L’ultimo Capodanno

Lultimo Capodanno

Il citofono ruggì come un urlo dallo stomaco della notte. Flavia sussultò, lasciò cadere il cucchiaio direttamente nellinsalata russa, e le gocce di maionese disegnarono lune bianche intorno ai fornelli.

Flavia, apri la porta! Siamo noi! gorgogliò la voce nellaltoparlante, gioiosa e inconfondibile, quella di sua suocera.

Giulio sbucò dalla stanza, proprio mentre sistemava il nuovo copriletto sul divano. Per la prima volta dalla loro unione, solo i loro respiri sarebbero rimasti in casa la notte di San Silvestro. Flavia aveva già preso il prosecco, preparato piatti del cuore, persino il vestito blu con i lustrini sulle spalle riposava sul letto come un desiderio nel buio.

Chi è? bisbigliò lei, ma sapeva di già.

È mamma! Giulio illuminò il corridoio con un sorriso e corse verso la porta. Che sorpresa!

Flavia si passò le mani sul grembiule. I battiti del cuore erano più forti dei botti fuori. Si avvicinò alla finestra: là sotto, la Fiat Panda azzurra del suocero spalancava le portiere come ali duccello, e ne uscivano persone: la Signora Marta in pelliccia imponente, il suocero Rosario con sacchi della spesa, la cognata Caterina con il marito Luigi e tre bambini urlanti, elettrici tra i fiocchi di neve.

Giulio avevi detto che andavano a Napoli per le feste sussurrò Flavia, fissando il marito.

Dovevano, sì. Ma hanno cambiato piani! Flavia, sarà bellissimo! Tutti insieme, il vero Capodanno!

In due stanze. Siamo in nove.

Beh, ci stringiamo un pochino. Almeno siamo al caldo.

Giulio spalancò la porta e sparì nella luce del pianerottolo. Flavia rimase immobile sullo zerbino, ancora profumato di detersivo fresco di mattina. Qualcosa scattò dentro, come una molla bloccata.

Per prima entrò la Signora Marta, shhh di sacchetti e nuvola di Dolce Notte e giacinto artico.

Flavia cara! le schiacciò un bacio gelido sulla guancia. Scusa lirruzione così Però sai comè: Caterina con Luigi hanno litigato coi suoi, chiusi fuori, e noi, che si fa, si resta soli? No! Meglio tutti in famiglia!

Buonasera, signora Marta tentò Flavia di sorridere.

Dietro, la valanga: Rosario si tolse le scarpe proprio sul tappeto, ignorando le pantofole schierate con disciplina. Caterina, pienotta e instancabile, già gridava sopra i rumori:

Ehi, Flavia, i bambini possono stare in camera vostra? Sono esausti, non hanno chiuso occhio sul treno.

Ma quella è provò Flavia, ma era già invisibile.

I tre bambini in giacche catarifrangenti rotolavano tra lingresso e il corridoio, lasciando impronte lucide sui pavimenti appena lavati. Il maggiore, Tino, occhi furbi, raggiunse subito la libreria.

Si può vedere?

Tino, piano Ma già sfilava un album caro a Flavia, lo sfogliava con dita unte di patatina.

Luigi, sottile e nervoso, borbottava in un angolo:

Flavia, scusaci, davvero. È stato rapido tutto Però si sa, la famiglia

Certo, sussurrò Flavia andando in cucina.

La cucina era una battaglia persa. Marta già spalancava sporte: salame, pane casereccio, boccali di giardiniera, farine, zucchero Aprì il frigo e scosse la testa severa.

Flavia, cara, non hai proprio niente! Meno male che abbiamo portato noi. Ora ti faccio le frittelle, e magari linsalata di mare

Ho già preparato: insalata russa, salmone, pollo al forno

Insalata di mare a Capodanno? Ma voi giovani Vabbè, aggiusto io il menù. Ospiti di riguardo, eh!

Ma siete voi, gli ospiti sussurrò Flavia.

Marta ignorava, già rovistava nei cassetti, tirando fuori la pentola più grande quella che Flavia custodiva come un gioiello, dono della nonna.

Questa va bene. Subito un bel brodo.

Flavia si morse le labbra. Sentì dal corridoio un urlo infante e la voce della cognata:

Flavia, hai lenzuola di ricambio? Linda ha rovesciato il succo sul divano!

