Due settimane prima del matrimonio
Alessia, stai piangendo di nuovo? Chiara spalanca la porta con un colpo di piede, le mani occupate da una sporta della Coop con mezzo filone di pane e una bottiglia di latte fresco. Lo sai che ti proibisco di piangere senza di me!
Non sto piangendo, Alessia si gira verso la finestra, ma la voce roca e spezzata la tradisce senza pietà.
Ma certo, i tuoi occhi sono rossi dalla felicità Chiara lascia la borsa sul tavolo della cucina, si toglie il piumino e abbraccia lamica da dietro, stretta. Su, racconta tutto da capo. Mi ha scritto Martina dal lavoro ma non ci ho capito un granché.
Stamattina mi ha chiamato Fabio, risponde Alessia con un tono neutro, come se stesse leggendo una lettera. Ha detto che il matrimonio non si fa più. Che ha che ha altri progetti.
Altri progetti due settimane prima delle nozze? Chiara le si piazza davanti, braccia incrociate ai fianchi.
È andato da Paola Ricci, Alessia finalmente si volta e Chiara le vede il viso rigato di lacrime, le occhiaie scavate come da due notti insonni. Lei gli ha promesso una macchina nuova. E una posizione importante. E tutte le sue conoscenze. Ha detto che con lei avrebbe un futuro e con me, con me invece restava fermo.
Chiara rimane in silenzio per tre secondi, poi siede sullo sgabello senza fretta.
Paola Ricci, ripete piano. La tua capa. Che ha cinquantanni.
Quarantotto.
Ah beh, tuttaltra storia, ovvio Chiara scuote la testa. Ale, ascoltami bene, ti prego, non arrabbiarti: Fabio è uno sciocco. Uno di quelli veri, che si vendono per poco. E meglio così, meglio adesso che tra un anno magari aspettavi un bambino e stavi iscritta all’anagrafe da sua madre.
Alessia non risponde. Resta a guardar fuori: il cortile di ottobre, grigio e piovigginoso, i platani nudi, la pozzanghera davanti al dondolo che rifletteva il cielo basso. Fino a ieri, lei e Fabio sceglievano la tovaglia bianca o decorata per il ricevimento. Avevano anche discusso. Lui rideva e le baciava la tempia. E stamattina una telefonata aveva spazzato via tutto, tre minuti secchi, come se quella tovaglia, quel bacio, quei due anni insieme non fossero mai esistiti.
Dovrò lasciare lappartamento, dice Alessia. Era affitto condiviso, io da sola non ci riesco
Vieni da me! risponde subito Chiara. Quanto vuoi, io ci sono. Il mio divano è comodo.
Ma hai un bilocale minuscolo
E allora? Non sono una principessa.
La smorfia che tenta di fare Alessia somiglia più a una ferita che a un sorriso. Chiara si sente stringere il cuore.
Nei giorni seguenti, Alessia vaga per la vita come in una fitta nebbia. Ogni mattina si lava il viso con lacqua gelida, si infila addosso i primi vestiti trovati, prende lautobus e va in ufficio. Ma là è anche peggio: la Serena Servizi è uno studio piccolo, tutti sanno tutto, e le colleghe la fissano con quella compassione che si sopporta meglio quando non ti guarda nessuno. Nina, la segretaria, sospira ogni volta che la vede. Matteo, il giovane agente, abbassa gli occhi in imbarazzo.
Paola Ricci gira per lopen space con un tailleur color mattone nuovo di zecca, impartisce ordini come se nulla fosse. Mai una parola sul personale. Un giorno la chiama allufficio e le dice secca che si aspetta professionalità, che le questioni personali restano fuori. Alessia siede rigida sulla sedia, la guarda questa donna che le ha portato via lo sposo come si ruba una forchetta dal tavolo d’altri e prova un vuoto strano, più grande della rabbia.
Ho capito, dottoressa Ricci, risponde, e se ne va.
A casa cioè sul divano di Chiara Alessia di notte non dorme. Trascorre le ore fissando il soffitto, ripete mentalmente ogni scena: il primo incontro con Fabio a una festa di amici, la goffa pattinata sul ghiaccio, il mazzo di fiori, la proposta seria dopo sei mesi. Aveva creduto che fosse destino, e sognava già il loro appartamento con le tendine alle finestre. Si era sbagliata su tutto.
