Il mistero del suo lavoro

Il Segreto del suo Lavoro

La porta si aprì prima che Chiara riuscisse a nascondere le stampe sparse sul tavolo. Fece appena in tempo a chiudere il portatile e voltarsi quando, dallingresso, arrivò il rumore di buste che tintinnano e la voce familiare.

Matteo, che scale avete in questo palazzo, lho detto mille volte: dovreste cercare un appartamento al primo piano! Cinque piani senza ascensore, è una follia.

Anna Rinaldi entrò in cucina senza togliersi la giacca, con due borsoni pesanti fra le mani. Rossa in viso, corporatura robusta, capelli corti tinti di castano, guardò intorno con laria di chi viene a ispezionare, non certo a far visita.

Mamma, lascia che ti aiuti, Matteo uscì dalla camera in t-shirt e tuta, baciò la madre sulla guancia e le prese le borse. Da dove vieni con tutta sta roba?

Dalla casa in campagna, ovvio. Zucchine, cetrioli, cipolle, patate novelle Avrei preso anche i pomodori, ma non sono ancora maturi. Anna si decise a slacciare la giacca, la impiccò nellingresso e tornò in cucina. Vide Chiara vicino al tavolo con la tazza di tè. Ciao, Chiara.

Buongiorno, signora Anna. Comè andato il viaggio?

Normale. Il treno regionale era affollatissimo, come sempre. Ognuno portava qualcosa: io almeno solo queste borse, cera pure una signora con vasi di fiori, che li ha messi dappertutto. La suocera parlava già mettendo sul tavolo i doni: cetrioli avvolti nella carta, mazzi daneto, mazzi di cipolla. Oggi lavori o sempre a casa?

Chiara bevve un piccolo sorso di tè.

Lavoro da casa, rispose in tono neutro.

Ho capito.

In quellunica parola Anna mise più giudizio che in un discorso intero. Matteo sistemava i cetrioli nella ciotola, senza guardare né la madre né Chiara.

Mamma, hai fame? Prepariamo qualcosa.

Il frigo funziona almeno? Anna aprì la porta senza attendere risposta. Dentro cerano kefir, mezzo pezzo di parmigiano, tre uova, un po di burro e un sacchetto con qualche avanzo di farro. Ma quando siete andati lultima volta a fare la spesa?

Qualche giorno fa, rispose Chiara.

Qualche giorno fa Anna richiuse il frigo. Tre uova e kefir, questa sarebbe la spesa recente?

Mamma, la scodella appoggiata da Matteo sul tavolo fece più rumore del dovuto.

Cosa cè, mamma? Faccio una domanda normale. Stai sempre in casa, pensassi almeno a tenere in ordine! Tua moglie non lavora, almeno fa che la casa sia decente.

Lavoro, disse Chiara, a voce bassa e senza rabbia.

Ma Chiara, che lavoro? Anna si sedette sullo sgabello. Tre anni fa hai lasciato lufficio. Tre anni! Capisco la maternità, la malattia ma non avete figli, non sei mai malata. Stai a casa tutto il giorno a fare non si sa cosa sul computer, e Matteo lavora da solo per due. Ti sembra giusto?

Mamma, lasciaci decidere come vivere, intervenne Matteo, la voce un po stanca.

Certo, certo. Io dico la mia Prendiamo Laura, la figlia di Silvia del mio vecchio ufficio: a trentadue anni è già caporeparto. Da sola, senza marito, senza raccomandazioni. Brava ragazza! E tu, Chiara, sei laureata, intelligente Perché non sei rimasta in redazione? Hai dato le dimissioni e ti sei chiusa in casa, fine.

Non ho mai smesso di lavorare, signora Anna, rispose Chiara: qualcosa nella sua voce fece alzare lo sguardo a Matteo. Solo che il lavoro è cambiato, tutto qui.

È cambiato? La suocera ripeté la parola come fosse un cibo dal sapore dubbio. Io ho lavorato in contabilità trentasei anni. Sempre stesso orario, stessi compiti. Negli anni Novanta andavo ogni giorno anche senza stipendio, perché il lavoro si fa sempre, non solo quando fa comodo.

Ho capito, disse Chiara.

