Non aveva più dove arrendersi

Non aveva più dove arrendersi.

Ma mi senti? Ho detto: fai le valigie. Basta, Giulia, è finita.

Marco, aspetta. Parliamone con calma, senza…

Senza cosa? Senza la verità? Hai vissuto sulle mie spalle per quattordici anni, ora basta. Lauto è mia, la casa è mia, i soldi sono miei. A te resta la casa a San Gervasio. Sai dovè? No? Imparerai.

Giulia era ferma in cucina, con le pantofole sul pavimento di marmo, e guardava suo marito. Marco Alesi, cinquantadue anni, proprietario di tre officine e di un deposito di mobili, luomo a cui aveva dato i suoi anni migliori. Lui era in piedi alla finestra, nel suo blazer nuovo, grigio scuro, costoso, e non la guardava: fissava il telefono.

Marco, lì non cè nulla. Ho sentito parlare di quella casa, sono rovine…

I muri ci sono, il tetto anche. Te la caverai. O no. Francamente, non mi interessa più.

Lo disse con una calma glaciale, come si parla del tempo. E Giulia capì che era vero. A lui, ormai, non importava davvero.

Giulia Bianchi, nata Rinaldi, quarantanove anni, insegnante di italiano di formazione, moglie per vocazione, madre di due figli ormai grandi uno a Milano, laltra a Bologna stava nella sua cucina dal piano in marmo e piastrelle di Vietri e sentiva la terra aprirsi sotto i suoi piedi.

Tre giorni dopo, un SUV argento la portava su una strada autunnale verso il nord. Al volante, un uomo sconosciuto pagato da Marco, che per tutto il viaggio fumava in silenzio. Giulia sedeva dietro con una sola borsa: un maglione invernale, della biancheria, qualche documento e un rossetto rotto che aveva lasciato cadere mentre faceva la valigia, troppo stanca per raccoglierlo.

Fuori, ottobre: i pioppi gialli a metà della caduta delle foglie, lodore di umidità e terra bagnata filtrava dallapertura del finestrino, denso e dolciastro, proprio come solo lautunno in Italia sa essere, quando la terra sa di antico. Guardando quei pioppi, Giulia pensava che non aveva un euro. Solo ottanta euro trovati in una vecchia giacca.

San Gervasio era un paese quaranta chilometri fuori Firenze. Trentadue case, di cui vivevano forse dodici famiglie. Lasfalto finì dieci chilometri prima del paese; cera solo una strada sterrata, colma di buche fatte dagli autocarri e dalla pioggia. Lauto saltellava sulle buche e Giulia si teneva stretta allo sportello.

La casa si trovava ai margini del paese, proprio sopra una scarpata. Luomo le lanciò le chiavi sulle ginocchia: Ecco, me le hanno lasciate per te. Siamo arrivati.

Non laiutò nemmeno con la borsa. Se ne andò subito, e la polvere dei suoi pneumatici si confuse col nebbione autunnale.

Giulia rimase davanti a quella casa sghemba. Vecchia, di legno, con un portico storto e una finestra sbarrata a sinistra. La vernice sulle cornici era tutta scrostata. Uno scalino affondato, sotto la grondaia un nido di corvi nero e fradicio.

Mise la chiave nella serratura, che però girava a fatica. Provò di nuovo. Niente. Si sedette sullerba bagnata, e pianse. Non perché si arrendesse. Semplicemente, era lunica cosa possibile in quel momento.

Pianse a lungo. Finché non le si gelarono i fianchi.

Poi si rialzò, si asciugò il viso col dorso della mano, riprese la chiave e spinse la porta con la spalla. Stavolta cedette: il chiavistello scattò, e lei entrò.

Dentro odorava di umido, di topi e di quel qualcosa indefinibile che hanno le case molto vecchie, come odore del tempo perduto. Nella penombra, Giulia cercò linterruttore. La luce non cera ovvio, niente corrente elettrica.

