Il cassetto inferiore del suo comò

Il cassetto di sotto del suo comò

Martina, hai perso di nuovo qualcosa?

Rosa Gualtieri stava in piedi sulla soglia della cucina, avvolta nella sua vestaglia di flanella a fiori rosa. La faccia, sempre buona e un po sgualcita la mattina, aveva unespressione di tenera fatica. La voce era bassa, quasi premurosa.

Io non ho perso niente, rispose Martina, senza voltarsi. Versava il caffè sperando che la tazza non le si frantumasse tra le mani.

È solo che ho trovato questo in corridoio. La suocera poggiò sul tavolo un bottone spaiato, appartenuto a un vecchio cappotto che Martina aveva regalato lanno prima. Magari era tuo?

No, non è mio.

Mah, non saprei. Rosa sospirò, si sedette su uno sgabello. È che ultimamente sparisce di tutto, e io mi preoccupo.

Andrea arrivò in cucina, la camicia allacciata sbagliata e la faccia ancora imbambolata; allungò la mano verso il pane.

Buongiorno, ma. Le diede un bacio sulla guancia. Che succede?

Mah, tua moglie perde sempre tutto, glielho già detto.

Martina, Andrea neanche la guardò, però dovresti stare un po più attenta alle tue cose. Poi ci rimani male.

Non ho perso niente.

Si versò il tè, si fece un panino e sparì di nuovo. Rosa guardava fuori dalla finestra come se in casa non ci fosse più nessuno.

Martina finì il caffè. Meticolosamente posò la tazza nel lavandino. Tornò in camera.

Chiuse la porta.

Così iniziava una mattina qualunque.

***

Si erano sposati tre anni prima, a maggio, con i castagni in fiore e unaria di possibilità dappertutto. Andrea era intelligente, affidabile; lavorava in uno studio di ingegneria. A Martina era sembrato di aver trovato finalmente la serenità: un tipo tranquillo, una roccia, niente nottate fuori con gli amici, niente scenate di gelosia o urli. La sua amica Alessandra diceva ma che noia, sembri sposata con la carta didentità!. Martina ci rideva su.

Lappartamento era spazioso, tre stanze, zona tranquilla. Andrea aveva avvertito subito: Restiamo con mia madre giusto il tempo di mettere da parte abbastanza per un mutuo, massimo un anno, due al massimo. Martina aveva accettato senza troppe remore. In fondo, pensava, così si fa; in Italia la nonna in casa non è una tragedia. Rosa Gualtieri le era sembrata una signora normale: un po alla vecchia maniera, un po riservata, ma civile.

Si sbagliava.

Non che la suocera avesse tirato fuori subito le unghie. Troppo furba, Rosa. Mai una voce alta, mai una sgarbatezza palese. Era solo presenza costante, come una goccia che cade ininterrotta, che scava piano, giorno dopo giorno.

Martina aveva iniziato a insospettirsi dopo un mese dal matrimonio. Prima sparì un balsamo per labbra robetta. Ne comprò un altro, fine. Poi fu il turno delle cuffiette. Boh, magari si sono infilate dentro il divano, si era detta. Poi sparirono degli orecchini cui teneva moltissimo, regalo della nonna poco prima che se ne andasse: semplici, dambra, quasi banali, ma legati a un ricordo sacro.

Li cercò due giorni. Scombussolò la stanza, aprì ogni sportello.

Niente.

Quando lo disse ad Andrea, lui scosse la testa.

Di sicuro li hai messi da qualche parte e non ti ricordi, sei sempre un po dispersiva.

Mi ricordo benissimo, li avevo lasciati nel portagioie, quello sulla mensola.

Dai, magari non li avevi nemmeno tolti.

No, sono sicura.

Quella sera, Rosa guardava la TV in soggiorno bevendo la camomilla. Martina uscì dalla camera un po stravolta. La suocera alzò la testa:

È successo qualcosa?

Sono spariti gli orecchini della nonna.

Ah, gli orecchini. Rosa annuì saggia. Sai, una mia vicina era come te: dimenticava ovunque le cose. Il medico le aveva detto che era lo stress. Succede spesso alle donne giovani, sapessi La memoria va per aria, se lavori troppo.

Fine. Niente sarcasmo, niente pettegolezzi. Solo interesse.

Martina tornò in camera e guardò il soffitto a lungo, cercando di capire perché quella conversazione la facesse sentire come se lavessero chiamata scema in modo molto educato.

