Sono arrivata a casa di mio marito senza preavviso e ho subito capito perché fa sempre tardi al lavoro

Arrivo a sorpresa dal marito e subito capisco perché fa tardi al lavoro

Per ventitré anni, Chiara Rossi ha cucinato minestroni, stirato camicie, sopportato la suocera e la sua frase preferita: E pensa che Giulio da piccolo mangiava la polenta con una felicità…. Ventitré anni, ha creduto che il marito facesse tardi al lavoro per veri motivi. Succede: la chiusura di fine trimestre, le riunioni, gli imprevisti. Tutto chiaro, tutto plausibile.

Ma poi qualcosa è cambiato. Non subito, certo. Prima, semplicemente lui non rispondeva al telefono. Magari, occupato. Poi la cena che si raffreddava per la terza volta in una sera. Poi un nuovo profumo, leggero, floreale, che Chiara sicuramente non aveva regalato a Giulio.

Chiara non è mai stata il tipo da fare scenate per niente. Lei è una di quelle che, invece, resta tre settimane a guardare il soffitto dritta negli occhi alle due di notte. Poi si alza, si infila il cappotto ed esce.

E così fa.

Sentendo lamica Lucia durante il tragitto, riceve il consiglio atteso:

Ma Chiara, perché ci vai? Cosa speri di vedere? Così ci rimetti solo tu.

Peggio di così ormai, non può andare, risponde Chiara e chiude la chiamata.

Lufficio di Giulio si trova al terzo piano di un business center dal nome altisonante: Parnaso. Chiara conosce bene ledificio. Cè stata due volte: alla festa aziendale di tre anni fa e una volta a portare a Giulio il badge dimenticato. Allepoca, la guardia allingresso la guardò con rispetto: la moglie del capo reparto.

Adesso sono già le sette di sera. Il parcheggio quasi vuoto. La maggior parte delle finestre spente.

Tranne una.

Chiara si ferma accanto allauto e alza lo sguardo. Terzo piano, lultima finestra sulla destra: quella è lufficio di Giulio. La luce è accesa. E dentro, chiaramente, cè qualcuno: si intravedono due sagome dietro i vetri.

Chiara resta immobile a guardare.

Poi estrae il telefono e compone il numero di Giulio.

Squilli. Uno. Due. Tre.

Da dietro la finestra, una delle sagome quella più minuta si avvicina allaltra.

Quattro squilli. Cinque.

Lutente chiamato non può rispondere…

Chiara rimette il telefono in tasca. E si avvia verso lingresso.

La guardia, Alessandro, la squadra dalla testa ai piedi, quasi stesse lei mostrando non un documento ma un mandato di perquisizione.

Da chi va?

Da Rossi. Giulio Rossi. Terzo piano.

È in elenco?

Chiara lo guarda, calma. Fissa. Come si guarda un muro che, tanto, alla fine si dovrà abbattere comunque.

Sono sua moglie.

Alessandro digerisce linformazione. Schiaccia qualcosa sul suo pannello. Attende.

Non risponde.

Lo so, dice Chiara. Ma è dentro.

Mai come ora Alessandro si trova a pesare: seguire il regolamento o lasciar passare la moglie del capo? Da una parte la regola, dallaltra la moglie. E chi la sente dopo?

Prego, dice, alzando la barriera.

Terzo piano. Il corridoio lungo, la moquette grigia, tutte le porte uguali. Chiara cammina, pensando che forse avrebbe dovuto chiamare Lucia. O non venire proprio. O, magari, passare prima in un bar, bere un caffè, calmarsi, etccetera. Arrivare più composta.

Ma la posta in gioco non è il portamento.

In fondo al corridoio, lufficio. La porta è solo accostata, una banda di luce filtra fuori. E voci.

Chiara si ferma a due passi.

Una risata di donna, leggera, come se avessero appena detto qualcosa di molto riuscito.

Poi la voce di Giulio. Chiara resta un minuto intero ad ascoltare. Mani fredde, guance di fuoco che strano.

Poi apre la porta.

