chiaro, scarpe basse, borsetta elegante. Squadrò lorto.

Ma che aria magnifica! Che pace! Gli uccellini che cantano…

Giulia si pulì le mani nei vecchi jeans da lavoro e le andò incontro.

Salve.

Ciao cara. Ma guarda come sei impolverata! Sempre a lavorare, eh?

Sì.

Andrea era in disparte, muto.

Lucia camminava nel piccolo terreno, entusiasta.

Qui si potrebbero piantare delle rose. E lì unaiuola di lavanda. E la serra anche no, rovina il panorama! Meglio una pergola, coi grappoli duva a ombra. Che bellezza sarebbe!

Giulia la fissava. Togliere la serra? Quella che aveva montato da sola con il vicino Piero, comprando i materiali con il suo stipendio, ogni vite stretta con fatica.

Signora Lucia, lo sa che nella serra ci crescono gli ortaggi? Senza quella niente raccolto.

Ma nei supermercati cè tutto, Giulia. Perché spaccarsi la schiena? Meglio fare qualcosa di bello, per il cuore.

Per il cuore, ripeté Giulia.

Sì. Io vorrei vivere qui, leggere libri, prendere il tè in veranda, coltivare fiori Invece tu sempre a scavare, come una contadina. Così la vita passa e neanche te ne accorgi.

Questa è la mia vita, disse piano Giulia. La mia casa di campagna. Il mio lavoro.

Ecco, di nuovo con questo mio-mio! E la famiglia dovè? Andrea mi aveva detto che potevo stare qui destate.

Giulia si voltò di scatto verso il marito.

Cosa?

Lui abbassò lo sguardo.

Pensavo avessi detto di sì.

Quando avrei accettato?

Non hai mai detto di no. Pensavo fosse ok.

Qualcosa dentro di lei si spezzò. Semplicemente aveva deciso per lei. Senza chiederle. Perché ciò che pensava lei non contava. Tanto avrebbe ceduto, avrebbe lasciato correre. Come sempre. Ventanni di matrimonio.

Signora Lucia, guardò la suocera negli occhi. Vuole vivere qui destate. Bene. Ma sia sincera: è disposta ad alzarsi ogni mattina alle sei, innaffiare lorto, togliere le erbacce, portare secchi dacqua se si rompe il pozzo? Rifare la recinzione se cade il vento forte? Affrontare le beghe con lelettricità, il bagno, il tetto che perde? Perché io non verrò ogni volta che cè un problema. Sarà responsabilità sua.

Lucia si rabbuiò.

Mi vuoi spaventare apposta.

Le sto dicendo la verità.

Se serve qualcosa verrà Andrea ad aggiustare.

Andrea lavora sei giorni su sette. Ha la sua vita.

Sono sua madre! È giusto che mi aiuti!

Esatto, disse Giulia. È giusto. Mentre io, invece, no. Sono estranea.

Ma che centra! Lucia agitò le mani. Voglio solo passare lestate qui e tu mi interroghi come un commissario!

Andrea si avvicinò.

Basta, Giulia. Mamma è stanca, non sta bene in piedi. Andiamo in casa, dai, la prese sotto braccio.

Giulia restò sola, in mezzo allorto. Intorno il vento tra i tigli, il sole caldo, il canto dei merli. Dentro un gelo amaro.

Quando se ne andarono, Giulia chiuse la casa e tornò in città. Sul treno laria era umida e densa di odore di sudore e foccacce. Davanti a lei una donna anziana che lavorava a maglia. Giulia guardava fuori. Campi, filari di pioppi, ponti, stazioni. Vita che passava. Lavoro, casa, orto. Marito, suocera, fatica. Quando aveva fatto lultima cosa solo per sé? Quando si era sentita felice?

Andrea la aspettava in cucina, una birra davanti.

Hai offeso mamma, disse senza guardarla.

Ho detto la verità.

La verità va detta con rispetto.

Sedette di fronte a lui.

Andrea, ti sei mai chiesto quanta energia butto in quella casa? Soldi, ore, fatica?

E allora? Nessuno ti obbliga.

