Colpa d’altri

Colpa daltri

Bel paesino il vostro esordì la signora Valentina Petrini, non appena mise piede oltre la soglia, con quella faccia di chi pensa dessere capitata per errore a una sagra di paese invece che a casa di chicchessia. Io e lautista abbiamo girato mezzora per trovare questa vostra via! Il navigatore nemmeno la riconosce, pensa te.

Nina Venturi, che se ne stava sulla porta con un sorriso stampato, aveva la faccia di chi ne ha sentite e viste tante nella vita e ormai neanche si sposta più davanti alla maleducazione altrui.

Ma alla fine siete arrivata rispose semplice semplice. Entrate, signora Valentina. Avrete fatto un viaggio faticoso.

In macchina non mi stanco mai tronca secca lospite, anche se poi alla fine entra comunque.

Alta, elegante, porterà sui sessanta, capelli corti tinti color miele scuro, orecchini doro e lespressione di chi sa esattamente quanto vale, e non poco. Indossava un cappotto autunnale di quelle marche buone, grigio-blu, con bottoni grossi e brillanti. Nemmeno il pantano sulla strada, dopo la pioggia, era riuscito a infangare le sue scarpe tirate a lucido: cè gente che nella vita padroneggia la camminata come un sport olimpico.

Dietro di lei entrava anche suo figlio, Demetrio. Lungo così avrà preso tutto dalla madre , capelli scuri, faccia aperta ma lo sguardo di chi già si aspetta che la mamma dirà qualcosa fuori luogo.

Mamma mormorò piano , ti prego.

Ti prego cosa? Sto solo dicendo comè la situazione! Il navigatore non trova la via: mica è una critica.

Dalla cucina sbucò in fretta Caterina, che si asciugava le mani sul grembiule. Non era alta, aveva il viso rotondo, occhi scuri e due belle trecce raccolte dietro la testa. Sarà stata sui ventisette, bella di una bellezza che allinizio sembra semplice, ma poi ti rimane.

Buongiorno, signora Valentina! esclamò allegra, tendendo le mani per il cappotto.

Valentina mollò il soprabito con un attimo desitazione, come se temesse che lattaccapanni locale non fosse abbastanza affidabile.

Ciao Caterina, stai bene. Un po rustica, ma bene.

Caterina manco ci fece caso.

Grazie rispose sempre solare, come se avesse sentito solo la prima parte.

Nina incrociò lo sguardo della figlia. Occhio calmo, che avvertiva: «Tutto bene, ci penso io». Caterina annuì leggera e se ne tornò in cucina. Demetrio fece una spallucciata rassegnata, dietro la madre.

La casa di Nina era piccola, sì, ma calda. Calda era il primo pensiero di chiunque entrasse: vasi di gerani e violette alle finestre, tappeto intrecciato a mano nellingresso. Dalla cucina arrivava profumo di torta salata col cavolo e qualcosa di dolce cannella forse. In soggiorno, pareti con carta da parati chiara a fiorellini, ormai un po sbiadita, ma linda. In una mensola: libri e fotografie incorniciate.

Valentina Petrini entrò nel soggiorno scrutando tutto: il divano con la fodera scolorita, la libreria, le tende bianche, inamidate, con l’orlo ricamato.

È un po che non fate lavori, eh? commentò.

Dieci anni, credo fece Nina tranquilla. Sedetevi, che apparecchiamo in un attimo.

Non sono affamata. Abbiamo fatto sosta al bar della stazione.

Una tazza di tè, almeno. Fa sempre bene dopo un viaggio.

Demetrio si mise a sedere vicino alla finestra e guardò la mamma con una supplica muta. Valentina ignorò, come sempre quando qualcosa non rientra nel suo ordine cosmico, e si sedette dritta sul bordo del divano.

***

Il tavolo fu pronto dopo venti minuti. Caterina e la madre portarono dalla cucina la torta rustica, bella fumante, con verza e uovo, e piccole crostatine alle mele. Sistemarono sul tavolo anche la verza fermentata che da quelle parti si fa proprio così , i cetrioli sottaceto, patate bollite con prezzemolo, gelatina di carne, salame casalingo affettato. Tutto semplice e bello, sulla tovaglia bianca: niente di pretenzioso ma con tanto affetto.

Mamma, hai fatto pure la gelatina! mormorò Caterina, sinceramente stupita.

Lho messa su ieri sera replicò Nina senza far storie.