Giulio è seduto sul bordo della scrivania, non al tavolo, ma proprio lì, con fare proprietario, e spiega qualcosa a una donna giovane accanto a lui con dei documenti in mano. Lei avrà circa trentotto anni, carina, i capelli raccolti.

Entrambi si voltano verso la porta.

Una pausa così lunga che non servono parole.

Chiara? dice Giulio. E in quella parola cè tutto: stupore, paura e, peggio ancora, unombra di fastidio. Come chi è stato interrotto.

Buonasera, risponde Chiara.

La donna coi documenti fa un passo indietro, poi un altro. Trova una scusa e guarda fuori dalla finestra.

Sei venuta senza avvertire? Giulio si cala giù dal tavolo, cerca di darsi unespressione normale. Ci riesce a metà.

Ho chiamato, dice Chiara. Non hai risposto.

Ero impegnato, si vede.

Si vede.

Eccome se si vedeva. La camicia con il primo bottone slacciato. Due bicchieri di tè sulla scrivania, uno con tracce di rossetto. La donna con i documenti che non sa più come tenere quelle carte.

Questa è Alessandra, la mia nuova project manager, dice Giulio. Voce neutra, come chi non ha nulla da nascondere. Proprio quella voce che si usa quando si nasconde qualcosa.

Piacere, dice Chiara.

Alessandra infine appoggia i fogli sul tavolo e annuisce. Sorride. Un sorriso decoroso. Chiara, quasi, non la biasima: lei non ha promesso nulla a Giulio.

Io vado, dice Alessandra.

Sì, annuisce Chiara. Faccia pure.

Alessandra esce. Educata.

Restano soli. Ufficio silenzioso. Fuori, il parcheggio illuminato, i fari, le auto degli altri.

E allora, perché sei venuta? chiede Giulio. Non è una domanda, è un rimprovero.

Chiara guarda il bicchiere col rossetto. Poi il marito.

Volevo capire, dice calma, perché non rispondi al telefono.

Ti ho detto, ero occupato.

Hai spiegato.

Pausa.

Chiara, non farne una tragedia. Stavamo lavorando, è una riunione di lavoro.

Alle sette di sera.

Sì, alle sette! Succede! Qui il progetto è urgente, capisci che significa?

Giulio alza la voce, sicuro, quasi risentito. Quando si alza la voce per coprire il vuoto degli argomenti. Chiara lo sa. Ventitré anni insegnano.

Rimane in silenzio. Lo osserva.

E qui, qualcosa in Giulio si incrina. Perché prima lei avrebbe già pianto, o chiesto scusa, o sarebbe uscita dalla stanza. Ora invece sta lì, ferma.

Andiamo a casa, dice più piano lui. Parliamo a casa.

Va bene.

Esce per prima dallufficio. Cammina nel corridoio con la moquette grigia e nella testa ha una chiarezza quasi fredda, come vetro.

Ha visto tutto. Ora deve solo decidere cosa fare.

Guidano fino a casa in silenzio.

Giulio guarda la strada. Chiara osserva fuori dal finestrino: le luci, lasfalto bagnato, le finestre illuminate degli altri. In ognuna una vita. Una cucina, un marito. E forse in ognuna cè una Alessandra. O ci sarà. O cè già stata.

In ascensore, Giulio preme il bottone del quinto piano. Chiara pensa: ora entreremo e lui inizierà a spiegare, a lungo, in modo preciso, dicendo che mi sto sbagliando, che è solo il lavoro. Lui sa spiegare le cose.

Entrano. Giulio accende la luce allingresso, appende il cappotto con la solita precisione, quella che laveva sempre irritata e ora ancora di più. Neanche sa perché.

Chiara, ascolta.

Sto ascoltando.

Va in cucina. Giulio la segue. Si appoggia al muro, le mani in tasca.

Davvero, non cè stato niente.

Bene.

Lavoravamo davvero.

Va bene, Giulio.

Non mi credi.

Non ci credo.