Già. Nessuno. Ma se lascio perdere, si rovinerà in un anno. E allora direte tutti: perché Giulia ha trascurato la casa? Perché non la tiene?

Ma è tua. Fai tu.

Esatto. Mia. Allora perché hai deciso tu per me?

Posò la bottiglia.

Non ho deciso. Mi aspettavo solo che capissi la situazione. Mia madre è anziana, ha poco da vivere. Non puoi essere clemente?

Qualche volta puoi capirmi tu? Pensare cosa provo io, se cedo la casa? È ciò che mi resta dei miei genitori.

Nessuno vuole portartela via, Giulia. Mamma vorrebbe solo passarci lestate.

E poi anche l’autunno. E poi linverno, magari. E poi, un giorno, dirà che si fa prima a mettere tutto a suo nome, per semplicità. Non è vero?

Si alzò.

Sei fissata. Non tutti sono come pensi.

Tua madre sì.

Basta!

Si chiuse la porta. Giulia rimase lì, ad ascoltare la pioggia che batteva contro i vetri.

Passò una settimana. Andrea quasi non le parlava più, tornava tardi, usciva presto. Lucia chiamava ogni giorno, ma Giulia non rispondeva mai. Al lavoro era un caos: bilanci, verifiche, scadenze. Giulia ci stava fino a sera, trovando la pace solo tra i numeri, almeno lì il controllo era suo.

Il sabato tornò in campagna. Portò le piantine comprate: pomodori, zucchine, melanzane. Le trapiantò nella serra, annaffiò, legò le piantine. Vangò altre due file per le patate. A sera la schiena le faceva male, ma il cuore era più leggero. Qui serviva a qualcosa. Qui aveva senso.

Poi chiamò Andrea.

Mamma vuole venire il prossimo weekend. Iniziare a sistemarsi.

Non ho dato il permesso, disse lei.

Giulia, quanto vuoi resistere? È solo per unestate.

No.

Fai sul serio?

Certo.

Allora le dirò che è colpa tua se non può venire. Almeno saprà chi la fa soffrire.

Dille pure.

Chiuse la telefonata. Sedeva sul gradino, il tramonto infiammava le nuvole. Che pace. Ma dentro la pace non cera.

Il giorno dopo Lucia la chiamò.

Giulia, cara, non capisco. Andrea dice che ti opponi. Che ho fatto di male? Voglio solo stare un po tra il verde!

Signora Lucia, lho spiegato tante volte. La casa di campagna richiede cura. Se vuole venire a rilassarsi qualche giorno, benissimo. Ma viverci, gestirla… No.

Ma non voglio gestirla! Solo starci!

Avete già detto di voler togliere la serra, piantare le rose. Non tocca a lei decidere.

Era solo unidea! Cosa cè di male?

Cè di male quando si calpesta il lavoro altrui.

Altrui?! Ma siamo una famiglia!

Appunto, e dentro Giulia sentì il ghiaccio solidificarsi. Ma la casa è mia. E non la cederò.

Quindi scegli la casa invece della famiglia?

No. Scelgo me stessa.

Lucia trattenne un singhiozzo e chiuse. Giulia rimase in piedi, il telefono tra le mani. Tremava. Nessuna liberazione, solo peso.

Quella sera Andrea rientrò furioso.

Congratulazioni. Ora mamma prende le medicine per la pressione. Sei contenta?

Non volevo le facesse male.

Ma alla fine hai ottenuto questo. Bastava poco, Giulia. Solo unestate.

Solo? gli si avvicinò. Sai quanto vale per me? Dieci anni di lavoro. Migliaia di euro. Centinaia di ore. Ho rifatto tetto, pavimenti, impianti da sola. Ho scelto i colori, trasportato la terra, concimato orto e piante. Ogni primavera ricomincio tutto da capo. Poi raccolgo, metto via conserve, così dinverno abbiamo verdure fatte da noi. E tu dici solo unestate? Come se fosse nulla.

Per te la casa vale più delle persone, disse freddo. Ho capito.

No, scosse la testa. Per me conta la giustizia. Non lascerò ciò che ho guadagnato. Non lo cederò solo perché qualcuno pensa di averne diritto.

