Mio marito non è venuto a prendermi all’uscita dall’ospedale. L’ho trovato io stessa—era al bar di fronte alla maternità, seduto a un tavolo con una donna e una carrozzina

Mio marito non venne a prendermi per la dimissione. Lho trovato io, da sola, in un bar proprio di fronte allospedale. Seduta davanti a lui cera una donna con una carrozzina.

Avevo preparato la borsa già dalla sera. Da sola. Mussoline, il sacco per portare fuori la bambina, minuscoli pagliaccetti a righe gialle e bianche presi allottavo mese. Linfermiera mi aveva detto: Alle dieci di mattina, e io avevo annuito, con una sicurezza che non sentivo. Risponde sempre, lui. Arriva sempre, lui. È sempre puntuale, lui.

Misi il telefono in carica e mi sdraiai. Mia figlia dormiva accanto a me, in una culla trasparente così piccola, grinzosa, con la peluria scura sulla nuca. La guardavo pensando che adesso tutto sarebbe stato diverso. Che Marco questo lavrebbe capito. Che tre giorni tra pareti bianche avrebbero fatto crescere qualsiasi uomo.

Alle dieci, lui non venne.

Chiamai non rispose. Scrissi visualizzò, ma niente risposta. Poi, verso le undici meno un quarto, un messaggio: Arrivo tra poco. Misi via il telefono. Linfermiera portò i documenti da firmare, la puericultrice mi aiutò a vestire la bambina lavevamo già chiamata Matilde in testa, ancor prima che nascesse: Matilde.

Alle undici ancora niente.

Richiamai. Questa volta rispose. La sua voce impastata di sonno, strascicata, come quella di chi si è appena svegliato.

Marco, dove sei?

Sto arrivando, è il traffico

Quale traffico di domenica?

Eh fece silenzio. Ora esco.

Abbassai il telefono. Matilde si muoveva nel sacco, un po borbottava, un po faceva bolle di saliva. Guardavo fuori dalla finestra cortile grigio di febbraio, alberi nudi, auto in fila. Di fronte allospedale, oltre la strada, cera un bar. Lettere gialle sulle vetrine. Tre giorni lavevo visto dal reparto, senza mai davvero notarci.

Ora lo guardavo.

Seduto a un tavolo vicino alla vetrina, un uomo. Giubbotto blu. Capelli scuri. Dava le spalle a me, ma conosco quella schiena come uno conosce la propria. Quante volte lho fissata nel buio, mentre si voltava e dormiva senza salutare buonanotte.

Di fronte a lui, una donna. Giovane, con una carrozzina accanto grigia, elegante, ruote grandi.

Restai alla finestra. Minuti o sogni, non so. Poi presi la borsa, chiesi alla puericultrice di tenere Matilde e scesi giù verso linfermiera di guardia.

Devo uscire cinque minuti, dissi. Tutto pronto coi documenti?

Sono pronti. Ma è meglio aspetti suo marito, rispose lei, occhi sopra le lenti.

Torno subito.

Uscii dalluscita di servizio, quella che mi aveva mostrato Claudia la compagna di stanza dimessa il giorno prima. Febbraio mi colpì subito in faccia, sotto la giacca, nelle orecchie. Attraversai la strada, spinsi la porta del bar.

Dentro, odore di caffè e cannella. Musica di sottofondo, jazz sfumato, irreale. Li vidi subito.

Marco reggeva la tazzina con tutte e due le mani. Sorrideva testa allindietro, le spalle morbide. Non lo vedevo così rilassato da mesi, da quando la pancia aveva iniziato a vedersi.

Lei diceva qualcosa, sorrideva. Lineamenti delicati, capelli castani corti. Dalla carrozzina nessun suono il bambino dormiva.

Mi avvicinai al tavolo. Restai lì.

Marco sollevò lo sguardo il sorriso cadde in un attimo, come cadrebbero i sogni appena svegli.

Chiara

Ciao, dissi. Mi pareva fossi in viaggio.

Lui posò la tazza, la donna mi scrutava con lincertezza educata dei sogni.

Chiara, aspetta, non è

quello che sembra? Non alzai la voce. Altri pochi clienti nel bar. Sentivo gli sguardi, ma non mi importava. Non hai risposto alle dieci. Hai scritto arrivo alle undici meno un quarto. Ora sono quasi le dodici. Io ti vedevo dalla finestra. In faccia, quasi.

