Ciabatte in bocca

Portami le pantofole, disse Giorgio senza staccare gli occhi dal cellulare.

Chiara era ai fornelli a girare il minestrone. Il solito, quello con le verdure fresche, i fagioli e un po di pancetta, proprio come piacciono a Giorgio da quando era bambino. Aveva già tagliato il pane, apparecchiato la tavola, tirato fuori il parmigiano dal frigo.

Sono vicino alla porta, rispose tranquilla. Sei appena passato di lì.

Ho detto: portamele. Finalmente sollevò lo sguardo dal telefono e Chiara notò nel suo sguardo qualcosa di strano. Non rabbia, piuttosto il gelo di chi è diventato un estraneo. Portamele coi denti.

Pensò subito di aver frainteso. Oppure, che fosse una delle solite battute un po stupide di Giorgio, ultimamente diventate più frequenti.

Che cosa? si girò verso di lui col mestolo ancora in mano.

Hai sentito. Portami le pantofole in bocca. Come fa un cane. Così capisco che mi rispetti.

Appoggiò il mestolo. Lentamente. Sentì come un peso allo stomaco, ma non era rabbia né paura. Era qualcosa di più profondo, più pesante e insieme incredibilmente calmo.

Giorgio, disse, stai scherzando?

Per niente.

Sono tre anni che siamo sposati. Hai mangiato il mio cibo, dormito nel mio letto, vissuto nella mia casa. E ora vuoi che ti porti le pantofole in bocca?

È una prova. Mia madre mi ha detto che una vera moglie

Basta. Chiara alzò la mano. Non mi parlare di tua madre. Ho capito chi ti riempie la testa di queste cose.

Giorgio strinse gli occhi.

Ecco, vedi? Nemmeno una cosa così semplice riesci a fare. La mamma aveva ragione: non mi rispetti, ti credi più importante, qui decidi tutto tu e io non conto niente.

Per me eri mio marito. Chiara rimise il parmigiano al suo posto nel frigo. Il minestrone è pronto sul fuoco. Serviti.

Uscì dalla cucina, e Giorgio le lanciò uno sguardo come avesse appena commesso uneresia.

Forse era vero. Ma ciò che si era rotto davvero, era crollato già molto prima di quella sera.

Chiara Martini, nata Bianchi, aveva sposato Giorgio Ferrara a venticinque anni, dopo tre anni di fidanzamento. Si erano conosciuti al compleanno di unamica comune, un lungo scambio di messaggi, poi le uscite, poi la proposta di matrimonio. Tutto liscio, quasi da manuale, e Chiara, dopo le tempeste e le delusioni delluniversità, desiderava proprio quello: stabilità, semplicità, qualcuno su cui poter contare davvero.

Giorgio sembrava perfetto per quello: timido, un po chiuso ma mai brusco, grande tifoso della Juventus, grigliatore esperto, lavorava da meccanico in una piccola officina. Lo stipendio non era granché, e lui stesso faceva spesso battute: Dai, prima o poi apro il mio garage e svoltiamo la vita. Chiara ci credeva. Allora credeva davvero in tante cose.

Lappartamento era un dono della nonna Lucia, scomparsa un anno prima del matrimonio. Un trilocale al quinto piano di un vecchio palazzo in zona Corvetto, a Milano. Anni 70, ma tenuto bene, finestre grandi e vicini gentili. Nonna Lucia era una donna pratica: casa risistemata, cucina nuova, niente fuori posto. Chiara aveva speso un po dei suoi risparmi per ridipingere le pareti e comprare un divano nuovo. Giorgio laiutava, allora sembrava una cosa di tutti e due, un progetto comune.

Caterina, la suocera, era entrata nella loro vita gradualmente, non subito. Allinizio si era fatta vedere poco, portava dei vasetti di marmellata o chiedeva notizie di Giorgio sempre con gentilezza, una falsa cortesia che fece sperare a Chiara: Forse sono fortunata, una suocera normale.