***

Tre anni bastano e non bastano per conoscere davvero una persona. Martina, in tre anni, aveva imparato la mappa di Rosa Gualtieri. E più la esplorava, meno le piaceva.

Donna colta, Rosa, ex impiegata in amministrazione, pensionata da poco: ora gestiva la casa, rimuginava davanti alla TV e organizzava la vita del figlio. Questa era la sua vera occupazione, anche se lei diceva: Mi preoccupo solo, sono madre!

Andrea, figlio unico. Il padre, un vago signore con nome svanito negli anni, se nera andato quando Andrea aveva nove anni. Rosa aveva tirato su il piccolo Andrea da sola. Mai un lamento. Mai un quanto ho sofferto. Però: Mi ricordo quando facevo tre lavori per portarti a calcio. O Io, per te, ho rinunciato a tutto. Lo diceva con calma, ma quelle parole pesavano come una carbonara a ferragosto. Dopo quei racconti, Andrea diventava un agnellino con la mamma, lontano invece con la moglie.

Martina per anni non aveva saputo dare un nome a quello che succedeva. Era come un puzzle con i pezzi giusti ma limmagine storta. Rosa Gualtieri cucinava, puliva, faceva perfino dei complimenti: Martina, hai bei capelli!. Ma subito dopo: Peccato rovinarli con quel balsamo che puzza tutto il bagno.

Questa roba aveva un nome, Martina lo scoprì su internet: violenza psicologica domestica. Rilesse la definizione cinque volte, spaventata da quanto fosse accurata.

Manipolazioni tramite malattie: se Martina chiedeva a Andrea di stabilire delle regole in casa, ecco che la pressione di Rosa schizzava misteriosamente. Niente isterismi, solo Scusatemi, non sto bene, mi stendo un attimo. Andrea correva da mamma, dimenticando tutto il resto. E poi, la notte, di fianco a Martina: Non potevi aspettare? Guarda come sta.

Gaslighting. Brutta parola, ma precisa: ti convincono, a goccia, che sei smemorata, ansiosa, svanita. Tre anni, e Martina iniziò a dubitare di sé. Era davvero così?

Ma sugli orecchini, no. Lì lo ricordava.

***

Le cose perse aumentavano: dopo gli orecchini sparì la sciarpa di lana pregiata, regalo di compleanno; poi un profumo nuovo, poi un libricino di poesie che teneva accanto al letto con le sue buffe note a margine. Peggio: sparirono delle carte importanti niente di drammatico, ma appalti, ricevute, appunti di lavoro. Sempre robette, ma ciascuna una coltellata ai nervi, una mezzora in più di stress.

Martina era designer freelance, lavorava bene, aveva i suoi clienti fissi; quello era il suo mondo indipendente dove Rosa non poteva mettere becco, almeno non direttamente. Ma pure lì, a modo suo, ci si infilava: Scusa cara, ho staccato il modem, che si surriscaldava! O domande stile quiz proprio mentre una call importante. Niente di tragico, ma sempre a dare fastidio.

E poi la chat con Andrea. Martina spende troppo per i programmi di lavoro? Ieri era di cattivo umore, dovresti dirle qualcosa? E Martina capiva da dove venivano quei commenti, anche senza bisogno di detective.

Lei aveva provato a parlarne col marito.

Gli raccontò tutto: gli orecchini, le sparizioni, le osservazioni casuali sulla sua confusione. Andrea lascoltava serio, meglio del previsto. Ma alla fine disse, con aria pedagogica:

Marti, capisco che per te sia pesante, ma non starai un po esagerando? Mamma è una brava persona.

Brava persona? E allora? Le robe spariscono!

Le cose capita che si perdano

A quel punto Martina capì che in casa era sola. Non sola sul serio: sola dentro.

***

Cè stato un periodo in cui si era quasi rassegnata. Non che lavesse accettato, ma smise di lottare: lavorava, evitava Rosa quanto poteva. La sera ogni tanto chiamava la madre o Alessandra, ma di sfuggita: non voleva che lamica mettesse croce su Andrea, che tutto sommato le piaceva ancora. Era doloroso: come fai ad amare uno che non ti difende? Ma lo amava. Intelligente, gentile, lavoratore, fedele. Solo cieco, lì dove non doveva esserlo: sulla madre.

