– Prepara le valigie, ho ritrovato il mio primo amore – disse mio marito. Ma un’ora dopo era lui a uscire di casa con la sua borsa

Prepara le tue cose, ho incontrato il mio primo amore disse il marito. Unora dopo, era lui a preparare la valigia.

Andrea tornò dalla rimpatriata della scuola la domenica sera. Teresa stava finendo di lavare i piatti.

Il marito aveva unaria insolita. Entusiasta, quasi raggiante. Come se gli avessero appena comunicato una promozione o la vittoria al SuperEnalotto. Teresa gli lanciò unocchiata mentre si asciugava le mani sullo strofinaccio e pensò: Devono aver brindato bene, stasera.

Andrea non disse una parola. Si tolse la giacca e andò subito a letto.

La mattina dopo era in cucina, con lo sguardo da uomo che prende decisioni epocali. Sembrava la scena di un film: mani giunte sul tavolo, sguardo intenso. Teresa gli posò davanti il caffè e aprì il frigorifero, ché doveva sistemare le polpette avanzate. E fu in quel momento che lui parlò.

Teresa. Dobbiamo parlare.

Ecco… pensò lei. La frase più temuta, lanticamera di tutte le catastrofi.

Ieri ho incontrato Laura. Te ne avevo parlato. Il mio primo amore.

Teresa ricordava. Laura compariva nel racconto di Andrea più o meno ogni cinque anni, normalmente durante le rarissime occasioni in cui lui era un po brillo e un tantinello malinconico. Eravamo così giovani… Un classico.

Abbiamo parlato. A lungo. E insomma, Teresa, fai le valigie.

Lei si voltò. Le polpette ancora lì, abbandonate sul ripiano.

Cosa?

Abbiamo deciso di stare insieme. Io e Laura. Capisci?

Teresa guardò il marito per un po.

Tanto lappartamento è comunque mio aggiunse Andrea, per sicurezza. Con quel tono neutro con cui si dice e poi, si sa…. Ti conviene trovare qualcosaltro.

Teresa rimise le polpette in frigorifero. Richiuse lo sportello con delicatezza, cercando di non far cadere la calamita di Venezia.

Hai già deciso tutto? domandò lei.

Sì.

Teresa annuì e se ne andò in camera.

Si sedette sul bordo del letto a fissare il muro. Appeso cera il calendario coi gattini, che avevano comprato al mercato allingrosso lo scorso gennaio, più per abitudine che per reale entusiasmo ed era costato solo due euro. Gennaio era già passato, pure febbraio, ma i gattini stavano ancora lì. Il micetto rosso col fiocco guardava Teresa con aria filosofica e partecipe.

Ah, così va il mondo, pensò Teresa.

Venti anni era stata con quelluomo che ora aspettava in cucina che lei cominciasse a mettere le sue cose in una valigia. Venti anni non sono mica pochi.

Prima casa in affitto a Casal Bertone, con il rubinetto che stillava giorno e notte e il vicino Ugo che urlava come un ossesso alle tre. Il fallimento del negozio Andrea per tre mesi era grigio come un temporale lombardo e Teresa faceva finta di non notare che la sera lui beveva un bicchiere di troppo sul balcone.

La corsa in ospedale quando a notte fonda a lui venne lappendicite: il chirurgo dopo disse, unaltra ora e sarebbe stato troppo tardi. La laurea dei suoi primi alunni (Teresa insegnava italiano alle medie) e Andrea che si presentò con i fiori, impacciato e felice come un bambino. Tutto questo cera stato. E tutto questo, a quanto pareva, non contava più.

Teresa si alzò. Girò per la stanza. Si fermò allarmadio.

Nello scomparto più in alto, in fondo a sinistra, stava la documentazione.

Andrea era ancora seduto a tavola. Smanettava col telefono probabilmente scriveva a Laura, ogni tanto sorrideva con quellaria beata e un po stupita di chi si aspetta una standing ovation.

Teresa si sedette e poggiò i documenti sul tavolo.

Fai già le carte? chiese Andrea, di sottecchi.

No. Voglio mostrarti una cosa.

Lei aprì la cartelletta.

Teresa, magari non adesso.

Shh. Fammi parlare.

Cercò il documento giusto e lo piazzò davanti a lui.

Era il contratto di matrimonio. Quindici anni prima, quando Andrea aveva deciso di aprire il negozio di ferramenta, lavvocato aveva suggerito di fare le cose per bene. Andrea, allepoca, non ci fece tanto caso: Ma sì, formalità. Tanto siamo una famiglia. Teresa andò dal notaio da sola, firmò, riportò a casa la copia.

