Viaggio dalla guaritrice di paese

Viaggio dalla guaritrice

Giulia stringe nella mano il test di gravidanza, quella sottile striscia di plastica bianca che, ancora una volta impietosa, mostra solo una riga. Rossa e ben visibile, e come sempre, una sola.

Sta per scagliarlo con rabbia nel cestino, ma allultimo abbassa il braccio, esausta. Che senso ha? Che lo lanci o meno, la sostanza non cambia. Non è incinta, di nuovo.

Lei e Matteo ormai hanno entrambi trentanni. Sei anni di matrimonio, di cui quattro a cercare, a sperare. E niente. Eppure, le analisi parlano chiaro: stanno bene entrambi. I medici scrollano le spalle: «Vi fissate troppo, rilassatevi e succederà». Facile a dirsi. Giulia invece si consuma, mese dopo mese divisa tra la speranza e la disperazione. Si illude per sintomi immaginari, tiene appunti, calcola, fa di tutto. E poi, eccola di nuovo davanti allamara certezza: tutto grigio, tutto inutile.

Lavora come impiegata allUfficio Postale. Una routine silenziosa, colleghi tutte donne, chiacchiere di corridoio e pause pranzo nella piccola sala sul retro, fra odore di riviste e della pasta al forno portata da casa.

Quella mattina sono in tre: Giulia, la giovane stagista Martina e Valeria, la più anziana, cinquantacinque anni, sempre in cerca di vie alternative per ogni malattia. Valeria si cura da sola da lievi infiammazioni femminili, passando dagli infusi di radici misteriose finendo alle visite presso maghe e guaritori della provincia.

Ma tu Giulia, dice Valeria addentando una polpetta, davvero ti ostini con questi dottori? Lo sai che a San Donato cè la signora Agata? Ha novantanni ma gli occhi luminosi più dei nostri! Vede attraverso le persone.

Giulia smuove la forchetta nel piatto di orzotto. Ha già ascoltato queste storie mille volte.

Guarisce la gente, lei? domanda Martina, senza molta convinzione.

Guarisce, certo! risponde Valeria. Ha fatto fare un figlio a mia cugina Silvana, che non riusciva a rimanere incinta da dodici anni, nemmeno in clinica. E dopo Agata, manco sei mesi ed era al settimo cielo! E a mio nipote, la signora ha curato lernia da piccolo senza bisturi. Sussurra, prepara erbe, tocca, e via il male. Fa veri miracoli!

Di solito, Giulia si limita a sorridere, ma oggi, dopo lennesimo test inutile, dentro di lei qualcosa sussulta. Un piccolo, ostinato pensiero si fa avanti: Perché no? Chi lo sa, se la medicina si arrende

Ma come si fa a trovarla? osa domandare, stupendo lei stessa.

Valeria si scalda: spiega nel dettaglio autobus, deviazione, strada sterrata per arrivare al paesino «Agata non ha telefono, va lì e aspetta, tanto pubblico ne ha sempre».

Giulia trascorre il resto del turno come in trance. Quel nome si ripete nella mente: Agata, miracolo, San Donato.

***

Matteo rientra tardi quella sera, è già buio. Il rumore della chiave, i passi pesanti in corridoio. Entra in cucina, stanco ma sempre affascinante: alto, atletico, i tratti decisi, quellaria riflessiva che raramente si trasforma in sorriso. Ingegnere in un importante studio milanese, vive di progetti, scadenze, calcoli.

Giulia lo ama davvero, dal giorno in cui lha incontrato in biblioteca alluniversità: lui, studente di ingegneria calmo e sicuro, che aiuta lei, matricola di lettere, a scovare un volume nascosto. Poi le passeggiate sotto la pioggia, i baci sulle scale del collegio, le risate in cucina. Lui è sempre stato il suo porto sicuro, il suo futuro. Hanno sognato una famiglia, un figlio con gli occhi di lui, una bimba ricciolina come lei. Era tutto così semplice: incontrarsi, innamorarsi, sposarsi, figli.

E invece, il loro piano non funziona.

Sei rientrato tardi, dice lei col tono quieto di chi ha pianto da poco.

Un altro casino al lavoro, Matteo si strofina la fronte. Tu come stai?

Seduta di fronte, Giulia lo osserva cenare.

Tu credi nei miracoli?

Lui la guarda, sorpreso.