Quando Rosa andava dalla parrucchiera o dallamica, restavano da soli. A volte erano di nuovo una coppia vera. Ridevano, cucinavano, Andrea diventava luomo che Martina aveva scelto. Se solo

Se solo foste usciti da lì.

Ed è per questo che Martina si attaccava alla promessa del mutuo. Risparmiavano entrambi, sul serio, anche se ci voleva pazienza. Guardavano annunci, facevano conti. Ancora un anno, massimo due. Era come il faro in fondo allautostrada.

Poi arrivò il mega-lavoro.

***

Unazienda grossa del settore arredamento, catena di negozi: volevano rebranding, logo, visual, banner, template, il pacchetto completo social. Tre mesi di lavoro. Il compenso era, nella mente di Martina, chiamato il salvagente. Con quei soldi si poteva finalmente andare via, pagare la caparra per una casa tutta loro, niente più convivenza forzata.

Lavorò notte e giorno, sola: tutto perfetto, ogni file rivisto e sistemato allossessione. Il cliente entusiasta, Brava Martina! nelle mail. Lei, per la prima volta da mesi, quasi felice: qui le regole le faceva lei.

Confezionò il progetto su una chiavetta, come richiesto dallazienda: lì non volevano il cloud per protocollo. La chiavetta, con tutto il lavoro, la mise nella tasca della borsa lavoro. Incontro fissato per lindomani.

La mattina la chiavetta era sparita.

Martina rimase in piedi nel mezzo della stanza guardando la borsa vuota. Poi cercò con calma, disperatamente metodica: scrivanie, tasche, ripiani, ovunque. Nulla.

Ricordava benissimo: la sera precedente la chiavetta cera, aveva chiuso tutto e poi era andata in cucina a bere una tisana.

Con Rosa in cucina.

Martina chiuse gli occhi. Li riaprì.

Chiamò il cliente, spiegò tutto, chiese di rimandare lappuntamento. Lui acconsentì, ma con la voce da proviamo a non fare questa figura?. Martina capì.

Chiamò Alessandra.

Alessandra ascoltò in silenzio, poi:

Sei sicura?

Sì, che la chiavetta era nella borsa sì. Ma senza prove

E i file?

Qualcosa riesco a ricostruire, ma i finali veri erano solo lì. Mi serviranno due giorni almeno. Io ne ho uno.

Alessandra restò silenziosa.

Marti, è una vita che mi dici che sospetti di lei. Ma ora, sei sicura sicura?

Non ne ho la prova, quello è il problema.

E Alessandra, piano:

E se le prove te le vai a cercare?

***

Lidea laveva trovata la stessa Alessandra online: un forum di donne esasperate dai furti in ufficio. Usavano una polvere invisibile tipo marcatore fluorescente che si illumina sulle mani al contatto. Non macchia, non lascia odori, ma rivela chi ha toccato. Polvere da ferramenta, roba normale.

Troppo complicato, commentò Martina.

No, insistette lamica. Spolveri la chiavetta e pure il cassetto del comò. Se Rosa tocca, le mani si colorano. Semplice.

Ma dove la chiavetta?

Il comò di Rosa, quello vecchio in camera sua! Mi hai detto mille volte che lì dentro recuperava delle cose scomparse.

Martina lo ricordava. Lanno prima aveva visto Rosa rovistare, il cassetto di sotto mezzo aperto. Intravisto il suo libro sparito settimane prima. Poi Rosa aveva richiuso di scatto.

Ma non aveva mai fatto niente. E poi, che succede? Scandalo? Negazioni? E Andrea travolto tra moglie e mamma?

No. Non era ancora arrivato il momento.

Ma ora sì, perché cerano la chiavetta, il lavoro, il denaro. E Martina sentiva che oltre non poteva più andare.

Ok, disse a bassa voce. Ma serve tempo, e farlo bene.

***

Il marcatore si trovava in ferramenta: bustina da pochi euro, marcatore per attrezzi, rosa fluorescente. Il commesso, un ometto con i baffi, spiegò: Si usa per segnare gli strumenti, basta un tocco e tinge la pelle. Colore sparisce lavando le mani venti minuti. Non macchia nulla.

Martina lo comprò e tornò a casa, stringendo la bustina in tasca.

Rosa usciva ogni mattina verso le undici, sempre con la borsa della spesa (anche se non serviva niente: il giro dai negozi era una missione sociale). Unora fuori, come da copione. Andrea al lavoro.