Per questo dico: devi tornare, anche part-time. Qualsiasi cosa, basta che siano i TUOI soldi, per sentirti davvero autonoma.

Matteo uscì dalla cucina. Senza gesto plateale, semplicemente uscì, e le due donne notarono il silenzio. Chiara poggiò la tazza, si sfregò la tempia con le dita e poi sorrise con quella smorfia che non promette niente, né chiude discorsi.

Signora Anna, le preparo una frittata? Abbiamo aneto fresco e i suoi cetrioli.

La suocera la fissò per un momento e poi acconsentì.

Va bene. Ma non essere avara con lolio, che odio quando si risparmia!

Mentre Chiara cucinava, Anna sistemava le verdure, borbottando di prezzi dei fertilizzanti, della vicina di campagna che ha preso di nascosto le fragole altrui e di quanto siano peggiorati i treni. Riempiva il silenzio, altrimenti avrebbe dovuto pensare a cose che preferiva evitare.

Chiara ascoltava, girava la frittata, tagliava il cetriolo. Sotto il portatile chiuso cerano le stampe con annotazioni a penna rossa, e copie scansionate di lettere ingiallite, foto inizio Novecento. Il lavoro doveva essere consegnato fra quattro giorni; era uscita poco perché la notte precedente aveva controllato date e nomi per ore, in un archivio difficile.

Ma Anna questo non lo sapeva. E Chiara non aveva intenzione di spiegare.

La suocera se ne andò alle sette e mezza, con le borse ora vuote e la certezza che la nuora stesse sprecando la propria vita. Sullultimo gradino disse qualcosa a mezza voce a Matteo; Chiara non lo sentì. Quando lui rientrò in casa, rimase fermo nellingresso, indeciso.

Non dovevi stare zitta, disse alla fine.

Non ero zitta, rispose Chiara dalla cucina. Stavo cucinando.

Sai bene cosa intendo.

Sì. Ma, amore, per me è più importante che tu capisca. Tua madre lei è fatta così. Non tenta di ferire: è la sua visione del mondo. Non va cambiata.

Ma è ingiusta.

Non lo fa per cattiveria. Nel suo mondo chi va in ufficio lavora, gli altri non fanno niente È solo la sua prospettiva, tutta qui.

Matteo la abbracciò, posando il mento sui suoi capelli.

Sei stanca?

Un po. Dovrei lavorare ancora.

Vai pure, disse lui. Metto a posto io.

Chiara tornò al portatile e riaprì il computer. Lo schermo si ravvivò, restituendole le stesse frasi che ormai ritoccava da ore, cercando quel ritmo unico in cui una storia lontana torna viva. Il lavoro era complesso: un imprenditore di Firenze aveva chiesto un libro sulla propria famiglia, con vecchie foto, lettere, biografie. Non voleva una brochure lucida: chiedeva la memoria vera, viva. Era questo che Chiara Carminati accettava di fare.

Il nome su quelle copertine era sempre lo stesso: Chiara Carminati, curatrice e restauratrice di archivi familiari. Il suo vero cognome, Mancini, non compariva mai. Una scelta personale, senza necessità né casualità: tre anni prima, lasciando il lavoro in redazione, aveva compreso che le serviva spazio, senza mille domande sul cosa e il perché. Carminati era libera; Mancini era la nuora che sta in casa.

Le due identità erano la stessa persona, solo che vivevano in stanze diverse.

Il denaro che Carminati guadagnava finiva su un conto separato, noto a Matteo. Lo chiamavano, con una mezza risata, fondo sicurezza: la possibilità di stare in equilibrio senza correre ai ripari di continuo. I guadagni di Matteo bastavano per una vita dignitosa, ma senza lusso. I soldi di Chiara rendevano possibili le scelte.

Ma Anna non sapeva di quel conto.

Poco più di un anno prima, Giorgio Rinaldi, marito di Anna e padre di Matteo, si era ammalato al cuore: nulla di critico, ma serviva un intervento serio. In ospedale pubblico lattesa era un anno; era troppo rischioso. Matteo aveva iniziato a risparmiare, a fare straordinari, niente ferie. Non bastava. Allora Chiara aveva trasferito la somma necessaria dal loro fondo sicurezza: senza dire niente, in silenzio. Matteo lo sapeva. Anna era convinta che fosse stato il figlio a trovare i soldi.