Che intendi per miracoli? Che il mio capo finalmente ci premi? Non credo molto, Giulia. La fede non è il mio forte

No, intendevo hai mai pensato alle guaritrici, Giulia si sforza di sembrare naturale, a persone che sanno curare quello che i medici non vedono?

Matteo appoggia la forchetta.

Giulia, sei seria? Tu, con la laurea in lettere… adesso ti butti su queste storie? Andare da una guaritrice in un paesino sperduto?

Ma cè chi dice che funziona! insiste lei piano. Una collega mi ha parlato di Agata a San Donato. Aiuta tante donne…

Matteo scoppia a ridere.

Allora dovremmo provare anche con loroscopo! Smettila, Giulia. Mettiamo tutto a posto con la calma. Non con queste pagliacciate…

Alza la voce, quasi spazientito.

Basta con le ossessioni. Torniamo a vivere, invece di inseguire streghe nei casolari di campagna.

Giulia abbassa lo sguardo, umiliata. In gola un nodo di rabbia e tristezza. Mi dispiace, pensa amaramente. Se non mi vuoi accompagnare, ci andrò io.

*****

Sabato mattina, Matteo al computer: «Vado dai miei oggi, lo informa Giulia. Mamma fa la grigliata».

Saluta da parte mia, e torna in taxi se fai tardi.

Certo.

Allautostazione, la solita confusione. Giulia cerca la cassa con su scritto Extraurbani.

Un biglietto per San Donato, grazie.

La bigliettaia la squadrata tra scettica e curiosa.

Cè fino allincrocio di San Pietro, poi quattro chilometri a piedi nella sterrata. Sei da sola?

Da sola, risponde.

Biglietto stretto in mano, sale su un autobus vecchiotto che odora di gasolio. Fuori scorrono i sobborghi di Milano, poi campi grigi e alberi spogli. Un pensiero la tormenta: Che sto facendo? È una follia.

Ma la voglia di sentire un giorno la risata di un bambino in casa, di riempire quel vuoto, la spinge testarda avanti.

Al chilometro 102, lautista un uomo con il cappello in lana e il giaccone vecchio grida:

Chi va a San Donato? Si scende!

Giulia si ritrova in abbandono, tirata dal vento. La strada, una lingua di terra fra i campi, si perde lontano. Cammina a testa bassa e dopo un quarto dora inizia a piovere, prima fina poi sempre più fredda. Passi lenti, spalle doloranti per la borsa. Lacqua le entra nelle scarpe, le mani gelate nonostante i guanti sottili.

Non cammina più per speranza, ma per testardaggine. Ormai, una volta iniziato, bisogna arrivare fino in fondo.

San Donato è solo una manciata di case allineate lungo una via. La casa di Agata si trova subito: fuori, parcheggiate due Panda scrostate e un SUV nero. Sulla porta, un paio di donne infreddolite. Giulia si accoda a loro. Lattesa dura più di tre ore, mentre la neve inizia a scendere fitta. Tremando fino allosso, finalmente tocca a lei.

Dentro, la classica casa lombarda, calda e ordinata, lodore di erbe essiccate e pane fresco ovunque. In cucina, una vecchietta non una favolosa strega, ma solo una nonna dai capelli bianchi, sciarpa scura e occhi impressionanti, chiari, vivaci e penetranti. Gli stessi occhi di cui parlava Valeria.

Vieni, bambina, la chiama Agata con voce roca ma decisa. Siediti, prendi un po di tisana.

Un infuso denso, amarognolo, con miele. Giulia lo beve con gratitudine.

Grazie…

Cosa ti porta qui?

Giulia inghiotte.

Non riesco non riesco a restare incinta. Io e mio marito ci proviamo, ma i medici non trovano nulla di sbagliato.

Agata la fissa a lungo, poi scuote la testa.

Non hai problemi, sai? Potresti diventare mamma.

A Giulia crolla il cuore. Tutto inutile?

Ma allora perché?

Non è il momento, risponde semplicemente la vecchia. Il destino sa cosa fa. Forse prima devi aggiustare una cosa, un errore che hai fatto nella vita. Uno grande.

Che errore? chiede Giulia, confusa. Riarrotola i ricordi: avrà fatto soffrire qualcuno? Mai tradito, mai fatto scelte tremende Ama davvero Matteo.

Agata stringe le spalle.

A questo devi arrivarci tu. Se capisci e sistemi, avrai il tuo bimbo. Se no pazienza.