In sala cera un letto di ferro con la rete, un tavolo, due sedie, e una stufa a legna, fredda come ghiaccio. Sentì il mattone del focolare sotto la mano, e le sembrò la metafora perfetta della sua vita. Ma almeno le finestre erano intere, e fuori cera un pioppo che lasciava le foglie cadere sul davanzale scorticato.

Sul tavolo, una scatola di fiammiferi: tre fiammiferi.

Aveva quarantanove anni. Aveva ottanta euro, tre fiammiferi e una casa in campagna dove non conosceva anima viva.

Era linizio di una storia, anche se lei ancora non lo sapeva.

Nessuna legna. Giulia girò nel cortile e trovò delle tavole marce e una catasta di legno stagionato, dimenticata da anni. Dentro era ancora asciutto. Portò un mazzo in casa, trovò nella stufa della cenere e qualche vecchio giornale, mise la legna, accese il primo fiammifero: niente. Il secondo: il fumo invase la stanza. Si ricordò della valvola. Al terzo tentativo, la stufa prese ad ardere.

Si sedette sul pavimento davanti allo sportello e guardò le fiamme. Il calore le bruciava in faccia, la schiena rimaneva gelida. Questo contrasto, la guancia rovente e la schiena fredda, descriveva molto bene gli ultimi quattordici anni della sua vita.

Prese il telefono. Aveva il venti per cento di batteria, nessuna linea.

La mattina seguente si svegliò dal freddo. La stufa si era spenta nella notte, la stanza gelata di nuovo. Era stesa sotto il suo maglione, niente coperte, fissava il soffitto tutto crepato. Fuori, mattina grigia e pioppo immobile.

Doveva fare qualcosa. Era già fame vera. Indossò il cappotto e uscì. Paese silenzioso, solo un cane abbaiava in lontananza, da un camino saliva un filo di fumo. Andò verso di lì.

La casa era piccola, dignitosa, un orto spoglio con i resti dei girasoli. Sulla porta una donna sui sessantacinque anni, con lo scialle e gli stivali di gomma, un secchio in mano.

Buongiorno, disse Giulia. Sono appena arrivata. Abito nella casa sopra la scarpata. Sono Giulia.

La donna la guardò senza stupore, con calma, come se queste cose capitassero.

Va bene, rispose. Sono Anita, Anita Lombardi. Entra, mangia qualcosa.

Così, semplicemente. Senza domande. Giulia entrò e mangiò: patate con cetriolini sottaceto e pane con tè. Il cibo più buono della sua vita, davvero.

Durante il pranzo, Anita la osservava attenta, senza compassion, fondamentale. La compassione Giulia la temeva più di tutto. Quella lavrebbe finita.

Ho una coperta in più, disse Anita. Te la do. E una torcia. Hai corrente in casa?

No.

Bisognerà parlare con Vittorio, lelettricista. Magari ti sistema qualcosa. Non chiede tanto.

Non ho proprio soldi, confessò Giulia, con vergogna, ma era necessario.

Anita fece spallucce.

Pazienza. Aspetterà.

Così cominciò la seconda parte della vita di Giulia, quella che ancora non conosceva.

Le prime due settimane furono le più dure. Non per cose terribili, ma perché tutto era diverso. Ogni mattina accendere la stufa, tagliare la legna. Le mani non rispondevano, spesso si mancava la legna e rischiava di ferirsi. I palmi pieni di vesciche. Lacqua era nel pozzo, venti metri nellorto, il secchio pesava uninfinità. Dopo ogni viaggio le facevano male le spalle.

Anita veniva ogni giorno: portava un vasetto di marmellata, un cespo di cavolo, un pezzetto di lardo. Tanta pratica, poche parole. Le spiegò come non morire di monossido, come aprire la finestra dopo il fuoco, perché laria è pesante.

Poi cera Claudia Ferrari, settantenne, piccola e svelta, sempre con unopinione pronta. Abitava tre case più in là, allinizio veniva solo a vedere cosa combinava Giulia, alla fine si mise ad aiutarla senza chiedere. Arrivò con lo straccio e pulì tutto. Giulia protestò inutilmente.

