Anello arrivato tardi
Andrea, hai fatto un viaggio per niente. Ormai i posti sono occupati.
Era lì, sulla soglia, e non si spostava. Non perché voleva essere crudele, città mia, ma semplicemente lo stipite era stretto e lei lo riempiva con la sua presenza, in un modo semplice e vero che io, in quellattimo, ancora non comprendere.
Ero arrivato con dei fiori. Crisantemi bianchi, quindici almeno, avvolti nella carta kraft che la fioraia alla stazione Garibaldi mi aveva proposto. La ragazza mi aveva chiesto: «Per che occasione?» E io: «Devo parlare di una cosa importante.» Ha fatto un cenno di comprensione e ci ha aggiunto un ramo deucalipto per fortuna. In quel momento mi era sembrato un buon presagio.
Ed eccomi lì, sul pianerottolo del terzo piano, con i crisantemi tra le mani, mentre guardavo Giuliana. Portava una vestaglia casalinga, blu con piccoli fiori bianchi, i capelli raccolti, in modo semplice, quasi trasandato, come spesso li teneva tra le mura di casa. Non stava aspettando nessuno o, forse, sì, ma non me.
Posso entrare? Solo per parlare.
Parlare di cosa, Andrea.
Non era una domanda. Era un punto. Un punto fermo, stanco e chiuso, come una finestra sbattuta in novembre.
Dalla cucina arrivava un odore di torta salata. Non il generico odore di forno, ma proprio quello speciale, inconfondibile, che mi aveva accolto sin dal primo giorno che avevo conosciuto Giuliana. Le preparava con ricotta e spinaci, e per me quel profumo voleva dire calore, casa, attesa. Un tempo, era sinonimo di sono benvenuto. Ma quella volta non erano certo fatte per me.
Dal corridoio, la luce era calda, gialla. E da là, dalla cucina, giunse una voce maschile.
Giuliana, metto il timer a cinque minuti o a dieci?
Lei appena voltò la testa:
Dieci, Sergio.
Sergio. Qualcuno, un certo Sergio, era in cucina sua e chiedeva il tempo per la torta. Sentivo i fiori intorpidirsi tra le dita.
Non ricordo nemmeno come sono arrivato giù. Solo che non ho chiamato lascensore: ho preso le scale, una dopo laltra, contando i gradini. Trentasei. Tre rampe da dodici. Fuori pioveva fine, quasi invisibile, e cerano forse due gradi sopra lo zero. Mi sono seduto in macchina, ho posato i fiori sul sedile dietro e sono rimasto a fissare il parabrezza mentre la pioggia scivolava via.
Poi ho preso dal cappotto quella scatoletta di velluto blu notte. Lho aperta. Dentro cera lanello: semplice, doro, con un piccolo diamantino. Certo non una sciocchezza. Avevo perso unora intera a scegliere in una gioielleria sotto la Galleria, a Milano. Avevo chiesto pareri, provato, confrontato. Ma ormai aveva poco senso. Ho richiuso la scatola. Lho rimessa in tasca.
Dieci anni la conosco. Ci siamo conosciuti che lei aveva quarantatré anni, io quarantacinque. Una cena aziendale, qualcuno ci presentò. Lei era ragioniera presso uno studio, sposata, ma il matrimonio ormai era agli sgoccioli: suo marito beveva, non esageratamente, ma abbastanza perché lei reggesse la cosa a denti stretti da otto anni. Lho notata vicino alla finestra; guardava fuori e aveva quellaura che ancora non saprei spiegare. Non era la bellezza, anche se era una bella donna. Non era lo stile. Era una dignità calma, che traspariva semplicemente.
Mi ci sono avvicinato. Siamo rimasti a parlare mentre attorno tutti ballavano e si riempivano il bicchiere. Rideva piano, coprendosi la bocca con la mano, una vecchia abitudine, mi disse poi, da quando si vergognava dei denti. Eppure aveva un sorriso fiero, denti bellissimi, e glielo dissi subito. Lei arrossì.
Dopo sei mesi si separò. Nel giro di un anno, uscivamo insieme. Se si può chiamare così, quello che eravamo.
Io ero libero da un pezzo. Da prima che conoscessi Giuliana. Un divorzio dietro, alla fine civile, un figlio adulto che viveva ormai a Torino, un bel bilocale, lauto, il lavoro da ingegnere edile. Guadagnavo bene e vivevo tranquillo. Le nostre serate divennero un rito: andavo quando volevo, trovavo sempre la porta aperta. Non chiedeva. Non tratteneva.