Il senso di vuoto e frustrazione la soffoca. Sta solo perdendo tempo, soldi e dignità. Getta qualche banconota da venti euro nella scatolina di latta sul tavolo.

Grazie, mormora.

Solo allora si accorge che fuori è ormai buio pesto. Nevica forte.

E ora io? Lautobus…

Quale autobus, ragazza? si sorprende Agata. Lultimo è partito alle sei. Sei venuta in macchina?

Il gelo del panico la immobilizza.

No, non ci ho pensato…

Allora resta qui a dormire. Domani mattina riprendi la strada, prenderai il bus col primo giro.

La prospettiva di passare la notte là dentro, nel silenzio, la angustia. Telefonare a Matteo, confessare la bugia impossibile.

Va bene, grazie, sussurra.

Agata la porta in una stanzetta fredda e modesta: letto di ferro, lenzuola spesse, cuscini ricamati. Giulia si siede, limpressione di essere toccata dal fondo della vita.

Rimasta sola, mette la giacca rapidamente ed esce senza far rumore.

Il paese dorme sotto i fiocchi. In lontananza, fari che si avvicinano piano. Un SUV scuro. Spinta da una forza disperata, Giulia esce sulla strada sventolando le mani.

Il finestrino si abbassa. Un uomo, poco più grande di lei.

Che succede? chiede.

Scusi, deve andare in città? Può darmi un passaggio? Ho perso lautobus…

Luomo la osserva, poi fa cenno: «Sali, proprio verso Milano sto andando».

In auto cè tepore e profumo di cuoio e colonia costosa. Giulia si rannicchia, rendendosi conto allimprovviso della follia: notte, paese sperduto, sconosciuto. Non lavrebbe mai raccontato a Matteo.

Partono.

È tornata a trovare parenti, a San Donato? domanda lui.

No, affari personali, risponde timida. Lei?

Mia madre abita qui. Mi chiamo Davide.

Giulia.

Piacere, Giulia. Incontri emozionanti, vero?

Lei finalmente lo guarda in volto: uomo bello, lineamenti netti, occhi castani gentili, aria solida.

Grazie, davvero. Non sapevo cosa fare…

Figurati, si vede che non sei di qui. Sei infreddolita, impaurita era impossibile non fermarsi.

Il viaggio prosegue in silenzio, pneumatici che arano la neve. Giulia si rilassa poco a poco.

Viene spesso qui? chiede lei.

Ogni fine settimana se posso. Mio padre non cè più, mia madre resta sola ma non vuole la città.

Fa bene, dice Giulia.

Tu invece, famiglia? Figli?

La domanda le trafigge il cuore.

Nessun figlio, risponde. Ho un marito.

Capisco, riconosce lui, e cambia argomento. Io niente dei due, di recente sono divorziato.

Mi dispiace.

Lex-moglie voleva solo viaggi, feste. Con i figli non si sentiva pronta. Io ci ho sperato tanto, invece niente. Alla fine, non potevamo continuare così.

Giulia guarda fuori il finestrino. Cè chi rincorre la maternità per anni, chi la teme come una prigione. Il mondo gira alla rovescia.

Peccato, mormora. Un figlio è un nuovo inizio, non una fine.

Sono daccordo, risponde Davide, abbassando la voce.

Parlano di altre cose, sciocchezze, Milano, libri, piatti preferiti. Con lui sembra tutto normale, rilassante, sicuro. Davide la lascia direttamente sotto casa, nel centro.

Grazie di cuore, dice Giulia scendendo. Mi ha salvata.

Di nulla. Abbi cura di te, Giulia.

Appena sale in casa, vede luce nellingresso. Le sembrano scarpe da donna col tacco e una pelliccia corta sullappendiabiti, sopra la solita giacca di Matteo. Il cuore si gela, le orecchie ronzano.

Avvicina la porta della camera voci, risate soffuse.

Spinge.

È come in una di quelle soap datate: Matteo in boxer seduto sul letto, accanto una giovane donna dai capelli neri in lenzuolo. Sul pavimento una camicetta nera.

Sguardi fissi, tesi, gelo. Seguono minuti di caos.

Giulia?! Ma sei già tornata?

La ragazza si affanna a rivestirsi.

Già, la voce di Giulia è roca. Mentre io corro da un medico allaltro tu ti consoli. Comodo

Giulia, non è come pensi te lo spiego… farfuglia lui.