Loccasione.

La mattina dopo, Martina aspettò che Rosa uscisse, finse di nulla. Poi sgattaiolò nella camera della suocera, cuore in gola.

Stanza perfettamente ordinata: letto rifatto, tende inamidate, pile di riviste. Il comò depoca, scuro, con le maniglie di ottone. Si avvicinò, si inginocchiò.

Aperse il cassetto di sotto. Scricchiolio.

Dentro, fazzoletti da signora, piegati a regola darte. Ma sotto, una scatolina di latta. La chiavetta era lì, azzurra, col portachiavi a forma di gatto che Martina aveva preso a Venezia.

Si sentì svuotata, come se tutto dentro si fosse sbriciolato.

Non la prese. Si fermò per un attimo. Se lavesse portata via subito, sarebbe stato il caos ma senza prove. Non so di cosa parli, Non lho mai vista. Andrea, di nuovo tra moglie e mamma.

No.

Martina estrasse la bustina, una minuscola pennellessa. Tamponò la polvere invisibile ai lati della chiavetta e sulla chiusura della scatolina.

Chiuse tutto, uscì, si appoggiò al muro per riprendere fiato.

***

La giornata passò lenta come il traffico sul raccordo il venerdì sera. Martina faceva finta di lavorare, intanto origliava ogni minimo suono.

Rosa tornò alle 12, cucinò rumorosamente. Poi si mise davanti alla TV. Tutto normale.

Andrea rientrò alle sette, si fermò a tavola col telefono. Martina andò in cucina.

Andrea, disse, serenissima (ci aveva lavorato tutto il giorno sulla voce). Dobbiamo parlare tutti e tre, a cena.

È successo qualcosa?

Mi è sparita la chiavetta con il lavoro.

Andrea la guardò, preoccupato ma anche stanco.

Quando?

Due sere fa. Voglio parlarne stasera.

Lui annuì, colpito dal tono. Sapeva sotto sotto che stavolta era diverso.

***

A cena, alle otto. Rosa aveva apparecchiato: minestrone e polpette. Tutto normale: tre piatti, pane, sale. Rosa parlava delle offerte della coop, Andrea zittissimo. Martina anche, finché non finì il minestrone.

Rosa, disse Martina, mi è sparita una chiavetta usb.

La suocera sollevò la testa; faccia da Beata Ignorante.

Ancora? Dai, Martina!

Ancora.

Tesoro, con tutto quello che hai per la testa Sarà da qualche parte.

Ho già cercato.

Succede, sai? Io non trovo mai gli occhiali, e ce li ho sul naso. Lo stress, Martina.

No. Non è lo stress.

Il tono bloccò Rosa. Negli occhi, per un secondo, passò qualcosa: diffidenza, forse paura.

Che vuoi dire?

Andrea chinò il cucchiaio.

Vorrei chiedervi un favore, disse Martina, alzandosi verso il mobile. Finite le tovagliette di carta. Puoi prenderne dal comò, Rosa? Ce nè un pacco in fondo, lho visto stamattina.

Era vero. Ce laveva messo lei apposta, unora prima.

Rosa la guardò dubbiosa, poi si avviò in corridoio. Martina sentì il cigolio del cassetto di sotto. Una pausa troppo lunga per un pacchetto di tovaglioli.

Tornò al tavolo, appoggiò il pacco di carta.

Ecco. La voce quasi offesa.

Grazie, replicò Martina. Mi passi il sale?

Andrea guardò la madre.

Rosa prese la saliera.

Fu lì che Andrea vide le mani: palme fucsia, compatte, come appena uscite da una bancarella a Carnevale. Destre e sinistre, ben marcate. Limpronta era perfetta là dove si prende una chiavetta.

Si fermò.

Rosa abbassò lo sguardo, finalmente vide il colore.

Che succede? sussurrò Andrea.

Polvere marcatrice, spiegò Martina. Lho messa sulla chiavetta. Si tinge col calore della pelle.

Silenzio.

Quindi hai preso la chiavetta, disse Andrea alla madre. Non era una domanda.

Andrea… la voce di Rosa, stranita, con una crepa, e Martina quasi ne fu dispiaciuta: quel tono era nuovo anche per lei.

Perché hai preso la chiavetta, mamma?