Siete tutte di città, diceva Claudia. Avete le mani ma non la pratica. Impara.

Le insegnò a impastare il pane, a conservare i pomodori rimasti, a tappare le fessure con la stoppa trovata in soffitta. A sbattere e rispolverare il materasso per non farlo odorare di topi.

Cera anche Vittorio, detto Vitt, Vittorio Semeraro, quarantacinque anni, qualche bicchiere di troppo ma abile in tutto. Sistemò la corrente dicendo che poteva pagare più avanti. Tornava spesso, riparò la scala marcia senza chiedere nulla, lasciava legna davanti alluscio.

Giulia non capiva questa gente. In città aveva vissuto per anni in un bel quartiere senza mai sapere il nome dei vicini. In paese, in due settimane, le avevano dato da mangiare, vestiti, riparato casa. Senza pretendere niente.

La felicità non è nei soldi, diceva Claudia, e Giulia la sentiva davvero per la prima volta, sentiva nella pelle la differenza: il freddo dei pavimenti chic della cucina di città, il calore del mattone della stufa di paese. E il secondo era meglio.

Il telefono si caricò dopo una settimana, quando tornò la luce. Giulia lesse sette chiamate perse da Anna, la figlia a Bologna, tre messaggi da Matteo, il figlio a Milano, e zero chiamate da Marco. Li chiamò, rassicurandoli: aveva sistemato tutto, sarebbe andata avanti. Anna piangeva. Matteo offriva soldi. Lei rifiutò, promettendo di chiedere solo in caso di bisogno vero. Del padre non parlarono.

Poi aprì i social. Il profilo di Marco era visibile: foto con una donna giovane, trentanni, a ridere nella sua vecchia cucina di marmo. Marco, elegante, sorrideva accanto a lei.

Chiuse il telefono. Si alzò. Aggiunse legna al fuoco.

Poi qualcosa dentro si spezzò e si ricompose.

Riaprì il telefono, trovò la sua vecchia pagina cinquantotto follower tra ex colleghi e parenti e scrisse il primo post:

«Mi chiamo Giulia. Ho quarantanove anni. Tre settimane fa mio marito mi ha lasciata in un paese sperduto, in una casa vuota. Niente soldi, niente cibo, nessuno che conosco. Sto sopravvivendo. Oggi sono riuscita a far partire la stufa con un solo fiammifero. È una piccola vittoria, ma per me enorme.»

Non sapeva perché. Doveva solo buttare fuori quello che aveva dentro.

La mattina dopo dodici like e quattro commenti. Gente sconosciuta scriveva Forza! Sei bravissima Ci sono passata anchio. Una signora le raccontò in pubblico di essere stata abbandonata e di avercela fatta.

Giulia lesse tutto. Poi scrisse ancora. Del pozzo, del peso del secchio, di come lalba su una campagna sia spettacolare, la nebbia bassa e i pioppi come candele. Del profumo dei tronchi freschi dolce e allo stesso tempo amaro.

Salì a settantaquattro follower.

Cominciò a fotografare: la stufa la mattina, il fuoco arancione dietro lo sportello. La finestra col pioppo, contorniata dal gelo, ormai era novembre. Le sue mani screpolate sullimpasto del pane Claudia le aveva insegnato la ricetta. La strada innevata, il primo bianco che si fonde con la terra nera.

Scriveva poco, senza ricami. Sulla difficoltà fisica, sulla vergogna di accettare aiuto, su come la vergogna passa e resta solo il calore o forse la gratitudine, o semplicemente calore.

I follower crescevano dopo ogni post.

A novembre successe la storia della stufa. Il camino si intasò e una mattina il fumo esplose dentro. Giulia scappò fuori in maglione, nel gelo, tossendo ma anche ridendo per la paura. Chiamò Vittorio, che arrivò dopo venti minuti con uno scovolo gigante, risolse ingrugnito e poi trovò una crepa nella stufa: la sigillarono insieme.