Un paio danni dopo, mi domandò sottovoce:
Andrea, secondo te stiamo andando da qualche parte?
Mi sorprese, comè ovvio; alzai le spalle: Siamo insieme, no? Lei fece sì con la testa. O fece finta. Io pensai che ci fossimo capiti.
Non mi fece mai scenate. Mai una lacrima davanti a me. Nessuna pretesa. Una volta sparii per due settimane a pescare con gli amici, non chiamai mai; tornai e lei, semplicemente, mi chiese se avevo preso molto pesce, mise il pranzo in tavola. Pensai: ecco la donna giusta. Oro, senza isterie, senza lamenti.
Solo ora, seduto con la pioggia fuori, capisco che quello non era rassegnazione. Era una sopportazione di tipo diverso: quella di chi osserva, e aspetta, e tiene in conto. Con calma, senza fretta perché tanto, a cinquantanni, hai già visto tutto.
Ho acceso una sigaretta. Avevo smesso da cinque anni, ma nel cruscotto ne era rimasta una vecchia, accartocciata. Ho guardato il terzo piano, la luce calda dietro le tende.
La mattina dopo, lho chiamata.
Dobbiamo parlare.
Hai già detto tutto in dieci anni. Io pure, ieri.
Giuliana. Aspetta. Non ero venuto a caso. Avevo un anello. Volevo chiederti di sposarmi.
Pausa. Tre secondi eterni, pensavo fosse caduta la linea.
Mi senti?
Ti sento, Andrea. Sei stato bravo, davvero. Ma ormai non serve.
Come non serve? È tutto vero, ho comprato lanello, ho deciso.
Lo so che sei serio. È proprio questo il punto.
Riattaccò. Silenziosa, solo un click.
La richiamai. Niente, non rispose. Scrissi: Giuliana, vediamoci. Una volta. Solo una chiacchierata. Rispose due ore dopo: No, Andrea. Non ora. Quel non ora lo lessi come un forse poi. Sbagliavo.
In gioielleria mi dissero che potevo restituire lanello entro quattordici giorni. Non lho fatto. Lho sistemato nel cassetto della scrivania. Ogni tanto lo aprivo guardandolo. Perché? Nemmeno io lo sapevo.
Passò una settimana. Mandai dei fiori al suo ufficio, mazzo grande, costoso, un biglietto: Perdona. Qui cè da salvare qualcosa. Li prese, non chiamò. Una collega, che conoscevo di vista, mi raccontò che li aveva messi in vaso ma era rimasta fredda. Non indifferente o commossa: solo calma.
Quella calma mi esasperava. Ero abituato a unaltra Giuliana, quella che arrossiva se arrivavo allimprovviso, che preparava il mio risotto senza che chiedessi, che una volta aveva attraversato tutta Milano per portarmi le medicine. Quella donna non poteva reagire così. Qualcosa in lei era cambiato. O cera qualcun altro tra le mura della casa che conoscevo.
Provai a insistere.
Dopo tre settimane la incrociai sotto il portone, la sera, tornava dal supermercato con le borse pesanti. Corsi ad aiutarla, le presi i sacchetti. Non fece in tempo a rifiutare.
Andrea, lascia.
Te li porto su. Sono pesanti.
Ti ho detto lascia.
Lasciai. Rimasi a guardarla mentre andava verso lascensore da sola.
Mi manchi. Lo senti? Davvero.
Si fermò davanti allascensore, senza voltarsi:
Per dieci anni ho sentito quanto non ti mancavo. Torna a casa.
Lascensore si aprì, salì, le porte si chiusero.
Stavo lì, al freddo, convinto che fosse diventata dura, che volesse vendicarsi, che non capisse. Che io, invece, ero cambiato, pronto. Non capivo che le sue frasi non erano vendetta, solo contabilità. Una semplice somma tenuta a mente per anni, che a un certo punto aveva dato il suo risultato.
Sono cresciuto in una famiglia normale di provincia, a Modena. Madre maestra, padre in fabbrica. Quarantanni di matrimonio, sempre insieme: mia madre sopportava, mio padre faceva come gli pareva, e così la famiglia funzionava. Non li biasimavo, era il modello che conoscevo. La donna aspetta, luomo va e viene.
