Caro diario,
oggi la cucina di casa a Napoli era avvolta dal profumo della farro che la mamma, Gina Bianchi, separava pazientemente dai piccoli sassi. Io, Luca, ero accanto alla finestra, osservando il suo gesto lento.
Mamma, perché stai zittta? chiesi, mentre la nostra sorella minore, Chiara, bussava mille volte con le scuse. Quante volte può durare un rancore?
Gina non sollevò lo sguardo. Le dita, precise come quelle di una sarta, separavano i chicchi buoni da quelli scadenti, quasi fosse un rito sacro.
Scuse, dici? rispose, con voce piatta, priva di emozione. Ma dove eri tu, quando mi trovavo in ospedale? Dove era la tua cara Chiara quando sono finita al reparto cardiologico?
Io sospirai profondamente. Da un anno e mezzo la tensione tra noi non accennava a smorzarsi; ogni menzione di Chiara trasformava la mamma in un blocco di ghiaccio.
Mamma, lei spiegava. dissi, cercando di restare calmo. Sua figlia aveva la piccola Marta, che aveva la febbre alta, quasi quaranta gradi. Non poteva proprio abbandonare il bambino!
Potrebbe averlo fatto, replicò Gina, sarcastica. Ma quando le servivano i soldi per comprare un appartamento, è sparita come il fumo. Allora il lavoro non contava, la casa sì.
Sedetti di fronte a lei. A cinquantatré anni mi sentivo stanco di recitare il ruolo di mediatore in questo dramma familiare senza fine.
Ascolta, mamma, Chiara è davvero in difficoltà. Piange ogni giorno, non ha avuto scelta.
Cè sempre una scelta, interruppe Gina. Avresti potuto almeno telefonare, chiedere come stavo. Invece è sparita nel nulla.
Il ricordo di quel periodo buio mi assalì. Gina fu ricoverata per un infarto proprio quando Chiara correva da un pediatra all’altro per la piccola Marta, che a tre anni lottava contro una possibile meningite.
E poi la corsa per lappartamento: Chiara e il marito avevano risparmiato per cinque anni, finché non è comparsa unofferta irresistibile. Gina aveva promesso di aiutarli con qualche centinaio di euro, ma lattacco la colpì prima.
Sai qual è la cosa più dolorosa? disse la mamma, senza distogliere lo sguardo dal farro. Non è il fatto che non sia venuta. È che non ci ha nemmeno provato. Nessuna telefonata, nessun sto bene.
Era spaventata
Di cosa? Che ti dirò quello che penso? ribatté Gina, la voce incrinata. Ho passato cinquantanni a darti tutto, e quando ho più bisogno, nessuno è lì.
Le lacrime cominciarono a brillare negli occhi di Gina; il dolore non era più solo un rancore, ma una ferita di tradimento.
Mamma, Chiara ti ama, lo sai. Ricordi quando ti portava la spesa ogni volta che la tua gamba le faceva male? Veniva tutti i giorni, puliva, cucinava
Lo ricordo, annuì Gina. Ed è per questo che fa più male. Credevo di potermi affidare a lei.
Il telefono squillò. Il display mostrava Chiara.
È lei, mamma. Vuoi parlare?
No, disse fermamente. Non ho nulla da dirti.
Risposi al chiamata e mi spostai nel corridoio.
Come sta? Hai scoperto qualcosa? la voce di Chiara, agitata, rimbombava nella linea.
Non vuole più parlare, non so più che fare.
Luca, dille che sono pronta a strisciare in ginocchio se serve, che non sopporto più questo silenzio. Marta chiede perché la nonna è arrabbiata con noi.
Come le spieghi?
Le dico che la nonna è malata. Come spiego a una bimba di tre anni cosa sia lodio? Aiuto, sto impazzendo.
Il rumore delle stoviglie proveniva dalla cucina; mamma era di nuovo a lavare il farro.
Chiara, non pensavi di venire semplicemente? Senza telefonate, senza preavvisi, faccia a faccia?
Ho paura che non mi apra la porta.
Allora aspetta fuori finché non lo farà. La mamma non vuole parole, vuole gesti.
Il silenzio regnò per un attimo, poi Chiara accettò: Domani arriverò, appena lalba.
Tornai in cucina. Gina aveva messo la pentola di farro sul fuoco e stava affettando cipolle per le polpette.
È stata Chiara? chiese senza voltarsi.
Sì, domani verrà.
Il coltello si fermò a mezzaria.
Non è necessario. Che non venga.
Mamma, non possiamo chiudere gli occhi? Siamo famiglia, non può una lite valere più della nostra unione.
Gina si voltò, gli occhi colmi di rabbia.
Una lite? ribatté. Quando ero in terapia intensiva pensavo solo a vedere le mie figlie unultima volta. E tu, Chiara, dovevi chiamare!
Non sapevo quanto fosse serio, rispose Chiara, la voce rotta. Mi avevi detto di non spaventarti.
Ti ho chiesto di chiamare, e ho sentito solo Non può venire, hanno problemi.
Il ricordo di quel momento mi colpì di nuovo. Dovevo scegliere tra la richiesta della mamma e le scuse di Chiara.
Mamma, capisci? Il mondo di Chiara crollava: Marta quasi persa, lappartamento a rischio. Era al limite del crollo.
E il mio? sogghignò Gina. Giaccio qui, il cuore mi batte come un tamburo, e penso solo a rivedere le mie figlie.
Tu sei venuta, dissi. E ti ringrazio. Ma perché una figlia riesce a trovarsi per la madre e laltra no?
Gina rimase in silenzio. Le parole mi gravavano; anchio avevo provato rancore verso Chiara, ma il tempo le aveva smussate.
Ho capito una cosa in questi mesi, continuò Gina. Per Chiara io valgo solo quando ha bisogno di qualcosa. Quando è io a necessitare, scompare.
È ingiusto, mamma, dissi. Ti ricordi tutte le volte che ti ha aiutata?
Sì, ma chiedeva sempre qualcosa in cambio. Una macchina, una notte con Marta, altro ancora. Credevo fosse famiglia.
Il silenzio si fece più denso.
Non sei stata perfetta nemmeno tu, aggiunsi con cautela. Ti ricordi quando urlavi per ogni piccolo errore?
Il volto di Gina si addolcì.