Era così più semplice. Per tutti.

Giorgio Rinaldi fu operato a ottobre, in una buona clinica. Adesso cammina ogni mattina e si lamenta soltanto delle restrizioni sul sale.

Il compleanno del prozio di Matteo, Anselmo Conti, lo celebrarono ai primi dagosto: ottantanni, una grande tavolata nella casa fuori città dello zio maggiore. Anselmo era un uomo gentile, occhi bonari, sempre pronto a ridere delle proprie battute prima di tutti gli altri. Professore di storia per tutta la vita, anche alla propria festa riuscì a tirare fuori il racconto di uno scontro medievale dimenticato.

A tavola erano in tanti: parenti lontani che Matteo vedeva una volta ogni tanto, tentando di ricordarne i legami. Anna era elegante, abito blu e pettinatura nuova, e rimase di buon umore finché non la misero accanto alla moglie del cugino, che reputava superficiale.

Chiara sedeva di fronte, vicino a Matteo, osservando tutto con quella calma e attenzione che aveva sviluppato lavorando sulle storie degli altri: volti, gesti, parole a metà. Sapeva ascoltare senza disturbare.

Dopo tre ore, quando erano finiti i brindisi e avviate confidenze più intime, dalla porta risuonò una voce che coprì le altre.

Scusate il ritardo, il regionale aveva problemi!

Era Federico Ricci, cugino di secondo grado di Matteo, uomo corpulento sulla sessantina con la barba da antico patriarca. Viveva vicino Pisa e collezionava vecchi documenti e lettere. Eccentrico sì, ma rispettato per la sicurezza di sé.

Federico salutò il festeggiato, brindò, fece il giro dei parenti e si sedette deciso: era evidente che aveva da dire qualcosa al gruppo e aspettava solo che ci fosse attenzione.

Non aspettò molto.

Anselmo, caro, ho per te un regalo, annunciò, rovistando in una borsa. Non è un semplice regalo. È un evento! Mi sono organizzato apposta per il tuo compleanno.

Tirò fuori un libro voluminoso, copertina verde scuro con scritta dorata: Famiglia Conti. Storia di un casato. 1812-2024. Anselmo lo prese a due mani, come fosse una cosa preziosa e fragile.

Federico, cosè?

È la nostra storia disse Federico, fiero, ci ho lavorato due anni raccogliendo archivi, foto, lettere. E ho trovato uneditor davvero speciale, una specie di prodigio. Si chiama Carminati Chiara. Vi dice qualcosa?

Tutti scossero la testa e Anna osservò Federico con interesse educato.

No, mormorò qualcuno.

Difficile averla sentita, fece Federico, lavora in silenzio, solo per passaparola. Lho trovata tramite un amico che le ha chiesto un libro su suo padre. Dice che lo rilegge ogni anno. Capite? Roba che vive, non da riporre.

Anselmo aprì il volume e più persone si alzarono a sbirciare.

Ma ci sono foto, disse Anselmo, stupito. Da dove le hai prese?

È stata lei a scovarle rispose Federico. Ho portato qualche lettera e pochi documenti: ha scavato negli archivi, scritto ai musei Ha trovato materiale che non sospettavo nemmeno esistesse. Guarda qui, tuo bisnonno, Conti Giovanni, nato nel 1882: questa foto non lavevo mai vista, ma ecco, lei ce lha. Non so come faccia. È quasi magia.

Anna guardava la copertina dal di sopra delle teste altrui, viso animato, pronta a commentare.

Un lavoro notevole, disse. E quanto costa un libro così?

Non è una cosa da dire a tavola, sorrise Federico. Ma non ho rimpianto un solo euro. Non si può mettere un prezzo a queste cose.

Vero, assentì Anselmo, sfogliando le pagine. Federico, è è vero. Guardate, qui ci sono delle biografie. E le lettere originali, trascritte.