Poi, una sera di novembre triste e piovosa, quando rientra nel vecchio appartamento che ancora non aveva restituito, squilla il cellulare. Numero sconosciuto, prefisso di unaltra città.
Pronto? risponde lei senza energia.
Alessia? Sono il nonno. Giovanni Perotti. Ti ricordi di me?
Si ricorda eccome. Il nonno Giovanni vive a Siena, quattro ore da Firenze. Non lo vede da almeno sei-sette anni, da quando è morta la nonna Teresa. Qualche lettera impacciata poi, solo saluti durante le feste. Un uomo daltri tempi, forte e silenzioso, mani segnate dal lavoro, poche parole ma sempre pensate. Sua madre aveva accennato solo che aveva unattività in proprio, ma dettagli mai.
Nonno, certo che sì! Ma da dove chiami?
Sono appena arrivato in stazione, risponde lui tranquillo. Ho preso il treno. Tua madre mi ha dato lindirizzo. Sei lì?
Si incontrano davanti allalimentari storico in piazza. Il nonno è lì con una piccola valigia, cappotto scuro e un vecchio berretto di lana che Alessia ricorda dallinfanzia. Sembra lo stesso di anni fa, solo più canuto e con qualche ruga in più, ma dritto e con lo sguardo sveglio.
Sei cresciuta, le dice stringendola forte Allora, dove andiamo? Si può parlare da qualche parte?
Vanno da Alessia. Appartamento mezze scatole e sgombro di metà cose. Lei mette sul fuoco la moka, prepara dei biscotti. Il nonno si mette a sedere, osserva la cucina e parte diretto:
Racconta, va’. Tua madre mi ha accennato ieri che sei giù di morale, salta il matrimonio e non ti ritrovi più. È vero?
Alessia si siede davanti a lui, tazza in mano.
È vero, nonno. Tutto vero.
Racconta calma, non ho fretta.
Le racconta tutto, dallinizio alla fine. Di Fabio, Paola Ricci, dellappartamento da liberare, della vergogna in ufficio, delle notti a rigirarsi su quel divano. Lui ascolta e non la interrompe mai. Quando finisce, resta in silenzio un po, poi dice:
Tu non hai sbagliato niente, ricordalo.
Nonno, ma
Fabio ha scelto soldi e posizione, perché è fatto così. Avresti potuto essere anche migliore, comunque avrebbe trovato una scusa. Non è mai stato colpa tua.
Alessia lo guarda e, dopo mille giorni di pianto, dentro sente finalmente la verità: non pena, non consolazione, ma una verità nitida.
Resterai in quellufficio? chiede lui.
Non credo. Non ce la faccio più.
E fai bene, conclude serio Ascolta, Alessia. Io non sono qui solo per farti compagnia. Devo parlarti di una cosa seria. Finiamo il caffè, poi te lo dico.
Finisce calma la tazza, la posa e la osserva dritta negli occhi.
Io nella vita ho messo in piedi un panificio a Siena. Ventanni fa, piccolo laboratorio: pane, filoni, ciambelle alluva. Poi ho ampliato, aggiunto i dolci. Oggi ho quaranta dipendenti, tre punti vendita, contratto con due catene locali. Ho tirato avanti sempre io da solo. Ho settantadue anni, Ale. Sono stanco. Voglio finalmente godermi un po la vita. Capisci?
Sì risponde piano, ancora un po persa.
Ho una casa qua a Firenze, non grande ma comoda, due stanze. La prendemmo io e la nonna per trasferirci, ma poi non servì più. Vorrei lasciartela non per sempre, capiamoci, ma così non stai più a dormire da Chiara. Tua madre mi ha detto tutto. E poi, il panificio. Vorrei che entrassi in affari con me. Non subito, ma per gradi. Vieni, ti mostro tutto, impari. Sei brava con i numeri, da ragioniera. Il resto si impara.
Alessia apre la bocca e la richiude.
Nonno dici sul serio?
Ho mai scherzato su queste cose?
Ho solo fatto la contabile mai diretto nulla!
Neanche io, i primi anni, sapevo gestire un laboratorio. Eppure Si alza, si rassetta ancora il cappotto. Non dico che sia facile. Ma ti sto offrendo una cosa che è tua, non soltanto mia. È ben diverso.