Chiara, si alzò. Usciamo un attimo.

Perché uscire? Matilde mi aspetta.

La donna di fronte a lui irrigidì la schiena.

Mi scusi, disse. Lei è sua moglie?

Sì.

Io sono Francesca. Francesca Lovriani. Io e Marco lavoriamo insieme.

La guardai. Poi la carrozzina.

Ci siamo incontrati qui per caso, spiegò. Abito nellaltro palazzo. Entrata col caffè, la bambina. Anche Marco sarà passato per caso. Abbiamo iniziato a parlare.

Da quanto?

Pausa.

Sono arrivata verso le nove.

Guardai Marco.

Verso le nove Quindi eri qui già alle nove. Sapevi che la dimissione era alle dieci.

Chiara

Lo sapevi?

Lo sapevo. Non distolse lo sguardo, ma gli occhi avevano qualcosa di fragile, minuscolo come polvere. Sono entrato solo per prendere un caffè. Cinque minuti.

Sono tre ore, Marco. Tre ore non sono cinque minuti.

Nella carrozzina il neonato si mosse. Francesca si chinò, aggiustò la copertina. Sua figlia avrà avuto tre mesi.

Mi scusi, mi disse, a bassa voce, sincera. Non sapevo nulla della dimissione. Non ha detto niente.

Non è colpa sua, risposi nello stesso tono.

Mi rivolsi a Marco.

I documenti sono pronti. Parcheggia dietro, alluscita di servizio. Avviso luomo della sicurezza, puoi entrare lì.

E uscii.

Rientrando attraversai la strada più lentamente. Febbraio non sembrava più così pungente forse perché il caffè mi aveva scaldata, forse per altro. Pensavo a Matilde, che non sapeva ancora cosa fosse una dimissione. Che aveva tre giorni di vita, il compito solo di sopravvivere e mangiare. Che davanti aveva tutta la vita, e desideravo per lei che fosse bella.

La puericultrice mi aspettava, Matilde tra le braccia.

E tuo marito?

Sta arrivando, dissi. Sta per arrivare.

Presi mia figlia. Sapeva di latte e di talco, e quellodore era reale, concreto, che bar, giubbotto blu, jazz restarono sullo sfondo.

Linfermiera diede gli ultimi documenti, firmai dove chiese. Mi vestii, vestii Matilde il sacco aveva tre bottoni, le mani mi tremavano ma feci tutto.

Marco era già alluscita di servizio. Lauto dove avevo detto. Mi venne incontro, prese la borsa gliela diedi. Provò a prendere anche Matilde quella no.

Chiara

Dopo, risposi. Ora a casa.

Non disse altro.

In macchina viaggiammo in silenzio.

Matilde dormiva nel seggiolino; io dietro, con la mano sul bordo. Marco guidava. Nellauto pendeva ancora il profumo allabete di Natale lo stesso da dicembre, mi dicevo sempre di buttarlo.

Dorme? chiese lui.

Sì.

Bene.

Le vie di febbraio passavano grigie, spolverate di neve ai lati. Quasi nessuno in giro. Una macchia pubblicitaria: una banca, unofferta, nulla che avesse senso.

Guardavo Matilde. Aveva già la sua abitudine nella nanna aprire un po la bocca, come per dire qualcosa e poi cambiare idea. Mi ero già innamorata di questa cosa.

Chiara, disse Marco.

Dopo, risposi di nuovo.

Voglio solo dire

Marco. Dopo.

Tacque. Un semaforo rosso. Fermò la macchina, tamburellò involontariamente sul volante. Un gesto che conoscevo già.

Verde. Via.

Pensavo allospedale rimasto dietro. Allappartamento davanti lo stesso di tre giorni fa, eppure diverso. O identico. Non lo sapevo.

Parcheggiammo. Marco prese la borsa. Io Matilde. Salimmo in ascensore. Sesto piano. Lui armeggiò con la chiave il solito problema, rimandato da troppo.

Benvenute a casa, disse pianissimo. Non si capiva se a me o a lei.

Grazie, risposi.

A casa, lo stesso profumo: un po caffè, un po polvere, un po del suo dopobarba. In cucina, due tazze nel lavandino. Le contai subito due, non una.

Posai Matilde nella culla preparata due mesi: bianca, mobile con nuvole sopra. Fece un cenno col capo, si quietò. Andai in cucina.