Valentina esaminò la tavola con occhio clinico e borbottò qualcosa.

Ha detto qualcosa? chiese Nina.

Dico solo che vivete proprio bene, voi di qui la voce piatta, ma quel bene suonava più come un rimprovero che un complimento.

Sì, siamo provinciali confermò Nina con un sorriso. Prenda una fetta, finché è calda. Dopo non è più la stessa.

Non mangio carboidrati tagliò corto Valentina. Devo mantenere la linea.

Forse un po di gelatina? La mia è ottima con il rafano.

Non mangio grassi.

Un cetriolino allora?

I cetrioli mi fanno gonfiare.

Caterina si fissò il piatto, Demetrio posò la forchetta.

Mamma disse piano, scandendo bene , per favore…

Ma che cè? Ho solo le mie abitudini, sarà permesso.

Nina non disse nulla. Si mise nel piatto un po di patate e una fetta di torta, mangiando con la calma serena di chi ormai ha smesso di farsi toccare da giudizi altrui.

Per un po fu silenzio. Si sentiva solo il rubinetto che gocciolava in cucina e fuori, il vento dautunno che faceva danzare le foglie nel giardinetto.

Caterina lavora sempre in quella azienda? chiese Valentina rivolta a Nina, come se Caterina non fosse presente.

Insegna. È maestra elementare, da quattro anni.

Maestra. Neanche con disprezzo, ma nemmeno con rispetto: solo come chi enumera un dato. Lo stipendio, in provincia

Mamma, ti prego…

Dico solo la realtà. Dopo il matrimonio vi trasferirete a Milano. Caterina dovrà arrangiarsi. Con un diploma provinciale sarà dura, glielo dico per correttezza.

Caterina sollevò la testa. Sguardo calmo, forse un po ferito, ma senza piagnistei.

Ce la farò, signora Valentina.

Si vedrà, sorseggiò il tè lospite, come nulla fosse.

E fu allora che qualcosa nellaria cambiò.

Nina Venturi depose la forchetta, con cura, senza rumore, e fissò Valentina con unintensità diversa. Non ostile, solo attenta, come di chi finalmente prende una decisione rimandata troppo a lungo.

Signora Valentina, da quanto non tornate a Girasole?

Valentina rimase sospesa a metà sorso.

Girasole? ripeté.

Sì, il paese, in provincia di Siena. Ci avete vissuto un tempo, prima di venire a Milano, no?

Il silenzio in casa si fece profondo, tanto che pure il vento fuori sembrava trattenere il fiato.

Io Valentina posò il bicchiere. Come?

Vengo da lì anchio, disse Nina semplicemente. Ma forse non vi ricordate. Ero solo una ragazzina. Ma la mamma, sì. Si chiamava Zinaida Morlotti. Era la contabile del consorzio locale.

Valentina non distolse lo sguardo, ma qualcosa le cambiò in faccia, come quando ti manca la terra sotto i piedi e ancora non cadi, ma ti rendi conto che non hai più nulla sotto.

Zinaida no, non mi dice nulla rispose tiepidamente.

Eppure io ricordo tutto.

***

Demetrio guardava la mamma, Caterina le mani. Nina Venturi parlava piano, senza toni melodrammatici, a modo di chi racconta un vecchio dolore digerito ma mai dimenticato.

Mia madre è stata al consorzio ventanni. Precisa da far paura, nemmeno un centesimo mancante. Poi, nell89 vi ricorderete, tempi strani quelli sparirono soldi dalla cassa. Una cifra allora enorme. Mia madre, che era responsabile in quel periodo, la incolparono subito.

Nina si fermò.

Indagini lampo: tutto crollava, processi a raffica, avvocati nemmeno a parlarne. La condannarono: tre anni dentro. Era forte, mia madre, ne uscì dopo due anni e mezzo che era unaltra donna. In prigione non si sta e basta, in prigione ci si rompe. Fu fuori per altri quattro anni. Morta a cinquantuno. Crepacuore? Fosse stato solo quello. La macchia non glielhanno mai tolta. È rimasta nella memoria di tutti quella che aveva rubato.

Silenzio, come quello che si sente prima di un temporale.

Ma non aveva rubato lei, proseguì Nina. Fu tutta opera di unaltra donna. Giovane, non sposata, con una gran voglia di scappare dalla provincia. Le servivano soldi per cominciare altrove. E li prese. E per non farsi trovare, fece ricadere il sospetto su mia madre. Basta saperne un po di contabilità e torni i conti per chi vuoi.