Con la prima moglie, Donatella, è finita proprio perché non volle aspettare. Volle presenza, conversazione. Mi irritavo, litigavamo. Dopo cinque anni si stancò: Andrea, sto vivendo da sola pur essendo sposata. Se ne andò. Nostro figlio Marco era piccolo. Mi bruciava ancora, ma non lo ammettevo mai.
Con Giuliana era stato facile proprio perché sembrava che non chiedesse. Ma lo faceva, eccome: non a parole, ma con la presenza, il calore, le torte, il risotto, quelle ore infinite trascorse in tram a portarmi un aiuto. Mi dava tanto, e si aspettava che io, almeno, lo notassi. Che dicessi Giuliana, ho capito. Fermati.
Non lho mai detto. In dieci anni mai.
Solo una volta, sei anni fa, siamo andati insieme al mare. A Varazze, dieci giorni, la nostra unica vacanza insieme. Era come essere una famiglia: andavamo a passeggiare, a mangiare la sera. Si era illuminata, rideva più forte, mi aveva preso la mano in pubblico, senza cercare permessi. Io avevo lasciato fare, ma dentro me ne ero sorpreso; era un gesto troppo esplicito, troppo dichiarato.
Rientrati a casa, pian piano riallungai le distanze senza nemmeno volerlo. Ricominciò la routine di sempre, incontri sempre più diradati. Non chiese nulla.
Io pensavo: ecco, trovare una donna così, accomodante. Dove vuole andare?
Sergio lo incontrò un anno e mezzo fa, a un pranzo da amici: amico del marito della sua migliore amica Marta. Aveva 52 anni, vedovo, lavorava come caposquadra in fabbrica, zona Lambrate. Nessun Adone, niente di raffinato, ma delle mani forti e un modo di ascoltare che faceva sentire importanti. E sapeva stare in silenzio, senza imbarazzo.
Marta disse a Giuliana, dopo quella giornata, che Sergio aveva chiesto di lei, con discrezione. E trovò modo di farli incontrare di nuovo. Cena semplice, finta casuale.
Parlarono tre ore, lui la riaccompagnò a casa. Posso chiamarla qualche volta?, chiese davanti al portone. Lei esitò un secondo, aspettando quel battito di ciglia che dovette contenerle dieci anni di ricordi. Disse solo: Sì, può. Quattordici mesi fa.
Io di Sergio venni a sapere da Marta, che con me era sempre stata sincera, a modo suo. Un incontro casuale davanti alla farmacia. Si tradì parlando troppo; io uscii in strada e mi sentii stranito, come se fossero cambiate le chiavi di casa.
Fu lì che comprai lanello.
Fu un gesto impulsivo, poco da me. Eppure qualcosa era scattato. Non per gelosia: la perdita era tangibile e concreta, finalmente concreta, non più teorica. Stavo perdendo Giuliana con le sue torte, la sua vestaglia blu, il vezzo di coprire la bocca.
Ero corso in gioielleria. Preso lanello, come se potesse riscrivere la storia.
Sono andato da lei. Ha aperto la porta. Mi ha detto: Andrea, non cè più posto. E il profumo della torta era per altri, non per me.
Dopo quella sera, non mi sono fatto più sentire per due settimane. Poi, alla fine, le ho scritto. Un messaggio per un caffè, un posto neutro, mi promettevo. Rispose: Va bene. Sabato alle quattro, Caffetteria del Centro, vicino al Duomo.
Sono arrivato venti minuti prima. Tavolo vicino alla finestra, ordinato subito un caffè, poi lho cambiato con un tè, quindi ancora con un altro caffè. Nervosismo mascherato, o almeno pensavo di nasconderlo.
Arrivò puntuale, cappotto color bordeaux, mai visto prima, capelli sciolti, orecchini nuovi dambra. Bella, non vistosa ma serena. Come chi, finalmente, vive bene.
Ordinammo il caffè. Un breve silenzio.
Volevi parlare, quindi parla, mi disse.
Giuliana. Io voglio che tu capisca. Non sono venuto per paura o perché non avevo altro. Sono venuto perché ho capito che voglio te, proprio te.
Stringeva la tazza tra le mani, mi guardava dritto negli occhi.
Credo che tu ci creda, adesso.
Non è che ci penso. Lo so.
Andrea, dieci anni hai pensato che restassi. E ci hai avuto ragione: sono rimasta. Non ho preteso, non ho incalzato, pensavo che gli uomini non andassero forzati. Ma tu non hai mai deciso. E io, alla fine, ho aspettato un altro.
Ma lui… chi è lui in fondo? Lo conosci da poco.
