La suocera ha deciso di mettere alla prova Olga: il risultato è stato sorprendente

La suocera decise di mettere alla prova Chiara. Il risultato fu sorprendente.

Patrizia Bellini chiamò giovedì sera. Marco rispose al telefono, parlò per una decina di minuti e poi entrò in cucina con quellaria di chi porta una notizia non proprio allegra, ma che non ha ancora deciso come formularla.

Viene mamma, disse infine. Si fermerà qualche settimana.

Chiara mescolava la minestra.

Quando?

Sabato.

Chiara spense il fornello.

Qualche settimana. Sapeva bene cosa significava qualche settimana nella lingua di Patrizia Bellini. Era come il un pizzico di sale nelle sue ricette: concetto profondamente soggettivo.

La suocera arrivò sabato, in perfetto orario a mezzogiorno, con una grande borsa da cui si sentiva tintinnare qualcosa di solido e con quellespressione tipica di chi arriva per un sopralluogo. Valutava tutto, con lo sguardo di chi osserva un appartamento prima di acquistarlo.

Uhm, esitò guardando lingresso, almeno qui non cè polvere. Bene, già un punto a favore.

Marco rise. Chiara sorrise.

Bene sembrava fosse, a modo suo, un complimento.

Patrizia passò subito in cucina, aprì il frigorifero con aria distratta, come fosse capitato per caso, e chiese pensierosa:

Prendi latte scremato? A Marco serve quello intero, ha lo stomaco delicato.

È stato lui a chiederlo, rispose Chiara.

Sì, ma quel che chiede… sospirò la suocera, chiudendo il frigo con laria di chi abbia appena fatto una scoperta da annotare.

La sera, mentre Marco era sotto la doccia, Patrizia si accomodò in salotto, le mani raccolte in grembo, e disse con calma, quasi amorevolmente:

Ascolta, Chiara, non volermene. Devo capire davvero che tipo sei.

Patrizia Bellini era una vera professionista.

Si muoveva silenziosa, come un restauratore che toglie uno strato alla volta fino ad arrivare al vero. Ogni osservazione era cauta, con un sorriso, apparentemente innocua.

Il secondo giorno scovò gli asciugamani.

Chiara, iniziò, tenendo in mano lasciugamano nel bagno, lo sai che andrebbero appesi con il cappio in basso? Così si asciugano meglio.

Io li appendo sempre così, rispose Chiara.

Va bene, va bene, concesse Patrizia e appese il proprio con il cappio in basso, come fosse una bandiera di una nuova generazione.

Le camicie di Marco erano nello stesso armadio, stirate e ordinate per colore, appese tutte in fila. La suocera aprì larmadio, osservò a lungo, fece un cenno con la testa e disse quasi a se stessa:

I colletti sono un po stropicciati. O forse è proprio voluto così.

Chiara stava lì accanto, pensando: non è una domanda, è una constatazione. Formulata di proposito perché non ci sia nulla da rispondere.

La pianta sul davanzale un vecchio ficus traslocato da una casa allaltra al seguito di Chiara era, secondo la suocera, annaffiata nel modo sbagliato.

Chiara, i ficus non amano lacqua dallalto. Mettila sempre nel sottovaso.

Questo vive con me da otto anni, rispose Chiara.

Sì, otto… Ma avrebbe potuto crescere meglio.

Il ficus, saggiamente, non intervenne nella conversazione.

Dopo seguì una lunga lezione sulla disposizione dei cibi nel frigorifero, dettagliata e pragmatica: i latticini al centro, la carne solo in basso e nel contenitore, le verdure in un sacchetto forato o appassiscono, le uova nello scomparto adeguato, non nello sportello, che si muove troppo. Chiara ascoltava e annuiva, annuiva e ascoltava. Le uova rimasero doverano.

La sera, Patrizia telefonava e Chiara sentiva tutto dalla cucina, non apposta, ma le pareti dellappartamento erano sottili e la voce della suocera ben impostata.

No, Tamara, in generale va tutto bene. Si impegna. Ma si capisce subito che non è portata. Pensa: ha messo i fagioli nel minestrone! Marco certo mangia, è un bravo ragazzo, non direbbe mai nulla. Ma io lo so. E poi gli asciugamani li appende male. E non sa curare le piante…

Chiara lavava una tazza e pensava: quanto durerà ancora? A sensazione, il test era già fallito. Ma ora?

Marco assisteva a tutto con quel distacco tipicamente maschile che in realtà significa: vedo tutto, ma fingo di niente, sperando che si sistemi da solo.

La sera diceva a Chiara:

Non farci caso. È solo apprensiva.

Lo so, rispondeva Chiara.

Non lo fa con cattiveria.

Lo so, Marco.

Vuole solo essere sicura che stiamo bene.

Sì, lo so.

Lui la guardava con un misto di colpa e sollievo. Per fortuna capisce. Per fortuna non fa scenate. Per fortuna è calma.

E Chiara andava tranquilla a lavare i piatti.

Al decimo giorno, Patrizia lasciò apposta la cucina in disordine. Chiara tornò dallufficio verso le sei e mezza: tazze sporche sul tavolo, briciole di pane, una confezione di burro aperta. La suocera guardava la tv in soggiorno.

Chiara riordinò tutto. Pulì. Sistemò.

Poi, la sera, Patrizia, in corridoio, credendo Chiara in bagno, disse piano a Marco:

Hai visto? Di nuovo cucina in disordine. Forse non ce la fa a star dietro a tutto.

Chiara stava dietro la porta con lasciugamano in mano.

Marco rimase zitto.

Ecco, pensò Chiara, adesso è chiaro.

Non si sentì offesa, né particolarmente ferita. O almeno, non in modo evidente.