Valentina sedeva rigida. Bianca.

Qual è laccusa? chiese, la voce diversa, non più superba, quasi spaventata.

Nessuna allusione. Ve lo dico chiaro.

Non avete prove.

Le ho, ribatté la padrona di casa, alzandosi.

Andò nella stanza accanto, si sentì aprire e chiudere un cassetto. Tornò con una busta antica, legata con uno spago, tutta ingiallita. La mise sul tavolo, davanti allospite.

È una lettera. Lha scritta una donna, Antonietta Sironi. Lavorava con voi e con mia madre. Morta tre anni fa. Prima di morire, chiese di far recapitare questa lettera a me. Sapeva come erano andate le cose. Tacque trentanni, dalla paura. Ma prima di morire non ce la fece più.

Demetrio guardava la madre, Caterina neanche respirava.

Mamma mormorò Demetrio.

Valentina non rispose. Guardava la busta. Le mani le si contraevano e rilassavano sulle ginocchia, come a voler trattenere qualcosa o abbandonarlo.

Prendete. Leggete disse Nina.

Nessun gesto.

Non leggo la posta degli altri.

Non è degli altri. Parla di voi. E di mia madre.

Silenzio lungo. Poi Valentina alfine prese la busta, la tenne in mano senza aprirla.

Lo avete fatto apposta. Aspettavate che arrivassimo, e…

Ho aspettato trent’anni la interruppe Nina, senza rabbia, solo stanca. Pensavo: a che serve parlarne ai morti. Solo a farci più male. Poi siete arrivata. E la prima cosa è stata spiegare a mia figlia perché non sarebbe mai stata degna del vostro Demetrio: troppo provinciale, diploma da niente, tavola da poverelli. Allora ho capito che non potevo più tacere. Perché anche mia madre non era mai stata abbastanza: mai abbastanza ricca, mai abbastanza difesa per essere protetta da qualcuno.

La voce non tremò. Che era ancora peggio di urlare.

***

Demetrio si alzò e andò alla finestra, si appoggiò con la fronte al vetro freddo. Fuori piovevano le ultime foglie dalle mele cotogne, bagnate e rosse sullerba scura.

Mamma disse senza voltarsi. Dimmi che è una bugia.

Silenzio.

Mamma…

Demetrio, io

Dimmelo, ripeté, e nella voce non cera rabbia, solo una richiesta feroce, disperata.

Valentina abbassò la testa.

Caterina lasciò silenziosa la stanza, si sentì lacqua corrente in cucina. Nina stette seduta al suo posto.

Non voglio distruggere la vostra famiglia disse ora più piano . Né quello che cè tra Caterina e Demetrio. Loro si amano, si vede. Ho voluto solo che sapeste da dove arrivava tutta questa serenità vostra.

Valentina aprì la busta lentamente.

Dentro, una lettera scritta a mano, due pagine in grafia grande e tremolante. Lesse a lungo, due volte. Poi lasciò i fogli sul tavolo e li fissò.

Antonia mormorò . Antonia alla fine lha detto.

Non lo aveva detto a nessuno, lo aveva detto solo a sé stessa, quasi di nascosto.

Quindi sapevate che lei sapeva, disse Nina.

Nessuna risposta.

Il vento fuori riprese forza, le violette dondolarono sul davanzale. Laria odorava di torta raffreddata, e dautunno.

***

Fu una sera lunga.

Demetrio e Caterina uscirono a camminare anche se piovigginava e faceva freddo, sentivano il bisogno di stare soli e le due donne in casa lo capirono senza bisogno di parole.

Nina sparecchiava; Valentina non si alzò dalla sedia. Non si offrì di aiutare, e Nina non glielo chiese.

Avevo ventisei anni disse Valentina, quando Nina rientrò dalla cucina. Non è una scusa, sia chiaro. Ventisei anni, ed ero in quel buco, e sapevo che se non scappavo entro uno-due anni, cero finita per sempre. Si resta intrappolati: prima le caviglie, poi le ginocchia, poi più nulla. Vedevo le mie amiche: sposate con il macellaio o il cassiere del supermercato, figli, vecchie di testa a trentanni. Non volevo così.

Tutti sognano una vita migliore rispose Nina, senza durezza.

