Tre notti incantate

Tre notti

Nina non mise la solita tovaglia che usavano ogni giorno, ma una pesante, bordata di piccole foglie grigie. Sembrava calare sul tavolo con riluttanza, come se anche lei non volesse davvero partecipare. Nina raddrizzò un angolo, si allontanò, tornò indietro e lo sistemò di nuovo, anche se le pieghe erano già sparite.

Vittorio nel frattempo spostava dalla veranda al ripostiglio una scatola di attrezzi. Era rimasta vicino allingresso per più di un anno, non aveva mai dato fastidio a nessuno, ma oggi di colpo era dintralcio. La sistemò sullultimo ripiano, dietro il barattolo delle viti, scese dalla scaletta e disse:

Tre giorni.

Mi ricordo.

Lo dico solo.

E io rispondo soltanto.

Si girò a guardare il divano in salotto. Tra mezzora non sarebbe più stato un divano, ma un letto su cui una persona avrebbe dormito, riposto i calzini, messo in carica il cellulare, si sarebbe seduto in canottiera a chiedere come mai in corridoio la luce fosse così fioca.

Che cuscino gli do? Alto o morbido? domandò Nina.

Daglieli tutti e due, che scelga lui.

No, che poi devo girare tutta casa per ritrovarli.

Avevano già suddiviso i compiti, come sempre. Nina avrebbe cucinato e controllato che in bagno ci fosse un asciugamano asciutto. Vittorio avrebbe accolto lospite, portato le valigie, fatto un po di conversazione, mostrato dove trovar tutto e recitato la parte di quello a cui non pesa affatto. Quellorganizzazione veniva loro naturale, come se non si trattasse di gestire un parente ma di unesercitazione dei vigili del fuoco.

Il parente, dalla parte di Vittorio, era il figlio di una cugina della madre, però in famiglia lo chiamavano semplicemente Saverio, perché nessuno aveva voglia di ricostruire esattamente la parentela. Saverio aveva poco più di quarantanni, veniva a Milano per delle visite mediche e, come aveva detto al telefono, aveva pensato di passare a salutare i parenti, finché ci si vede bene. La frase suonava allegra, ma dopo Nina si era messa a pulire la porta esterna del frigorifero chissà perché.

Saverio arrivò con una borsa sportiva grigia e un sacchetto di mele. Mele piccole, chiazzate, sicuramente di casa, non di supermercato.

Eccomi qua disse dallingresso . Sto solo pochi giorni, tranquilli.

Sembrava già sapere che erano tuttaltro che tranquilli, ma non li biasimava.

Vittorio prese la sacca, si sorprese per il peso e subito si sentì irritato. Perché tutta quella roba se stai solo tre giorni. Nina prese la busta delle mele, disse grazie e pensò che doveva selezionarle subito, sennò una marcia avrebbe rovinato tutte.

Saverio si tolse le scarpe, le lasciò non accostate al muro ma di traverso sul tappeto, guardò lingresso e disse:

Accogliente qui. Soffitti bassi ma caldo.

Come se avesse fatto un confronto e vi avesse concesso una tregua.

Durante la cena mangiava rapido e con gusto, senza tanti complimenti. Chiese il bis della minestra milanese, prese il pane direttamente dal sacchetto, si servì la panna senza chiedere. Nina per un attimo si ammorbidì. Almeno non era uno schizzinoso di quelli che mangiano solo insalatina. Però poi chiese:

E i figli vostri, allora? Non vengono mai?

Vittorio rispose subito, come se aspettasse solo quella domanda:

Ognuno ha la sua vita adesso.

È normale. Ma vi danno una mano? O anche qui, ormai, i giovani pensano solo a loro?

Nina portò le polpette e disse:

Mangia, che sono ancora caldo.

Saverio annuì, per nulla offeso. Non era tipo da percepire dove veniva gentilmente respinto. O forse lo capiva benissimo, ma faceva finta di niente.

Di notte camminò spesso tra il divano e il bagno. Il pavimento in corridoio scricchiolava ad ogni passo. Vittorio fissava il soffitto contando i colpi dellinterruttore. Al quarto, Nina sussurrò:

Magari ha problemi ai reni.

Io domani ho lavoro.

Le visite non le fa mica per piacere.

Non dico niente. Ho solo sonno.