Poi, come accade dinverno quando la notte arriva allimprovviso, qualcosa era cambiato. Caterina iniziò a telefonare ogni giorno, poi due, tre volte al giorno. La mattina: Stai bene? Hai mangiato?. A pranzo: Cosa ha preparato Chiara? Non avrà mica usato panna, che ti fa male. La sera: Come stai? Non sei stanco?.

Allinizio Chiara lasciava correre: è la mamma, che vuoi farci. Ma notò che, dopo ogni telefonata, Giorgio diventava più nervoso, più pungente. Veniva in cucina e diceva: La mamma dice che il ragù si fa senza panna. Oppure: Mamma pensa che spendi troppi soldi in profumeria. O ancora: Dice che dovremmo lavare i pavimenti tutti i giorni, non ogni due.

Giorgio, gli chiese una volta, tu cosa ne pensi? Hai mai una tua opinione?

Si offese. Disse che lei mancava di rispetto a sua madre. E Chiara, per quieto vivere, si scusò. Uno sbaglio, poi lavrebbe capito: cedere con Caterina portava solo a perdere sempre più terreno.

La suocera era una donna energica, sessantadue anni, caschetto corto e voce da comandante. Una vita nellufficio dellazienda dei trasporti pubblici, era abituata a comandare, a decidere tutto lei. Vedova da tanto, aveva cresciuto Giorgio da sola, era il suo unico figlio, il suo scopo, la sua croce. Il fatto che ci fosse una moglie al suo fianco, per Caterina, era stato uno schiaffo personale. Allinizio aveva finto, ma piano piano era emersa la vera guerra: non contro Chiara, ma contro qualunque donna che provasse a togliere il figlio dal suo abbraccio.

Le visite a sorpresa iniziarono dopo il primo anno. Chiara poteva essere in pigiama la domenica a mezzogiorno o appena sveglia, e zac! Campanello: Caterina con una sporta piena di roba e la faccia da ispettore dei NAS.

Qui cè polvere sulle mensole, diceva passando in salotto.

Salve, Caterina, non me laspettavo oggi.

Devo forse chiedere il permesso per vedere mio figlio?

E Giorgio? Silenzio. Sempre zitto, a volte con gli occhi bassi, a volte con quellaria colpevole. Quel mutismo era il peggio di tutto. Chiara pensava spesso: Ma se mi difendesse almeno una volta, se dicesse a sua madre di avvisare prima!. Ma niente. E in quel silenzio sentiva la risposta a tutte le domande sul loro futuro.

Chiara ci provava, a parlarne. Appena la suocera varcava la porta, provava a spiegare: Guarda che così non si può vivere, dobbiamo mettere dei limiti, anchio ho diritto a vivere serena in casa mia.

Tu non la sopporti, ribatteva lui.

Non sono obbligata ad amarla, ma almeno rispetto. Ma il rispetto deve andare a due sensi.

Lei è vecchia.

Giorgio, ne ha sessantadue, è più in forma di me.

È mia madre.

Io sono tua moglie. E lì la discussione finiva sempre: o lui si rifugiava sul balcone a fumare, o prendeva il telefono, o tagliava corto: Sei tu che vedi problemi ovunque.

E Chiara rimaneva da sola a guardare il tè che si freddava, con la sensazione di parlare con un muro.

Le raccontava tutto a Laura, la sua migliore amica. Lei scuoteva la testa: Classico mammone. Non cambiano mai!. Ma Chiara non voleva pensare al marito così. Giorgio, in fondo, una brava persona lo era davvero: non cattivo, non prepotente, persino generoso con chi aveva bisogno. Solo senza spina dorsale. La parola giusta arrivò dopo: era trascinato, come una barca senza timone.

E la corrente era Caterina.

Il terzo anno fu il peggiore. Da settembre, Caterina passava ogni giorno. Portava da mangiare, ma non per aiutare: per precisare che quello cucinato da Chiara non andava bene. Spostava mobili, criticava le tende, diceva che il tappeto era da lavare. Una volta entrò in camera a riordinare gli armadi a modo suo: Chiara se la trovò davanti tornando dal bagno.

Per favore, Caterina, lasci stare le nostre cose, disse piano ma decisa.

Volevo solo dare una mano, fece la suocera, offesa.

Non serve questo tipo di aiuto.