Quattordici mesi.
E me conosci da dieci anni!
Inclinò la testa, come sempre faceva quando rifletteva.
Sai che cosa ho capito in questi mesi? Che conoscere qualcuno e viverci insieme sono due cose diverse. Te ti conosco, con Sergio invece ci vivo. Ogni giorno. È unaltra cosa.
Stetti zitto. Poi chiesi:
Lo ami?
Silenzio.
Con lui sono tranquilla. Non aspetto. Non sto in ansia se chiama o viene nel weekend. Vivo semplicemente accanto a una persona, di giorno in giorno.
Non è una risposta.
Lo è. Solo non quella che vorresti.
Guardai fuori dalla finestra. Gente a spasso, cani, bambini. Sabato qualunque in una città qualunque. La vita andava avanti.
Cosa posso fare? domandai. Piano, quasi per me. Dimmi tu.
Non devi fare niente, Andrea.
Perché?
Posò la tazza, mi fissò pacata:
Perché non si può risolvere in poche settimane quello che è mancato per dieci anni. Perché sono stanca. Non di te, ma di questa situazione. Io sono stata sempre sul tuo binario morto. E tu non te ne accorgevi. Ma è colpa mia anche, perché ho lasciato che fosse così. Adesso scelgo altro.
Era doloroso, fisicamente pesante. Non per le parole, ma per la loro precisione. Non potevo ribattere la verità.
Parlammo ancora di Milano, della pioggia, delle solite lamentele sul pavé del corso Buenos Aires. Poi mise il cappotto, laiutai nella manica, per abitudine. Non si scostò, ma era tutto finito in quel gesto, come lultima pagina di un romanzo.
Alluscita disse:
Sei una brava persona, Andrea. Sul serio. Solo che ormai non sei più mio.
Restai lì, a guardarla allontanarsi sul marciapiede grigio. Il suo cappotto rosso nella foschia di novembre.
Poi cominciò quello che tra me ho definito il periodo nebbioso. Al lavoro tutto andava bene. Il progetto chiuso nei tempi, il capo soddisfatto. Fuori sembrava tutto a posto, dentro invece solo rumore. Non dolore, proprio rumore, come leffetto neve della TV di una volta.
Un paio di volte telefonai a mio figlio Marco, che viveva a Torino. Lui fa linformatico, ha famiglia, due figli. Non siamo mai stati di quelli dal cuore in mano, ci sentiamo una volta al mese, qualche volta di più. Non avevo mai parlato a Marco di Giuliana. Non per nasconderle, quanto per non sapere cosa dire. Ora non cera più motivo.
Un giorno, a novembre, Marco chiese:
Papà, tutto bene?
Sì, certo.
Hai la voce strana.
Eh, il tempo.
Non insistette. Si parlo di nipotini, calcio, TV. Poi basta. Restai in cucina a lungo, in silenzio.
Una sera guidai senza meta verso casa sua. Parcheggiai di fronte, guardai il terzo piano. Luci accese, tende tirate, filtrava calore. Rimasi lì quaranta minuti, finii le ultime sigarette. Pensavo: cosa staranno facendo ora? Magari la torta, forse cena, Sergio seduto alla sua tavola, ad ascoltare il suo ridere, le sue mani a coprire la bocca.
Non sapevo cosa farci con questa sensazione.
Andai via, infreddolito.
Al cenone di Natale in azienda, presi parte per educazione. Lì cera una collega, Marina, separata, mia coetanea. Non ci eravamo mai detti molto, giusto saluti in ascensore. Ma quella sera ci trovammo vicini, quattro chiacchiere, una risata. Lei mi diede il numero: Chiamami se ti annoi. Ho preso il biglietto, ma non ho chiamato. Non perché non mi piacesse: ma non avevo voglia.
A fine dicembre feci una sciocchezza che tuttora non so spiegarmi. Scrissi un messaggio lunghissimo a Giuliana. Tre pagine, forse, sulla chat. Le scrissi che avevo capito, che questi dieci anni non erano stati invano, che ero cambiato, delle nostre settimane a Varazze, quando mi aveva preso la mano e io mi ero spaventato. Le confessai che lanello era ancora lì, nel cassetto. Che pensavo a lei ogni giorno.
Rispose solo il giorno dopo, con un messaggio breve.
Andrea. Ho letto tutto. È importante che tu abbia capito. Ma questo ora riguarda te, non me. Mi fa piacere che tutto sia più chiaro. Ma io non ho più niente da riprendere, né voglia né motivo. Stammi bene.