Tutte spiegate con note, aggiunse Federico, con la contestualizzazione storica. A volte la grafia era illeggibile Lei ci è riuscita. E ti fa capire il periodo, il senso delle parole. È più di un archivio, è comprensione. Davvero in gamba.

Anna lanciò uno sguardo a Chiara, quellattenzione particolare presagio di una domanda.

Chiara, senti che lavoro interessante, vero? Editor e archivista. Potresti vedere se questa Carminati cerca assistenti. Tanto stai già a casa, almeno impareresti qualcosa, anche part-time

La tavolata si zittì appena, come capita quando un discorso fa presa più degli altri.

Matteo depose il bicchiere.

Chiara tacque qualche secondo, poi si rivolse a Federico:

Federico, si ricorda il nome dellagenzia tramite cui ha spedito i documenti?

Federico incuriosito:

Niente agenzia, lavoro diretto. Lei usa uno pseudonimo, lo ha detto lei stessa. Il vero cognome diverso.

Sì, confermò Chiara. Diverso.

Un accento nel suo tono zittì ogni parola, un silenzio pastoso invase la tavolata. Federico la scrutò, poi guardò Matteo, poi ancora lei.

Aspetti disse piano.

Sono io Carminati, disse Chiara. Semplice come dare un indirizzo.

Federico si immobilizzò, la mano a mezzaria con il tovagliolo.

Silenzio. Anselmo la fissò, bocca aperta. Una lontana cugina cercò chiarimenti dal vicino.

Anna rimase muta. Il suo viso prima era perplesso; poi lentamente si tinse di rossore, cambiando come la luce dopo un temporale che passa.

Ma come sarebbe? Sei quella di cui parlava Federico?

Sì, disse Chiara.

Ma perché non lo hai mai detto

Signora Anna, intervenne Matteo con un tono finalmente deciso, ora non è il momento.

Federico fu il primo a riprendersi. Da uomo diretto qual era, la sua voce suonò genuina:

Chiara! Per due anni ho parlato con te via mail senza mai collegare! Anche se ora sei Mancini per matrimonio, Mancini in famiglia ce ne sono tanti

Non immaginavo che capitasse così spiegò Chiara.

Che cosa? chiese Anselmo.

Che foste parenti di Matteo. Non vi conoscevo abbastanza quando ho preso in carico il lavoro. Lho capito dopo, ma non vedevo motivo per parlarne: non cambiava nulla.

Nella qualità del lavoro, di certo no convenne Federico. Ma cambia il succo di tutto questo, ora.

Anna restò zitta, guardando la tovaglia. Una parente cercò di coinvolgerla in una chiacchiera, senza risultato.

Il discorso gradualmente riprese a tavola: il libro passava di mano in mano, Federico raccontava delle sue ricerche, Anselmo contemplava a lungo la menzione di suo padre.

Chiara sorseggiava il tè, estranea a tutto.

Anna si alzò impacciata, urtò un bicchiere, lo salvò per un soffio. Si scusò e uscì sulla veranda.

Matteo guardò la moglie, che fece cenno e posò il tovagliolo: la seguì in veranda.

La veranda era di legno vecchio, assi scricchiolanti, vasi di gerani sul davanzale. Anna fissava il giardino: meli pieni, rami gravidi di frutti. La sera tiepida, profumo di terra e un sentore di fumo lontano.

Chiara le si mise accanto, a distanza.

Silenzio.

Io non sapevo mormorò finalmente Anna, con voce spenta.

Lo so, rispose Chiara.

Quante cose ti ho detto, si interruppe. Anche oggi, anche prima.

Diceva quel che pensava.

Ma quello che pensavo era falso. Anna la guardò, il viso stanco sotto la luce della sera. Chiara, i soldi per loperazione di Giorgio?

Chiara indugiò, poi disse:

Matteo li ha trovati.

No. Non quella cifra. Conosco bene la nostra situazione. Anna scosse il capo. Li hai dati tu?

Abbiamo deciso insieme.

Ma erano tuoi.

Signora Anna

Non interrompere. Non fu severa, solo stanca. Voglio capire. Da tre anni lavori, risparmi, stai zitta. E io ti accuso in faccia di essere una nullafacente, mentre tu anche per Giorgio

Le si spezzò la voce.