Lei è mia madre.

E io tua moglie. Ma i suoi desideri valgono sempre più dei miei.

Lui uscì. Di notte Giulia non dormì. Ascoltava il suo respiro nella stanza accanto. Da una settimana non dormivano più insieme.

Alcuni giorni dopo la guerra fredda era palese. Lucia non chiamava più direttamente, solo tramite Andrea lamentando di sentirsi tradita, delusa, di avere sempre considerato Giulia una figlia. Giulia taceva. Soffriva, ma non cedeva.

Al lavoro, Marina la guardò.

Giulia, che hai? Sembri lontana.

Robe di famiglia.

Capisco. Dimmi, ma tu hai davvero una casa in campagna?

Sì.

E da sola fai tutto? Io lo dicevo a mio marito, compro la campagna solo se aiuti tu, sennò fa tutto la moglie!

Giulia sorrise amaro.

Altro che. È dura. Ma è mia. E non la cedo.

Qualcosa ti lega molto a quella casa.

Moltissimo, Giulia tornò ai suoi numeri.

A giugno arrivò il caldo. Lorto stava bene, le piantine crescevano. Giulia ogni sera andava ad annaffiare, zappare, legare le piante. Toranva stanca ma soddisfatta: era stanchezza buona, la fatica che dà senso.

Una sera arrivò la chiamata di Andrea, agitato.

Giulia, è successo un disastro: mamma è in campagna. Si è rotta la tubatura nel bagno.

Lei gelò.

Cosa vuol dire che è in campagna? Che tubatura?

È arrivata due giorni fa. Le ho dato le chiavi. Pensavo tanto non te ne accorgevi. Oggi mi ha chiamato piangendo, dice che ha allagato tutto. Io non posso uscire dal lavoro. Puoi andare?

Giulia lasciò cadere la canna dellacqua.

Hai dato le chiavi di casa mia. Senza chiedere.

Adesso non è il momento! Cè acqua dappertutto, lei non sa gestire!

E io dovrei saperlo?

Tu te la cavi sempre! Per favore, vai. Poi spiego tutto. Adesso aiutala.

Guardò i suoi ortaggi. Era il suo mondo. Ma là, nella sua casa, cera una donna appena entrata, che ora chiedeva aiuto.

Vedrò, disse, e spense il telefono.

Andrea insistette più volte. Non rispose. Poi Lucia, voce tremante.

Giulia cara, scusa. Non volevo venire senza permesso. Andrea mi aveva detto che ci potevo stare. Succede un disastro, acqua ovunque, non so che fare. Aiutami, ti prego.

Dentro di lei si scontravano due forze. Una diceva: vai, aiutala, è anziana. Laltra gridava: no, si arrangi.

Verrò, disse. Ma solo a vedere.

Arrivò in unora. Era già buio. Vide la luce accesa. Portone aperto. Lodore dacqua stagnante riempiva lingresso.

Lucia era seduta sulla soglia, ciabatte bagnate, occhi rossi.

Giulia! Per fortuna! Non sapevo davvero cosa fare!

Giulia entrò. In bagno acqua ovunque, la tubatura spaccata. Lucia non aveva chiuso il rubinetto general. Giulia lo trovò e lo chiuse.

Perché non ha fermato lacqua? chiese fredda.

Non sapevo dovera la valvola, singhiozzò Lucia. Non ho mai fatto queste cose.

Giulia prese stracci e secchi. Si mise a raccogliere lacqua. Lucia aiutava, timida, impacciata. Giulia sapeva dove mettere le mani. Casa sua, ogni vite la conosceva.

In mezzora tutto era sistemato. Giulia controllò la tubatura: marcia, da cambiare. Bisognava chiamare lidraulico.

Si raddrizzò. Lucia stava piangendo.

È venuta qui a rilassarsi, vero? Questa è la realtà. Tubature rotte, allagamenti. È il pane quotidiano della casa in campagna. Capisce?

Lucia taceva.