Ma ormai tutto dentro scoppia: dolore, umiliazione, anni di ossessioni.

Non è come penso?! Chi è lei? Da quanto andate avanti? urla.

È una collega, capitato per caso…

Per caso?! Giulia prende la boccetta di profumo di Matteo e la scaraventa al muro.

Laltra afferra i vestiti e scappa fuori. Giulia esce di corsa pure lei, giù per le scale. Fuori nevica, il viso pizzica. Corre, in preda al pianto e alla rabbia, rivede quella scena, quella pelliccia estranea, la loro casa condivisa

Manca poco cadere. Un clacson discreto la ferma: il SUV nero di prima.

Il finestrino si abbassa.

Giulia? Tutto bene?

Lei trema, senza riuscire a parlare. Davide scende subito.

Avevi dimenticato i guanti porge i guanti blu raccolti prima dalla macchina. Ho aspettato, volevo restituirteli. Poi ti ho visto uscire così di corsa tutto ok?

Giulia scuote la testa, senza fiato. Poi si appoggia a lui e scoppia a piangere.

Davide non fa domande. Apre lo sportello.

Vieni, ora non devi stare sola.

Lei sale, come in stato di trance. Lui la porta via da tutto.

*****

Succede tutto in fretta. Giulia si trasferisce dai genitori. Matteo appare, chiede scusa, si giustifica, poi si arrabbia.

È stato solo un errore! Solo uno! Sei tu che mi hai allontanato! Sei fissata, assente! Lei è stata insistente… Io ti amo!

Ma per Giulia è finita. Non sente più nulla, solo disgusto e sollievo.

Finita, Matteo. Se mi hai tradito così, allora è stato tutto un errore. Chiederò il divorzio.

Matteo non ci crede, ma Giulia non cede.

Durante le settimane difficili, ogni tanto Davide telefona, senza insistere: «Come stai? Tutto bene?». Poi la invita per un caffè, un film. Lei accetta. Con lui è facile, nessuna pressione, solo presenza costante e rassicurante. La fa ridere, sentirsi meno sola. E quel vuoto dentro si riempie piano piano.

Non hanno fretta. Entrambi feriti, si prendono i loro tempi. Forse per la prima volta Giulia si sente davvero libera di essere sé stessa, senza tentare di raggiungere ideali impossibili, senza calcoli.

Il divorzio è duro, ma lei resiste. Il giorno in cui ritira il certificato con la marca da bollo del Tribunale, Davide la aspetta fuori.

Allora, signorina libera? sorride lui.

Sì, libera! E ride, di cuore, davvero, dopo tanti mesi.

Poi cena insieme in una piccola trattoria. Vino, chiacchiere. Nessuna promessa solenne, solo la consapevolezza di essere vivi.

Poco dopo, succede: Giulia se ne accorge allimprovviso. Pensa sia lo stress, il ciclo saltato. Compra il test: due linee, chiare e forti.

Seduta sulla vasca, piange di gioia. Chiama subito Davide. Lui arriva in venti minuti.

Sono incinta, dice.

Lui resta senza parole, poi esplode di felicità. La stringe forte.

Hai visto? le sussurra. Tutto è arrivato da sé, senza magie, senza più paura. Solo quando doveva.

Sì, risponde lei abbracciandolo.

Ora sposi me? chiede lui ridendo. Nostro figlio ha bisogno di un papà.

Lei ride tra le lacrime e annuisce.

La sera, accanto a lui, la mano sulla pancia ancora piatta, Giulia ripensa ad Agata: Devi correggere un errore della tua vita. Ora capisce. Lerrore non era la guaritrice, non era cercare speranza nella campagna brianzola, neppure lui, Matteo. Lerrore era la loro relazione morta, la loro ostinazione ad aggrapparsi a un sogno che non aveva più niente di vero.

Doveva rimettere tutto in gioco. Solo così, su quelle rovine, poteva nascere qualcosa di nuovo.

Si volta verso Davide, che già dormicchia, e a bassa voce sussurra:

Grazie.

Lui non sente, ma le sembra sorrida nel sonno.

Rate article
Add a comment

;-) :| :x :twisted: :smile: :shock: :sad: :roll: :razz: :oops: :o :mrgreen: :lol: :idea: :grin: :evil: :cry: :cool: :arrow: :???: :?: :!:

eleven − six =