Non a caso esiste un proverbio italiano: “Dio ti dà un figlio, Dio ti dà anche il pane per crescere un figlio”.

Anchio vengo da un orfanotrofio i miei genitori erano morti, non avevo nessun parente così sono stato affidato a una casa famiglia a Firenze. Appena compiuti diciotto anni, ho lasciato tutto per andare a lavorare. Non avevo soldi per potermi permettere luniversità. Sono sempre stata una ragazza molto laboriosa e non mi sono mai tirata indietro davanti a nessun lavoro, per quanto duro.

Un giorno ho conosciuto Matteo, ci siamo innamorati e abbiamo iniziato a convivere in un piccolo appartamento a Bologna. Tra di noi cera un bel rapporto: non litigavamo mai e ci sostenevamo a vicenda in tutto.

Però, lui non ha mai voluto sposarmi, mentre io desideravo con tutto il cuore una vera famiglia, quella che non ho mai avuto. Dopo quattro anni di convivenza, sono rimasta incinta. Non appena ha saputo della gravidanza, Matteo è sparito. Mi ha lasciato solo un biglietto in cui scriveva che non voleva figli in quel momento, e che i suoi genitori mi avrebbero mandato dei soldi per farmi abortire.

Infatti, hanno mandato davvero i soldi, in euro, ma sapevo bene che mai e poi mai avrei potuto fare una cosa simile. Qualsiasi cosa sarebbe successa, avrei lavorato sodo e ci avrei provato comunque.

Un giorno, la mia vicina, la signora Assunta, mi ha vista con la pancia e mi ha detto:

Te lavevo detto, te lavevo detto che si deve convivere solo dopo il matrimonio! E ora? Che farai? Come pensi di cavartela, ragazza madre?

Quelle parole mi hanno ferito moltissimo. Più volte si è lasciata andare a battutine poco gentili sul mio conto.

Il periodo della gravidanza è stato durissimo: ho dovuto lavorare ancora di più di prima per poter andare avanti. Per fortuna il mio responsabile ha compreso la mia situazione e ogni tanto mi dava qualche euro in più.

Non pensavo però che, col tempo, degli sconosciuti mi avrebbero teso la mano.

Un pomeriggio, sento suonare il campanello di casa. Era una donna con una grossa borsa: la signora Assunta aveva chiesto a tutto il condominio di aiutarmi, ciascuno portando qualcosa. Le altre mamme del palazzo mi hanno donato vestitini, giocattoli e tante altre cose utili.

Poi, perfino il vecchio signor Carlo, che si occupava delle pulizie nel cortile, ha deciso di aiutare me e il mio bambino, consegnandoci dei soldi ogni tanto.

Non avrei mai immaginato che, proprio quando ne avevo più bisogno, sarebbero state delle persone sconosciute a farmi sentire parte di una famiglia. Addirittura la mia padrona di casa, la signora Giovanna, ha deciso di abbassarmi laffitto ogni mese.

È stato grazie allaiuto di molte persone che sono riuscita a portare a termine la gravidanza e ad allevare mio figlio. Possiamo dire che è stato cresciuto davvero da tutta la nostra comunità.

Passati alcuni anni, il padre di mio figlio ora vorrebbe conoscerlo. Non si è mai rifatto una vita, e anche i suoi genitori hanno chiesto notizie del nipote. Non so se dovrei permettere che lui rientri nelle nostre vite adessoHo aperto la porta a Matteo senza rancore, ma con la consapevolezza di chi, ormai, non ha più bisogno di essere salvata da nessuno se non da sé stessa. Lui aveva gli occhi lucidi, pieni di rimpianto, e per la prima volta mi ha chiesto scusa davvero. Ma non era alla mia approvazione che aspirava: fissava nostro figlio giocare tra le gambe di signora Assunta sul balcone, sorridente e sereno, circondato da quelle stesse persone che avevano riempito i nostri vuoti.

Gli ho detto che avrebbe potuto conoscerlo, ma che la nostra famiglia era unaltra: fatta di mani gentili, vicini sempre pronti a tendere un piatto caldo o un sorriso, di mamme che sapevano condividere stanchezza e speranza.

Con il tempo, ho perdonato. Non tanto per lui, quanto per me stessa e per mio figlio, perché ho capito che la vera famiglia è quella che scegli ogni giorno fra le persone che restano. Quella sera, guardando il mio bambino addormentarsi tra le braccia della signora Giovanna, ho sentito per la prima volta che, anche senza radici, avevamo trovato la nostra casa.

E mentre la città fuori si spegneva e il silenzio scendeva sul cortile, ho sorriso pensando che la felicità, a volte, arriva proprio dal luogo più inatteso: dal coraggio di restare, nonostante tutto, e dal calore di chi decide di esserci per davvero.

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