Volevo solo vedere che teneva in giro… È casa mia. Ho il diritto.

Casa tua, eh…

Andrea, non mi sento bene, la testa mi gira…

Mamma.

Giuro, mi manca il respiro…

Andrea non si mosse. Rimase a fissarla. Per lui era linizio di qualcosa. Non si era più fiondato da mamma, non subito.

Apri la scatolina, disse allimprovviso.

Quale…

Nel cassetto sotto del comò. Quella che hai appena aperto. Aprila ora, davanti a me.

Andrea, ti prego, sto male, tu non capisci…

Mamma! questa volta il tono era un comando.

***

Andarono tutti insieme, in silenzio: Andrea, Martina, Rosa. Questultima appoggiata al muro, con landatura di chi vuole far finta di svenire. Andrea non la toccò.

Il cassetto inferiore venne aperto. Fazzoletti stirati. La scatolina di latta.

Andrea la tirò fuori. Le dita colorate. La aprì.

Restò a fissarla alcuni secondi, poi si raddrizzò.

Dentro: la chiavetta col gatto di Venezia, gli orecchini dambra, la sciarpa di lana, il profumo, il libro delle poesie, le carte. E altre cosine minori che Martina riconobbe solo dopo: una vecchia forcina, unagendina, chissà cosa ancora.

Tre anni di roba.

Andrea rimise via tutto, chiuse. Si tirò su.

Chiamo lambulanza? chiese Martina.

Andrea annuì, come chi non trova le parole.

Rosa lasciò scivolare il fondoschiena contro il muro, stesa a terra come se svenisse per studio, tuttaltro che convinta.

Lambulanza, ripeté Andrea. Chiamala.

***

La Croce Rossa arrivò in dodici minuti: un paramedico e uninfermiera, tranquillissimi, niente pathos. Trovarono Rosa piagnucolante sul letto. Esami, domande, una controllatina generale.

Il paramedico guardò Andrea e Martina con aria stanca:

Tutto regolare. Pressione normale, cuore pure. Non vedo nulla di serio. Se peggiora, però, richiamate.

Uscirono.

In casa, silenzio.

Andrea era seduto su una sedia in corridoio. Martina in piedi col trolley. Dalla camera di Rosa, zero suoni: assenza totale.

Devo fare la valigia, disse Martina.

Andrea alzò lo sguardo.

Te ne vai?

Sì.

Pausa.

Vengo anchio, disse lui, piano, senza esitazione.

Per la prima volta in tre anni lo aveva detto così. Niente ma pensa a mamma, niente tentennamenti. E basta.

Martina fece solo cenno di sì. Parlando, si sarebbe messa a piangere.

***

Prepararono valigie in silenzio. Martina tirò fuori il trolley dal letto, quello con cui era arrivata tre anni fa, e impilò vestiti, documenti, laptop. Andrea impilava più lentamente, ogni tanto si bloccava e guardava il muro: cera un trasloco emotivo in atto, anche se nessuno lo diceva.

Entrò in camera della madre una volta. Nessuna parola, solo silenzio.

Lei non parla, disse tornando in cucina.

Lo so.

È rimasta distesa a letto.

Lo immaginavo.

Scambiarsi uno sguardo diceva più di mille parole.

Alle undici chiamarono un taxi. Destinazione casa di Matteo, vecchio compagno di corso di Andrea, che in due parole aveva detto al telefono: Venite pure, cè il divano.

Uscendo, Martina diede unultima occhiata alla camera di Rosa. Silenzio. Porta chiusa.

Abbassò la maniglia della porta di casa e se ne andò.

***

A casa di Matteo regnava un casino misto fumo e home recording, ma respiro ampio e amichevole. Era il tipo che non fa domande. Posò una teiera e dei biscotti, li lasciò in pace.

Martina preparò il laptop:

Devo ricostruire tutti i file, la consegna è tra due giorni.

Tieni. Andrea le allungò il caffè. Non so far design, ma posso fare la guardia e preparare colazione.

Martina lo guardò. Dopo tutto quello, capì che andava bene così.

Grazie.

Restarono in silenzio.

Marti. Andrea teneva la tazza a due mani. Voglio dirti delle cose. Non stasera; non ci riesco ancora. Ma vorrei dirle.

Cè tempo, concesse lei. I file prima.

Lui sorrise, stanco.

I file prima.