Ma il giorno dopo, quando Patrizia a colazione annunciò che la settimana seguente sarebbero venute a trovarla le sue tre sorelle “così, per fare due chiacchiere, conoscerci meglio” Chiara sorrise e disse:

Perfetto, saremo felicissimi.

Marco la guardò con un po di stupore, Patrizia con unombra di sospetto. Chiara finì il caffè e si preparò per andare al lavoro.

Vediamo, come piace dire a mia suocera…

Le ospiti arrivarono sabato, poco dopo le due.

Le tre sorelle di Patrizia Zina, Clara e Nella erano donne solide, con opinioni su tutto e voci temprate dalla vita. Entrarono in corridoio, squadrarono la casa con rapidità da esperte magazziniere e cominciarono a svestirsi.

Bella casa, disse Zina. Luminosa.

La ristrutturazione è recente? domandò Nella.

Tre anni fa, rispose Chiara.

Si vede, disse Nella, senza specificare in cosa si vedesse.

Patrizia le accoglieva con laria della regista che porta gli attori in scena e aspetta di vedere cosa succederà. Marco aiutava con i cappotti. Chiara se ne stava tranquilla a lato, col sorriso, senza la minima agitazione.

Questo inquietò un poco Patrizia.

In soggiorno si sedettero. Zina si guardò intorno, sistemò per abitudine un cuscino del divano, e chiese:

Allora, Chiaretta, cosa ci porti in tavola oggi?

Ed ecco il colpo di scena.

Chiara si rivolse alla suocera, serena. Niente pause teatrali, niente forzature.

Patrizia, pensavo che oggi in cucina saresti la padrona tu. Dopottutto cucini meglio di me, lo dici sempre. Non vorrei sfigurare davanti alle tue sorelle!

Silenzio.

Patrizia fissò Chiara. Chiara la guardava amichevole, genuina, come chi proponga una cosa semplice e naturale, senza capire lo stupore suscitato.

Io… abbozzò la suocera.

Cè tutto il necessario, aggiunse Chiara. Pollo, verdure, erbe fresche. Ho già fatto spesa stamattina. E Marco non fa che lodare i tuoi piatti.

Marco, sulla poltrona, iniziò improvvisamente a studiare la trama del tappeto.

Clara si scambiò una rapida occhiata con Zina. Nella guardava tutto con curiosità.

Va bene, disse infine Patrizia. Procedo io, allora.

E andò in cucina.

Chiara si sedette accanto a Zina, e con semplicità chiese:

Siete riuscite a non trovare traffico in città?

Zina, un po spiazzata, rispose. Poi Nella aggiunse qualcosa sulle code. Clara precisò che da lei il sabato è impossibile muoversi. Il dialogo scivolò via naturalmente, come accade tra chi è imbarazzato dal silenzio.

Dalla cucina, rumori.

Prima lo sportello del frigorifero. Poi silenzio. Di nuovo sportello. Poi il tintinnio di una pentola. Poi qualcuno che cerca senza trovare.

Chiara! chiamò la suocera. Dovè la pirofila?

Nellarmadietto in basso a destra, rispose Chiara dal divano.

Silenzio.

Non la vedo.

Sotto la teglia.

Lunga pausa.

Ah, eccola.

Zina tossicchiò. Clara si mise a fissare una stampa. Nella guardò fuori dalla finestra con innocenza.

Chiara si rivolse a Clara:

Gradisci un tè intanto? Metto lacqua sul fuoco.

Volentieri, rispose Clara con sollievo.

Chiara andò in cucina e lì, con la porta chiusa, restò qualche secondo accanto a Patrizia, che era piegata sul tagliere con laria di un generale costretto improvvisamente a pelare patate.

Non si dissero niente.

Chiara mise a bollire lacqua, prese le tazze e tornò in salotto.

La cena fu servita. Ci volle circa unora e mezza, non rapidissima, un po caotica, il pollo si seccò leggermente, il sughetto era troppo liquido. Patrizia apparecchiava con laria di chi svolge il compito con coscienza, ma preferirebbe essere altrove.

Zina assaggiò il pollo e con diplomazia disse:

Patrizia, ti è sempre riuscito tutto buono.

A tavola non cera imbarazzo, solo un silenzio consapevole: tutti avevano capito, nessuno accennò.

Chiara durante cena si limitò a qualche domanda sui figli di Clara, ascoltò parlare di giardinaggio, versò il tè a tutti.

Patrizia era capotavola e taceva.

Quando le ospiti se ne andarono e i piatti furono ripuliti, Patrizia uscì dalla cucina asciugandosi le mani con lo stesso asciugamano il cappio rigorosamente in basso.

Chiara stava in soggiorno con Marco a bere il tè.

La suocera sostò sulla porta, poi venne a sedersi sulla poltrona. Rimase in silenzio. Fuori era ormai notte e si sentiva al di là del muro il televisore dei vicini.

Hai orchestrato tutto bene, osservò Patrizia.

So solo cosa voglio, rispose Chiara.

La suocera annuì. Si alzò, andò verso la stanza e, sulla soglia, senza voltarsi, aggiunse:

A dir la verità, quel minestrone con i fagioli non era male.

E se ne andò.

Marco alzò gli occhi su Chiara.

Da quando avevi pensato alla storia della cucina? chiese piano.

Da quando non hai detto niente in corridoio, rispose lei.

Lui annuì. E non chiese altro.

Tre giorni dopo Patrizia tornò a casa sua. Si preparò da sola, chiamò il taxi senza aiuto. Salutò Marco con un abbraccio e, dopo un attimo di esitazione, abbracciò anche Chiara.

Quando la porta si chiuse alle sue spalle, Chiara andò in bagno e tornò a appendere il proprio asciugamano come sempre: il cappio in alto.

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