Andrea allora disse ok e la infilò nel cassetto più in fondo. Da dove, ovviamente, Teresa la riprese e la mise in armadio.

Non era una stratega. Solo una tipa metodica.

A proposito di affari: quel negozio di materiali edili, grandi sogni per il futuro, fallì dopo solo quattordici mesi, come crolla una pila di piatti male accatastata.

I debiti erano roba seria. Teresa proponendogli, una volta nella vita, di vendere casa e chiudere tutto; Andrea: No, ci penso io. Detto fatto, ci pensò… ma non in tre mesi in sei anni. A piccoli morsi. Teresa in quegli anni lavorava su due fronti e non si lamentava mai.

Andrea prese il foglio e iniziò a leggere.

Teresa si versò un caffè ormai freddo. Bevve.

Aspetta disse Andrea, questa volta con voce più bassa e cauta Ma qui cè scritto…

Sì disse Teresa.

Che la casa è tua in caso di separazione.

Già.

Ma come…

Lui rilesse. Poi abbassò il foglio.

Teresa non aveva fretta. Lasciò che leggesse. Che metabolizzasse. Quindici anni fa avrebbe potuto interessarsene, ma non laveva fatto. Ora toccava.

E i debiti? chiese, con un filo di voce.

Quelli sono tuoi, leggi il quarto punto.

Silenzio. Sullo schermo del telefono lampeggiava un messaggio Laura, probabilmente, chiedeva aggiornamenti. Andrea non rispondeva.

Teresa

Eh?

Lhai fatto apposta? Hai tenuto tutto apposta?

Teresa ci pensò un attimo. Rispose sinceramente:

No. Io non butto via i documenti, tutto qui.

Era la pura verità. Lei conservava tutto ricevute, garanzie scadute, istruzioni di lavatrici defunte, certificati medici di dieci anni prima. Maniaca dellordine, che ci vuoi fare.

Andrea tornò al foglio, poi fissò fuori dalla finestra.

Teresa si alzò, chiuse la cartellina, mise la tazza nel lavandino. Poi si girò.

Andrea. Uno dei due deve davvero trovarsi un altro posto, hai ragione.

E andò in camera.

Andrea restò in cucina ancora venti minuti.

Forse trenta. Teresa non controllava. Era in camera a fare quello che fanno tutti in queste situazioni assurde: niente di speciale. Mise in ordine i libri sparsi per terra da mesi. Spostò il vaso di gerani dalla finestra alla mensola. Spolverò il guardaroba. Quando le mani fanno, la testa tace.

Andrea bussò sulla porta.

Teresa.

Lei si voltò. Lui era lì col contratto in mano. Lo stringeva come se potesse salvarlo, oppure affondarlo.

Dai… parliamone bene, dai.

Parliamone rispose Teresa, piatta come lAppennino, senza una piega nella voce.

Quel contratto… era tanto tempo fa. Altri tempi. Non pensavamo che…

Che cosa?

Andrea si zittì. Non sapeva come finire la frase. Non pensavamo che ci saremmo lasciati? Che il contratto fosse importante? Che non si pensa mai abbastanza?

Il notaio ha messo tutto a posto disse Teresa. È tutto legale. Ho controllato.

Quando?

Cinque anni fa. Così, per sicurezza.

Andrea la guardò, con uno sguardo da non ho mai capito niente di niente.

Tu allora avevi già pianificato tutto!?

Teresa rifletté.

No. Sono solo precisa, come ti ho già detto.

Anche questa volta era la verità. Cinque anni prima aveva chiamato il notaio per altre questioni, legate alleredità della madre. E già che cera, domandò del contratto. Tutto valido, non si preoccupi, le disse il notaio. Teresa fece spallucce e se ne dimenticò. Fino a quella mattina.

Andrea tornò in cucina. Teresa sentì che camminava di qua e di là. Poi silenzio. Poi ancora qualche rumore apriva ante, spostava cose.

Si avvicinò alla porta.

Andrea fissava un angolo della cucina.

Che fai?

Penso.

A cosa?

Nada.

Teresa mise a bollire lacqua.

Andrea domandò , ma tu hai pensato a dove andrai?

Lui la guardò.

Silenzio.

Capisco disse Teresa.

Aveva capito tutto. Andrea si era evidentemente immaginato la scena in tuttaltro modo: lui pronuncia le fatidiche parole, Teresa scoppia a piangere, prende quattro cianfrusaglie e va via. Andrea resta nel suo nido. Laura si trasferisce. Luniverso quadra.

Che Teresa avesse ancora il vecchio contratto nel cassetto quella, proprio, non era prevista dal copione.

L’acqua bollì. Teresa preparò il tè.