Chi è stato qui? chiesi.

Marco alla finestra, non si voltò subito.

In che senso?

Due tazze sporche. Sono andata in ospedale giovedì. Oggi è domenica. Chi ha bevuto la seconda?

Mia madre.

Tua madre?

Sì.

Quando?

Venerdì, credo.

Apro il rubinetto, prendo la spugna. Lavo in silenzio entrambe le tazze.

Marco, dissi senza girarmi. Voglio parlare. Ma non ora. Devo dare da mangiare a Matilde e dormire almeno unora. Poi parliamo.

Va bene, la sua voce era quella di chi cammina sul ghiaccio e teme di crollare.

Voglio che tu sia sincero. Non ora dopo. Ma sincero.

Sono sincero.

Mi voltai finalmente.

Sei stato nel bar di fronte allospedale dalle nove. Il giorno della dimissione di tua figlia. Hai tolto laudio dal telefono e non hai risposto finché non ho richiamato io. Questo non è essere sinceri, Marco. È vigliaccheria.

Lui mi guardava con quellespressione imparata in quattro anni di matrimonio: non colpevolezza, ma disorientamento. Non si sentiva colpevole, solo scoperto.

Ti spiegherò, disse.

Ti ascolterò. Ma non adesso. Tra due ore.

Andai da Matilde.

Mangiò in fretta affamata, decisa, già seria. Guardandola, capivo che questa era la persona a cui non occorre spiegare nulla. A cui non vanno chieste sincerità. Che ha solo bisogno di te tutta, subito.

Lho adagiata e mi sono coricata. Credevo di non dormire, ma mi addormentai prima di finire questo pensiero.

Mi svegliai dopo unora e mezza. Matilde dormiva. In casa silenzio.

Marco era in cucina, il caffè davanti, il telefono a faccia in giù. Quando sono entrata lha rimesso in tasca, troppo in fretta.

Presi lacqua, mi sedetti di fronte.

Parla, dissi.

Fece silenzio, poi iniziò:

Io e Francesca lavoriamo insieme da due anni. Tu sai, abbiamo seguito quel progetto la gara a novembre. Lei è andata in maternità prima della fine, dovevamo sentirci spesso.

Ricordo la gara, dissi. Tornavi alle dieci di sera. Io al settimo mese.

Sì. Non negava. Abbiamo lavorato tanto.

E?

E niente. Solo lavoro. Alzò gli occhi su di me. Chiara, ti giuro, non cè mai stato niente tra noi.

Non cè stato o non cè più?

Pausa minuscola ma lho sentita.

Non cè, ripeté.

E cè stato?

Posò la tazza.

Chiara

Sì o no.

È più complicato che sì o no.

Annuii. Lentamente.

Capisco.

Aspetta. Provò a toccarmi la mano, ma mi ritrassi. È successo tanto tempo fa. Prima che tu rimanessi incinta. Una sola volta. Mi sono fermato subito io.

Una sola volta.

Sì.

E oggi sei capitato per caso nel bar di fronte proprio là mentre io ti aspettavo.

Sono andato a bere un caffè. Lho vista. Abbiamo parlato. Chiara, non avevo pianificato giuro.

Non pianificavi nulla, ripetei. E così non sei venuto al più importante momento. Non per lei, non per nessuna. Solo così, semplicemente.

Non rispose.

Mi alzai, andai verso la finestra il cortile familiare, alberi, macchine. Pensavo che tre giorni fa avevo visto lo stesso cielo, ma da unaltra finestra.

Marco, dissi senza voltarmi. Non farò scenate. Non ho forza, e nemmeno voglia. Abbiamo una figlia di tre giorni. Voglio che tu capisca una cosa.

Quale?

Perdonerei lerrore. Potrei anche superarlo, se fossi stato tu a raccontarmelo. Ma prima che io ti vedessi per caso dal vetro. Se capisci la differenza.

Silenzio.

Non sei venuto non perché ti sei trattenuto al bar. Non sei venuto perché per te era più importante stare lì. E non è neanche Francesca, capisci? Sei proprio tu a essere più importante per te stesso.

Mi voltai.

Non deciderò niente oggi. Voglio che tu lo sappia. Oggi darò da mangiare a Matilde e dormirò. Domani pure. Tra una settimana ne parliamo ancora, e tu mi dirai tutto sul serio. Non una volta, non errore tutto. Poi penserò.