Sentiva Caterina dire a Giorgio: Tua moglie mi manca di rispetto in faccia! E tu non fai nulla, sei proprio completamente sotto.

A quel punto, Giorgio la guardava con occhi diversi, più duri, come se stesse valutando se il copione della madre funzionasse anche lì. Era il periodo dei discorsi strani sullautorità, sul chi comanda in casa, su come la moglie deve sapere il proprio posto. Chiara sentiva che quelle parole e quei gesti non erano di Giorgio. Era la voce di Caterina che parlava con la bocca del figlio.

Scommetto che la storia delle pantofole lha sentita in qualche ritrovo di amiche: la famosa prova di fedeltà. Magari si era inventata tutto, Chiara non lo sapeva. Ma era chiaro che lidea veniva da lei.

Dopo quella sera, Giorgio fece il muso per giorni. Non le parlava, non toccava neppure il cibo che cucinava Chiara, preferendo mangiare le lasagne o il ragù portati dalla madre. Passava vicino a lei in silenzio, come se non esistesse.

Per i primi giorni Chiara si sentiva svuotata, non colpita da un pugno, ma da qualcosa di più freddo e profondo: lindifferenza. Esisteva ma era trasparente, parlava ma nessuno sentiva. Tentò di parlarci, di chiedere spiegazioni, di chiarire almeno. Giorgio la gelava con un dovresti capirlo da sola. Una volta, quando scoppiò a piangere, la gelò ancora di più con uno sguardo di soddisfazione.

E lì, qualcosa in lei si chiuse.

Non si ruppe. Si chiuse, come una finestra sbattuta dal vento.

Nel frattempo, Caterina veniva ogni mattina, si sedeva a bere il tè, guardava Chiara prepararsi per lavoro (era impiegata in unagenzia viaggi, in centro a Milano). Intanto la punzecchiava con osservazioni di una pacatezza spaventosa.

Ancora quel maglione? Ti ingrassa un po.

Hai comprato caffè solubile? Giorgio non può berlo, gli fa male il cuore.

Ti vedo stanca, hai dormito poco vero?

Un lavoro meticoloso, lento, di demolizione interiore, che Chiara ormai sapeva chiamare col suo nome.

Una sera Giorgio in bagno, Caterina che le si avvicina a bassa voce, quasi fosse un segreto:

Chiara, sei una ragazza intelligente. Cedi su questa cosa, vedrai che tutto torna tranquillo. Portagli le pantofole, così si calma.

Chiara la guardò fissa.

Signora Caterina, lo sa cosa mi sta chiedendo?

Ti chiedo di fare la pace in famiglia.

No. Mi chiede di umiliarmi solo per dare un senso di superiorità a suo figlio. Questa non è pace, è resa.

Caterina strinse le labbra e se ne andò. Prima di uscire, allora resta con la tua superbia, vediamo come ti trovi.

Chiara rimase in cucina a lungo, la città dietro i vetri, un cane che abbaiava, il rumore delle auto. Una notte dautunno come tante, eppure per lei tutto era diverso. Tre anni prima era entrata da quella porta con i fiori in mano, ora si sentiva unospite nella sua stessa casa.

Alla fine, si decise: premette sul telefono il numero di zia Francesca, la sorella maggiore del defunto padre di Giorgio, quella che tutti in famiglia rispettavano e un po temevano.

Francesca Ferrara, sessantotto anni e una voce senza peli sulla lingua, viveva nello stesso stabile. Fra lei e Chiara cera sempre stata complicità. Una volta, durante una cena, le aveva detto: Tu sei in gamba. Ma Caterina non ti lascerà mai in pace. Ha rovinato Giorgio da bambino, figurarsi ora.

Chiara le scrisse: “Zia Francesca, posso chiamarla domani? Mi serve il suo consiglio.

Rispose poco dopo: “Chiama quando vuoi. Ci sono”.

