«Se volete affidarlo a una casa famiglia, capirò», ha detto mio marito.

Lavoravo come commessa in un piccolo negozio a Firenze. Un giorno, una signora anziana è entrata, ha fatto la spesa e poi si è fermata confusa davanti alla cassa. Ho capito subito che non ce lavrebbe mai fatta a portare tutto da sola fino a casa.

Abita molto lontano? le ho chiesto.

Solo a tre strade da qui mi ha risposto con un sorriso timido.

Allora la accompagno io, non si preoccupi.

Ho chiuso il negozio per la pausa pranzo e ho deciso di dedicare il mio tempo a questa donna gentile. Durante la breve passeggiata ho scoperto che aveva settantotto anni, era rimasta completamente sola: suo figlio era scomparso da giovane per una brutta malattia, mentre la figlia aveva preso una brutta strada e si era totalmente dimenticata della sua mamma. Da quel giorno siamo diventate amiche.

Spesso andavo a trovarla: bevevamo un tè, chiacchieravamo della vita, le davo una mano con le faccende e, quando era giù, cercavo di rincuorarla con qualche parola gentile.

Un giorno, però, non riuscivo a mettermi in contatto con lei. Sono corsa a casa sua. Ho bussato, ho chiamato, finché finalmente una voce ha risposto era la vicina di casa.

Sei Lucia, lamica della signora Giovanna?

Mi dispiace dirtelo, ma è mancata pochi giorni fa. Ha lasciato un biglietto per te il giorno in cui lhanno portata via in ospedale.

Ho stretto il biglietto al petto, incapace di leggere per lemozione. A casa, insieme a mio marito Paolo, abbiamo aperto la lettera.

Cara Lucia, tu sei stata la mia unica famiglia. Mi affido a te per chiederti un favore importante. Ho una nipotina, la figlia di mia figlia, che è stata lasciata in un istituto. Ogni fine settimana andavo a trovarla… Se puoi, vai anche tu, almeno ogni tanto. Questo è il numero da chiamare, ti lasceranno una sorpresa…

Ho chiamato e fissato un appuntamento. Paolo mi ha accompagnata. Siamo entrati nellufficio di un notaio, dove ho scoperto che la signora Giovanna mi aveva lasciato in eredità il suo appartamento.

Il giorno dopo siamo andati a trovare la bambina. Sofia, dieci anni, con grandi occhi verdi e capelli ramati, ci ha conquistati con la sua dolcezza. Così abbiamo deciso di adottarla. Anche i nostri figli sono stati felici di accoglierla in famiglia.

Sono passati tre anni. Io e Paolo abbiamo attraversato un brutto periodo e ci siamo separati per un po, lui era andato a vivere dalla madre. Ma dopo qualche tempo ci siamo ritrovati e perdonati.

Sofia nel mentre cresceva, ma non aveva fretta di andare a vivere nella casa della nonna. Così abbiamo affittato lappartamento e usato quei soldi per le spese quotidiane. E anche i nostri figli non avevano troppa voglia di volare via dal nido.

Una sera, Paolo è tornato a casa molto tardi. Quando ho sentito la porta aprirsi, sono andata a salutarlo. Non era solo: teneva un ragazzino per mano.

Fammi spiegare mi ha detto con voce tremante.

Vieni, mangiamo, mettiamo i bambini a letto e poi ne parliamo con calma.

È successo mentre vivevo da mamma mia. Una sera ho esagerato col vino… è stato un errore, Lucia, sono sempre stato innamorato solo di te. Me ne sono pentito subito, me ne ero dimenticato, finché oggi non mi ha chiamato il servizio sociale. Quella donna ha avuto un bambino e per anni non me ne ha mai parlato. Ora però hanno dovuto toglierle la patria potestà, beveva ed era irresponsabile. Hanno tracciato il bambino fino a me. Se vuoi, possiamo lasciarlo allistituto… Capirò la tua scelta.

Ma come potevo abbandonare quel bambino? Era la copia di Paolo. Ho perdonato mio marito e ho accolto quel piccolo come fosse mio figlio. Così prosegue la nostra vita insieme.

E da questa storia ho compreso che la famiglia non si crea con i legami di sangue, ma con la bontà del cuore e la forza del perdono. La vera ricchezza sta nel saper dare e ricevere amore, senza riserve.

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«Se volete affidarlo a una casa famiglia, capirò», ha detto mio marito.
L’Impasto Silenzioso