Le due settimane successive sono strane. Alessia consegna le dimissioni: Paola Ricci firma la lettera senza neanche un commento, solo uno sguardo da cui traspare unindifferenza glaciale. Alessia riprende le sue cose dalla scrivania. Nina esce nel corridoio e la abbraccia senza parole. Matteo sussurra: In bocca al lupo, Ale, sincero.
Il nonno si ferma ancora una settimana da lei. Fanno insieme un giro nellappartamento di Firenze che lui vuole lasciarle: un piano alto in una palazzina silenziosa, con grandi finestre e vista sui tigli. Nelle stanze si avverte lodore di chiuso, ma sono luminose, con vecchi parquet a spina.
Lo sistemo tutto, dice Alessia mentre gira tra le stanze.
Brava, annuisce il nonno. Ridipingi, metti le tende nuove. Vedrai che bello.
Nonno, spiegami: perché proprio io? Hai due figli, mio padre e zio Paolo
Il nonno rimane un po silenzioso, guarda fuori dalla finestra.
I miei figli stanno bene. Tuo padre lavora a Milano, ha già la sua strada. Paolo è un bravuomo ma limprenditoria proprio no, lha detto pure lui. Tu invece, Ale, negli occhi ti vedo la voglia di fare. Solo che la vita non ti ha ancora dato il posto giusto. Te lo voglio dare io.
Parte per Siena a fine novembre quando laria sa già di brina. Il nonno la aspetta in stazione con la sua vecchia Fiat Panda, ancora fedele. Il panificio ha sede in una palazzina modesta in periferia, ma dentro si respira subito accoglienza: quellodore di lievito e mandorle, impasto e cioccolato inconfondibile.
Ecco qui, mormora il nonno. Questa è tutta la mia vita. Tocca a te.
Un mese intero, Alessia ascolta e osserva. Il nonno le mostra tutto: dai fornitori ai bilanci, dai contratti ai turni, ogni ruolo e mansione. Prende appunti, la sera rilegge e chiede. I colleghi la osservano un po guardinghi. Zia Gianna, capoforno da ventanni, la accoglie freddamente e fa silenzio per giorni. Ma quando Alessia si presenta alle sei del mattino prima del nonno, dà una mano a scaricare la farina senza far storie, si scioglie un sorriso nuovo.
Tu sei vera, le dice secca una sera. Questo è quello che conta.
Nel tempo la nebbia si dirada. Non che il dolore svanisca del tutto, ma si ritrae, lascia spazio ad altro: al prossimo contratto col bar del centro, allidea di rinnovare le confezioni, allansia per gli ordini di Natale.
È così che, allinizio di dicembre, va lei di persona dal nuovo fornitore di frutta secca.
Michele Romano è un uomo alto, robusto, forse trentacinquenne, con la barba curata e occhi seri. La riceve nel suo magazzino, tra il profumo di noci e mirtilli secchi, ascolta cosa serve, fa domande concrete e le propone un prezzo migliore di quello storico.
Aspetti lo fissa Alessia confrontando i dati Quindi fa uno sconto?
Esatto, per clienti stabili mi conviene.
E perché il nonno non ha mai contrattato così?
Lui sorride.
Tuo nonno è un ottimo uomo ma non ama trattare, dice che il tempo è più prezioso.
Non ha tutti i torti, ammette Alessia, ma anche i soldi non guastano.
Si stringono la mano. Sta quasi per uscire quando Michele chiede:
Ti fermi a Siena a lungo?
Non so, risponde lei con onestà. Sto imparando. Magari per sempre.
Bene, sorride lui. Piccola, ma Siena è un gioiello.
Continuano a sentirsi per lavoro. Poi Michele fa un salto in panificio per vedere magazzino e qualità, e si ferma a prendere il caffè con zia Gianna. Presto Alessia si accorge che attende la visita di Michele, anche senza scuse di lavoro. Finché un giorno vanno insieme a camminare lungo lArno, semplicemente perché ne hanno voglia.
Lui le racconta della moglie con serenità, senza patetismi. Un tumore, tre anni prima. Il figlio Andrea aveva allora cinque anni, ora ne ha otto. Vivono soli, la suocera aiuta dove può.
Hai freddo? chiede, quando arrivano in piazza della Libertà.
No, si rimbocca il piumino. Michele, tu non hai avuto paura? Dopo tutto?