Non se lo aspettava. Si aspettava forse lacrime. O urla. O entrambe insieme, ma lei, Chiara, non ha mai lanciato i piatti: pericolo scampato per lui. Ma quel non ci credo, detto così calmo, lo spiazza completamente.

Perché?

Perché ti ho visto in faccia quando sono entrata, dice lei. Hai avuto lespressione di chi vede un disturbo.

Non è vero.

Giulio, si volta verso di lui. Ti conosco da ventitré anni. So comè il tuo volto quando sei felice di vedermi. E oggi non lho visto.

Silenzio.

Ti inventi tutto, Chiara.

Può darsi, fa spallucce lei. E quel profumo te lo sei inventato? Quello nuovo che usi da tre mesi?

È il mio profumo.

Non lhai mai usato. Li ho sempre scelti io. Questo è un altro.

Giulio apre la bocca. E, stavolta, sembra davvero a disagio.

Chiara, ti giuro, niente di serio.

Niente di serio, ripete lei, lenta. Ma qualcosa, comunque, cè stato.

Non lho mai detto!

Lhai appena detto.

Giulio si passa le mani sul volto. Un gesto che lei conosce: lo fa quando è in difficoltà o quando si vergogna. Soprattutto, quando si vergogna.

Chiara, dice sommesso, non so spiegartelo. Con lei è facile parlare. È giovane, mi guarda in modo diverso. Sì, suona male.

Suona sincero.

Giuro, niente di importante. Davvero.

Ma poteva esserlo.

Nessuna risposta. Il silenzio dice più di mille parole.

Chiara annuisce. Come se barasse un qualche elenco mentale.

Va bene, dice piano.

Chiara, non trarre conclusioni affrettate.

Giulio, la voce piatta come il tavolo. Non sono conclusioni affrettate. Sono conclusioni meditate per tre mesi, da quando porti un altro profumo, non rispondi al telefono e mi guardi come fossi un mobile.

Lui resta zitto, gli occhi bassi.

Voglio dirti una cosa, continua Chiara, ascolta fino alla fine, senza interrompere. Poi parli tu, se vuoi. Ok?

Giulio annuisce.

Non farò scenate. Non urlerò, non piangerò, non romperò piatti. Pausa. Ma voglio che tu sappia: non fingerò più che tutto va bene quando non lo è. Per ventitré anni ho taciuto, non ho fatto domande per non darti fastidio. Ora basta.

Giulio la guarda.

Non è un ultimatum. Te lo dico e basta. Ora decidi cosa è importante per te. Adesso.

Giulio rimane in silenzio a lungo. Poi, quasi in un sussurro:

Chiara. Sono un cretino.

Lo so, risponde lei. Ma non è la risposta giusta.

Chiara va da Lucia quella stessa notte.

Prepara la valigia in fretta, senza scena. Giulio resta sulla porta a guardare mentre lei sistema le cose.

Per quanto?

Non lo so.

Chiara…

Giulio, chiude la valigia, dobbiamo riflettere. Ognuno per conto suo.

Non dice altro. E il fatto che non insista dice più di tutto il resto.

Lucia apre la porta, vede Chiara, la valigia, il viso di Chiara e non chiede nulla. Mette subito su il bollitore. Per questo Chiara lha amata per ventanni.

Stanno in cucina fino alle due di notte. Lucia ascolta. Ogni tanto dice qualcosa, non consigli, solo parole per non lasciare che il silenzio si faccia pesante.

Giulio chiama il terzo giorno. Non spiega, non si giustifica. Dice solo:

Chiara, vorrei che tornassi. Ho capito una cosa.

Cosa?

Che sono stato un cretino. Ma ormai lho detto troppe volte, non conta più. Voglio dimostrartelo.

Chiara esita.

Va bene, dice.

Torna a casa il venerdì sera. Sul tavolo della cucina cè un minestrone con le verdure stracotte. Giulio ha sempre paura che restino crude. Accanto, un mazzo di fiori, un po impacciato, si vede che lha comprato in fretta.

Chiara posa la valigia. Guarda il minestrone. Poi i fiori.

Ho cotto troppo le verdure, dice Giulio dietro di lei.

Ho visto.