Stammi bene. Tre parole, senza rabbia, senza gelo, solo definitive.
Gennaio lo passai in uno stato di sonnolenza, mangiando, lavorando, guardando film ogni tanto. Una sera chiamai il mio amico dinfanzia, Paolo, sempre a Milano, due matrimoni alle spalle e una dose di vera filosofia.
Ci vedemmo in una birreria, una pinta in due, gli raccontai tutto. Lui ascoltò, paziente.
Poi disse:
Andrea, hai passato dieci anni a mangiare le sue torte senza mai pagare il conto. Adesso ti sorprendi che ti hanno chiesto di lasciare il tavolo?
Che spiritoso.
Non scherzo. Dico come stanno le cose.
E allora, non dovrei fare niente?
Che vuoi fare di più? Hai già fatto tutto. È tardi. Succede. La cosa più dura da imparare nella vita è che, semplicemente, a volte è tardi. Non è una tragedia, è solo così. Tempo esaurito.
Stetti zitto.
Era una brava donna, aggiunse Paolo. Lho vista un paio di volte da te, ricordi, al compleanno? Portò uninsalata fatta in casa. Pensai: donna in gamba davvero.
Perché me lo dici?
Perché vuoi un consiglio. E allora te lo do: non cercarla più. Basta chiamate, basta messaggi. Lasciala vivere. E tu ricomincia, pure tu.
Pagai la birra e andai via. Le sue parole mi ronzavano: irreversibile. Sì, era proprio la parola giusta. Amara, ma giusta.
Ci fu un episodio, che mi rimarrà impresso. Era febbraio, camminavo per il centro allora di pranzo. La vidi: lei e Sergio, davanti alla vetrina di una libreria. Lei spiegava qualcosa, lui ascoltava inclinando la testa. Non si tenevano per mano, nessun gesto eclatante, solo una complicità. Rimasi lì a guardarli da venti metri di distanza. Non mi notarono. E lei rideva, ma questa volta senza coprirsi la bocca. Il sorriso pieno, aperto. Sergio disse qualcosa, e lei riprese ancora, libera.
Entrarono in libreria.
Mi fermai ancora un minuto, quindi mi voltai, tornai indietro.
Fu lì che sentii uno spostamento dentro di me. Non uno schianto, non un crollo, solo un cambiamento. Come una pietra che, per anni, era sempre stata lì e ora non cè più.
Ripensavo al suo sorriso. In dieci anni, non le avevo mai detto che non cera bisogno di nascondere i denti. Solo allinizio, poi mai più. Sergio mi veniva da pensare magari glielo aveva detto. O forse la guardava in modo giusto.
Ecco la verità, camminando nella pioggia di febbraio. Non si tratta di essere migliori o peggiori. Si tratta di rendere chi ci sta vicino più se stesso, o meno. Lei, in fondo, non aspettava me: aspettava se stessa, la forza di fare una scelta diversa.
Storie come la nostra sono banali, a raccontarle. Uomo che non apprezza, donna che se ne va, lui che si pente. Banale, sì. Ma ogni storia così contiene dieci anni di vita vissuta. Venerdì, sabati, odori, parole, che nessun altro conosce.
Le relazioni, o ciò che le somiglia, finiscono non per colpa, ma per stanchezza. Stanchezza dellattesa. Io non vedevo che lei, ormai, era stanca. Non cattiveria. Solo disattenzione. E la disattenzione, a volte, ferisce quanto un tradimento, solo che è più lenta.
Avessi mai consultato uno psicologo, mi avrebbe detto che evitavo limpegno per paura: paura che, se avessi preso una decisione vera, se qualcosa fosse andato male sarebbe stata davvero colpa mia. Finché tutto rimane indefinito, ci si può sempre mentire.
Marzo arrivò piovoso e freddo. Mi sorprese lidea di ristrutturare la cucina. Anni che ci pensavo, mai fatto: tanto, per uno solo che senso ha? E invece, mi chiesi, perché per uno solo non conta? Vivo da solo, ma vivo comunque.
Chiamai una piccola impresa. Cambiai armadietti, tavolo, aggiunsi luci più calde. Misi anche una piantina sul davanzale: ancora oggi non so che specie sia. Ma non è morta.
Un giorno di aprile Marco mi chiamò spontaneamente.
Papà, come va?
Bene. Ho rifatto la cucina.