Lo raccontò con ironia. Fuori meno otto, penso al senso della vita sul prato in maglione. Duecento like, risate e sorrisi nei commenti. La storia ha senso importante non arrendersi, scriveva la gente.

Giulia capiva che non era questione di non arrendersi. È che non ci sono alternative. Nessun eroismo. Solo il fatto che quando non hai scappatoie, inizi a fare davvero.

A dicembre iniziò a sistemare casa. Non perché avesse i soldi, ma perché le mani le servivano occupate. Vittorio portò assi rimaste dai vicini e insieme sistemarono lingresso, lei teneva le assi, lui inchiodava. Poi le insegnò a piantare i chiodi. Lei sinceppava e ridevano davvero insieme, la prima vera risata dopo mesi.

La foto dellentrata prima e dopo, pavimento di legno profumato, ricevette quattrocento like. Seguaci: ottocento.

Arrivavano messaggi privati, quasi tutte donne. Una chiedeva come superare il divorzio. Unaltra scriveva che leggendo Giulia si sentiva meno sola. Una terza chiedeva la ricetta del pane. Giulia rispondeva a tutte, con calma e precisione.

Una donna da Padova le scrisse: Io abito in un appartamento caldo e mi sento infelice. Perché? Giulia scrisse: Forse perché fare caldo fuori e freddo dentro è peggio dellopposto.

Diventò il suo messaggio più citato, ripostato da centinaia.

Il tema era sempre quello: come superare un divorzio. Ma lei non dava consigli: raccontava solo cosa faceva. Si alzava, accendeva la stufa, andava al pozzo, mangiava quello che cera, lavorava coi vicini, guardava il cielo. Bastava questo.

A Capodanno i follower erano diventati tremila. Qualche piccolo brand le chiese pubblicità. Lei rifiutò, tranne uno: un produttore artigianale di candele, vera cera dapi le candele ormai erano il suo rito serale, il profumo si mischiava a quello della legna, diventando meditazione.

Quei soldi bastarono per comprare un materasso buono e una coperta, poi pagare Vittorio per la luce, poi la vernice bianca per i davanzali.

I davanzali freschi di gennaio, con la pianta di geranio (regalo di Anita), furono una delle sue migliori foto: semplice, bianco e verde, fuori neve. Una bellezza senza spiegazione.

Fu un gennaio rigido. Di notte trenta sotto zero. Lacqua nel secchio davanti alla porta gelava. Giulia imparò a svegliarsi alle sei per accendere la stufa prima che il gelo fosse insopportabile, poi si rimetteva a letto venti minuti mentre il fuoco prendeva.

Questo orario tra le sei e le sette, nel buio col fuoco che dipingeva la stanza darancio, divenne il suo preferito. Pensava, spesso senza pensieri veri, solo ascoltando il crepitare. Altre volte ricordava.

Pensava ai quattordici anni vissuti nella vita di un altro. Era stato Marco a decidere sempre: cosa fare, come vestirsi, con chi parlare. Allinizio pensava fosse cura; poi ci si era abituata, poi aveva smesso di notare fino a non vedere più nemmeno se stessa. Giulia era diventata unappendice gratuita di Marco, così bene integrata nella parte da non ricordare più chi era Giulia Rinaldi.

La vita di paese gliela restituiva: col corpo, la fatica, il piacere del cibo caldo, il profumo della terra col primo gelo. Le risate con Claudia, le storie aspre e spiritose. Le chiacchiere serali con Anita.

Anita era vedova da dodici anni. Il marito, morto dinfarto a cinquantotto. Per due anni ho pensato di morire anchio, raccontava mescolando il tè. Poi mi chiedevo perché vivere. Poi ho iniziato a vivere e basta. Ho piantato lorto, preso una capra. Quando cera la capra era bello. Poi non ce la facevo e lho venduta, ma finché cè stata, era compagnia.

Giulia la ascoltava pensando che sì, la verità era quella. Non i consigli per affrontare il divorzio, non le ricette. Solo una capra. Un orto. Solo vivere.