Chiara

Questo, per ora, posso dare.

Lui annuì, sottovoce.

Va bene.

I giorni dopo scorrevano strani ovattati, irreali. Matilde dormiva, mangiava, fissava il soffitto seria, come chi sta risolvendo un grande problema. Marco si muoveva leggero, cucinava, usciva due volte per i pannolini, una volta per le medicine. Non lo cacciavo, non lo invitavo mai.

Il terzo giorno chiamò sua madre.

Risposi, per abitudine.

Chiara, la voce della signora Maria era tesa, acuta. Come stai? E Matilde?

Bene. Tutto bene.

Senti, posso chiederti Marco è strano, non parla. Che è successo?

Parli direttamente con lui.

Ma dai

Signora Maria, dissi calmandola. Le voglio bene. Ma ora non posso parlare. Accudisco mia figlia ogni tre ore e dormo pochissimo. Quando sarò pronta, ne parleremo.

Pausa.

Va bene, disse. Scusa.

Non me laspettavo.

Domani vi porto un po di brodo. Posso?

Può, grazie.

Arrivò il giorno dopo puntuale, a mezzogiorno, con una pentola di brodo di pollo e un sacchetto di taralli. Aprii, lei entrò, si tolse la pelliccia, andò subito da Matilde.

Madonna santa, sussurrò. Che bella.

Matilde dormiva, la suocera la guardò a lungo, mani incrociate sul petto.

Posso prenderla? chiese infine.

Aspetti, lasci dormire. Ha appena chiuso gli occhi.

Sì, sì, si staccò dal lettino e andò in cucina a scaldare il brodo. Hai fame?

Un po.

Mi servì, si sedette con il tè il tè al bergamotto di Marco, che a me non piaceva.

Parlammo poco.

Chiara, iniziò. Non voglio immischiarmi.

Va bene.

Ma ti devo dire una cosa.

Mangiai in silenzio, aspettando.

Mi ha chiamata. Marco. Ha confessato. Reggeva la tazza con tutte e due le mani, fissando il tè. Non lo difendo. È stato uno sciocco. Lo è sempre stato nei sentimenti si annebbia, ragiona male. Ma non è cattivo, Marco. Questo lo so.

Non dico che sia cattivo, risposi. Sarebbe più facile se lo fosse.

Mi guardò, annuì, sembrando capire, ma non del tutto.

Sei una ragazza in gamba, disse. Più di lui, glielho sempre detto.

Non so se sia un bene.

Eccome se lo è. Uno dei due devesserlo, almeno.

Matilde piagnucolò. Mi alzai.

Buono il brodo, dissi. Grazie.

Maria si alzò. Seguì in camera. Stette sulla porta mentre prendevo la bimba.

Posso ora? chiese.

Le diedi Matilde. La prese con gesto fermo di chi ha già tenuto figli piccoli. La cullò.

Matilde, disse. Matildina

Matilde la fissava seria.

Ha la fronte e il naso di Marco, disse Maria. Proprio lui.

Sì, lo vedo.

Ma gli occhi sono tuoi. Lespressione arriverà, ma poi sarà uguale. Proprio tuoi.

Le guardavo. Pensai che quella era una di quelle cose inviolabili. Qualunque cosa succeda questa donna sarebbe stata la nonna di Matilde. Quel sangue, quel volto, quelle mani. Per sempre.

Un sorriso. Non un vero sorriso linfermiera diceva che i sorrisi veri arrivano dopo, allinizio sono riflessi. Ma era sulle mie braccia, mi guardava e qualcosa accadde allangolo delle sue labbra. Una cosa piccola, precisa.

Marco era lì, vide.

Chiara, sussurrò. Hai visto?

Sì.

È un sorriso?

Forse solo riflesso.

Comunque sia

Stavamo lì, a guardarla. In casa regnava il silenzio. Pensavo che il massimo della stranezza della vita si riduce a pochi secondi così. Accanto a te una persona, di cui forse non ti fidi, che ami. O che non ami più. O che ami ancora. Tu, nemmeno lo sai.

Devo dirti una cosa, sussurrò lui, senza guardarmi.

Dimmi.

Non era solo una volta.

Pausa.

Quante?

Tre mesi. Più o meno. In autunno. Tu eri al sesto e settimo mese.

Rimasi immobile. Matilde sbadigliò senza denti, richiuse gli occhi.