Io da qui non mi muovo, dichiarò. Questa è casa mia, e qui resto.

Andrea zitto.

E io?

Vai da Laura, lo aiutò Teresa. Lavete deciso voi, no?

Non nutriva rancore per Laura, in quel momento. Anzi, le era indifferente. Laura era un personaggio di unaltra storia, quella che Andrea si era ricamato alla rimpatriata con un prosecco e un po di nostalgia. Teresa era solo la comparsa della quale liberarsi.

Cest la vie.

Lei cominciò Andrea, poi esitò ancora.

Lei cosa?

Non è ancora così sicura. Non labbiamo proprio precisato non è del tutto pronta.

Teresa posò la tazza.

Scusa, Andrea: mi dici prepara le tue cose e non hai ancora messo daccordo Laura su dove andrai a vivere?

Silenzio. La risposta stava tutta nella sua faccia.

Certe decisioni, pare, agli uomini piacciono più della logistica pratica.

Teresa prese dallarmadio la valigiona marrone e la mise sul tavolo.

Ecco, prendi quello che vuoi.

Teresa…

Andrea, la tua scelta lhai fatta. Ora, seguila.

Lui rimase a fissare la valigia. Qualcosa, dentro di lui, sembrò rompersi.

E si mise davvero a fare i bagagli.

Teresa rimase in cucina. Sentiva i rumori dalla camera: cassetti aperti e chiusi, il comò che cigolava, oggetti metallici che tintinnavano forse il rasoio.

Venti anni, e la roba ci stava tutta in una valigia da trasferta.

Dopo unora, Andrea apparve nellingresso. Valigia in mano, espressione di chi ha fatto i conti senza loste.

Teresa… Ti chiamo.

Va bene.

Per i documenti, la separazione ci sentiamo?

Certo, telefona.

Si attardò un altro pochino. Sperava, forse, in una scena madre. Lacrime, implorazioni, litigate, qualcosa che facesse tornare tutto come prima. Non successe nulla.

Andrea aprì la porta e uscì.

Tre settimane dopo, Teresa seppe dalla signora Olga, ex collega e pettegola di professione, che tra Andrea e Laura non era andata proprio come nei film.

Risultava che Laura vivesse dalla sorella: un bilocale ad Ostia, sorella con marito e due figli. Vietato sognare cene a lume di candela. Andrea ovviamente non ci andò mai. Affittò una stanza dallo zio di una conoscente in zona Tiburtina, una signora anziana che non permetteva di fumare e voleva essere avvisata anche solo per un amico a cena.

Appena Laura seppe della stanza in affitto e che Andrea non avrebbe mai avuto un suo appartamento, si raffreddò. In fretta. Evidentemente, il ruolo delluomo che lascia tutto per amore sembrava più interessante se visto da lontano che da vicino, con una valigia e i debiti sulla schiena. Il primo amore, si sa, fa sempre una bella figura nel ricordo. Dal vivo, invece, meno.

Teresa ascoltò la storia, annuì e offrì unaltra tazza di tè alla signora Olga.

E tu, come stai? domandò lei, con quella faccia da sono qui per compatirti tutto il tempo che serve.

Normale rispose Teresa.

E diceva la verità. In quelle tre settimane si era iscritta a un corso di massaggi era una vita che ci pensava. Aveva chiamato lamica Gaia, non si vedevano da tre anni: sono andate al bar e hanno parlato per quattro ore. Si era comprata labbonamento in piscina. Piccoli gesti. Ma la vita, in fin dei conti, è tutto qui.

A volte, la sera, quando la casa era silenziosa, Teresa pensava ad Andrea. Senza rancore. Un giorno si sorprese a pensare: meglio così, che se ne sia andato da solo. Altrimenti, magari ci sarebbe rimasta chissà quanto senza aprire quella porta.

Il calendario coi gattini era sempre lì. Gennaio, febbraio, il micetto rosso col fiocco tutto intatto. Teresa lo guardò e, sorridendo, pensò che doveva proprio voltare pagina.

E poi si disse: Cè tempo. Si fa tutto.

Rate article
Add a comment

;-) :| :x :twisted: :smile: :shock: :sad: :roll: :razz: :oops: :o :mrgreen: :lol: :idea: :grin: :evil: :cry: :cool: :arrow: :???: :?: :!:

5 × two =

– Prepara le valigie, ho ritrovato il mio primo amore – disse mio marito. Ma un’ora dopo era lui a uscire di casa con la sua borsa
Una Bambina Scalza Irrompe in Strada e Ferma la Polizia: “Vi Prego, Seguitemi a Casa” — Momenti Dopo, Scoprono una Verità Inaspettata