È mio suocero, sussurrò Chiara. Serve forse spiegare altro?

Anna la fissò, poi si voltò di nuovo verso gli alberi, le spalle curve come chi ha bisogno di raccogliersi.

Ma perché non hai mai detto altro, sul lavoro? Perché lo nascondevi?

Non lo nascondevo. Nessuno chiedeva.

Io dicevo che stavi sempre in casa.

Sì.

E tu tacevi.

Sì.

Anna si ripassò la mano sui parapetti, si punse con una scheggia.

Ho capito mormorò. Tacere per non discutere, per lavorare e basta anche per orgoglio?

Anche.

E anche?

Chiara fissò i meli.

Anche perché certe cose sono dure da spiegare a chi non le sente. Quello che faccio non è solo editing: curo la memoria degli altri. Ferite, gioie, ciò che la gente conserva nei cassetti Quando queste storie rivivono nei libri, diventano qualcosa di intimo. Non so parlarne tra una frittata e una polemica sui cetrioli.

Anna ascoltò, senza interrompere.

Mi sono comportata male con te, sussurrò. Ora lo vedo. Prima non lo vedevo.

Non avevate motivo di vederlo.

Non è una scusa.

No, ammise Chiara. È solo una spiegazione.

Ancora silenzio. Dallinterno filtravano voci e risate, il rumore delle posate.

Chiara riprese Anna, piano, come pesando ogni parola. Vorrei chiederti scusa. Non per dovere, per vergogna vera. Guardavo te e vedevo quello che volevo, non quello che eri.

Chiara taceva.

Accetti le mie scuse?

Lei è mia suocera, disse Chiara. Non ci possiamo evitare. Tocca convivere.

Non è una risposta.

Vero. Chiara sorrise timida. Accetto.

Anna annuì, si strofinò le mani come avesse freddo.

Avrei una richiesta, aggiunse dopo una pausa. Forse arrivo tardi, forse è sciocco. Ma a casa con Giorgio custodiamo lettere dalla guerra. Le ho sempre tenute, non riuscivo a buttarle, ma nemmeno so che farci. Sono del padre di mia madre, dal fronte. Ti andrebbe di leggerle?

La domanda era sincera, nuda.

Certo che sì, rispose Chiara.

Anna annuì, il viso più disteso.

Allora le porto. Quando vuoi.

Quando vuole. Io sono a casa.

Anna fece un piccolo sorriso.

A casa Sì. Sei a casa.

Le lettere arrivarono una settimana dopo. Anna le portò in una scatola da scarpe, fasciate con elastici. Buste ingiallite, qualche foglio sciolto, una foto incorniciata. Chiara prese la scatola e la poggiò sul tavolo vicino alla finestra. Anna la guardava con attenzione, come chi affida qualcosa di molto caro.

Non cambierò nulla, disse Chiara, solo digitalizzo e metto in ordine. Restano vostre.

Lo so, rispose Anna.

Si sedettero vicine. Chiara aprì la scatola, estrasse la prima busta, controllò il timbro: 1942, posta militare. La aprì con cura.

La grafia era elegante, lettere larghe e chiare, scritte da chi ci teneva.

Chiara lesse a bassa voce, poi disse:

Si chiamava Pietro. Pietro Nicòli?

Sì, confermò Anna. Pietro Andrea Nicòli. Nonno di mia madre. Non lho mai visto, morto nel 44.

Chiara andò oltre, sfiorando le parole con le labbra. Poi si fermò.

Aspetti un attimo. Cercò qualcosa, poi lesse: Nel nostro gruppo cè una donna, Barbara, di Piacenza. Una maestra, scrive benissimo, aiuta con gli elenchi. Con lei impacchettiamo i documenti, perché la memoria non si deve bruciare, nemmeno quando tutto intorno brucia.

Anna la guardava fissa.

Barbara di Piacenza ripeté Chiara. Mia bisnonna era di Piacenza. Si chiamava Barbara. Insegnava. Durante la guerra si occupava di archivi, mi raccontava sempre la mamma, ma non avevo mai pensato a nomi precisi.

Anna rimase in silenzio.