Poi ho chiuso io. È vero. Lei voleva proseguire, ho detto no. Che era sbagliato.

E il giorno della dimissione?

Quel mattino mi ha scritto. Che voleva parlare. Sono venuto credevo cinque minuti. Dire che tra noi era chiuso, che avevo una figlia. Ma si è messa a piangere e io non sono riuscito ad andarmene subito.

Non sei riuscito a lasciarla. Ma sei riuscito a non venire da me.

Non rispose.

Adagiai lentamente Matilde nel lettino. Mi raddrizzai.

Grazie per averlo detto.

Chiara

No, adesso basta. Alzai una mano. Adesso non decido nulla. Sul serio. Mi serve tempo. Più di tre giorni.

Quanto?

Non lo so. Lo fissai. Devo capire se posso restare con questo. Non perdonare restarci dentro. È diverso.

Capisco.

Non so se capisci davvero. Ma va bene.

Presi una copertina e coprii Matilde. Dormiva già respiri piccoli, tranquilli, come sanno dormire solo quelli che non devono capirci nulla, ancora.

Dopo una settimana chiamai la mia amica Laura. Amiche dalluniversità, ora a Bologna, ma ci scrivevamo sempre.

Laura, dissi. Devo parlare.

Si sente dalla voce. Dimmi.

Raccontai. Breve. Lei ascoltò senza interrompere. Poi disse:

Chiara, ti chiedo una cosa. Solo sincerità.

Sì.

Se fosse stato lui a raccontare tutto, prima della dimissione. Prima di vederlo. Come avresti reagito?

Pensai.

Non lo so. In modo diverso, forse.

Ecco. Lei aspettò. Non conta solo ciò che ha fatto che è terribile, non giustifico. Conta che ha scelto di nasconderti la verità. Di dire una volta. Di confessare solo quando sapeva che avresti scoperto comunque tutto.

Sì.

Sei intelligente. Deciderai da sola. Qualsiasi scelta farai, sarà quella giusta. Perché tua.

Laura, lo dici sempre.

Perché è sempre vero.

Per la prima volta in una settimana, risi davvero.

Vieni a trovarci presto?

Appena porti fuori Matilde, vengo. Devo assolutamente annusare la testolina.

Farai bene. Profuma davvero.

È una trappola evolutiva, guarda.

Laura.

Dimmi?

Grazie.

Di niente. Fammi sapere domani.

Riattaccai. Fuori già scendeva il buio giorno di febbraio che fugge, quasi non vedesse lora di andare. Mi versai un tè, mi sedetti al davanzale.

Marco tornò dalla spesa con le borse. Mise tutto in cucina. Mi guardò.

Prendi il tè? Ti ho preso quelli con la menta.

Ne ho già.

Sì. Rimase sulla soglia, impacciato. Matilde dorme?

Sì. Lho appena fatta mangiare.

Bene.

Si sistemò in cucina. Sentivo il suono del frigorifero, le buste. Rumori normali di vite normali. E quella era la cosa più difficile: fuori nulla cambiato odori, colori, lo stesso giubbotto sulla gruccia; dentro, qualcosa si era spostato. E non sai se tornerà a posto, se deve.

Lo accettai poco a poco, come si accettano le decisioni grandi non allimprovviso, ma a pezzetti, giorno per giorno. Osservavo Marco quando prendeva Matilde alle tre di notte per farmi dormire. Allinizio goffo, poi sempre più sicuro. Le parlava piano, serio, come a un adulto con cui spiegare una faccenda.

A volte mi svegliavo alle quattro per il silenzio Matilde era quieta, fatto strano di per sé. Andavo nella stanza.

Marco stava sulla poltrona accanto alla culla. Matilde sul petto, dormiva; lui con la testa indietro, il viso rilassato, quasi bambino.

Restavo sulla porta, poi tornavo a letto.

Ancora non sapevo che decisione avrei preso. Ma pensavo che anche questa fosse la verità non meno della prima. Che le persone sono più complesse di quello che fanno in un certo giorno. Che Matilde avrebbe avuto un padre che vegliava su di lei alle quattro e un padre che aveva saltato la dimissione. La stessa persona, la stessa faccia.

E cosa farne questa era la mia domanda. Solo mia.

Fissavo il soffitto e pensavo.

Una sera Matilde aveva già tre settimane ero in cucina. Matilde dormiva, tutto tranquillo. Sfogliavo il telefono come si sfoglia laria. Marco tornò dal lavoro, si cambiò, mise su il bollitore. Si sedette di fronte.