La mattina dopo Saverio si alzò per primo, trovò la cucina senza problemi, mise su il bollitore e intanto aprì la finestra. Nina, ancora in vestaglia, vide subito la tenda appiccicarsi al vetro bagnato di condensa.

Pensavo che magari aveste caldo disse Saverio. Io la mattina lascio sempre entrare un filo daria.

Nina richiuse la finestra:

Lo facciamo anche noi Quando non fa meno cinque.

Saverio rise, non cogliendo la frecciata. O magari sì, e tirò dritto.

A mezzogiorno la casa aveva già perso ogni ritmo consueto. Saverio faceva scorrere lacqua in bagno finché le tubature vibravano, metteva le chiamate col vivavoce proprio quando Vittorio faceva il riposino dopo pranzo, oppure si piazzava in cucina proprio dove Nina doveva passare con il tegame. Non era rumoroso per dispetto, ma era ovunque. Come infilare una valigia in un armadio piccolo: ogni volta ci inciampi col gomito.

Vittorio andò al lavoro più tardi del solito e per tutto il giorno pensava a Saverio che, magari, aveva lasciato il rubinetto aperto. Tornò verso sera e li trovò in cucina, Nina a pelare patate, Saverio intento a sfogliare dei fogli provenienti dallospedale.

Qua non ci capisco diceva lui. Scritto una cosa, il dottore ne ha detta unaltra. Da voi chi ne sa di medicina?

Nessuno rispose Vittorio mentre si toglieva il giubbotto.

Ah, già. Lo chiedevo così. Oggi senza conoscenze non vai avanti.

Sospirò, e in quel sospiro non cera malizia, solo la stanchezza di uno che da tre mesi gira per ambulatori senza più distinguere un medico dallaltro. Vittorio se ne accorse e si arrabbiò ancora di più, perché non voleva provare pena, gli dava fastidio.

A cena Saverio domandò del bagno.

Da quanto avete fatto la ristrutturazione? Le piastrelle sì, si vede che hanno i loro anni, però reggono. Mica male la posa.

Sette anni fa rispose Nina.

Pensavo di più. Da noi a Lodi il vicino lha fatta da solo, dopo due anni era già tutto storto. Voi avete chiamato qualcuno?

Sì, unimpresa disse Vittorio.

Caro, immagino. Ormai costa tutto un occhio. Se va avanti così col lavoro dovrò vendermi la macchina. Però senza macchina come si fa… Qui almeno siete in città.

Diceva queste cose e intanto si riempiva il piatto, lasciando che ogni suo e voi? si depositasse accanto alla cesta del pane, scomodo e inamovibile.

Nina lavò piatti più a lungo del necessario. I piatti erano già puliti, ma lei restava lì a passarci la spugna. Vittorio entrò in cucina e si servì acqua.

Perché stai sempre zitta? chiese piano.

Cosa dovrei dire?

Almeno non stare così.

Così come?

Come se io lo avessi portato a vivere qui per sempre.

Nina mise la pentola nello scolapiatti con troppa forza, metallizzò laria.

Chi lha invitato? Io?

È parente.

È un tuo parente. E quando hai detto tre giorni, si sopporta, mica mi hai chiesto il permesso, mi hai solo avvisato.

Vittorio avrebbe voluto ribattere che tanto ormai i biglietti erano già presi, ma sentirono Saverio dalla sala:

Vittorio, qual è la password del wifi?

Rispose solo:

Un attimo.

Il secondo giorno, Nina si svegliò con lodore di cipolla soffritta. Saverio era in cucina in maglietta a cucinare le uova proprio sulla sua padella piccola, quella delle crêpes, quella che non prestava mai a nessuno perché non si attaccava mai nulla.

Cosa fai?

Non volevo svegliarvi. Faccio io, giusto due minuti.

Si voltò con un sorriso quasi colpevole, e lei si sentì ancora peggio. Se almeno fosse stato scortese, tutto sarebbe stato più facile. Invece Nina prese il barattolo del sale dal davanzale, lo spostò più vicino, poi si rese conto che stava diventando ridicola e si chiuse in bagno.

Nel pomeriggio Vittorio accompagnò Saverio in ospedale. Il viaggio, con tutti i mezzi, prese quasi due ore. Nel corridoio del policlinico sapeva di cloro e di caffè della macchinetta. Saverio, seduto con la cartella tra le gambe, pareva improvvisamente più piccolo, non più il padrone di casa, ma uno qualunque con la sua giacca in attesa di sapere cosa diranno dallaltra parte di una porta coi nomi cambiati a penna.