Il resto della giornata fu uno spettacolo onirico e confuso. Flavia balzava dalla cucina alla stanza, tra il brodo che ribolliva, bambini che saltavano sui letti e adulti che scaricavano valigie. Giulio e Rosario giocavano con le borse in sala, Caterina e Luigi facevano il nido in soggiorno. La camera matrimoniale, ora accampamento di bambini. A Flavia e Giulio, un divanetto sghembo sotto lo spiffero.

A sera, Flavia era una spugna inzuppata. Lui di piatti affogava nel lavello, molliche ovunque, vestiti di sconosciuti in lavanderia, la lavatrice AlbaMagica già al secondo giro.

Giulio, tentò lei, mentre lui passava con la birra. Dobbiamo parlare.

Dopo, Flaviù. Papà vuole vedere gli attrezzi in garage. Ce la fai, vero? Tu sei unica!

E sparì, lasciandola con lo straccio ancora caldo di fatica.

Quando tutto si placò, tutti incollati alla TV per il concerto di Capodanno, Flavia si accasciò in cucina. La schiena faceva male, i piedi parevano rubati, ma il peso più duro era quello sul petto, anonimo e antico. Aprì il mobiletto sopra il frigo e scovò la vecchia scatola dei biscotti, chiusa con un elastico. Dentro, gli euro ordinati uno sullaltro come piccoli eserciti. Ci aveva messo sei mesi a metterli da parte, risparmiando dallo stipendio di contabile, per un portatile nuovo, liberazione per lavoro e corsi. Sognava serate a imparare, costruirsi un futuro migliore, un piccolo spazio tutto suo.

E adesso, serve comprare cibo per nove per una settimana? Perché Marta aveva già detto chi avrebbe dovuto provvedere da padrona.

Flavia, che combini lì? Caterina si affacciò. Vieni, altrimenti i bambini si arrabbiano, cè il cartone animato!

Arrivo Flavia ripose la scatola, delicata.

Si sedette. Giulio le cinse le spalle.

Stanca, eh? Domani ti riposi!

Ma il domani fu identico.

La mattina Linda, la piccola di cinque anni, distrusse la tazza delle margherite che Flavia aveva trovato a Lucca. I frantumi, il pianto breve della bambina, le parole caute di Caterina:

Su, non piangere, non è grave. Flavia, ne avrai altre di tazze, non drammatizzare davanti a una bimba.

Flavia raccolse i cocci in silenzio. Dentro, qualcosa si ruppe senza fare rumore.

Il giorno intero corse. Marta cucinava senza sosta, lasciando dietro di sé colate laviche di piatti sporchi. Flavia lavava quando Marta diceva brillante:

Ma sai che mani d’oro hai, Flaviù? Lo ripeto a tutti: a Giulio è capitata proprio una moglie speciale. Una ragazza di casa!

Flavia voleva rispondere che non era una ragazza, che aveva trent’anni, che lavorava e si stancava pure lei. Ma sorrise, e continuò a risciacquare stoviglie.

Verso sera scoprì che la crema viso Dolce Carezza, trovata in offerta e centellinata con parsimonia, stava evaporando: Caterina la spalmava sulle mani.

Sai, che buona! Ti rubo un po?

Lavete già presa ormai, sibilò Flavia.

Oh, pensavo non fossi gelosa. Non lo sei, giusto?

Gelosa. Quella parola rimase come una spina. Si ripeteva: quando non lasciava il tablet al nipote (dopo che aveva già distrutto un caricabatterie); quando impediva a Marta di buttare una vecchia sciarpa cara; quando chiedeva ai bambini di non saltare sul letto dosavendo sogni.

Flavia, sei diventata strana, notò Caterina a cena il terzo giorno. Metti paletti ovunque. Siamo famiglia, mica bisogna aver vergogna!

Anche in famiglia serve rispetto, mormorò Flavia.

Ma che dici? Marta la fissò intensa.

Niente, Flavia raccolse i piatti e sparì in cucina.

Giulio mutissimo. Sempre assente quando si parlava dei suoi. Le regole, se non erano della sua famiglia, non esistevano. Mamma inarrivabile, sorella intoccabile, Flavia doveva capire.

Quando finalmente restarono soli, Flavia si fece coraggio.

Giulio, mi sento male.

Male come? stendeva la coperta sul divano.

Così. Devo cucinare per nove, pulire, lavare, e tua madre prende e sposta tutto mio. Caterina usa la mia crema. I bambini rompono, smontano

Ma dai! Sono sciocchezze. Limportante è che stiamo tutti insieme. Mamma è contenta.

