Una volta, in un caldo sabato pomeriggio di tanti anni fa, ero uscita sul balcone per ritirare il bucato appena asciugato. Il sole destate cadeva a picco sulle lenzuola stese e nellaria si mescolavano il profumo del detersivo e quello dellasfalto caldo delle strade di Torino. Mentre sistemavo le mollette nella cesta, sentii la voce della signora del piano di sotto che chiamava il nome di mio marito dal portone.
Mi sporsi dal parapetto e lo vidi lì, accanto alla nostra vecchia Fiat parcheggiata sotto casa, insieme a mia suocera. Fu quello a sorprendermi: lei abitava in un altro quartiere, e non si era mai fatta vedere senza prima avvisare.
Raccolsi in fretta le mollette bagnate e rientrai nellappartamento. Ancora prima di arrivare allingresso, sentii il rumore della chiave nella serratura. La porta si aprì piano, ed entrarono insieme.
Mia suocera stringeva una grande borsa di stoffa, mentre Matteo mio marito aveva laria inquieta di chi spera che tutto finisca in fretta.
Non mi aspettavo visite, dissi, poggiando le mollette sul mobiletto nellingresso.
Non ci tratteniamo a lungo, rispose mia suocera, sfilandosi le scarpe pian piano e osservando lingresso.
La seguii nel soggiorno, col cuore che batteva più in fretta del solito.
Che succede? domandai piano.
Matteo non mi guardò neppure, si sedette sullorlo del divano con lo sguardo basso. Mia suocera posò la borsa sul tavolo. Ho portato alcune cose dalla cantina, disse.
Che cose?
Senza rispondermi, iniziò a tirare fuori gli oggetti uno dopo laltro: un vecchio album di fotografie, due quaderni ingialliti, e infine una piccola scatola di legno.
Nel vederla, il cuore mi fece un balzo. Era la scatola di mia nonna Maria: era stata per anni nel nostro mobile della sala, fra le cose di famiglia.
Dove lhai presa? domandai subito.
In cantina.
Ma la scatola era qui, replicai incredula.
Lei strinse le spalle con calma. Matteo lha portata giù tempo fa.
Guardai mio marito, cercando una spiegazione.
Perché?
Si passò una mano tra i capelli, incapace di sostenere il mio sguardo.
Pensavo non importasse.
Non importasse? È la scatola di mia nonna.
Mia suocera aprì lentamente il coperchio: dentro cerano un vecchio orologio da polso, due spille e una piccola lettera ripiegata.
Sono cose di famiglia, disse lei composta. Devono stare con la famiglia.
Io sono la famiglia, ribattei, avvertendo una fitta dentro.
Mi guardò con laria di chi sente parole senza senso. Tu sei moglie.
In casa calò un silenzio pesante. Dal viale sotto casa arrivò il rumore di uno sportello dauto che sbatteva.
Cosa vuoi dire esattamente? domandai.
Alla fine Matteo sollevò lo sguardo.
Mamma pensa che alcune di queste cose dovrebbero andare a mia sorella.
Tua sorella non ha mai conosciuto mia nonna.
Ma è sempre parte della famiglia.
Mia suocera annuì piano, quasi solenne. È giusto così.
Guardai lorologio nella scatola, quello che mia nonna portava ogni giorno. Ricordai la sera in cui, sbucciando mele in cucina, me lo aveva dato dicendomi solo una frase: Conservalo bene, a volte la gente dimentica cosa le appartiene.
Richiusi il coperchio.
No.
La faccia di mia suocera si incupì. Cosa vuol dire no?
Vuol dire che queste cose restano qui.
Matteo sospirò, spazientito. Per favore, Giulia, non fare scene.
Io? Io non sto facendo nessuna scena. Sei tu che hai portato via la scatola senza dire nulla.
Mia suocera si alzò dalla sedia. Stiamo solo parlando.
No, avete già deciso.
Lei posò la mano sulla scatola, come per prenderla. La porto a casa. Ne riparliamo con calma.
In quellistante sentii qualcosa ribaltarsi dentro di me. Presi la scatola e la nascosi dietro la schiena.
Nessuno porterà via nulla da questa casa.
Matteo si alzò di scatto, esasperato.
Giulia, basta.
No. Basta tu.
Lo fissai senza paura. Sei stato tu a portarla in cantina?
Lui rimase in silenzio. E in quel silenzio trovai tutta la risposta che serviva.
Mia suocera scosse la testa, contrariata. Sono incredibili le persone, quanto diventano ingrati.
Rimisi la scatola al suo posto nel mobile e chiusi bene lo sportello.
A volte, ho imparato, si capisce dove sia il limite non quando qualcuno lo oltrepassa, ma quando chi dovrebbe difenderlo resta zitto.
Restai lì in piedi, guardandoli. Ditemi voi: ho davvero esagerato? O hanno provato a prendere qualcosa che non era mai stato loro?