Ci pensa su.
Paura, sì. Per molto. Poi passa. Non perché dimentichi, ma perché la vita va comunque avanti. Meglio accompagnarla che restare indietro.
Alessia guarda lArno, pensa che vicino a lei ora cè qualcuno che ha capito qualcosa che lei stessa deve ancora imparare. E la inquietudine si scioglie, le lascia solo pace.
Il nonno va via in febbraio, certo che Alessia ce la fa già da sola. Prima della partenza, la sera sono in cucina col tè.
Hai paura? le chiede.
No, è sincera per la prima volta, si sorprende anche lei.
Bene. Le prende la mano con il suo palmo grosso e caldo. Chiamami, eh. E fatti una famiglia solo quando senti di poterti fidare davvero. Non correre, ma non aspettare troppo.
Nonno! ride lei.
Eh, io a trentanni avevo già tre mucche e un figlio dice serio, ma ha negli occhi una luce di ironia.
In primavera, lei e Michele vanno insieme al mercato con Andrea. Il ragazzino è serio e tranquillo come il padre, ma quando Alessia gli compra un sacchetto di lupini le sorride: Grazie, Alessia. Vieni ancora da noi.
Michele è lì, sente tutto, non dice nulla, le stringe soltanto la mano.
Si sposano in giugno, con poca gente. Testimoni: Chiara che arriva apposta e il cugino di Michele. Zia Gianna sforna dolci a sufficienza per riempire tre tavoli. Il nonno porta una bottiglia di Chianti, tenuta in cantina per loccasione giusta.
Ecco, questa era quella giusta, dice nel brindisi.
La vita scorre diversa. Non come Alessia laveva immaginata sul divano di Chiara quel triste ottobre, ma meglio. La realtà è quasi mai come nei sogni, e meno male.
Il panificio cresce. Dopo un anno arriva un quarto punto vendita, altri due fornai. Lanno dopo Michele propone di ampliare il magazzino e aggiungere prodotti semilavorati per i ristoranti. Ne discutono a lungo, a tavola dopo aver messo a letto Andrea, e alla fine decidono di tentare. Funziona.
Alessia lavora tanto, ma non più con ansia e fatica, le piace sentire il senso di ciò che fa. Arriva al laboratorio prima di tutti, controlla i forni, prende un caffè con zia Gianna, che ormai è una seconda madre. La sera rientra e sente Andrea raccontare a Michele la giornata a scuola e tutto è semplice, buono, perfetto.
Poi nasce la figlia, Lucia. Dopo un anno e mezzo arriva Lorenzo, che dal primo giorno ha uno sguardo così deciso che zia Gianna esclama: Questo finirà a dirigere, vedrai!
Costruiscono la loro casa fuori città, senza fretta. Michele segue i lavori di persona, Alessia pensa ai dettagli: pavimenti, finestre, cucina grande ma accogliente. Nel maggio del trasloco, fanno una festa con parenti e amici, il nonno si ferma a lungo.
Di mattina siede in veranda col giornale, beve il tè, sempre sereno. Lucia si arrampica sulle sue ginocchia, Lorenzo gli porta le lucertole dal giardino. Andrea, ormai quattordicenne, ogni tanto gli siede a fianco a chiedergli del panificio, e il nonno risponde sempre senza paternalismi.
Sono passati sei anni da quella notte di ottobre e dal divano di Chiara.
Alessia non pensa più quasi mai a Fabio. Non lha cancellato, semplicemente è diventato passato come una vecchia cicatrice ormai chiusa.
Finché, un giorno di settembre, tornando dal supermercato con due sporte piene, se lo trova davanti.
Lo riconosce subito, anche se è molto cambiato: capelli radi e opachi, occhi segnati, la giacca troppo grande e di tessuto scadente. Sembra invecchiato di dieci anni.
Alessia, la saluta lui.
Si ferma. Nessun batticuore, nessun dolore. Solo un uomo del passato da gestire.
Ciao, Fabio.
Stai benissimo, dice lui, con un tono che la mette a disagio, non tanto per sé, quanto per lui.
Grazie. E tu?
Eh fa un gesto vago. Non troppo bene, in verità. Ho saputo che a Siena ti sei realizzata.
Sì.
Complimenti. Fa una pausa. Voglio solo dirti che ho capito quanto sono stato stronzo. Non era colpa tua, mai.