E io? Qualcuno lo chiede se sto bene?

Lui la fissò come a leggere un libro senza parole.

Ma che dici? È la mia famiglia. Mica sei gelosa di loro?

Mi sento svuotata. Volevo riposare, stavo risparmiando per il computer

Computer? Oh Flaviù, stiamo in piena festa! Sii meno egoista!

E fu allora che si ruppe lultima diga. Flavia lo scrutò, lo riconobbe per la prima volta dalla parte sbagliata. Dalla parte degli altri.

Vado a dormire.

Si sdraiò accanto a lui. Il sonno non arrivava. Guardava il lampadario, le luci di strada si rifrangevano sul soffitto. Capì che la sua vita non era più sua. Solo qualcuno che lavava, cucinava, invisible. Uguaglianza promessa in matrimonio, dissolta tra i piatti. Giulio aveva giurato che sarebbero esistiti entrambi, e invece era solo la sua gente, solo i suoi bisogni.

Il quarto giorno, levento irreale.

Salì su uno sgabello per spolverare, vide la scatola dei soldi aperta sul tavolo. Carta da caramelle sparsa attorno. Il cuore le sprofondò nello stomaco. Contò le banconote: mancavano trecento euro.

Signora Marta, comparve in salotto, dove sua suocera sfogliava le carte. Ha visto dei soldi nella scatola?

Ah sì, li ho presi. Sono andata allEsselunga, cera poco in casa. Non sarai avara, vero? Erano per tutti.

Ma erano i miei soldi. Risparmiavo per un portatile.

Un portatile? Flavia cara, con ospiti in casa si pensa a farli stare bene! Meglio spenderli per tutti, piuttosto che per egoismi piccoli.

Avara.

Flavia rimase muta. Dentro, solo vuoto.

Andò in cucina, guardò la strada coperta di neve. I bambini di Caterina facevano pupazzi, urlavano felici. Tutto il paese era contento, tranne lei.

La sera del 31, Giulio:

Prepara la lista che andiamo a fare la spesa io e papà!

Quando tornò, nessuna domanda su da dove venissero i soldi.

Da dove hai preso i soldi?

Mamma. Quelli della scatola. Sempre per il bene comune…

Flavia non rispose.

Verso le undici, Marta aveva sequestrato la cucina fino allultima briciola. Caterina preparava la tavola, i bambini urlavano tra i piatti, Flavia lavava, tagliava, puliva. Il vestito blu restava dimenticato nellarmadio. Indossò jeans vecchi e un maglione, e lavorò.

Flaviù, vuoi essere bella? Almeno il rossetto, dai! ridacchiò Giulio.

Lei lo guardò senza dire nulla.

A tavola, tutto perfetto per gli altri. Giulio stappò il prosecco, Marta brindò alla famiglia, Flavia bevve un sorso e si alzò.

Dove vai?

A lavare i piatti. Sennò domani si incrostano.

È Capodanno!

Arrivo dopo.

Sul balcone i fuochi artificiali piovevano nel buio, esplodevano stelle mai viste. Lei lavava stoviglie. E pensava: così passa la vita, eguale alle stoviglie sporche e sognate di altri.

A mezzanotte, ancora in cucina. Nessuno venne a cercarla solo la voce di Giulio da lontano: Vieni che si brinda!

Si pulì le mani, si affacciò, brindò, e tornò tra il profumo del detersivo.

A notte fonda, tutti a dormire: Flavia restava sveglia in cucina. E in quel silenzio, qualcosa dentro di lei si accese come un interruttore negli anni 70.

Andò nella sua ex-stanza, bambini addormentati ovunque come piccioni in una statua. Raccolse una borsa, mise dentro il necessario: qualche vestito, i documenti, cellulare, caricabatterie. Rimise insieme gli ultimi euro rimasti nella scatola. Bastavano per un viaggio.

Scrisse: Devo stare sola. Non cercatemi. Flavia. Lasciò il biglietto schiacciato sotto la zuccheriera.

Alle due di notte, Flavia chiuse piano la porta dietro di sé. L’aria pungente le pizzicava le orecchie. Chiamò un taxi via app, andò in stazione.

Nel treno notte, pochi passeggeri. Dal finestrino i paesi scorrevano come lampi immersi nella nebbia. Il viaggio sarebbe stato lungo, ma Flavia non aveva paura. Sentiva, anzi, un leggero sollievo, come se la pesantezza finalmente colava via.