A febbraio arrivò una sorpresa. Un suo post su come aveva trovato sotto la neve nel suo orto dei cavoli rimasti dolci dal gelo e aveva cucinato una zuppa venne ripostato da una delle più grandi pagine di storie femminili dItalia. Da un giorno allaltro, ottomila nuovi follower.

Giulia leggeva i commenti incredula. Gente scriveva di aver pianto. Che era una storia vera, di lacrime, che la ispirava. Che anche loro volevano mollare tutto e andare in campagna. Lei rispondeva: Non bisogna mollare nulla. A volte la vita decide lei.

Cominciarono a proporle collaborazioni più grosse. Sceglieva con attenzione: un brand di cosmetici naturali, un produttore veneto di piatti in legno, un negozio di tè. Tutto che si incastrava spontaneo nella sua vita. I soldi cominciarono a essere veri.

A marzo dipinse la facciata della casa. Vittorio la aiutò. Inaspettatamente anche due vicini si unirono. La vernice bianca scaldava la scena, le cornici delle finestre azzurre brillavano sotto il sole novembrino. Venticinquemila follower.

In aprile piantò il primo orto. Claudia guidava, Giulia zappava e piantava. Le mani sporche di terra, le unghie nere non più sporche, ma vive, questo capì solo allora. E sentì che la terra era sua alleata.

Ti sei ritrovata, scrivevano le fan. Giulia sorrideva: non era vero, non aveva trovato niente. Zappava e basta.

Ma forse cera qualcosa di vero. Era diversa, non migliore né peggiore. Solo se stessa, senza il giudizio degli altri. Guardava lo specchio al mattino: una faccia stanca, una ruga allocchio sinistro, le mani screpolate ma era lei. E andava bene così.

Si permise di pensare a Marco. Non ogni giorno, ma a volte. Ricordava lodio feroce dei primi mesi un odio che scaldava e poi si esauriva. Poi era diventato meno, non per il perdono: era lui a essere diventato piccolo, occupava meno spazio.

A maggio Anna la chiamò. Disse di aver visto la sua pagina, di non credere fosse sua madre.

Sei completamente diversa lì, mamma.

Sì, concordò Giulia, sono diversa.

Sei migliore.

A giugno Anna venne a trovarla una settimana. Ragazza cittadina con scarpe bianche in mezzo alle fragole.

Tutto lorto, mamma, lhai fatto tu?

Già.

E cresce così?

Di solito sì.

Quando se ne andò, Anna pianse: avrebbe voluto fermarsi di più. Giulia la guardò andare via: vedere la figlia arrivare quello sì che significava qualcosa.

Matteo non venne. Le scrisse un messaggio: Papà mi ha chiesto di dirti Giulia lo interruppe: non serviva.

Va bene, rispose lui.

Anche quello aveva il suo senso.

Lestate fu positiva. Orto, pomodori, zucchine grandi come una mano. Metteva conserve con Anita, e si dividevano i barattoli. In cantina si riempivano gli scaffali. Dellinverno non aveva più paura: il primo laveva affrontato.

La pagina crebbe a quarantamila fan. Aprì un canale privato, per chi voleva leggere di più e più in profondità: la paura, cosa significa stare soli quasi a cinquantanni, reimparare a desiderare qualcosa per sé. La campagna in tutta la sua scomodità e bellezza. Millecinquecento iscritti a sei euro al mese: era più di quanto avesse mai guadagnato da sola.

Un giorno Vittorio restò a cena. Seduto a guardare le sue mani ormai guarite, le pareti bianche, il geranio al davanzale.

Ti sei sistemata bene, disse lui.

Sì, rispose Giulia.

Silenzio. Lui era una brava persona, senza pretese. Aiutava, non chiede nulla. A volte la guardava più a lungo del necessario, poi distoglieva lo sguardo. Lei notava, senza agire. Per ora. Solo vivevano vicini.

Passerai linverno qui? chiese lui.

Sì.

È giusto.

Non sapeva cosa sarebbe stato di lei e Vittorio. Forse niente, forse qualcosa. Ma pensare che potesse essere interessante, non spaventoso, già era nuovo.