Parlarono quasi unora. Chiara raccontò tutto, dalle pantofole ai silenzi, dai dispetti alle visite. Francesca ascoltava seria, poi dice:

Lo sai, Chiara, che Caterina faceva così anche da giovane? Giorgio da piccolo cadeva ai suoi piedi una settimana dopo ogni silenzio punitivo: così sua madre gli ha insegnato che lamore va sudato e che il perdono è una conquista. Capisci? Non è cattiveria, è che non conosce altro. Ma questo non vuol dire che sia giusto.

Non lo giustifica, disse Chiara piano.

No, difatti. E ti dico anche: non serve fare la guerra se lei è in mezzo. È imbattibile in queste cose. Quindi, bisogna cambiare le regole.

Zia, ho bisogno del suo aiuto per questo. Le spiego.

Francesca ascoltò, poi rise: Brava ragazza! Dimmi quando venire, io ci sarò.

Mettere insieme il piano prese qualche giorno. Chiara smise di piangere, di discutere, si dedicava alle sue cose come sempre. Giorgio prese il suo mutismo come una resa e si rilassò, tornando a rispondere in modo cortese alle domande, a dire anche un “grazie”.

Visto? disse Caterina. Te lo dicevo che bastava aspettare. Lei si ravvede.

Chiara sentiva tutte queste frasi dal corridoio, ma non reagiva, tornando in cucina col viso tranquillo.

Caterina, disse un giorno entrando, ho una proposta.

La suocera aspettava di tutto fuorché questo.

Vorrei che una volta per tutte sistemassimo le cose in famiglia. Facciamo pranzo tutti insieme, con zia Francesca presente, così parliamo e decidiamo cosè meglio per tutti, da adulti.

Caterina si irrigidì. Non amava la presenza di Francesca, troppo schietta e diretta. Ma non poterla escludere, sarebbe stato sospetto.

Va bene, invitiamola pure.

Giorgio guardava Chiara strano, convinto che la moglie stesse per chiedere scusa e tornare tutto a posto. Sorrise persino. Lei ricambiò con un sorriso calmo.

La riunione di famiglia fu fissata per il sabato successivo. Chiara si concentrava sul discorso che avrebbe fatto, riprovava le frasi allo specchio tutte le sere.

Nel frattempo raccolse i documenti: il rogito della casa che era rimasta a lei in eredità e chiamò unamica avvocatessa. Questa le spiegò che, in caso di separazione, la casa avuta in eredità rimane a lei, il resto si divide solo se comprato dopo il matrimonio. Chiara ringraziò e chiuse.

La sera prima chiamò la mamma. Laura Martini, ormai in pensione, sapeva poco di quanto cieca e subdola era la crisi tra Chiara e Giorgio.

Sei sicura? chiese.

Sì.

Qualunque cosa tu decida, io sono con te.

Lo so, mamma.

Coraggio, allora.

Il sabato mattina, Chiara si alzò presto. Si fece un caffè amaro guardando Milano dal quinto piano, cielo grigio e alberi quasi spogli. Indossò un vestito blu scuro, semplice ma elegante, i capelli raccolti stretti, niente fronzoli. Si sentiva stranamente lucida.

Alle due aveva tutto pronto. Tavola apparecchiata, lasagna calda, torta di mele per finire. Tutto preciso, senza esagerare.

Alle due e un quarto arrivò Francesca. Un abbraccio forte: Tieni duro, ragazza mia. Poi si sedette a capotavola, come avevano deciso.

Alle due e mezza Giorgio e Caterina. Lui in camicia, lei con il golfino grigio. Si sedettero, e mentre Caterina si preparava a criticare, Chiara la anticipò.

Aspettate un secondo prima di mangiare. Devo dire una cosa e voglio che mi ascoltiate.

Giorgio si irrigidì. Guardò Chiara come si guarda una persona che pensavi di conoscere ma che ti parla in arabo.

Chiara, ma di cosa parli

Aspetta, ascolta, disse Francesca, posando la mano sul braccio della cognata.

Chiara si alzò. Non per teatralità, ma per istinto. Li guardò tutti.

