Avevo sedici anni quando, come in un sogno pieno di nebbia, mi sono ritrovata incinta di un ragazzo che amavo profondamente. Ero fidanzata con Lorenzo da un anno intero; lui era mio compagno di liceo a Firenze. Quando abbiamo scoperto la gravidanza, ci siamo sentiti come se stessimo camminando sulle nuvole, con un senso di terrore che aleggiava sopra di noi, e non abbiamo avuto il coraggio di raccontare nulla ai nostri genitori. Il giorno in cui mamma e papà lhanno scoperto, si sono infuriati come tempeste estive che scuotono la quiete dei campi toscani.
La nostra famiglia era vista come esempio nei vicoli stretti della città. Ero lunica figlia e portavo sempre a casa ottimi voti, come se la scuola fosse un teatro e io la protagonista. Anche Lorenzo era uno studente brillante, così i nostri genitori sognavano di vederci laureati allUniversità degli Studi di Firenze, pronti per una carriera luminosa, magari tra i palazzi storici o le gallerie darte. Un figlio, nel loro immaginario, avrebbe frantumato tutto come vetro sottile.
Così, la mamma mi ha obbligato a interrompere la gravidanza. Cera ancora tempo, diceva lei, il tempo che nei sogni scorre in maniera strana, ora veloce, ora lento. Tutto si è risolto senza problemi apparenti; almeno così sembrava nel cielo confuso in cui vivevano i miei pensieri.
Lorenzo ed io siamo tornati alla nostra routine, tra libri sparsi e gelati al limone sulle rive dellArno. Abbiamo finito il liceo, ci siamo iscritti alluniversità, e un anno dopo ci siamo sposati in una piccola chiesa. I genitori non hanno più interferito, come se un vento leggero avesse spazzato via la loro rabbia. Poi sono rimasta di nuovo incinta. Questa volta, nella realtà ovattata che avvolgeva la nostra vita, erano tutti felici.
Ma al sesto mese, in una notte stranamente silenziosa, ho iniziato a sanguinare. Il bambino, un maschietto, è nato minuscolo, pesava solo un chilo e mezzo. Come in una scena surreale, dopo appena tre ore è volato via, come se il sogno terminasse allimprovviso.
Le cose sono precipitate. I medici, in camici bianchi così candidi che sembravano nuvole, non sono riusciti a fermare lemorragia. Hanno dovuto rimuovere il mio utero: non potrò mai più avere figli. Mia madre, con gli occhi lucidi, è venuta a trovarmi in ospedale. Mi ha chiesto scusa mille volte per avermi costretto ad abortire anni prima. Ma le sue parole si sono dissolte come nebbia mattutina; non mi hanno consolato.
Il passato rimane, e le sue ombre non si cancellano mai, nemmeno nei sogni più bizzarri. Gli errori non si rimedia, e ora io non potrò essere mai madre. Non so se Lorenzo ed io riusciremo a mantenere viva la nostra unione e a scoprire la felicità fra le stradine lucide di pioggia di Firenze. Dopotutto, i figli sono come la luce del sole che illumina una casa italiana, indispensabile per sentirci davvero una famiglia.







