Non giocare con me
Niccolò si trovava appoggiato al bancone del bar, il marmo freddo che gli sosteneva il braccio come un amico silenzioso. Con il dito disegnava piccoli cerchi sul bordo del bicchiere dacqua frizzante, lo sguardo che ogni tanto si perdeva tra la folla ondeggiante. Intorno a lui il caos del club notturno era lo stesso di sempre: il basso pulsava così forte che sembrava il battito di un cuore alieno, i fari si rincorrevano tra fasci di colori irreali, e le risate esplodevano dimprovviso, rimbalzando sui muri appiccicosi di luci e ombre. Ma tutto ciò sembrava scorrere accanto a Niccolò senza toccarlo, come se lui fosse immerso in una vasca di vetro dentro il flusso della notte. Si sentiva spaesato, abitante di una città invisibile: Milano che si trasfigurava, irriconoscibile, come se qualcuno avesse sostituito le strade con ampi corridoi di sogno pieni di regole che lui non conosceva.
Lunica isola di quiete era rimasta il suo bicchiere: acqua minerale, il solo sapore che non gli dava nostalgia. Niccolò non sopportava i superalcolici una manciata di euro spesi per dimenticare chi sei e i cocktail gli parevano zucchero colorato, finti come la fantasia di un bambino troppo cresciuto.
Oh, ehi eroe, una voce familiare gli sussurrò accanto.
Si voltò e trovò Danilo venuto fuori dal nulla: laspetto sudato di chi si sente al centro di qualcosa, gli occhi azzurrati dalle luci, sorriso largo come una fessura di luna.
Ti stai annoiando ancora? Danilo si appoggiò al bancone come un vecchio conoscente.
Certo che mi annoio, Niccolò rispose con una piega amara delle labbra. Lo sai, questi posti non fanno per me.
E allora rilassati per una volta! Danilo gli diede una pacca sulla spalla, rischiando di rovesciare il bicchiere. Sei sempre stato rigido come un palo! Siamo giorni che tentiamo di convincerti a venire, non ti far prendere dal solito cattivo umore!
Ti sbagli: sono rilassato già così, Niccolò si schermì, indicando la sua bottiglia dacqua. Qui non servono né alcol né balli per stare bene.
Cocciuto! rise Danilo, senza cattiveria, solo la meraviglia bonaria di chi osserva un panda in gabbia. Vieni, ora ti faccio conoscere una persona. Fidati, ti piacerà un sacco.
Non attese lassenso e con un cenno invitò qualcuno dal centro della pista. Niccolò si voltò a guardare e vide una figura avanzare tra la folla. Lei camminava come se camminasse nellacqua, consapevole che lo sguardo di tutti seguiva il suo vestito fucsia, la piega di capelli perfetta, il trucco lucido ed esatto come il riflesso di una finestra. Sembrava essere nel posto più naturale al mondo, come un pesce in una fontana barocca.
Questa è Agnese, annunciò Danilo con entusiasmo, spingendo la ragazza in avanti. E lui è Niccolò, il mio amico di sempre.
Gli occhi di Agnese si accesero in un sorriso smagliante. Allungò la mano, il manicure perlaceo che scintillava nei riflessi verde-rosa dei faretti.
Molto piacere! la sua voce era chiara ma morbida, simile a una melodia milanese. Danilo mi ha parlato un sacco di te. Dice che hai la testa piena didee geniali.
Niccolò chinò appena il volto, in un gesto che avrebbe voluto essere cortese. Il tocco tra le mani fu breve: lui freddo, lei calda e viva come il marmo sotto la luce estiva.
Piacere mio, mormorò senza veri entusiasmi. Non cercava nuove amicizie, era felicemente sposato con la donna più bella di tutta la Lombardia.
Agnese, come se non avesse colto la sua distanza, lanciò unocchiata alla pista, dove la folla batteva a tempo come una creatura unica, poi tornò a guardarlo di sottecchi, con uno scintillio di sfida.
Non balli? Dai, cè una musica pazzesca stasera! Anche solo per divertirsi un po.
Niccolò emise un respiro invisibile. Quella scena laveva vissuta mille volte: la proposta, il rifiuto già pronto.
No grazie, non ballo, rispose gentile ma fermo, sperando che il suo tono non ferisse nessuno.
Uffa, Agnese non sembrava volersene andare così facilmente. La sua mano lo sfiorò, un calore lieve sullavambraccio solo un ballo, e giuro che lascio perdere. Dai, è solo un gioco, mica cambia la vita.
In quel momento, Niccolò sentì il fastidio arrampicarsi su per la spina dorsale: detestava che gli si imponessero scelte, meno che mai sulle cose intime come ballare. Il vaso della sua pazienza si incrinò.
Ho detto di no, rispose calmo ma deciso, staccandole la mano dal braccio con gentilezza. Mi scusi, ma ho bisogno di uscire un attimo.