Agosto fu caldissimo. Fotografò un tramonto arancione sulla scarpata: Un anno fa qui non cero. Ora questo è il mio tramonto. Fu il suo post più visto: cinquecentomila visualizzazioni in tre giorni.

La contattarono dei giornalisti. Un sito le chiese unintervista. Accettò. Larticolo uscì col titolo: Come sopravvivere a un divorzio: storia di una donna abbandonata in paese. Non aveva scelto lei il titolo, ma era preciso. Il canale salì a centoventimila follower.

A fine settembre, stava verniciando la staccionata, quando arrivò Marco.

Sentì una macchina, grossa, nera, non il vecchio SUV. Si girò. Lui scese, stesso blazer grigio, solo sotto un maglione: era ottobre. Un po più vecchio, o forse solo appariva diverso ai suoi occhi.

Si fermò davanti alla recinzione. Guardava la casa fresca di bianco, il geranio alla finestra, lorto ancora verde.

Ciao, disse lui.

Giulia abbassò il pennello. Lo guardò. Provò quello che si aspettava e anche altro. Aveva paura, quella paura muscolare antica, ma sopra cera una calma nuova non fredda, ma ferma. La calma di chi sa di stare sulla propria terra.

Ciao, rispose lei.

Silenzio.

Ho visto la tua pagina, disse lui. La voce diversa, non più sicura come una volta. Letture, molti commenti…

E allora?

Si parla molto… di noi.

No, lo corresse Giulia. Si parla di me.

Dellabbandono. Di come ti ho lasciata.

Esatto. È la verità.

Volevo parlarne.

Posò il secchio con la vernice.

Parla.

Marco guardava il portone, i serramenti turchesi, lorto.

Ti sei sistemata…

Sì.

Pensavo…

Tacque. Lei attese. Da lontano arrivava odore di fumo: era giorno da bagno turco, Anita accendeva il fuoco. I pioppi erano davvero oro ormai.

Pensavo che magari tornavi.

Giulia lo guardò, a fondo. Non era più la persona temuta. O meglio, lui non era cambiato. Era cambiata lei.

No, disse.

Giulia

Marco lo interruppe, voce decisa tu hai detto: non mimporta se sopravvivi o meno. Ricordi?

Lui non rispose. Guardava a terra.

Ce lho fatta. E ora non ti riguarda più.

Forse ho sbagliato.

Può darsi. Lhai fatto a lungo, ma non è più un mio problema.

Riprese il secchio e il pennello, si voltò verso la staccionata.

Vai via, Marco.

Giulia, aspetta. Con Caterina… sta per nascere un bambino. Mi sembrava giusto dirtelo.

Giulia si bloccò. Qualcosa le attraversò il petto, come una cucitura dolente ma era solo il sigillo finale su una ferita che col tempo aveva iniziato a rimarginarsi.

Auguri, disse.

E riprese a verniciare.

Lui rimase un momento. Poi Giulia sentì lo sportello che sbatteva, lauto che si allontanava. Silenzio.

Il silenzio di campagna, dottobre. Vento tra i pioppi. Cane lontano. Odore di fumo e foglie.

Giulia continuava a verniciare. Qualche lacrima le scivolò, ma era un altro pianto. Non quello del primo giorno seduta sullerba bagnata. Quello era la fine. Questo era qualcosaltro. Impossibile dirlo con precisione.

Poi arrivò Vittorio. Lo vide venire dallorto, braccia cariche di legna per linverno, la terza settimana che ne accatastavano.

Vernici? chiese lui fermandosi. Bella, questa staccionata nuova.

Grazie.

Guardò le tracce fresche degli pneumatici in strada.

Chi era venuto?

Giulia ci pensò un attimo.

Nessuno, disse. Ormai.

Vittorio annuì. Aveva capito. Non chiese altro. E anche questo era importante.

Un tè dopo? propose.

Dopo, disse lei. Finisco qui.