Lo so, gli risponde.
Lui la guarda spaesato, non si aspettava questa risposta.
Con Paola be, forse hai sentito non è durata. Mi ha mandato via dopo due anni. Ho provato a cambiare lavoro ma niente, una disgrazia dopo laltra Alessia, scusa se è strano, ma puoi prestarmi qualcosa, solo per arrivare a fine mese? Ti prego, te li restituisco.
Non sente rabbia, né la pietà di chi si fa carico ancora dei guai altrui. Lo guarda tranquilla.
No, Fabio. Non posso.
Ma Ale io
Aspetta, lo ferma lei. Non ce lho con te. È acqua passata. Ma la mia vita ora è di altri: mio marito, i miei figli, il mio lavoro, il nonno. Non posso togliere a loro per darti a te. Non sarebbe giusto.
Lui la fissa, sconcertato: aspettava forse rabbia, o lacrime, o sì. E invece si trova davanti solo la verità, nuda e senza drammi.
Va bene, mormora lui. Ho capito.
Buona fortuna, Fabio, augura lei. Davvero.
Si sistema meglio le sporte e va verso la macchina. Non si volta. Non è un gesto, è solo che non serve.
Vent minuti per casa. Fuori città settembre è già arrivato davvero: le foglie colorate come se volessero salutare a modo loro. Alessia pensa che deve ricordare a Michele di comprare la legna per il camino, che Lorenzo la prega da giorni di poter vedere come si preparano le sfoglie in panificio, che il nonno lamentava la schiena e forse serve la pomata.
Appena arriva, Lorenzo le corre incontro in bicicletta, fa un giro e urla:
Mamma è tornata! Babbo, la mamma!
Michele esce sulla soglia asciugandosi le mani nel canovaccio: puzza di qualcosa di buono dalla cucina. Lucia si affaccia dalla finestra al piano di sopra.
Ma, hai preso il latte?
Certo! risponde Alessia.
In veranda, il nonno Giovanni siede nella poltrona preferita con il giornale. Al rumore dei passi alza la testa.
Come mai tardi?
Così, risponde lei salendo i gradini. Ho incontrato uno.
Michele le prende i sacchetti, la guarda interrogativo.
Chi era?
Fabio.
Aspetta un attimo.
E allora?
Niente, risponde lei entrando in cucina.
Il nonno posa il giornale e la segue. Si siedono. Michele mette il bollitore su fuoco, Lucia arriva col suo libro e si siede al davanzale. Lorenzo parcheggia la bici, si attacca al nonno e racconta la storia di una lucertola trovata vicino al laghetto.
Piano, dice il nonno ridendo, lascia parlare la mamma.
Alessia si versa il tè caldo, avvolge la tazza tra le mani. Dentro è caldo e dalla finestra arriva lodore delle mele e dei dolci che Michele ha già sfornato la mattina con la ricetta segreta di zia Gianna.
Sta male dice infine Alessia. Mi ha chiesto dei soldi.
Glieli hai dati? chiede il nonno.
No.
Il nonno annuisce. Non aggiunge altro, prende una fetta di crostata dal vassoio.
Michele le si siede davanti, posa le mani sul tavolo.
E tu, come stai?
Sto bene. Un attimo di pensiero. Ci ripensavo: credevo sarebbe stato difficile, fastidioso, magari doloroso. E invece nulla, come se non fosse più nemmeno la mia storia.
Perché non lo è, dice lui. Da tempo ormai.
Sì, conferma lei sottovoce.
Il nonno prende unaltra fetta.
Te lo dico, Ale. Anche io ho visto il peggio. Quando mi bruciò il primo laboratorio, son rimasto senza nulla, debiti a non finire, pure gli amici sparirono. Ho capito una cosa, allora.
Quale? chiede Lorenzo quasi soffocato dai biscotti.
Mastica e poi ascolta, lo rimprovera bonario il nonno. Lorenzo ubbidisce. Che la vita non ti dà quello che meriti. Ti dà solo quello che tu le permetti di darti. Se ti rialzi, cammina con te. Se resti a terra, lei va via. Senza di te.
Tu ti sei rialzato? domanda piano Alessia.
Sì. Semplice. E anche tu, Ale. Ecco perché oggi siamo qui insieme.