Qualche settimana fa mio marito mi ha chiesto di portargli le pantofole coi denti. Non scherzava. Era una prova di rispetto. Vide uno sguardo teso sulla faccia di Caterina. Io mi sono rifiutata. Da allora Giorgio non mi rivolge parola e non mangia i miei piatti. Sta così ormai da quasi un mese. Pausa. Caterina viene qui ogni giorno, sempre con una critica: su come cucino, su come tengo casa, su come mi vesto. Quando le ho chiesto di non toccare i miei armadi, sono diventata una maleducata.

Stai esagerando, provò a intervenire Giorgio.

Per ora ascolta, tagliò secca Francesca.

Vorrei chiarire alcune cose, continuò Chiara. Primo: questa casa è mia, ereditata da mia nonna, rimessa a nuovo con i miei soldi. Giorgio, in tre anni, non ha mai pagato interamente una bolletta con i propri soldi. Tutto, dalla spesa agli elettrodomestici, lho comprato quasi sempre io.

Giorgio arrossì. Aprì la bocca:

Non mi sembra giusto

Il tuo lavoro non è fisso, spesso i soldi non bastano. Lo sai, non te lho mai rinfacciato. Ma ora sento il dovere di dire come stanno davvero le cose, non come le racconta tua madre alle amiche.

Caterina strinse le mani.

Secondo: Caterina, con tutto il rispetto, in tre anni hai lavorato senza sosta per distruggere questo matrimonio. Non mi interessa discutere i tuoi motivi, guardo solo ai risultati. Hai convinto tuo figlio che una donna che pensa con la sua testa e non si lascia umiliare sia una cattiva moglie. Hai cresciuto un uomo che non sa proteggere chi ama e non sa decidere. Questo è quanto.

Silenzio totale.

Terzo: Giorgio, sto chiedendo la separazione. Non torno indietro. Hai due settimane per sistemare le tue cose. Non ti caccio: puoi stare qui finché serve, ma senza complicare le cose.

Sguardo a Caterina.

Le chiedo di non mettere più piede in questa casa. Mai più.

Caterina scattò in piedi.

Cosa ti credi di essere? Stai distruggendo la famiglia!

Basta, la fermò Francesca, alzandosi lentissima. Hai sentito bene: ha ragione in tutto. Guardò la cognata dritta negli occhi. Ti conosco da quarantanni. Hai cresciuto Giorgio nel terrore più che nellamore. E ora non sa vivere, non sa amare una donna perché tu non hai mai mollato. Non è maternità questa, è rabbia, è un modo per tenerselo incollato.

Giorgio impallidì.

Chiara, tu vai avanti, bravissima.

Poi prese la borsa e se ne andò.

Caterina rimase immobile, appena sussurrando una minaccia, e uscì anche lei. La porta si chiuse.

Giorgio guardò Chiara, nel suo sguardo un mix di smarrimento, risentimento, forse anche sollievo.

Chiara, così non puoi parliamone.

Sono tre anni che provo a parlare, disse lei. Basta così.

Cominciò a sparecchiare. Il minestrone rimase intatto. Va bene così.

La separazione durò due mesi. Tutto liscio, senza alzare la voce: pochi mobili, nessuna macchina, niente figli. Giorgio fece due viaggi: vestiti, qualche mensola, un paio di sedie che aveva portato Caterina allinizio. Chiara aiutò a spostare tutto senza una lacrima, un gesto dodio o un rimprovero. Quando lui, di spalle sulluscio, la guardò, lei fece solo un cenno. E lui rispose nello stesso modo.

I primi giorni dopo la partenza, Chiara si aggirava per casa assaporando il silenzio. Una quiete diversa da quella dei giorni del muso: questa era silenzio vivo, non imbalsamato.

Rimise a posto i mobili, stavolta come voleva lei. Il divano sotto la finestra, le tende gialle comprate finalmente. Belle, calde, autunnali. Nessuno a dire “ma che orrore”.

Telefonò a Laura: “Mi sono separata”.

Lo so, me lavevi detto.

No, intendo davvero. Ho il certificato.

Come va?

Bene, ridacchiò Chiara. Mi fa strano, ma bene.

Andarono a bere un tè in una pasticceria di corso Buenos Aires, a lungo. Laura parlava e Chiara si sentiva leggera.

Sembri più luminosa, le disse Laura. Non sei dimagrita, ma sei leggera.