Non attese repliche: fece un battito di ciglia a Danilo e si avviò verso luscita, ansioso di respirare aria fresca e squarciare labbraccio soffocante di luci e voci.
Attraversò la sala freneticamente, scansando i corpi danzanti come rocce nel fiume. Più si avvicinava al mondo esterno, più la musica si faceva ovattata, come lontani tamburi sotto il Po. Aprì la grande porta-finestra e si ritrovò su un balcone a picco sulla città. Qui, fuori dalla corrente nervosa della discoteca, poteva finalmente rifiatare.
Laria notturna aveva il sapore dei Navigli e del Duomo, punteggiata dalle luci tiepide dei lampioni. Niccolò si appoggiò alla ringhiera e guardò giù: Milano si stendeva davanti a lui come un plastico, costellata di minuscole luci gialle, finestre illuminate, una città che respirava con lui. Tutto era calmo, autentico, domestico, come una cena in famiglia dopo una lunga giornata.
Nella mente gli si disegnò il volto di Livia. La sua Livia, forse già sulla poltrona preferita, un libro in grembo, o in cucina a mescolare un sugo. Un sorriso involontario gli arricciò la bocca: Livia era capace di rendere la loro casa un nido caldo perfino in piena nebbia milanese, quando il mondo fuori sussurrava sempre nuove inquietudini. Pensare a lei placava il brusio del club; nulla ormai riusciva più a irritarlo.
Restò così alcuni minuti, abbandonato al silenzio, finché la porta dietro di lui non cigolò piano. Niccolò si voltò e vide Agnese. Lei si avvicinava senza fretta, richiudendo la porta dietro di sé come chi teme di disturbare i fantasmi.
Arrivò vicina, quasi a invadere il suo spazio, ma con una curiosità timida più che con aggressività. Si appoggiò anche lei alla ringhiera e lo squadrò negli occhi.
Sei sempre così serio? chiese, inclinando la testa di lato.
Niccolò scrollò le spalle senza staccare lo sguardo dalla piazza lontana.
Non proprio, rispose. Semplicemente non mi trovo bene in questi ambienti. Non fanno per me.
Capisco, sussurrò Agnese, la voce abbassata, diversa. Nemmeno io li amo tanto sono qui per gli amici, dicevano che avrei conosciuto una persona speciale.
Niccolò rimase spiazzato per un attimo: nella penombra i suoi occhi erano veri, la bocca con un sorriso meno armato e più sincero.
Quindi anche tu costretta? domandò, divertito e curioso.
In parte, ridacchiò lei, toccando con le dita il bordo del vestito. A volte è più semplice dire sì che spiegare le proprie ragioni. Però, sai, tu comunque mi piaci. Sei diverso. Non come tutta questa gente.
Niccolò meditò sulle sue parole. Cercava i termini giusti per non essere duro, restando però fedele a se stesso e soprattutto a Livia il pensiero di lei gli scaldò il cuore e gli diede fermezza.
Ti ringrazio, rispose fissando le guglie lontane. Ma sono sposato, e Livia è la persona con cui voglio stare. Non desidero alternative.
Agnese rimase, invece di ritirarsi. Si avvicinò, vicinissima, la spalla che quasi lo sfiorava e il suo respiro leggero sulla guancia.
Ma che importa che sei sposato? il tono era basso ma teso, una specie di ostinazione sottile. Possiamo pure parlare, no? Magari scatta qualcosa, chi lo sa?
Niccolò la guardò piano: una ragazza insistente come una canzone destate. Le aveva già detto chiaramente che non era interessato, eppure lei spingeva senza sosta.
Non succederà, rispose definitivo. Amo mia moglie e per me non è solo un modo di dire è una promessa.
Agnese rimase solo un secondo senza replicare, cercando forse una crepa nella corazza dei suoi occhi. Ma quando capì che non cera spazio, la sua espressione rimase gentile solo in facciata.
Dai, su, ci provò ancora, la testa inclinata da un lato come chi cerca la chiave giusta. Sei giovane, bello, hai una posizione mica puoi stare solo in casa! Proviamo almeno una volta Dopo se non ti va via tutto, giuro.
La presa sulla sua mano questa volta fu salda, come se temesse che lui sparisse. Ma Niccolò non sentì nulla, neppure una scossa, solo un impulso a liberarsi.
Apprezzo linteresse, disse a tono neutro e gentile ma la risposta non cambia. Sono felice con Livia, questo conta davvero.
Va bene, sospirò Agnese, il mento alto, gli occhi che brillavano di una sfumatura dirritazione. Pensavo solo che tra noi ci potesse essere qualcosa di bello.
Agnese, il suo tono era gentile, definitivo ho già risposto. Ti chiedo solo di rispettare la mia scelta.