Non lho pianificato quel che ho fatto. È successo. Vidi le chiavi della cassa lasciate da Zinaida. Lei uscì, via mezzora. Presi i soldi. Poi capii che se scoprono subito, mi beccano. Ho spostato i documenti, fatto risultare che il buco era venuto fuori in altro periodo. Pensavo che tanto, con una revisione facevano casino, ma poi si chiudeva, nessuno pagava. Non mi è mai venuto in mente che finiva dentro.

Ma poi lavete capito.

Sì. Quando è stata arrestata, ero già a Milano. Mi dicevo che niente era provato, che forse sistemavano tutto. Mi sono auto-convinta per mesi.

Quanto ci avete messo a convincervi?

Pausa.

Anni, ammise Valentina. Il primo fu orribile. Dopo… il lavoro ti risucchia. Mutuo, poi Demetrio. Non ho dimenticato. Ma ho imparato a non pensarci.

Non è capacità da tutti disse Nina.

Quelle parole bruciavano più di un insulto. Valentina se ne accorse.

Mi odiate, mormorò.

No rispose dopo un momento la padrona di casa. Credevo che avrei odiato, quando scoprì la verità. Mi arrabbiavo, e aspettavo il giorno. Ma ora… mi fate pena, sinceramente.

Pena?

Avete vissuto trentanni così. Non so che significa, e non vorrei scoprirlo.

Orologio che ticchetta dietro la parete, i rintocchi che annunciano sera: sette, otto, nove. Nina si versò il tè e si sedette dallaltra parte del tavolo. Non per parlare ancora, solo per stare a sedere, come si fa dopo una lunga giornata.

Mia madre vi nominava spesso, sapete? disse improvvisa Nina. Anche dopo, una volta uscita. Diceva: «Valeria Petrini è a Milano, tutti dicono che sta a posto». Mai con invidia. Non era tipo da odiare. Non è un rimprovero, solo un dato.

Valentina chiuse gli occhi.

Mi ricordo il nome, adesso. Zinaida sinterruppe. Portava sempre in ufficio una marmellata di prugne…

Sì, quella la facevamo dagosto, con la prugna dellorto. Una pianta grossa che la chiamavano la regina.

Qualcosa in quel piccolo ricordo fece crollare la Valentina granitica: non pianse, non era tipo, ma il viso le si raggrinzì come una bambina e guardò fuori dalla finestra.

Nina non guardò. Si alzò, andò a fare del tè, lo posò davanti allospite senza dire altro.

***

Demetrio e Caterina tornarono tardi, fradici e con le guance rosse dal freddo. Scivolarono piano in casa, si scambiarono unocchiata dintesa. In soggiorno cera solo la lampada accesa. Valentina davanti alla finestra, Nina sulla poltrona a lavorare a maglia.

Siete vivi? chiese Caterina.

Più o meno rispose Nina, sorridendo.

Demetrio si sedette vicino alla madre, le prese una mano. E lei la lasciò fare.

Torni a casa stasera? domandò.

No. Domattina.

Va bene.

Caterina portò i pasticcini dalla cucina, ormai freddi.

Ne vuole uno, signora Valentina? chiese con una gentilezza pura.

Lei guardò i dolci, ne prese uno, piccolo, dorato con la mela.

Buoni, disse quasi divorando laggettivo, senza rivolgersi a nessuno.

Li fa la mamma. Daltra parte, ventanni in panificio…

Nina fece una smorfia:

Le mani si ricordano, ormai vanno da sole.

Valentina masticava e guardava il giardino buio, dove il vento faceva volare le foglie bagnate. Nessuno pensò di chiederle a cosa stava pensando.

***

Quella notte, Valentina Perniti dormì nello stanzino degli ospiti: un letto metallico, copriletto ricamato, tenda bianca e odore di lavanda e legno.

Non dormì granché. Fissava il soffitto.

Pensava a Zinaida Morlotti, alla marmellata di prugne, a quei minuti in cui aveva lasciato le chiavi della cassa. Dove era andata? A fare due chiacchiere con qualcuno? No, non fumava. A prendere lacqua calda per il tè, forse. Ricordo inutile, eppure tenace.

Pensava ancora al suo appartamento milanese, grande, tre locali, in quartiere signorile, comprato con quei primi soldi che con gli anni si erano moltiplicati, cambiando e passando da un investimento allaltro. Non era più la stessa casa, i soldi erano diversi ormai, eppure

Al mattino, finalmente, si addormentò. Sognò una donna che camminava per una stradina di paese con i secchi sullarchetto: il viso sereno, luminoso, di chi ormai non deve più temere nulla.