***

I due giorni successivi, Martina lavorò come mai aveva lavorato in vita sua. Sedici ore filate: rimettere in piedi ciò che era stato cancellato. Andrea vicino, di guardia, making di caffè e di sostegno. La seconda notte crollò esausto; Martina, sentendolo russare, si sentì più forte.

Arrivò alla presentazione coi documenti quasi tutti rimessi assieme. Il cliente le sorrise, commentò una sola mancanza minima, lei promise che avrebbe rimediato in settimana. Accettato senza ritrosie.

Uscì dallufficio, respirò la primavera milanese come se fosse la prima aria pulita vista da mesi.

***

Dopo tre settimane trovarono una casa in affitto: monolocale tranquillo verso Lambrate, quinto piano, vista su uno di quei cortili pieni di nonne con i gatti. Niente di speciale: i tubi facevano casino, cera una macchia sul soffitto del bagno. Ma era LORO.

La sera del trasloco, Martina rimase in piedi nel mezzo della stanza vuota, respirando.

Andrea portò una scatola di stoviglie, la posò, si avvicinò.

Allora?

Silenzio, rispose lei.

Silenzio, ripeté lui.

***

Il discorso difficile che Andrea aveva promesso, lo fecero la settimana dopo, seduti sul davanzale perché mobili ancora non ce nerano. Andrea parlò tanto, di tutto: della madre, del senso di debito, delle colpe mai dette.

Non la giustifico, precisò. Cerco solo di spiegare a ME perché non ti ho creduto prima. Se iniziavo a vedere, avrei dovuto agire. Ma con una madre, come si fa?

Lo capisco, ammise Martina. Ma tre anni sono tre anni. Mi hai fatto sentire matta.

Lo so.

Anche questo fa male.

Lo so. Si perse un po fuori dalla finestra. Mi dispiace per davvero. Non si dice, si sente.

Lei fece cenno di sì.

Allora possiamo andare avanti, disse lei.

***

Passarono sei mesi.

Andrea iniziò ad andare dal terapeuta. Quando chiama la mamma e parte col lamento, pausa mentale prima di rispondere, gli insegnò. Funziona? A volte sì, a volte no, ma ci sto provando.

Rosa chiamava regolarmente. Allinizio poco, poi sempre più spesso. Andrea, come stai?; Ho la pressione, sono sola, nessuno mi aiuta. Ogni tanto restava zitta nella cornetta, aspettando lui a riempire.

Un giorno gli disse: Lo capisci che non hai più una famiglia? Lei ti ha separato da me.

Andrea fece la pausa, come dallo psicologo.

Mamma, la mia famiglia ce lho: è Martina. Un giorno spero anche dei figli.

Ma io sono sempre la tua mamma Un filo di voce.

Lo so. Ma non posso più parlarti come prima. Ti voglio bene, ma ho bisogno di limiti.

Click.

Poi Andrea rimaneva a fissare la tazza, vuota.

Martina gliene preparava una nuova, senza domande.

Farà sempre male, confessò lui.

Lo so.

Ma non posso più farlo diversamente.

Peggio sarebbe stato non farlo mai.

Annuisce.

***

Rosa, a casa, faceva la vita di sempre. Puliva, cucinava, guardava la TV a volume indecente la sera. Ogni tanto la sua amica Lina passava a trovarla, ma non si fermava molto: aveva anche lei famiglia, vita piena.

Provava ogni tanto a chiamare tutti i giorni. Andrea rispondeva cordiale ma breve. Appena partiva il giro lacrime, tagliava: Mamma, ascolto, ma ora devo andare. E lo faceva sul serio.

Una volta chiamò Martina. Apparve il numero sullo schermo, Martina ci mise diversi secondi a rispondere.

Martina, vorrei parlarti.

Di cosa?

Pausa.

Solo parlare.

Prego, Rosa.

Ma Rosa taceva. Martina capì che non sapeva come cominciare. Le sue vecchie frasi piene di sottintesi, lì non funzionavano più. E daltro canto non ne aveva altre.

Buona giornata, Rosa.

Buona giornata, disse sottovoce la suocera.

Martina chiuse. Si prese una pausa di silenzio, poi tornò a cucinare.

***

Il cliente dellarredamento, colpito dal lavoro, continuò la collaborazione. Martina consegnò in tempo tutto e aggiunse pure un banner animato fuori contratto, così, per passione. Il cliente la raccomandò ad altri. In primavera aveva tre clienti fissi, e il conto corrente che sorrideva.