Per un soffio nei suoi occhi guizzò la rabbia un lampo breve subito ricacciato sotto la superficie. Poi di nuovo sorrise, forzata stavolta.
Forse non hai ancora conosciuto chi potrebbe davvero sorprenderti, tentò ancora. A volte la felicità bussa quando meno te lo aspetti.
Non devo cercare nulla, tagliò corto Niccolò, ormai esausto. Ho già tutto quello che mi serve. E tu non sei parte di tutto questo.
Agnese si irrigidì, sorpresa dalla durezza. Il suo sorriso si afflosciò rapidamente, lasciando il posto a una muta tensione. Ma raccolse lultima fiammella dorgoglio:
Scusami per linsistenza, disse e si allontanò con passo deciso, veloce come un pescatore scappato dalla pioggia. Il suo profumo si dissolveva nellaria come una promessa spezzata.
Niccolò restò un momento solo sul terrazzo, inspirando lumidità notturna della città. Pensò ancora a Livia, al suo sguardo mite, al risotto che probabilmente sobbolliva in cucina. Tutto quello che desiderava era rientrare, chiudere fuori il rumore, tornare dove nessuno pretende giochi, dove il calore è sincero e forte come il sole destate in Piazza del Duomo.
Diede un ultimo sguardo alle insegne tremolanti della notte prima di andarsene. Sapeva che, fuori da quel regno di falso, avrebbe trovato ciò che contava davvero.
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Il giorno dopo, Niccolò credette che la storia con Agnese si fosse consumata sul balcone, lasciando solo lembi di ricordi e frasi spezzate. Invece la trama del sogno si infittì: Agnese non era tipo da arrendersi.
Il primo segnale fu un messaggio su WhatsApp, apparso tra mille notifiche colorate. Lo aprì quasi senza pensarci, riconoscendo subito il mittente: Ciao, come stai? Poche parole cortesi, innocue, come se la notte precedente fosse solo un dettaglio trascurabile.
Niccolò rimuginò qualche secondo. Non voleva essere scortese ma nemmeno dar spazio a fraintendimenti. Digitò: Sto bene, grazie. Però ti chiedo di non scrivermi più. E chiuse lì il telefono, nella speranza che bastasse.
Macché! I messaggi diventarono più frequenti: un saluto, una domanda generica, poi allusioni sempre più esplicite (Sai, la vita a volte ci offre una seconda possibilità. Magari questa è la nostra occasione?). Niccolò sospirava e bloccava i numeri, uno dopo laltro, come un giardiniere con le erbacce.
Passò una settimana. Proprio quando Niccolò pensava che la tempesta stesse per placarsi, eccola: una casuale apparizione. Alluscita dallufficio, nel tramonto irreale di Via Torino, sentì la voce squillante.
Oh Niccolò! gridò Agnese dalla parte opposta del marciapiede, il sorriso smodato che faceva girare la testa pure ai tram. Non ci posso credere, proprio qui! Un caffè insieme, dai, solo cinque minuti!
Niccolò rallentò ma non si fermò. Capì in un istante che quella non era una coincidenza: era teatro, pura regia onirica.
Devo correre, rispose freddo, tentando di lasciarla indietro.
Solo due minuti! Agnese gli prese la giacca, stringendo con forza, come se bastasse trattenerlo per convincerlo. Non hai capito cè davvero qualcosa che devo dirti
Niccolò si fermò. Quella volta la guardò dritto, senza mezzi sorrisi.
Agnese, disse piano, il tono limpido come uno specchio ho già detto tutto. Sono sposato, felice. Non mi interessi. La tua insistenza mi infastidisce. Per favore, lasciami in pace.
Parlava con una fermezza che le lasciò solo il tempo di restituirgli la giacca. Agnese rimaneva lì, la rabbia negli occhi, la bocca serrata.
Vedrai che lo rimpiangerai.
Le sue parole graffiavano, e subito una smorfia di fastidio le deformò il viso. Poi indossò una maschera di calma, chinò il mento e fece un passo indietro.
Non sai quello che perdi.
Io, invece, so esattamente quello che ho, rispose arricciando le labbra. E non mi manca nulla.
Si voltò e svanì nella folla come un pensiero notturno. Sperava quella fosse lultima scena, che Agnese capisse di doversi arrendere. Invece fu solo linizio: messaggi ancora, sempre più insistenti, da numeri sconosciuti, anche la mattina presto o la sera tardi, quando era abbracciato a Livia e le stelle si confondevano con le luci di Milano.
Bloccava, cancellava, eppure la trama si avvitava sempre di più. Finché accadde qualcosa che andava oltre: una sera, Livia lo chiamò sul lavoro, la voce tesa.
Mi ha chiamata una ragazza diceva di essere una tua collega e che mi stavi mentendo, Livia spiegava con un tono impastato dalla preoccupazione. Ma ho capito subito che non era vero Sembrava volesse solo ferirti.