Non dovevi venire disse lui.

Tanto ero di strada.

Bugiardo.

Vittorio abbozzò un sorriso.

Bugiardo, sì.

Saverio si grattò la testa rasata.

Da solo, in questi posti, non ce la faccio. Già che aspetti unora, ti viene da autodiagnosticarti tutto.

Lo disse in modo semplice, senza chiedere compassione. Vittorio annuì e si ricordò di quando, anni prima, aveva aspettato in corridoio durante le visite di Nina, e per quella settimana in casa non si erano quasi parlati, perché a chiamare le cose per nome sembrava non si potesse più tornare indietro.

La sera Saverio tornò più silenzioso. Chiese che il televisore fosse basso. Nina servì cena notando come mangiasse più lentamente.

Coshanno detto?

Ancora nulla. Altra visita domani. Tutto incerto.

In che senso tutto incerto?

Ormai tutto è incerto rispose lui, con un sorriso che suonava come scusa.

Anche quella notte camminò in corridoio. Ma ora Nina non si irritava per i passi, semmai li ascoltava, temendo potesse cadere. Vittorio non dormì, pensava che sarebbe stato lultimo giorno, e poi si sorprese a contare non i giorni, ma gli anni durante i quali lui e Nina avevano vissuto senza mai ostacolarsi nella loro fatica.

Il terzo giorno cominciò con una piccolezza. Le chiavi erano sparite.

Stavano sempre nel piattino sullingresso, ma stavolta era vuoto. Vittorio aveva già le scarpe, Nina rovistava nelle tasche, nel cassetto delle bollette, nella mensola sotto lo specchio.

Non le ho prese mica io disse Saverio dal soggiorno. A cosa mi servono le vostre chiavi.

Non ho detto che le hai prese rispose Vittorio troppo in fretta.

Sembra invece.

Nina trovò il mazzo sul tavolo della cucina, sotto il giornale. Vittorio si ricordò di averlo messo lì la sera prima, dopo aver pagato lacqua al corriere. Invece di dirlo, prese le chiavi e le infilò in tasca.

Trovate?

Sì, trovate.

Meno male. Già pensavo addossassero a me la colpa.

Era una battuta ma la voce era secca. Nina guardò Vittorio, che già usciva di casa.

Torno tardi lo sentì dire.

Va bene disse Nina.

Quel va bene lo seguì per tutto il giorno al cantiere. Parlava coi muratori, firmava fatture, ma in testa aveva quel va bene, piatto e senza inflessioni. Intanto Nina a casa lavava le lenzuola: domani lospite partiva e cera da riportare casa allo stato di sempre. Tolse il lenzuolo dal divano, notò le briciole di biscotto sui braccioli e si sedette lì accanto, lasciandole doverano. La schiena le faceva male come dopo una lunga coda, senza aver fatto nulla di grosso, ma sentendosi tutta stanca.

La sera Saverio annunciò che il suo treno era alle sei del mattino e che avrebbe preparato la valigia senza disturbare nessuno.

Non fare in piena notte disse Nina . Fai ora.

Starò attento.

Qui si sente tutto.

Nina, dai intervenne Vittorio. Ha detto che non fa rumore.

Lei lo guardò, come aspettandosi quella frase.

Certo. Lha detto lui. Io sto solo di sfondo.

Saverio si alzò da tavola.

Esco a fumare una sigaretta.

Non fumi disse automaticamente Vittorio.

Da oggi inizio.

La porta sbatté piano, ma lo specchio dellingresso tremò.

Nina iniziò a raccogliere i piatti. Ne impilò due, sbagliò lincastro, strisciarono una sullaltra.

Lasciali disse Vittorio.

Non li lascio.

Lasciali un attimo.

E cosa cambia fra un minuto? Spiegherai che dobbiamo portare pazienza? Che lui sta male? Che è solo per poco? Lo so già.

Non stai parlando di lui adesso.

Di chi parlo allora? Di te?

Sì, parliamo di me.

Mise i piatti sul tavolo e si asciugò le mani, che erano già asciutte.

Sempre a dirmi non cominciare. Per tutto. Per nostro figlio che chiama solo se lauto non va. Per i soldi che hai prestato a tuo fratello senza dirmelo. Perché fai tardi non per lavoro ma per non affrontare neanche casa. Per il bagno da sette anni lo devi sistemare. E poi basta, basta parlare di me, comodo.