Si comprò uno scrigno di legno intagliato. Mettendoci dentro, con una piccola soggezione, gli orecchini dambra della nonna. Li guardò a lungo: minuscoli, giallo scuro, con dentro una vita intera, mani antiche e profumo di casa. Un pezzettino di passato.

Gli orecchini erano salvi.

Quasi più importante di tutto il resto.

***

Il mutuo arrivò a marzo. Trovarono casa in fretta: due stanze, terzo piano, cucina grande e vista su una viuzza pacifica. Niente Duomo, ma zona verde, vicino a un parco. Cera pure una piccola panetteria sottocasa. Firmarono giovedì, e Martina tenne le chiavi in tasca per tutto il viaggio: non le mollava più.

Era finalmente la LORO casa.

Il primo weekend lo passarono tra stracci, detersivo e scatoloni. Andrea montava la libreria Ikea bestemmiando, Martina organizzava le mensole della cucina ridendo. Sentire la voce di Andrea nellaltra stanza le dava gioia semplice.

La seconda sera, a cucina finalmente in ordine, seduti ai nuovi sgabelli:

Bene, disse Andrea.

Sì, assentì Martina.

Cenarono. Poi Andrea fece due tisane.

Martina guardava fuori dalla finestra; si voltò.

Andrea, devo dirti una cosa.

Lui posò la tazza.

Ti ricordi che pensavo di avere ritardo per lo stress?

Sì.

Ho fatto lesame mercoledì.

Lui la guardò. Una pausa corta, ma che sembrò racchiudere tutto il viaggio fatto assieme.

E?

Sono incinta.

Andrea espirò, come se avesse trattenuto il fiato per tre anni. Posò la tazza, la raggiunse e la abbracciò. Martina sentì le sue mani stringerla forte, ma solo quanto basta.

Rimasero così, in silenzio, per qualche minuto.

Poi si guardarono negli occhi.

Tu come stai?

Adesso? Felice e spaventata insieme.

Anchio paura.

È normale, rispose lei. Si può avere paura.

Lui annuì e risalì sullo sgabello.

Martina.

Dimmi.

Penso a come cresceremo questo bambino. Non come sono cresciuto io. Mi piacerebbe che non si sentisse MAI in debito. Che non abbia addosso questo devi ringraziarci perché ti abbiamo cresciuto. Semplicemente amato, senza condizioni.

Martina guardò a lungo Andrea.

Dici facile è difficile farlo davvero.

Ma ci proviamo, no?

Sì, ci proviamo. Sorrise piano. E dobbiamo pensare al nome.

Già. Se è femmina decidi tu, se è maschio decidi sempre tu, io coi nomi faccio schifo.

Martina si mise a ridere, stavolta senza sforzo. Una di quelle risate che scappano di cuore.

Fantastico sistema, disse.

Eh, sono ingegnere, mica a caso.

Fuori pioviccicava; le gocce battevano dolci sul vetro. La cucina sapeva di nuovo e di pulito. Lo scrigno con gli orecchini dambra era proprio lì, sul davanzale: la prima cosa portata in casa.

Se è femmina, forse Giulia o Sofia. O qualcosa di semplice.

Giulia va benissimo, approvò Andrea. O anche Sofia. Magari un po meno Sofia.

E se è maschio qualcosa di non troppo di moda.

Guido.

Guido? Lei alzò un sopracciglio.

Sì, mi piace.

Sai che anche a me. Guido, detto Guidino.

Guidino, Andrew rise. Ottimo.

Vedremo, sospirò Martina. Cè tempo.

Si alzò, mise le tazze nel lavandino. Andrea la guardava, in silenzio.

Martina.

Sì?

Sono felice di essere qui. Con te. Proprio qui.

Si girò, lo fissò di nuovo: un uomo che per tre anni non aveva visto nulla, poi aveva visto, e il prezzo lo avevano pagato entrambi. Una di quelle cose che non spariscono dalla memoria, restano, sedimentano. Ma non importava più.

Erano lì, nella LORO casa, con le chiavi in tasca. E qualcosa dentro Martina stava nascendo, piccolissima, con un nome ancora da scegliere.

Anchio, disse.

E si rigirò verso la finestra, dove la pioggia continuava a cadere sottile e dolce, e finalmente, tutto andava bene.

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