Era ora!
Eh, finalmente mi sono deciso.
Senti, magari per il ponte del Primo Maggio veniamo a trovarti. Io, Chiara e i bambini. Che ne pensi?
Esitai. Poi:
Venite, siete i benvenuti.
Davvero? Sei sicuro?
Naturalmente. Capitano.
Si parlò di treni, bagagli. Poi Marco aggiunse:
Papà, sei cambiato di recente. In meglio, dico. Sei… più calmo. Prima eri sempre di corsa, ora sei più presente.
Non risposi. Solo un mezzo mormorio. Dopo, però, rimasi a pensarci. Più calmo. Forse davvero qualcosa era cambiato. Non la felicità, magari, ma una nuova partenza.
Giuliana ignorava tutto questo. Pure Sergio. Vivevano la loro vita.
A maggio andarono nella campagna in provincia di Cremona, ospiti del fratello di lui. Lei piantò ortaggi per la prima volta. Lui, seduto sul gradino del portico, la osservava:
Che guardi?
Ti ammiro.
Lei sorrise, tornò allorto. Ma nelle spalle sera aperto qualcosa. Si vedeva.
La sera, seduti fuori, le mani strette sulla tazza, odore derba e terra, sereni. Silenzio comodo, da casa vera.
Sergio…
Dimmi.
Mi sento bene.
Anchio.
Nientaltro da aggiungere. Non serviva.
Lasciare andare il passato non è un atto di volontà, ma un momento che ti attraversa. Lei non prese una decisione, fu solo pronta quando la felicità arrivò.
Io, di quei pomodori e portici, non sapevo nulla. In quei giorni arrivò Marco con la famiglia. Portai i nipotini allo zoo, comprando loro il gelato, nonostante le proteste della nuora. Marco mi guardava, e in me vedeva qualcosa di più aperto.
Ultima sera, in cucina nuova, i bambini già a letto.
Papà, ma non ti pesa stare solo?
Non sono solo. Sono per conto mio.
È la stessa cosa.
No, Marco. Non è la stessa.
Lui tacque e annuì.
Guardai intorno: armadietti nuovi, luce chiara, piantina sul davanzale. Mi colpì che Giuliana non avesse mai visto questa cucina. Lei conosceva solo la vecchia. Una strana malinconia, ma non troppo.
Cera una donna, dissi piano. Giuliana. Siamo stati insieme a lungo. Non lho trattata nel modo giusto.
Marco non parve sorpreso. Solo ascoltava davvero.
Succede.
Sì, succede. Ora ha un nuovo compagno, per quanto ne so, una brava persona.
Ti dispiace?
Pensai un attimo.
Sì. Ma non perché la voglia indietro. Mi dispiace perché so cosa ho perso. Non è la stessa cosa.
Annuì. Fecero i piatti, spentero le luci.
Lei, a quellora, dormiva accanto a Sergio nel letto della casa di campagna, la finestra aperta sul verde e laria fresca sotto la coperta pesante. Sognava qualcosa di leggero, e al mattino si svegliò per prima. Uscì sul portico, tazza tra le mani. Sentì solo questo: Eccolo. Questo è. Non lui, non qualcuno. Ma questa sensazione. Sono a casa.
Non pensò ad Andrea. Forse era la prima mattina in tanti anni che non ci pensava. Non perché dimenticata semplicemente non ce nera più bisogno.
In quello stesso mattino mi sono alzato presto. Caffè, finestra aperta, i nipoti che dormivano. Ho preso dal cassetto la scatolina di velluto. Lho aperta, ho guardato lanello. Poi lho chiusa, rimessa via. Davanti alla finestra, la piantina verde più che mai.
Guardavo la strada sorseggiando caffè, pensavo a niente, o forse a tutto insieme, come capita certe mattine di maggio. Sei solo, forse, ma non ti senti solo. E non sai bene cosa arriverà, ma sai che arriverà.
Dalla stanza sentii gridare:
Nonno! Dove sei?
Qui! risposi. Arrivo.
E così feci.
Mi sono portato via una lezione, una volta per tutte: lamore non è nelle promesse, ma nei gesti e nel tempo condiviso. Quando trascuri chi hai vicino, credendo che resterà sempre lì, a volte arrivi tardi. Limportante è imparare a voler bene davvero quando cè tempo. E, se arriva il momento di andare avanti, continuare a vivere. Perché, anche soli, la vita resta la cosa più preziosa che si ha.