Ma per il resto è venuto bene.

Vediamo, risponde Chiara.

E va a lavarsi le mani. La vita è così. A volte, le verdure sono troppo cotte, a volte no. Limportante è accorgersene, e non stare in silenzio ventitré anni.

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Sono arrivata a casa di mio marito senza preavviso e ho subito capito perché fa sempre tardi al lavoro
Di nuovo con queste storie?? Qui comando io – e decido io chi entra e chi no. Attento, che potresti essere proprio tu quello che dovrà andarsene da qui… – Tu? – Ivan sogghignò. – Ricordi chi è davvero il padrone di casa? *** Un’altra mattina storta nell’appartamento di famiglia. Ma quando mai sono serene, qui, le mattine? Il sole brilla dispettoso oltre la finestra, ma dentro la stanza di Ivan non entra un filo di luce – forse perché Ivan non ha chiuso occhio, e, irritato, si gira e rigira senza pace. Quando finalmente si riadagia sotto il piumone… – Ivan! – tuona la voce che arriva dal corridoio, – Dove sei? Esci, per favore! Quando pensi di alzarti? Ivan impreca tra sé e si copre la testa col cuscino. Di nuovo. Papà, Michele, detto anche solo “Michele”, nel suo solito repertorio. E ancora non sono nemmeno le otto. – Mi sto preparando per andare al lavoro, papà, – borbotta Ivan con voce sonnolenta, – Se continui, farò tardi. Può ancora starsene a letto un’oretta. Un’ora di riposo che non ha avuto la notte. – Lavoro? Ma va’ là! – Michele è già affacciato sulla porta e sembra un gigante, anche se non supera il metro e settanta, – Altro che lavoro, stai solo stravaccato… Alzati! Mi servono dei soldi! Ivan si mette a sedere. Soldi. Che novità. – Per cosa? – domanda già rassegnato. – Ma sei tardo, Ivan? – sospira Michele teatrale, – Devo proprio spiegarti tutto come a un bambino? Voglio portare Ludovica fuori a cena. In un bel ristorante. Devo farla colpo, quella lì… Sai che non si accontenta di poco… “Quella lì”, cioè Ludovica, è una che coi soldi degli altri ci va a nozze, sennò Michele per lei è come il due di picche. Michele ormai ha perso ogni senso della misura: quello che guadagna finisce tutto in svaghi e impressioni, poi piovono richieste e, più spesso, pretese. – Papà, ne ho pochi anch’io, – Ivan prova a trattare, come ormai fa da mesi, – Solo per questa settimana: abbonamento del bus e pranzo. Tra il cambio di sanitari, mi sono già prosciugato… Ivan, davvero, sta in difficoltà. E finanziare le “impressioni” paterne non ne ha più voglia. – Pochi? – Michele alza le sopracciglia come se fosse Ivan a chiedere a lui un regalo, non un prestito, – Ma quanti pochi? Trovali! Sono soldi per tuo padre! E poi… – si infila nel portafoglio di Ivan, – Qui comando io! I TUOI soldi sono i MIEI soldi, è chiaro? Si fa come dico io! Prendo quello che mi pare! Peccato che nel portafoglio non ci sia più nulla. Quel che resta del suo stipendio, Ivan lo tiene sulla carta. – Dove stanno i soldi? Nella mia casa dove stanno i MIEI soldi? A questo punto Ivan sorride ironico. – Sei proprio sicuro che questa sia casa tua, papà? Sei sicuro? Il padre per un attimo smette di arraffare tra le cose altrui. – Cosa stai dicendo? – Dico solo quello che anche tu sai, – Ivan si siede meglio, finalmente sente di avere le carte in regola, – È della nonna questa casa. E la nonna l’ha lasciata a me. Lo sapeva come suo figlio se li spende i soldi. E sapeva che a te non si può proprio affidare niente. Che una volta avresti buttato via anche le mura. La nonna, Anna Patrizia, era una donna di testa. Aveva visto Michele