Salvava documenti: registri, pagelle Mia madre raccontava che la bisnonna diceva sempre: Se bruci i documenti, bruci la verità della gente. Una storia di famiglia, la conosco da sempre.

E il mio bisnonno la cita, disse Anna.

Sì.

Si guardarono oltre la scatola delle lettere.

Poteva essere una coincidenza: quante Barbara archiviste durante la guerra? Piacenza è grande Ma la coincidenza toccava corde profonde. Non prova di nulla, ma piena di senso. Per entrambe.

Posso cercare riscontri disse Chiara. Ci sono archivi, liste di civili negli staff militari Se troviamo i dati

Ci riuscirai? chiese Anna.

Ci provo.

Anna accarezzava il bordo della scatola.

Ho sempre pensato che le lettere fossero solo cimeli. Da conservare. Ora ci sono storie vere, che respirano.

Sono sempre state vive, disse Chiara. Se le leggi, restano vive.

Anna annuì. Poi aggiunse:

Posso aiutarti? Non come lavoro, solo stare lì, leggere, domandare se posso.

Chiara valutò a lungo.

Sì, disse alla fine.

Così cominciò. Non con una riconciliazione ufficiale né cerimonie di perdono, solo due donne al tavolo con una scatola di lettere. Una leggeva, laltra ascoltava; tra di loro i messaggi dei loro avi, impegnati entrambe senza conoscersi a salvare ciò che non si poteva bruciare.

Lautunno passò tra le carte. Anna veniva due o tre volte la settimana: allinizio silenziosa, poi cominciò a portare fotografie, atti di nascita, appunti. Scoprì davere memoria storica, ricordava chi era parente di chi, in che anno erano avvenute certe cose. Una memoria preziosa, umana, non fatta di documenti.

Chiara prese a segnare tutto.

Matteo osservava, perplesso ma anche orgoglioso.

Mia madre è stata qui tre ore oggi, disse una sera. Parlava del paese della tua bisnonna, vero?

Ha ottima memoria, sorrise Chiara.

Non ti pesa tutto questo?

No. È daiuto.

Matteo rimase un po in silenzio.

Ricordi cosa ti diceva solo un anno fa?

Sì.

Non ti ferisce?

No, Matteo. Non sapeva che diceva. Ora sì. Tanta gente cambia, se le dai tempo.

La difendi.

La capisco. Non è lo stesso.

A novembre, Chiara trovò conferma alla storia di Barbara. In un archivio digitalizzato lesse una lista di civili incorporati in un battaglione in ritirata, 1942: Barbara Ignazia Ferrari, maestra di Piacenza, impegnata nel salvataggio di registri. Età e iniziali coincidevano. Era improbabile unomonimia.

Quando mostrò la stampa ad Anna, lei la prese tremando leggermente. Lesse e poggiò il foglio sul tavolo.

Erano nello stesso gruppo.

Pare di sì.

Quindi si conoscevano.

Pare di sì.

Anna la guardò: occhi lucidi, ma senza pianto.

Cosa vuol dire? Che le nostre famiglie sono unite da sempre?

Vuol dire che, in passato, le nostre famiglie fecero la stessa cosa. Forse è solo caso. Forse no. Non so dargli un nome.

Nemmeno io. Ma mi fa sentire meglio.

Lidea del museo venne un giorno a Giorgio, che entrando nello studio vide ordinate le cartelle, le stampe incorniciate, lalbero genealogico sulla parete e disse: Sembra davvero un museo!

Risero, poi si guardarono.

Allestirono la stanza dello sgombero nellappartamento di Anna e Giorgio: buttata la vecchia roba, tinsero le pareti e montarono una libreria. Chiara stampò foto con nomi e date, Anna scovò una scatola con anelli e due decorazioni militari, Giorgio portò una vecchia cartella di cuoiodentro, un quaderno con note.

Tra tutti esplorarono i contenuti per sere.

Nessuna inaugurazione solenne. In un sabato di dicembre Matteo trovò la sala pronta: fotografie, cartelle, la scatola, la cartella di cuoio.

Mamma, disse.

Che cè? Anna uscì dalla cucina.

È bellissimo.

Lei fece spallucce, ma sembrava contenta.

Ha fatto tutto Chiara, io davo una mano.

