12 aprile
Mi chiamo Marcello. Oggi, come ogni giorno da anni, sono passato davanti ai giardini pubblici di Villa Borghese, dove Giulia, una donna di 67 anni, faceva la sua consueta passeggiata. Ma in quelloccasione, lho trovata seduta su una panchina, con lo sguardo rivolto verso il vuoto, visibilmente malinconica, come se anche i pini romani sentissero la sua tristezza. Dopo qualche chiacchiera, mi ha raccontato che quel giorno i ricordi la assalivano più che mai: un tempo la sua vita scorreva serena, la famiglia era unita e il figlio, Andrea, stava costruendo una brillante carriera. Poi, tutto cambiò in un attimo.
L’incubo arrivò quando Andrea annegò in circostanze mai chiarite davvero. Da allora il marito, Giuseppe, non riuscì più a riprendersi dal dolore e la sua salute ne risentì pesantemente. Diventò taciturno, usciva spesso senza meta e un giorno fu vittima di un brutto incidente stradale. Giulia si ritrovò così vedova a cinquantanni, senza nessuno da abbracciare la sera né un figlio cui raccontare le sue preoccupazioni. Aveva la pensione dellINPS, era più che sufficiente, ma la solitudine cominciò a pesare come un macigno.
Fortunatamente, cera Matteo, un ragazzino del quartiere di Trastevere che andava spesso a trovarla, portando un po di gioia nella sua quotidianità.
Ricordo vividamente quando, tornando a casa un pomeriggio, Giulia trovò unambulanza proprio sotto il portone. In mezzo ai curiosi cera Matteo, disperato accanto alla madre su una barella, che la implorava di aprire gli occhi. Un carabiniere, accanto a loro, chiamò qualcuno perché si occupasse di Matteo, ma Giulia intervenne subito, offrendosi di portarlo da lei. Il carabiniere prese i suoi dati, dicendo che presto si sarebbero fatti vivi gli assistenti sociali. Giulia era determinata a tenere con sé Matteo, ma sapeva che non era lei a decidere.
Passò quasi un mese prima che i servizi sociali si facessero vedere. In quel tempo, Giulia e Matteo si affezionarono luno allaltra: lei preparava la pasta fatta in casa, gli raccontava le filastrocche che le recitava sua nonna e, prima di dormire, gli cantava le ninna nanne in dialetto romano. Quando espresse il desiderio di adottare Matteo, i funzionari le risposero che la burocrazia e la sua età rendevano tutto molto complicato. Quelle parole le pesarono sul cuore, ma Giulia capì che ormai non avrebbe più trovato pace se Matteo non fosse rimasto accanto a lei.
Oggi, ripensando a loro, imparo che nella vita, anche nei momenti più bui, possiamo trovare un motivo per andare avanti: un legame che scalda il cuore, una speranza che non dobbiamo lasciarci portar via, proprio come Giulia ha fatto con Matteo.