Vittorio guardava il vecchio magnete sbiadito con gli orari dei treni, sul frigorifero.

Hai finito?

No. Sono stanca di essere quella che sistema tutto, che sa chi prende quali medicine, chi vuole le polpette senza cipolla, chi ha bisogno del cuscino alto. E devo pure sorridere se qualcuno frigge sulla mia padella.

Sulla tua! disse Vittorio.

Già. Perfino adesso hai sentito solo quello, di tutto il resto niente.

La guardò, finalmente.

Cosa dovrei sentire? Che stai male con me? Non è da tre giorni che stai zitta così.

Io non sto zitta. Parlo, ma tu riporti tutto in casa: rubinetto, piastrelle, corriere, chiavi. Sempre un compito, mai una parola.

Perché se smetto di fare, si smonta tutto.

Cosa? Lo sgabello in ingresso?

Tutto, Nina. Tutto. Pensi sia facile? So già ogni volta perché sei infelice, anche se non dici nulla. E anchio taccio, perché so che se cominciamo a parlare, scopriremo che viviamo da operatori di centrale: passami la linea, ricevuto.

Lo disse piano, ma senza interruzione, come lacqua fredda che sputacchia dai tubi arrugginiti alla prima apertura.

Non sto in ufficio per piacere. Almeno là sanno cosa vogliono. Qui sbaglio sempre: non ricevo bene, non dico bene, non invito la persona giusta. E sì, lho chiamato senza chiederti. Mi aveva detto che aveva paura a venir da solo. Non ho saputo dirgli di no. Né a lui, né a te.

Sul pianerottolo si sentì qualcuno rientrare. Silenzio. Una chiave nel buco della serratura, poi Saverio entrò con una bottiglia dacqua presa di notte allemporio.

Posso pure andare in albergo disse, senza togliersi la giacca. Qualcosa cè qui vicino. Non sono scemo.

Nina si sedette sullo sgabello e si mise a ridere di stanchezza, senza gioia.

In hotel, di notte, con la borsa. Certo.

Saverio posò la bottiglia.

Sarò pure di troppo, ma scemo no. I vostri problemi non sono colpa mia.

Vittorio avrebbe ribattuto, ma Saverio alzò la mano.

Basta così. In giro non vado quasi mai. Non so mai quando è il momento di andarmene, è vero. E chiedo troppo. È che quando vivi solo e arrivi dove cè gente, allinizio ti lasci andare: luce accesa, pentola sul fuoco, qualcuno che porge un asciugamano. Sembra si possa entrare ovunque. Ma non si può, lo so.

Si sedette sul bordo del divano, sembrando ancora più piccolo.

Non sono venuto solo per le analisi, anche se sembrava così. Dopo il divorzio, sono due anni che giro in cerca di qualcosa: persone, luoghi. A casa mia cè troppo silenzio. Allinizio va bene, poi accendi la TV solo per sentire una voce. Tre giorni coi parenti, pensavo. E invece anche i parenti hanno le loro vite. Strano, eh.

Nina guardava le sue scarpe. Una aveva il laccio annodato a metà, segno che si era strappato e legato in fretta.

Vuoi un tè? chiese.

Saverio fece cenno di sì.

Vittorio prese le tazze, non quelle buone, ma quelle da tutti i giorni. Nina mise su il bollitore. In cucina erano stretti in tre, come in quei giorni, però ora quello stare stretti non era più solo fastidio. Era qualcosa che finalmente aveva nome.

Bevemmo in silenzio. Saverio disse una volta che avrebbe lasciato le chiavi nel piattino alle sei, Vittorio rispose che si sarebbe alzato comunque, Nina non lo contraddisse.

Poco prima dellalba fui svegliato dal rumore della zip. In cucina cera la luce piccola. Saverio era già pronto, la sacca accanto alla porta.

Non dovevi svegliarti disse.

Ormai sono in piedi.

Uscimmo tutti nellingresso. Anche Nina, in felpa sopra la camicia da notte.

Porta via le mele chiese Saverio . Non ci voglio girare per treni.

Lascia lì rispose Nina. Farò la composta.

Annuì, come se fosse la cosa più importante di tutte. Abbracciò Vittorio goffamente, a Nina solo la mano sulla spalla.

Grazie per lospitalità.

Fai buon viaggio disse lei.