Lavete fatto insieme, rispose Matteo.

Sì, disse lei dopo una pausa. Insieme.

Quello stesso giorno Chiara rifiutò gentilmente la proposta di un imprenditore che voleva investirci in grande: casa editrice, staff, ottimi guadagni.

La sera, Matteo le chiese perché avesse rinunciato.

Perché diventerebbe business, spiegò Chiara. Invece per me conta conservare solo le storie che mi toccano, prendersi cura della memoria vive solo senza ansie di profitto. Il resto è lavoro, dignitoso, ma non il mio.

Matteo annuì.

Anna venne a sapere del rifiuto più tardi, per caso. Non commentò, ma riposizionò con cura le cornici degli avi.

A fine dicembre, durante uno di quei giorni cortissimi, Chiara si fermò nella stanza-museo prima di Anna. Passò il dito sulle cartelle: lì non cerano più solo storie di altri, ma adesso anche la loro.

Anna arrivò dopo venti minuti, con il tè sul vassoio, e lo mise sul tavolino vicino alla finestra. Fuori il cortile era silenzioso, il davanzale coperto da un sottile velo di neve.

Ho trovato altre lettere, disse Anna. Nel comò di mamma. Alcune con grafia diversa, non di Pietro.

Di chi sono?

Non lo so. Forse qualcuno a cui lei scriveva. Mia nonna si chiamava Maria.

Le porta?

Senzaltro. Anna fissava fuori. Chiara, non credere che ora capisca tutto quello che fai. Tante cose mi sfuggono. Ma vedo che è importante, che serve.

Basta questo, sorrise Chiara.

Ci credo. Anna posò la tazza. Pensa, tutta la vita ho creduto che la cosa più importante nel lavoro fosse che si vedesse: il report, i numeri, il capo che firma. Lavoro evidente. Invece quello che fai tu si vede poco. Stai in casa, davanti al pc. Eppure dentro succede qualcosa.

Chiara la guardava.

Mi è servito tanto tempo, continuò Anna, serena. Molto. Mi serviva anche una spinta, lo ammetto.

Limportante è esserci arrivati.

Esatto. Anna sistemò la cornice. Se non fosse stato per il compleanno di Anselmo, per Federico e il suo libro

Chissà, rifletté Chiara. Forse la vita avrebbe trovato comunque un modo. O forse no chi può dirlo?

Cadeva la neve, fuori. Non a raffiche, ma piano, di quella che copre ogni cosa senza fretta. Anna osservava il cortile, con uno sguardo che Chiara non le aveva mai visto prima: non più severità, né tensione, solo il volto stanco e pacificato di chi ha finalmente capito dove andare.

Hai già preso un nuovo incarico? domandò.

Sì. Una famiglia di Verona vuole un libro su tre generazioni: il bisnonno era pittore, poi tutti ingegneri, ora i nipoti artisti di nuovo.

Come se il cerchio si chiudesse.

Già. Adoro queste storie.

Anna annuì. Poi, quasi timidamente:

Se farai un libro anche sulla nostra famiglia mi dici che serve?

Certo, rispose Chiara.

Allora ricorderò tutto. Ricordare è sempre stato il mio forte.

Si avvicinò alla libreria e guardò le foto. Nella cornice cera un giovane col fez militare: Pietro Nicòli, 1942. Accanto, una donna in abito scuro con un libro tra le mani: Barbara Ferrari, anni Trenta forse.

Vicini sulla mensola. Forse vicini davvero, un giorno dinverno, a impacchettare documenti da salvare.

Ottimo tè, Anna tornò al tavolo.

Lho preso in una bottega in centro; vendono solo quello sfuso.

Devo farmi segnare lindirizzo.

Lo scrivo.

Fuori nevicava uguale: lenta, costante, la neve che trasforma tutto il cortile in bianco, e tutto era silenzio, quel silenzio che cè solo quando cade la neve su tutta una vita.

La vita, come la memoria degli altri, va rispettata. Non sempre ciò che sembra invisibile è privo di valore: a volte, il lavoro più autentico è quello che si compie con discrezione, giorno dopo giorno, in ascolto della memoria che non si deve perdere.

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