restare al verde un paio di volte, vendendo perfino la macchina che lei gli aveva regalato e sperperando tutto in una settimana. Per fortuna, allora Ivan era già maggiorenne, lavorava e aveva potuto aiutare il padre a uscire dai guai. Così la nonna decise di tutelare il nipote, intestandogli tutto. Formalmente la casa è di Ivan, e di fatto anche: pagava lui bollette, spesa, perfino le ciabatte ai piedi del padre. Michele, invece, vive come un ospite parassita: si presenta solo per mangiare, dormire e tirare avanti una richiesta di soldi dietro l’altra. – Quindi, papà, – Ivan si alza, finalmente padrone in casa sua, – Qui decido io, e i miei soldi restano miei. Se vuoi portare Ludovica al ristorante, trovati un altro modo. Michele vorrebbe rispondere, ma non gli esce nulla se non un sibilo. – Me la pagherai… – Ricordati di farlo mentre magni la mia spesa, – ribatte Ivan. – Già che in questa casa di utile tu non porti nulla, almeno la memoria, usala. Non è facile. Ivan suo padre lo ama. Ma non può più vivere da servo. Qui il padrone è lui. Se a papà non va, si trova la porta. Anche la sera si sfoga in solite lamentele. Quando rientra, Ivan trova casa piena: Michele, già alticcio, seduto in posizione d’onore attorniato dai compari e, ovviamente, Ludovica, che cincischia ammiccando. – Ecco il mio figliolo! – proclama Michele, – È arrivato! Vedete? Proprio mio figlio, non mi considera niente! Si nasconde i soldi, mi vuole cacciare. Si sente il padrone di tutto! Ivan si ferma sulla soglia, sfiancato dalla stanchezza. – Papà, che bettola hai organizzato? – dice, – Fai tutto lo show che vuoi, ma i tuoi amici qui non li inviti più. Chiedo a tutti di uscire. Domani mi sveglio presto. Qualcuno inizia pure a mettersi in piedi, ma Michele li blocca: – Ma stai cacciando i miei ospiti? Da casa mia? Non ti sembra di esagerare con queste arie da padrone? Per Ivan non è affatto presto. – Da casa mia, papà, – lo corregge Ivan, e tutti si ammutoliscono, – E sì, chiedo a tutti di andarsene. Tu, se vuoi, resti. Ma questa banda per me è fuori. Tutti lo fissano. Ludovica si stringe a Michele, indecisa tra la fuga e la sfacciataggine. Gli amici, da sghignazzoni, passano la serata musoni. – Ragazzi, si va, – mugugna uno. – Dai, Michele, basta così, – aggiunge un altro, – È tardi. Michele, vedendo andare via la compagnia, sibila: – Mi hai messo alla berlina davanti a persone rispettabili… Ed è tuo padre, quello che insegni! – E se il padre ha bisogno di andare a scuola adesso? – Vediamo poi chi la spunta! Ma Ivan lo ignora, chiude la porta della sua stanza. La mattina il sole splende ancora, ma a Ivan non interessa. Il padre fa la vittima, non parla, si aggira come un fantasma rabbioso. Ivan decide di fare pace: – Papà, – lo chiama, – Scusami per ieri. Ho esagerato davanti ai tuoi amici. Ma non volevo offenderti, sono solo tanto stanco. Non dovevo dirle quelle cose davanti a loro. Ivan tira fuori il portafoglio. – Tieni, – porge i soldi, – Porta Ludovica fuori. Divertitevi. Michele si illumina: – Davvero? – chiede. – Davvero, – annuisce Ivan. Michele afferra il denaro e sparisce in camera per prepararsi alla serata. Ivan lo guarda e si sente vuoto. Ha dato i soldi, pace fatta… ma è come se non bastasse. Tutto il giorno Ivan pensa solo a una cosa: l’appartamento. Non ne può più di vivere con un padre che si comporta da adolescente cinquantenne, e andarsene sarebbe da stupido: la casa è sua! Ma cacciare il padre… è disumano. È il padre, dove andrebbe? Nessuna risposta. Stremato, Ivan