Restammo un po in silenzio.

Comè andata? chiesi.

Bene. Abbiamo consegnato quei documenti. Si massaggiò il viso. Hai dormito?

Due ore. Matilde mi ha lasciato dormire.

Bene. Pausa. Oggi ci sono andato.

Dove?

Dalla psicologa. Mi ero prenotato settimana scorsa, oggi prima volta.

Posai il telefono.

E?

Nulla di speciale per adesso, parlava lento, centellinando le parole come palline dargento. Ho raccontato. Lei ascoltava, chiedeva. Ho capito che non so rispondere a certe domande.

Tipo?

Tipo: Cosa provavi in quel momento? Sorrise triste. Non lo so. Mai saputo davvero i miei sentimenti. Forse è sempre stato così.

Sì, forse.

Mi ha detto che si chiama alessitimia. Non saper nominare le emozioni.

Conosco la parola.

Ah sì?

Ho letto. Lo guardai. Non è una diagnosi. Un tratto.

Mi ha detto anche lei. Che si può lavorare.

Il bollitore suonò. Preparò due tazze a me la menta, a lui bergamotto.

Stretta la tazza tra le dita.

Marco, dissi. Non mi aspetto che tu cambi in tre settimane.

Lo so.

Né che tu sappia spiegare tutto. Ho smesso di aspettare spiegazioni.

Mi ascoltava.

Aspetto solo una cosa, ora, dissi. Che tu sia sincero. Non perché ti scopro, ma perché vuoi, tu. Ci riesci?

Non lo so, rispose. Ma ci provo.

È già una risposta sincera.

Ci sorbimmo il tè. Fuori nevicava lenta, pigra, tipica di febbraio.

Sa di latte, disse Marco allimprovviso. Matilde. Ogni volta che la prendo latte e qualcosaltro. Non so dirlo.

Sapone da bebè, magari.

No, altro. Guardava fuori. Non pensavo fosse così. Lhai in braccio e basta, il mondo non cè più.

Sì, è così.

Sollevai la testa.

Perché?

Voglio capire, disse Marco, scegliendo ogni parola. Perché faccio quello che faccio. Perché mento. Perché la mattina sono andato lì invece che Si fermò. Voglio capire. Non solo per te per me.

Lo guardai.

Va bene.

Non significa che tu debba decidere ora.

Lo so.

Voglio solo che vedi.

Ti vedo, Marco.

Annuì. Si alzò, lavò le tazze già nel lavandino. Quando era a disagio, puliva qualcosa una vecchia abitudine che solo ora notavo.

Guardavo la sua schiena.

Quella schiena già vista dietro alla vetrina del bar, sotto il giubbotto blu. Eppure diversa. O forse ero diversa io.

Marco, chiamai.

Sì?

Non abbiamo finito di parlare. Ci vorrà molto, forse.

Lo so.

E non so prometterti come andrà.

Capito.

Però sono ancora qui, per ora.

Lui si voltò. Mi fissò. Lungo, senza parole. Poi annuì. Lentamente.

Anchio.

Nella stanza accanto Matilde si mosse. Andai da lei. Stava con gli occhi aperti concentrata, serissima, studiava il soffitto.

Ehi tu, dissi che succede?

Girò la testa verso la voce. E di nuovo, quel piccolo accenno agli angoli della bocca. Riflesso, o forse no.

La presi in braccio.

In casa silenzio. Fuori, ormai quasi marzo, la neve sui davanzali pesante, infreddolita, già primavera sotto. Domani forse scioglierà.

Restavo con Matilde alla finestra, pensando che la vita non è una cosa che succede una volta. Ricomincia ogni mattina. Ogni giorno una scelta. A volte quella giusta, altre no.

E che ciò che davvero conta non è quello che avrebbe scelto lui. Ma quello che scelgo io, ora.

Rate article
Add a comment

;-) :| :x :twisted: :smile: :shock: :sad: :roll: :razz: :oops: :o :mrgreen: :lol: :idea: :grin: :evil: :cry: :cool: :arrow: :???: :?: :!:

four + 13 =

Mio marito non è venuto a prendermi all’uscita dall’ospedale. L’ho trovato io stessa—era al bar di fronte alla maternità, seduto a un tavolo con una donna e una carrozzina
Dove risuona la musica