Destinazione: la casa della nonna, Anna, in un borgo tra i colli toscani. Erano almeno due anni che mancava. La nonna non si era mai offesa: Vieni quando vuoi, tesoro. Io resto qui.

Sul ritmo del treno, Flavia sprofondò in un sonno senza incubi.

Arrivò la sera del primo gennaio. Il paese laccolse col silenzio, le strade bianche avvolte dal ghiaccio. La casa della nonna, sghemba ma viva, la aspettava sul ciglio della strada. Flavia bussò.

Anna aprì subito, la sciarpa di lana che odorava di fieno e cielo.

Vieni, tesoro. Ho il tè sul fuoco.

Flavia entrò. Labbraccio della nonna era tutto quello che serviva per sentirsi libera di piangere. Si sedettero al tavolo di legno e sorseggiarono il tè, in silenzio. Anna allungava la mano sul dorso della nipote, una carezza per ogni parola che non serviva.

Il secondo giorno Flavia dormì tanto. Il sole invadeva la stanza con magie di ghiaccio sui vetri. Uscì fuori, respirò il freddo secco dei colli, osservò il cielo limpido, addobbato di blu irreale.

Qui respira lanima sussurrò la nonna, posandole uno scialle sulle spalle.

Nonna, non chiedi mai perché sono arrivata

Se vuoi, mi racconti tu.

Flavia raccontò. Fece scorrere tutto: la suocera, i bambini, il marito che non ascolta, i soldi presi dalla scatola, la tazza, la crema Il silenzio della nonna era come miele sui tagli.

Te lo dico, Flavia sospirò Anna alla fine. La famiglia è tutto, ma non la scusa per mancare di rispetto. Se non ti rispettano, non è famiglia. È schiavitù.

Ho paura di essere egoista. Di essere davvero tirchia

Egoista? Tu hai risparmiato sei mesi per un sogno. Ti hanno portato via tutto. Sono loro, i veri avari, chi vuole le energie degli altri.

Le parole della nonna erano carezza antica. Finalmente Flavia sentiva qualcuno dalla sua parte.

Il terzo giorno passò in silenzio. Si cucinava, si faceva legna, si accudivano le galline. La tensione lasciava piano il corpo. Il telefono spento: chissà quante chiamate e messaggi ma non era curiosa.

Il quarto sera lo accese. Decine di chiamate da Giulio, poi da Marta, Caterina. Allinizio, preoccupati: Dove sei?, Stai bene?, Chiama almeno! Poi accuse: Ci hai rovinati, Nessuno si aspettava questo da te, La famiglia non si abbandona. Infine insulti: Egoista, Che vergogna, Mamma piange.

Flavia lesse tutto. E provò freddezza chiara, non senso di colpa.

Sto bene. Devo pensare. Non chiamatemi. Mandò, e spense di nuovo il telefono.

Giusto, annuì la nonna. Vediamo come se la cavano senza di te.

Il quinto giorno, mentre spaccava legna, una Fiat Panda familiare si fermò col rombo. Giulio ne saltò fuori, la faccia rossa non solo dal vento.

Flavia lasciò il battipalo. Sentiva il cuore come una banda in piazza, ma le mani erano ferme.

Flavia, cosa stai facendo?!

Ciao, Giulio.

Che ciao? Sei scappata! Capodanno! Hai lasciato tutti! Mia madre ha avuto una crisi!

Tua madre starà benissimo.

Non parlare di lei così! Prepara le valigie, torniamo. Chiederai scusa a tutti.

No.

Come no?

Non torno.

Rimase impietrito.

Ma sei seria?

Sì. Non tornerò più in quella casa, Giulio.

Ma è la tua casa! La nostra vita! Il nostro matrimonio!

Nostro? Flavia sorrise amaro. Era solo la tua famiglia. Io cero a servire.

Che sciocchezze. Ti vogliamo tutti bene!

Bene è rispetto. Chiedere il parere. Non scaricare tutto su una sola persona. Non approfittare, non insultarne i progetti.

Flavia, esageri. Ok, mamma magari ha sbagliato coi soldi. Ma era per tutti!

Per loro. Io quei soldi li mettevo via da mesi. Sogni piccoli. E tu? Dalla loro parte.

Io non sto da nessuna parte!

Ecco. Sempre neutrale, quando serviva difendermi. Mai con me.

Parole difficili nella bocca, facili nella testa.

Non so che è successo a te. Eri così accomodante.