Pensava che sarebbe stato solo bello e facile. Ma non lo è. Ogni giorno si rompe qualcosa. Bisogna aggiustare, correre, sapere dove mettere le mani. Se la sente?

Pensavo fosse facile. Lucia la guardò Volevo solo vivere tranquilla. Ma qui non so fare niente, neanche chiudere il rubinetto.

Giulia le si sedette accanto.

Non volevo ferirla, davvero. Ma questa casa È la mia vita. Tutto ciò che ho fatto. Quando dice che vuole viverci, mi sembra che mi portino via tutto.

Non volevo portare via nulla, sussurrò Lucia. Solo sentirmi vicina a voi. Ad Andrea. Avere un posto.

Lei ce lha già un posto. Ma non qui. Non nel mio spazio.

Tacquero. Il vento smuoveva le foglie, si sentiva una civetta lontana.

Scusa, Lucia si alzò. Non ci avevo pensato. Volevo solo il meglio.

Lo so. Ora ritorni a casa. Domani chiamo lidraulico e sistemo. Mi lasci le chiavi. Non voglio che ritorni senza di me.

Lucia annuì, mise le chiavi sul tavolo. Giulia la accompagnò al cancello. Lucia andava via curva, sconsolata.

Prenderò un taxi. Non preoccuparti.

Giulia annuì e rientrò. Si accasciò sul divano. Era uno strano sentimento: non vittoria, non liberazione. Solo stanchezza. Enorme, pesantissima.

Organizzò lidraulico: quindicimila euro. Le andava bene tutto, purché lorto fosse salvo.

La sera Andrea la chiamò.

Mamma mi ha raccontato.

E allora?

Avevi ragione. Non ce la fa. Ho sbagliato a darle le chiavi senza dirti nulla. Scusami.

Giulia non parlava.

Però potevi essere più dolce. Ora si spaventa di te. Ha detto mai più verrà a chiederti qualcosa.

Non volevo spaventare. Volevo solo che capisse.

Beh, ha capito. Hai vinto?

No.

Pausa.

Allora perché?

Per farmi ascoltare. Per una volta, che si tenga conto della mia opinione.

Parliamo a casa.

Arrivò a tarda sera. Andrea, il tè davanti.

Siediti, fece lui. Mamma non chiederà più nulla per la campagna. Ma sappi, è delusa. Anchio.

E tu di cosa sei deluso?

Perché hai scelto la casa invece della famiglia.

Non ho scelto la casa invece della famiglia. Ho scelto me stessa. I miei confini. Il mio diritto di dire di no.

Lo chiami rispetto per se stessi, io egoismo.

Chiamalo come vuoi. Ma ora basta farmi decidere da altri.

Andrea scosse la testa.

Sei cambiata, Giulia. Prima eri più tenera.

Prima ero più comoda. Ora sono stanca.

E adesso?

Non lo so. Davvero.

Non la fermò. Giulia si chiuse in camera. Dacha salva. I confini segnati. Ma la famiglia era in pezzi. Andrea la guardava come una sconosciuta. Lucia era a pezzi. E Giulia, sì, si sentiva vincitrice. Ma aveva perso più di quanto avesse vinto.

Alcuni giorni seguirono di duro silenzio. Andrea tornava tardi, mangiava, si chiudeva di là. Della casa, della suocera, non parlavano. Era come una crepa tabu, meglio non sfiorarla.

Giulia continuò ad andare in campagna. Il raccolto cresceva: cetrioli, pomodori che arrossivano, patate in fiore. Tutto come sempre. Ma nulla le dava più gioia. Lavorava meccanicamente.

Una sera, durante lannaffiatura, si avvicinò la vicina, zia Rosetta, col fazzoletto in testa.

Allora, Giulia, sei sempre sola qua?

Sola.

E tuo marito?

Al lavoro.

Ecco. Gli uomini, finché cè da mangiare non si muovono. Poi se cè un guaio moglie, pensa tu.

Giulia sorrise.

Vero.

Tu tienila stretta la tua campagna. Io la mia lho lasciata a mio figlio. Lha venduta. Sono rimasta con niente.

Giulia la fissò.

Io non cedo.

Brava. È la tua vita.