***

A colazione, quasi nessuno parlava. Nina preparò uova con pomodori e tagliò il pane. Demetrio buttava giù un caffè in silenzio. Caterina cercava di ravvivare la situazione chiacchierando del tempo e che la signora Giulia in fondo alla strada aveva una dalia ancora fiorita a ottobre un vero miracolo.

Valentina mangiava le uova, poi del pane ancora.

Signora Nina, disse improvvisa.

Laltra alzò lo sguardo.

Qui avete qualche associazione. Che aiuti persone in difficoltà. Malati, bambini, non so.

Nina ci pensò.

Cè il fondo parrocchiale, gestito da Don Michele. Persona retta, si può stare tranquilli.

Bene, disse Valentina, senza aggiungere altro.

Demetrio guardava la mamma, poi Nina, poi di nuovo la mamma. Non disse niente.

***

Tre settimane dopo quella visita, Valentina telefonò a Nina Venturi. Era sera, Nina stava lavorando a maglia davanti alla tivù.

Sono io, disse Valentina, e la voce era diversa, non più la stessa di prima.

Ho sentito, rispose Nina.

Ho fatto un bonifico al fondo di Don Michele. Una cifra non poca. Non tutto quello che avrei dovuto, ma per cominciare va bene.

Nina tacque un istante.

Bene, rispose.

Non vi chiedo di perdonarmi. Magari non è nemmeno possibile. Ma ci tenevo che lo sapeste.

Lo so.

E unaltra cosa. Pausa. Ho lasciato la direzione. Era tutto regolare, ma sono stanca. Ho deciso sarà ridicolo: di provare a lavorare in panetteria. Una piccola, artigianale. Prendono anche persone della mia età. So fare, anni fa già lavoravo…

Lo so la interruppe Nina. Anche le mie mani se lo ricordano. È un buon mestiere.

Non ridete.

No.

Silenzio lungo. Poi Valentina piano:

Non so se si può rimediare. Non credo. Ma non posso più vivere fingendo. Qualcosa, dentro, si è rotto.

O forse si è aggiustato, propose Nina.

Pausa.

Forse, ammise Valentina.

***

Il matrimonio fu a dicembre. Cate e Demetrio si sposarono in municipio, con una breve cerimonia semplice, come volevano loro. Poi tutti a casa di Nina, una ventina di persone tra parenti e amici, niente sfarzo. Arrivarono anche un paio di amici di Demetrio da Milano.

Valentina venne da sola, col regionale. Portava in mano un mazzo di crisantemi bianchi, comprati alla stazione. Entrò e Nina le aprì la porta. Si scambiarono uno sguardo.

Buongiorno, disse.

Buongiorno. Entrate.

Dentro, il profumo questa volta era di torta salata con riso, carne e uova. Il geranio in fiore, rosa acceso. A tavola Valentina sedette vicino a Nina. Parlarono poco, senza la pesantezza di prima. Demetrio osservava la madre: cera qualcosa in lei di diverso, qualcosa nel modo di occupare lo spazio. Come se fosse diventata più piccola, ma in senso positivo.

Quando gli sposi danzarono il primo valzer, Nina e Valentina stettero appoggiate al muro a guardarli.

Bellissima coppia, osservò Nina.

Sì, riconobbe Valentina. Solo sì.

Caterina rideva col capo allindietro, leggera nel suo vestito semplice, panna con un collettino di pizzo e capelli sciolti. Una bellezza evidente.

Nina, disse Valentina, non ho mai pensato davvero cioè, non credevo che mia azione mettesse in carcere qualcuno. Che serva saperlo. Non è una scusa, ma

So che non lha pensato fino in fondo, rispose Nina. La gente, quando ha paura e desidera tanto altro, pensa poco alle conseguenze.

Non basta.

No, non basta.

Siete una persona schietta.

Non ho mai avuto tempo per girarci intorno, sorride Nina.

Sapete, io invece sono sempre stata brava a parlare col giro di parole. Ma quello che cera dietro meglio evitar di guardare.

Finito il valzer, Nina fu trascinata dagli amici nel ballo, ridendo. Valentina restò appoggiata al muro sola, guardando i volti, la tavola, le candele accese nei bicchieri, Caterina che sorrideva, Demetrio che la guardava come se avesse appena trovato il suo tesoro.

E qualcosa, dentro di lei, che per anni era stato stretto come un pugno, si allentò un po. Non del tutto, forse mai del tutto. Quanto basta però per respirare meglio.