È vero.

I primi tempi, certo, furono difficili. Non per Giorgio, ma per la solitudine, il cambio di abitudini, la fatica di ricominciare. Per qualche istante le mancava non lui, ma il disegno della vita che aveva immaginato: cene insieme, progetti, routine. Ma passava. Bastava un caffè allalba, e la malinconia si scioglieva.

Si iscrisse a un corso di maglia, una cosa che desiderava dalluniversità ma non aveva mai trovato tempo (o forse coraggio). La insegnante, Anna Maria, era dolcissima; nel gruppo donne dogni età, persino una signora ultrasettantenne che voleva fare calzini per i nipoti, quelli del negozio si bucano troppo presto. Dopo la prima sera, Chiara tornò a casa con la lana tra le mani e il cuore pieno di un calore semplice.

Al lavoro la notarono di più. O meglio: iniziò a farsi notare, prendendo la parola, tirando fuori idee. La direttrice, signora Rosaria, le disse: Stai cambiando. Brava, continua così. E Chiara rispose sorridendo: Lo penso anche io.

Cominciò a mettere da parte euro su euro per la patente. Fece scuola guida, listruttore un tipo paziente e anziano. Dopo due mesi, sapeva già parcheggiare quasi ovunque.

Giorgio tornò da Caterina. Francesca, la zia, la chiamava ogni tanto per aggiornarla: lui di nuovo col frigo pieno e la madre a controllargli le tasche. Giorgio aveva confidato in giro che si sentiva controllato come in caserma.

Un po mi dispiace per lui, disse Chiara. E diceva la verità.

Poverino, sì, ma ora pensa a vivere tu, chiuse Francesca.

Ci pensò spesso, alla compassione. Non come per un ex marito, ma per un uomo cresciuto così, senza alternative. Ma non per questo avrebbe mai riaperto la porta.

A dicembre Giorgio la chiamò per chiedere di poter recuperare un paio di scatoloni rimasti in cantina. Chiara rispose: Vieni pure.

Lui si presentò la domenica mattina. Pallido, magro, la giacca spiegazzata. Lei lo fece entrare, e senza drammi lui cominciò a raccogliere le scatole. Poi, impacciato:

Chiara

Giorgio, non voglio ripetere niente.

Capisco. Volevo solo dirti che ho sbagliato in tutto.

Lo so.

Dammi unaltra possibilità. Ho affittato una stanza

No, rispose Chiara dolcemente ma ferma. È davvero finita.

Lui la fissò a lungo. Poi decise di accettare. Uscirono insieme, in silenzio, portando giù le scatole. Fuori li aspettava il cugino di Giorgio con la macchina.

Mentre caricavano le scatole, da dietro si sentì la voce di Caterina:

Giorgio! Ferma, vengo anchio!

Si piantò davanti a Chiara, lo sguardo da battaglia:

Gli hai rovinato la vita, lo sai? Ti porto in tribunale, in comune, ovunque! Vedrai se

Caterina, la interruppe Chiara pacata, stia attenta a parlare di figli e tribunali. Non abbiamo bambini. E comunque, le ricordo dicembre dellanno scorso: è venuta da noi urlando per dei soldi che, secondo lei, Giorgio mi doveva. Cera anche la signora Lina del terzo piano. Tutto documentato.

Era in parte vero, in parte bluff. Ma Caterina non sapeva quali fossero i confini e si zittì.

Ah, e a proposito, aggiunse Chiara, zia Francesca mi ha raccontato un paio di cose interessanti sugli appalti che gestiva lei ai tempi del Comune. Diciamo che se vogliamo scavare, si trova qualcosa. Che dici, è giusto?

Fu un attimo, ma bastò: Caterina impallidì sul serio.

Francesca, quella lingua sporca

Non ha detto nulla. Ma se vuole la guerra, io la faccio. Ok?

Restarono a fissarsi.

E unultima cosa: sua vicina, la signora Teresa, mi ha detto che ormai lei litiga con tutti nel palazzo, che a una festa ha fatto piangere tutti. Non la invitano più da nessuna parte.

Questa era pura verità.