Accomodante Sì, mi sono lasciata fare. Per te, per loro. Ora basta. Ho un limite anchio.

È stata la nonna a girarti la testa? mormorò.

No. Ho deciso io, da sola. Voglio rispetto. Voglio tempo mio. Voglio che mio marito abbia il coraggio di stare con me, non solo con suo comodo.

Dai, possiamo risolvere. Basta parlarne.

Ne abbiamo già parlato troppo. E promesso. Ma le promesse erano solo parole per lacqua che scorre.

Vuoi il divorzio, allora?

Non lo so. Ma so che dove si sta senza rispetto non torno più. Dove mi usano, dove sparisco.

Ma la gente

Che la gente guardi loro, che hanno lasciato la moglie partire. O pensi solo alla tua reputazione?

Giulio raccolse la rabbia. Poi salì in auto e sparì, lasciando una scia di polvere gelata.

Salendo in casa, Flavia trovò la nonna a fare sciarpe per linverno prossimo.

Non ti sei spezzata mormorò Anna, sollevando gli occhi.

Si strinsero le mani sul legno ruvido. Flavia pensava: E se avessi sbagliato tutto? Forse potevo resistere ancora?

Nessuno deve vivere in debito fisso. Se non cè reciprocità, non è amore. Ogni tanto, bisogna pensare a se stessi. E tu hai fatto bene.

Dunque, Flavia raccontò. Si rincorrevano, nella mente, i ricordi dei mille piccoli sacrifici: le uscite saltate per restare in casa, i sogni rinunciati per non disturbare, i soldi risparmiati solo per essere usati dalla famiglia di lui. Ricordava quante vacanze al mare aveva saltato per accontentare suocera e zii.

Non ha mai dato nulla, concluse.

E allora ora pensa a te.

Quella sera, nella stanza, avvolta nellodore di bucato, Flavia accese il telefono. Pioggia di messaggi, tutti a chiedere, a rimproverare. Non sentì dolore. Era tutto vento lontanissimo.

Cercò online: avvocato divorzista, come si fa a ricominciare dopo un matrimonio tossico. Prese appuntamenti. Decise. Non avrebbe chiesto scusa. Avrebbe vissuto. Da sola. Ma con la testa alta.

Andò al consultorio: Sto cercando me stessa. Voglio andare avanti.

Torni da suo marito?

No. Cerco una stanza tutta per me.

Dirlo fu come far riaffiorare la schiena dritta, forte, che non aveva mai conosciuto.

Quella sera, al tè con la nonna, Anna raccontava dei vicini, delle mucche, del figlio della signora Armida tornato da Milano. Flavia ascoltava col sorriso. Qui cera pace, anche nel rumore delle vecchie pentole.

Nonna, hai mai rimpianto le tue scelte?

Sì. Ma vivere secondo coscienza è la scelta che non ti lascia rimpianti. Fai così anche tu.

Flavia annuì. Sentiva la forza tornare. Sapeva che Giulio lavrebbe cercata ancora, che Marta avrebbe sparlato. Ma ora poco importava. Finalmente la sua vita era solo sua.

La mattina dopo il sole la svegliò dalle coperte. Uscì fuori: il ghiaccio pizzicava il viso, ma laria era limpida. Guardò i campi bianchi, la linea dei cipressi, e sentì calma. Fece un respiro.

Chiamò lavvocato.

Sono Flavia. Vorrei appuntamento.

Quando può?

Settimana prossima. Torno in città.

Va bene. Ha fatto bene, sa? Le donne forti esistono.

Grazie, rispose con un sorriso, e ripose il telefono.

Il vento del mattino fece vorticare la polvere di neve; la vide girare e volare via, oltre il cancello. Così percepì che anche il passato stava andando, lasciando spazio a una pagina bianca.

Congelerai, grugnì la nonna affacciandosi.

No, oggi no, Flavia la abbracciò. Resto qui ancora qualche giorno, posso?

Stai quanto vuoi. Mi fai compagnia.

Restarono così, sotto il cielo, in silenzio. Bastava quello.

Poi, nella notte, Flavia scrisse su un quaderno: Lista dei desideri. Uno: computer portatile. Due: corsi di programmazione. Tre: un viaggio al mare. E per ogni riga, si sentiva tornare.

La notte sognò di volare su città sconosciute illuminate dai fuochi dartificio. La sua nuova vita era lì, sotto le stelle fredde e luminose. Bastava solo allungare la mano.

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