Niccolò strizzò gli occhi, cercando di contenere lirritazione. Tranquillizzò Livia e promosse una promessa: avrebbe risolto tutto subito.
Due giorni dopo vide Agnese davanti al suo portone, in Via Cenisio. Fingeva di passeggiare, ma i suoi passi raccontavano solo attesa.
Ciao, tentò della solita disinvoltura. Ero qui per prendere un po daria.
Ormai lindulgenza era evaporata. Stette saldo, la guardò negli occhi e scandì:
Basta. Ti prego, smettila di cercarmi, o sarò costretto a prendere provvedimenti.
Gli occhi di Agnese si fecero stretti.
Che cosa farai? domandò con tono derisorio. Vai in questura a denunciare una ragazza?
Niccolò sostenne lo sguardo. Non aveva nulla da spiegare: tutte le chiamate registrate, ogni messaggio archiviato.
Ti conviene non saperlo, tagliò secco.
Quella volta restò lì, zitta, a fissarlo. Non sorrise più, ma Niccolò non rimase per vederne la reazione: si voltò e salì, sapendo di non blufare.
Ma Agnese non ebbe paura. Non si tirava indietro facilmente, eppure Niccolò sperava che infine si arrendesse. Due giorni dopo ricevette la chiamata di Danilo, strano e imbarazzato.
Nico qui la faccenda si è fatta pesante Agnese dice che sei stato tu a molestare lei. Vuole andare a fare denuncia dai carabinieri.
Niccolò si fermò, incredulo. Da non crederci. Ma aveva le prove: anni a salvarsi ogni conversazione.
Fallo pure, disse lento, disturbato solo in apparenza. Ho registrazioni di ogni telefonata e tutti i messaggi salvati. Risulterà chiaro chi perseguita chi.
Danilo tacque. Forse finalmente capì la situazione.
Davvero fai sul serio?
Assolutamente. Anzi: se continui a passarle informazioni, chiudo anche con te. Penso di sapere ormai come ha trovato i numeri miei e di Livia, il mio indirizzo e il lavoro
Scusaci, sospirò Danilo. Con Livia sei diventato un gatto tranquillo, sempre in casa; Agnese sembrava il modo giusto per farti tornare in pista. Mai immaginato che la cosa sfuggisse così di mano. Basta, non ci metteremo più.
Quella sera, Niccolò selezionò una registrazione dei messaggi più insistenti di Agnese e la inviò a lei, aggiungendo:
Questo è solo linizio. Se non smetti, sarò io a rivolgermi ai carabinieri. E sono pronto a far ascoltare tutto, a chi di dovere.
Non bluffava: aveva anche le conversazioni in cui Agnese discuteva con amici del modo migliore per convincerlo e ricavarne dei soldi con unaccusa falsa.
La risposta arrivò dopo unora, tagliente come un coltello arrugginito:
Non hai il coraggio.
Niccolò rispose senza esitazione:
Vediamo.
Poi, per la prima volta, il silenzio assoluto.
Dopo una settimana, Danilo richiamò, la voce imbarazzata e sincera.
Mi dispiace tantissimo non pensavamo che sarebbe finita così. Abbiamo parlato tutti con Agnese, capito cosera giusto. Ti lascerà in pace, giuro.
Niccolò ascoltò senza fretta. Doveva assicurarsi che Danilo parlasse sul serio e che non fosse solo una sceneggiata per mettere a posto le cose tra amici.
Va bene, rispose piano. Ma con voi preferisco prendermi una pausa. Adesso la mia priorità è la mia famiglia.
Danilo rimase in silenzio, poi accettò.
Quella sera, Niccolò tornò a casa con una serenità che sapeva di primavera ai Giardini Pubblici. Livia lo accolse in corridoio, un abbraccio silenzioso e complice. Lei sapeva già tutto, e la sua presenza era il suo rifugio.
Si accomodarono sul divano. Livia accese la radio su una stazione di musica classica che entrambi amavano, le note leggere come volute di fumo in una cucina della Brianza. Niccolò le prese la mano, la stringeva piano.
Restarono così, in silenzio, respirando solo il calore dellaltro.
Ormai è tutto passato, sussurrò lui, baciandole il palmo. Nessuno ci toccherà più. Ho fatto in modo che non possano più ferirci.
Lei gli sorrise col suo sorriso limpido e nuovo.
Lo sapevo già, replicò con voce dolce come miele dacacia. Proteggi sempre ciò che ami. Non ti lasci piegare mai.
Niccolò la fissò e capì: tutto quello che contava era lì, in quegli occhi. Il resto il rumore, gli intrighi, le notti finte era svanito come schiuma nel vento. E finalmente il cuore gli si riempì di pace, e Milano, fuori dalla finestra, gli parve la città dei sogni.