***

Vennero poi la sera e la notte; finiti i festeggiamenti, si sparecchiava tutti insieme: Cate, Demetrio, Nina e sorpresa anche Valentina, che prese uno strofinaccio e si mise a pulire il tavolo senza un fiato.

Non dovete, le fece Caterina.

Lo so. Ma lasciami stare, fammi lavorare.

Caterina lanciò uno sguardo di intesa a Demetrio, che rise sotto i baffi.

A notte fonda, quando tutto fu in ordine e i ragazzi andarono di sopra, Nina uscì sul portico. Dicembre era mite, niente neve, solo buio e aria frizzante. Le stelle luccicavano.

Valentina la seguì, stette al suo fianco.

A che ora avete il treno? chiese Nina.

Alle sette.

Vi accompagno.

Non serve.

Vi accompagno, ribadì Nina, tranquilla.

Silenzio. Dal giardino venne il rumore di un rametto spezzato, forse un gatto, forse un uccello.

Comè il forno? domandò Nina.

Faticoso, ammise Valentina. Mi alzo alle quattro, le mani mi si ribellavano. Ora va meglio. Il pane viene.

Il pane è buon segno.

È bello perché è essenziale, disse Valentina, quasi sollevata. Farina, acqua, sale, calore. E tempo. O viene o non viene. Senza giri di parole.

Vivere semplice è molto più difficile di quel che sembra.

Solo ora lo capisco.

Un altro silenzio. Il giardino al buio. Il cielo sopra quel piccolo paese sconosciuto a Google Maps.

Nina, vorrei chiedervi una cosa. Pensate che potrete, non dico subito ma insomma, potreste mai…

Cosa?

Perdonarmi.

Pausa lunga. Nina guardava le stelle.

Non lo so rispose poi, senza bugie. È una parola grossa. E non voglio dirla solo per alleggerirvi. Sarebbe ingiusto, anche verso mia mamma.

Capisco.

Ma una cosa la so continuò Nina. Non voglio portarmi dietro rabbia a vita. Mia mamma è morta giovane; non fu solo per il dolore, il cuore è il cuore. Ma vivere col rancore brucia. Ho visto la gente sprecarsi così. Io non voglio.

E allora, cosa volete?

Solo vivere rispose Nina. Ho sistemato mia figlia, vostro Demetrio è un uomo buono, si vede. Caterina è felice, oggi rideva e ho pensato: mamma ne sarebbe stata felice. Questo mi importa. Il resto si vedrà.

Lo sarà disse Valentina, e stavolta non era una certezza, ma una preghiera, forse una promessa.

Nina la guardò semplice, senza giri di parole.

Forse sì.

Stavano lì insieme sullingresso della vecchia casa, due donne non più giovani coi loro macigni addosso, sotto il cielo gelido di dicembre, e in quel silenzio cera qualcosa che non andava spiegato: né riconciliazione, né perdono, né amicizia. Solo qualcosa di vivo. Di caldo. Come il pane dal forno. Come la marmellata di prugne, di quelle ormai perse.

***

Tornerete ancora? chiese Nina, allalba, mentre camminavano in silenzio verso la stazione, tra i vicoli ancora assonnati, calpestando le ultime foglie per terra.

Valentina ci pensò un attimo.

Se mi invitate, rispose.

Nina annuì.

Vi inviterò.

Camminarono accanto, mentre il paese si svegliava senza fretta, senza traffico e senza metropolitana. Qualche luce si accese alle finestre, un cane abbaiò, odore di fumo dai camini.

La stazione era minuscola, due panchine in banchina, un orologio vecchio sulla facciata. Il regionale era già al binario.

Allora fece Nina.

Allora fece Valentina.

Non si abbracciarono. Si guardarono solamente negli occhi, e bastava.

Il treno partì. Valentina restò al finestrino, a guardare il piazzale che si allontanava, la figura scura sotto il portico immobile che la guardava.

Chiuse gli occhi.

Alle quattro tocca svegliarsi. Farina, acqua, sale, calore. E tempo. O viene o non viene.

Pensò che, sì, forse stavolta, sarebbe venuto.

Rate article
Add a comment

;-) :| :x :twisted: :smile: :shock: :sad: :roll: :razz: :oops: :o :mrgreen: :lol: :idea: :grin: :evil: :cry: :cool: :arrow: :???: :?: :!:

one × 2 =