la sera si addormenta. Papà torna dal ristorante non solo. – Ivan? Dormi? – entra Michele in gran spolvero, – Siamo giusto un attimo. C’è anche Ludovica. – Ciao, – Ivan si tira su nervoso. – Ciao carissimo, – fa lei, civettuola. – Ecco… ci siamo messi d’accordo: lei viene a vivere con noi! – spara Michele. Ivan si alza di scatto. – Cosa? Nessuno si trasferisce qui! Michele si gela, non si aspettava questa reazione. – Di nuovo con queste storie?? Qui comando io – e decido io chi entra e chi no. Occhio che potresti essere tu a doverti levare… – Tu? – sogghigna Ivan, – Ricordi chi davvero è il padrone di casa? – Non mi interessa cosa c’è scritto nei documenti! – urla Michele, ma subito si addolcisce per Ludovica, – Ivan, capisci… vogliamo stare insieme. Dove vuoi che andiamo, sotto i portici? Io la porto nella mia casa! – No, – taglia corto Ivan. – E se non ti dai una calmata, qui dentro presto non ci resterà nessuno tranne me. Michele è una furia. Gli brucia che il figlio lo comandi davanti alla sua donna. – Va bene, – sussurra cattivo, – Vediamo chi la spunta. *** Il giorno dopo, shock. Ivan, tornando dal lavoro, vede per strada sotto casa… i suoi vestiti, i suoi libri, gettati qua e là. – Ma che… – corre. Arriva alla porta. Non si apre, la chiave non funziona. Papà ha cambiato serratura. – Papà! – grida Ivan, – Apri! – Via di qui! – grida Michele da dentro. – Questa è casa mia! E non me ne frega niente dei documenti! Ho buttato fuori le tue cose! – Sfondo la porta! – Prova! Ivan capisce che non otterrà nulla. Potrebbe chiamare i carabinieri, ma qualcosa gli dice che non risolverebbe. Domani si vedrà. Raccoglie la roba. Una parte la sta già raccogliendo la vicina, Caterina, che si offre di ospitarlo quella notte. Ivan accetta. Dormire da Caterina e sua madre è strano, ma accogliente. È la prima volta che si sente in pace da mesi. La mattina aspetta che Michele e Ludovica escano, poi si precipita, chiama il fabbro. – Ecco i documenti della casa, – mostra, – Rompa pure la serratura. È mia. In pochi minuti Ivan è dentro. – Mi cambi subito anche le serrature. Poi, avvia le grandi pulizie: raccoglie tutto quello di padre e compagna, lo sistema nei sacchi e li mette fuori, senza lanciare nulla dal balcone. In quel momento Michele prova ad aprire: – Ma che succede… non si apre… la chiave non va… – bisbiglia, poi capisce, – Ivan sei lì? – Bastano le urla, – risponde Ivan, – Non avrai altri set di chiavi. – Mi hai cacciato?? – Tu cosa ti aspettavi? – Apri, ho dentro la roba! – strilla Ludovica. – I vostri sacchi sono sul pianerottolo, – risponde Ivan, uscendo, – Li trovi tutti dietro di te. Io non sono quello che butta via la roba degli altri. Michele cerca di forzare, ma Ivan lo ferma semplicemente mettendosi davanti alla porta. – Via, papà, – dice serio, – E anche tu Ludovica. Ora nessuno prova più a buttarmi fuori da casa MIA. E di certo non in maniera così meschina. Michele capisce che non ha chance. – Ti porto in tribunale! Ma Ivan sa che bluffa. Gli ha solo fatto capire che le sceneggiate sono finite. La sera, mentre Ivan sta lavando tutto ciò che aveva trovato per terra, arriva Caterina con una torta fatta in casa. – Ciao, – sorride, – Un dolce ci sta, ti va? – Certo. – Immagino la discussione con tuo padre… – Beh, ha deciso di andarsene. Da solo. Poi racconta tutto. – Guarda che io, le loro cose, le avrei lanciate dalla finestra, – scherza Caterina, – Tu sei stato anche troppo buono. E insieme, finalmente, si godono un po’ di tranquillità.