Lui entrò nel capanno con la legna. Giulia verniciava ancora. Il pioppo sulla scarpata si agitava al vento, perdeva foglie su quella terra nera. Dietro il campo il cielo era una striscia grigia con un sole arancione dautunno stanco.

Fra una settimana avrebbe scritto un post: Un anno esatto. Racconterà di quando, un anno prima, stava davanti a una porta chiusa con tre fiammiferi in tasca. Di Anita e Claudia. Di Vittorio, delle fascine di legna silenziose. Della stufa, del pozzo, del suo primo pane tutto storto ma suo. Di come si vede lalba sul paese quando tutto è familiare, e tutto è tuo.

Scriverà: Non so se questa sia una storia col senso giusto. Non so se è felicità. Ma so che adesso, la mattina, mentre accendo la stufa e sento odore di legno e fuoco, io ci sono. Semplicemente ci sono, e basta.

Quel post sarà condiviso duecentomila volte. Ma Giulia ancora non lo sa.

Per ora, vernicia la staccionata.

Ottobre. Paese. Odore di foglie e fuoco. Le mani arrossate per il freddo. Sul davanzale il geranio portato dalla vicina. In capanno Vittorio sistema la legna.

È la vita.

Una nuova vita.

La sua.

***

Presto arriva linverno, il terzo in quella casa. O forse il secondo: il primo fu il vero inverno, quellottobre di paura che fu linizio di tutto. Ma pare siano passati molti inverni, come se Giulia vivesse lì da sempre. Come se i quattordici anni in città, con i marmi e i bei vestiti, fossero un sogno, e questa sia la realtà: vernice, recinzione, mani fredde.

Forse non è giusto pensare così: anche quegli anni erano veri. Di là venivano i figli, e anche la sua capacità di spiegare le cose difficili con parole semplici, che ora porta qui nei post che la gente legge e in cui si riconosce.

Non parlo di te, parlo di me. Ma se il mio me tocca anche te, allora siamo meno diversi di quanto pensiamo.

Giulia finì la recinzione, la guardò: bianca, uniforme, ben fatta. Chiuse il secchio, lo portò in capanno.

Vittorio era già andato, la legna era ordinata lungo il muro. Sullo scaffale un suo guanto dimenticato. Giulia lo prese, poi lo mise in bella vista perché se lo ricordasse la prossima volta.

Entrò in casa. Il tepore della stufa, odore di pino e quella nota indefinita di legno antico che ora le piaceva, diventato il suo odore. La stufa bruciava regolare.

Giulia mise su il tè. Due tazze.

Alla finestra, dietro il geranio, il pioppo lasciava cadere le ultime foglie nellaria dottobre.

***

Più tardi, la sera, seduti col tè e una candela accesa più calda della luce elettrica, con il vento di pre-inverno che fischiava leggero Giulia chiese a Vittorio:

Vito, la prima volta che mi hai lasciato la legna fuori, perché?

Lui ci pensò, bevve un sorso.

Faceva freddo, disse.

Solo per quello?

Lui scrollò le spalle.

Cosaltro serve?

Giulia si fermò a guardarlo: mani grandi e segnate, volto semplice, privo di domande superflue. E capì che era così: se non sai che dire, porta la legna.

Non era un amore epico da romanzo. Era altro. Qualcosa di tiepido che non pretende nulla.

Grazie, gli disse.

Di cosa?

Della legna. Di allora, di adesso.

Lui annuì. Silenzio. Fuori il vento, la candela, il tè.

Giulia, disse lui.

Sì?

Resterai qui davvero? O andrai via?

Ci pensò. Poi guardò la stufa, i muri bianchi, il geranio all finestra, il suo guanto in vista sullo scaffale.

Resto, disse.

Vittorio sorrise appena.

Bene, concluse.

Rate article
Add a comment

;-) :| :x :twisted: :smile: :shock: :sad: :roll: :razz: :oops: :o :mrgreen: :lol: :idea: :grin: :evil: :cry: :cool: :arrow: :???: :?: :!:

16 − 12 =