Rosetta se ne andò. Giulia rimase col pensiero. Quante donne avevano ceduto alla richiesta di famiglia prima, non essere egoista? E poi niente. Solo amarezza.

A fine giugno chiamò Lucia. Dopo tre settimane di silenzio.

Ciao Giulia. Come va?

Bene.

Volevo chiedere… sul balcone ho piantato i pomodori, ma le foglie sono gialle. È normale?

Giulia rimase stupita.

Sarà carenza di azoto. Conviene concimare.

Con cosa?

Al negozio chieda Orto Felice, va bene per tutto.

Grazie. E sai, volevo chiederti scusa. Avevi ragione.

Giulia si fermò.

Anche io sono stata dura, rispose piano. Scusi.

Limportante è chiarire.

Si salutarono. Giulia posò il telefono e sentì qualcosa sciogliersi, una crepa un po rimarginata.

A cena Andrea era in silenzio.

Tua mamma ha chiamato disse Giulia. Chiedeva dei pomodori.

Lui si voltò.

Che le hai detto?

Le ho suggerito un concime.

Annui. Poi:

Giulia, non so più come andare avanti.

Si mise seduta.

Nemmeno io.

Mi biasimi…

Sì. Un po.

E io te per come hai trattato mia madre.

Lo so.

Silenzio. Dallesterno, rumori di auto, voci, un portone sbattuto. Vita di città. Ma la loro famiglia restava paralizzata.

Allora che hai ottenuto? Hai tenuto la casa. E noi?

Giulia guardò fuori. Lì, lontano, la casa in campagna; orti, serra, la sua fatica, il suo regno. Avrebbe pagato un prezzo troppo alto per la pace fasulla della famiglia. Ora ne pagava un altro: forse il rispetto, ma una crepa difficile da richiudere.

Non lo so, disse. Onestamente.

Andrea si mise contro la finestra.

Mi sembra che quella casa ormai conti più di me.

Non è questione damore, anche lei si alzò. È questione di diritto. Il diritto di non cedere ciò che è mio. Di dire no, anche a te, anche a tua madre.

E per questo saresti pronta a distruggere la famiglia?

E tu, per la pace, sei disposto a ignorarmi?

Si voltò, il volto stanco, invecchiato.

Non ignoro. Solo non capisco perché non potevi cedere una volta.

Perché una volta diventa due, poi dieci. Poi mi sveglio e non so più chi sono.

Lui uscì dalla cucina.

Giulia restò lì, davanti ai vetri. Guardava la città, le luci, la vita che scorreva. Dentro niente, solo pesantezza. Aveva difeso la sua casa. Ma cosa aveva perso? Un marito? Una famiglia? O solo lillusione di una vera famiglia?

Il giorno dopo tornò in campagna. Raccoglieva ortaggi, toglieva erbacce. Tutto come sempre, ma con meccanica apatia.

Al tramonto, seduta sul gradino, il telefono suonò. Lucia.

Giulia, scusa se disturbo. Ho comprato il concime, ho annaffiato i pomodori. Ma peggiorano. Ho sbagliato?

Giulia ascoltava quella voce incerta, pentita era un passo avanti. Non un pentimento totale, ma un ponte. Attraverso i pomodori sul balcone. Attraverso una richiesta che non suonava più come pretesa, ma come domanda.

Quante dosi ha messo?

Due cucchiaini, a occhio.

Su quanta acqua?

Su un litro.

È troppo. Ne basta una su tre litri. Li ha bruciati. Li innaffi solo con acqua pura, passano.

Oh, che stupida. Ho rovinato tutto?

No, si sistemeranno.

Grazie, Giulia. Sei buona.

Finì la chiamata. Giulia guardava il suo orto. Cetrioli, pomodori, patate, meli. Tutto richiedeva cura e fatica, ma almeno era suo. Non lo aveva ceduto.

E ora? Un marito spaccato tra moglie e madre. Una famiglia in crisi. Lorto al sicuro, ma a che prezzo?

Non sapeva rispondersi. Sapeva solo che non si pentiva. E che il difficile doveva ancora venire.

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