Caterina non rispose. Giorgio si avvicinò:

Mamma, andiamo.

Giorgio, hai sentito cosa ti ha detto?

Andiamo, mamma.

Sei dalla sua parte ora? Contro di me?

Non sono contro nessuno. Voglio andare a casa mia. Davvero mia. Guardò il cugino, Aspetta un attimo.

Si fece vicino a Chiara.

Mi dispiace, per tutto. Per le pantofole, per tutto.

Ti ho già perdonato, rispose lei. Da tempo.

Lui annuì. Poi prese la madre e la fece salire. Lei borbottava, ma pian piano la voce si affievolì. La macchina partì.

Chiara salì le scale fino al quinto, entrò in casa, si mise il bollitore sul gas. Era domenica, la neve cadeva leggera. Una malinconia buona, di quelle che ti fanno respirare a fondo, la accolse. Tre anni. Non solo litigi, anche bei momenti. Ma ormai era passato.

Si fece un tè e prese i ferri da maglia. Doveva finire un paio di calzini per il prossimo viaggio: a febbraio lei e Laura sarebbero andate a Bologna per un weekend. Idea di Laura: Mangiamo tigelle, vediamo un po di città. Perché no.

Arrivò un messaggio da un numero sconosciuto. Presto si rivelò: Andrea, un vicino della casa in campagna, sulle colline del Piacentino. Si erano conosciuti la scorsa estate, lui le aveva sistemato un rubinetto e le aveva offerto un caffè. Uomo gentile, poche parole, sorriso timido.

Andrea scriveva: Buongiorno. Passo in campagna qualche volta questinverno per tagliare la legna. Se vuole, posso dare unocchiata alla sua serra: cè ancora il telo, la neve a volte lo spezza.

Chiara sorrise davanti al telefono.

Rispose: Molto gentile, grazie! Se ha piacere mi faccia sapere; magari vengo anchio, la neve così bella.

Sabato ci sarò. Se decide, ci si vede.

Chiara posò il telefono, tornò alla maglia. Il calzino cresceva: punto dopo punto, lento ma sicuro. Fuori, la neve. Pensava ad Andrea, alle sue mani capienti, quando le aveva spiegato del rubinetto guardandola in faccia senza interromperla. Sapeva che era un vedovo, due figli grandi fuori Milano.

Non sapeva nulla, in fondo. Solo che era una buona persona, e che si preoccupava della serra. Ed era abbastanza. Almeno per ora.

Sabato andò in campagna, una giacca pesante, berretto, thermos di tè. Il treno regionale scivolava tra campi bianchi e boschi. Chiara guardava fuori pensando a tre anni prima, quando andava in quella stessa casa già col magone, convinta che bastasse impegnarsi di più per essere felice. Ora, niente giustificazioni: lasciava andare le cose per come erano.

Scese alla stazione, si incamminò tra la neve. Il suo giardino era ancora intatto, la serra reggeva. Accanto, Andrea spaccava la legna.

Buongiorno, disse abbassando lascia.

Buongiorno.

Era senza cappello, col viso acceso dal freddo, la sua solita, lenta e franca, risata.

Così è venuta davvero.

Sì.

Ha portato il tè?

Certo.

Sedettero sulla panca di legno, davanti alla casa di Andrea, una copertina sulle ginocchia e il silenzio della campagna intorno. Chiara sorseggiava il tè guardando il cortile, la serra, il vecchio galletto di latta che ruotava sulla staccionata (un regalo della nonna ventanni prima).

Si sta bene qui dinverno, disse lui.

Sì, qui si respira.

Rimasero in silenzio, bello, semplice.

Va tutto bene da lei? chiese lui.

Chiara ci pensò su, senza fretta.

Sì, penso proprio di sì.

Bene.

Non aggiunse altro.

Guardava il galletto che girava sul vento. Pensò alla nonna, a Caterina, a Giorgio. Pensò che da qualche parte in città Giorgio stava cercando un monolocale, Caterina guardava la tv da sola, e lei era lì, sulla neve, tra le colline, a bere il tè con qualcuno che sapeva capire il silenzio.

Forse, alla fine, era proprio questa la felicità.

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