E avvisaci dei risultati aggiunse Vittorio.

Lo farò.

La porta si chiuse. In casa si sentiva di nuovo solo il frigorifero e il gocciolare del rubinetto in bagno. Nina entrò in cucina, buttò la bottiglia lasciata da Saverio, tornò.

Sabato disse.

Che cè sabato?

Unora. Niente tv, niente cellulare, niente lavori. Seduti, si parla. Anche in cucina, basta che si parli. Se non cè nulla da dire, allora si sta zitti davvero, ma insieme.

Vittorio era vicino al mobiletto dove il piattino aveva di nuovo le chiavi.

Tutti i sabati?

Proviamo.

Prese il mazzo di chiavi, lo rigirò e lo rimise giù.

Va bene. E niente più tre giorni, pazienza senza parlarci.

Nina annuì.

Sul fuoco il bollitore iniziava a fischiare piano. Lei prese una mela dalla busta, premette il pollice su una macchia scura, la mise da parte per la composta e disse:

Ormai non ha senso dormire. Vuoi unomelette?

La voglio.

Apro il frigo, prendo le uova e il latte. In cucina fa fresco dopo il corridoio e ci muoviamo piano, senza ostacolarci, come persone che hanno ancora molto da dirsi, ma almeno per oggi sanno da dove cominciare.

Rate article
Add a comment

;-) :| :x :twisted: :smile: :shock: :sad: :roll: :razz: :oops: :o :mrgreen: :lol: :idea: :grin: :evil: :cry: :cool: :arrow: :???: :?: :!:

twenty + 18 =

Tre notti incantate
Ho letto molte storie di donne infedeli e, pur cercando di non giudicare, c’è qualcosa che sinceramente non riesco a comprendere. Non perché mi senta migliore di altri, ma semplicemente perché per me il tradimento non è mai stato una tentazione. Ho 34 anni, sono sposata e conduco una vita assolutamente normale. Frequento la palestra cinque volte a settimana, sto attenta a ciò che mangio e amo prendermi cura di me stessa. Ho i capelli lunghi e lisci, mi piace apparire curata e so di essere una donna attraente: la gente me lo fa notare e lo percepisco dagli sguardi. In palestra, ad esempio, non è raro che qualche uomo provi ad attaccare bottone con me. Alcuni chiedono consigli sugli esercizi, altri fanno commenti travestiti da complimenti, altri ancora sono più diretti. Accade la stessa cosa quando esco con le mie amiche per un aperitivo: si avvicinano, insistono, mi chiedono se sono sola. Non ho mai finto che questo non accada; al contrario, lo noto. Ma non ho mai superato il limite. Non perché ne abbia paura, ma perché semplicemente non lo desidero. Mio marito fa il cardiologo e lavora moltissimo. Ci sono giorni in cui esce di casa quando è ancora buio e rientra quando stiamo già cenando, o anche più tardi. La maggior parte del tempo resto da sola in casa per quasi tutta la giornata. Abbiamo una figlia, mi occupo di lei, della casa, della mia routine. Di fatto, potrei dire che ho “spazi” per fare ciò che voglio, senza che nessuno se ne accorga. Eppure non mi è mai passato per la testa di usare quel tempo per tradirlo. Quando sono sola, tengo la mente impegnata. Mi alleno, leggo, sistemo casa, guardo serie TV, cucino, esco a camminare. Non sto lì a cercare quello che mi manca, né ho bisogno di conferme dall’esterno. Non dico che il mio matrimonio sia perfetto, perché non lo è. Litighiamo, abbiamo delle divergenze, capita la stanchezza. Ma c’è una cosa fondamentale che rimane: la mia onestà. Non vivo nemmeno con costanti sospetti nei confronti di lui. Mi fido di mio marito. So chi è, conosco la sua routine, il suo modo di pensare, il suo carattere. Non vivo controllando il telefono o immaginando scenari. Anche questa serenità conta. Quando non cerchi una via di fuga, non hai bisogno di porte sempre aperte. Per questo, quando leggo storie di tradimento – non con giudizio, ma con curiosità – mi sembra evidente che non sia solo questione di tentazione, bellezza, tempo libero o attenzioni altrui. Nel mio caso, semplicemente non è mai stata un’opzione. Non perché non potrei, ma perché non voglio essere quel tipo di persona. E questo mi fa sentire serena. Voi che cosa ne pensate sull’argomento?