“Non mi colpire sulla schiena! Bambini per strada e adulti irritati”

Diario personale, 23 maggio

Mentre le mamme riempiono i forum online di domande su cosa mettere nel kit di pronto soccorso e se lasceranno portare il passeggino in cabina, intorno a loro ci sono altri viaggiatori che si preparano con ansia al volo imminente. Da un po di tempo, questa situazione è diventata normalità. All’inizio cera sempre qualcuno pronto a rimproverare chi si lamentava e spiegava che i bambini vanno amati e accettati; ora invece si chiede alle compagnie aeree di organizzare quasi delle zone riservate, per separare famiglie e chi viaggia senza bambini. Quando abbiamo iniziato a comportarci così?

Buon volo a tutti!

Quando è successo che sia diventato normale non mettere in pausa la propria vita dopo larrivo di un figlio? Si continua a lavorare, a frequentare amici, a partecipare agli eventi e a viaggiare il più possibile, con bambini di qualsiasi età al seguito. Le nostre madri non vivevano certo una vita così movimentata e, onestamente, non credo che lavrebbero mai considerato. Mi riesce difficile immaginare una mamma, negli anni 60 per esempio, che portava un neonato in un ristorante. O anche dopo. A quei tempi si sarebbe vista come una stranezza e forse aveva senso.

Non importa quanto ci si voglia illudere: viaggiare per lunghe distanze con un bambino è impegnativo per tutti, grandi e piccoli. Per garantire un minimo di pace, bisogna davvero impegnarsi. Eppure, molti non hanno voglia. Appena si parte per le vacanze, lasciano andare ogni controllo e i bambini si arrangiano come possono. E così tutti quanti sono vittime della casualità.

E chi non desidera comfort durante un volo? Nessuno ha voglia di sopportare due ore nello scompiglio, specialmente dopo aver speso centinaia di euro per un biglietto. Si critica anche la distanza tra i sedili per poter finalmente poggiare le gambe in pace; figurarsi quando il bambino dietro decide di scoprire quanto può mollare la schiena del sedile avanti. Non ricordo di aver mai visto qualcuno sorridere in questa situazione o fare il cavallo per far ridere il piccolo.

Lasilo in via di estinzione

Una volta ho provato a essere gentile. Salgo su un volo, una donna con una neonata la chiamerò Viviana si siede accanto a me: mi manca il fiato. Rapidamente capisco che non è tutto: la famiglia comprende almeno altri tre bambini! Si sono sistemati comodi davanti, dietro e accanto, passandosi biberon e ciucci tra una fila e laltra. Mi sono sentita quasi adottata, sinceramente a disagio. Mi è stato chiesto di tenere oggetti, senza che nessuno dicesse per favore; per poco non mi sono trovata addosso acqua bollente dal termos. Meraviglioso, davvero. Non avevo dove andare, se non magari fuori dalloblò.

Unaltra volta, in treno, ho vissuto questa scena: la mamma di una bimba di quattro anni (la chiamerò Giorgia) lha intrattenuta per tutte le 26 ore di viaggio, saltellando sui binari fino a Roma. La donna cercava di non disturbare nessuno, davvero. Ma il risultato? Per tutto il tragitto giù di Giorgia, vieni qui, Giorgia, guarda dalla finestra, Giorgia, disegniamo? e via per quaranta minuti di disegni rumorosi, con la scelta fra tutte le matite colorate del mondo e una quantità infinita di cuccioli e gattini da colorare. Difficile capire quale situazione sia peggiore.

Come si fa, dopo tutto ciò, a non solidarizzare con chi suggerisce semplicemente di restare a casa finché i figli crescono? Certo, se il bambino è così tranquillo da colorare in silenzio per tre ore e addormentarsi faccia contro un cane disegnato male, va bene. Ma esistono davvero bambini così?

Senza neppure considerare i neonati che piangono durante decollo e atterraggio. Prima magari ce nera uno a volo, ora se ne vedono anche cinque, più sorelline e fratellini scatenati che saltano e gridano nei corridoi. Scendi dalla cabina con lo stesso battito con cui sei atterrato.

Attenzione, io non sono di quelli che odiano i bambini. Ho viaggiato anchio con mia figlia (si chiama Bianca), anche se sinceramente per necessità. Non ho abbastanza pazienza per badare a una bambina persino in vacanza. Quando si è fatta grande, almeno potevo contare fino a dieci e spiegarle fermamente: Siediti qui, non toccare niente. Insomma, aspettare in silenzio senza disegnare. Ma le persone non ragionano così: organizzano attività di ogni genere per i figli, corse su e giù che effettivamente sono importanti per il loro sviluppo, ma ecco fatto, il treno parte così.

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“Non mi colpire sulla schiena! Bambini per strada e adulti irritati”
La piccola orfana porta un anello speciale al banco dei pegni per salvare un randagio: il gesto del gioielliere sconvolge tutti Cinque anni fa il mondo di Leonardo si è frantumato — e poi rinato, più luminoso che mai. Allora sua figlia Marta, angelo di sei anni, ha iniziato a perdere le forze. Il suo sorriso, capace di illuminare ogni stanza, si affievoliva. I medici, prima cauti poi freddi, hanno pronunciato la sentenza: malattia incurabile. Tumore al cervello. Una parola che fa tremare solo a pensarla. Ma per Marta non era una condanna — era una sfida, affrontata con la dignità di una regina. Leonardo e Galina, genitori dal cuore spezzato prima ancora di capire quanto potesse spezzarsi, hanno fatto di tutto per dare a Marta una vita normale. Sognavano che andasse a scuola, imparasse a leggere, contasse, leggesse una favola prima di dormire. Sognavano ciò che per molti è routine, ma per loro era un’impresa. Hanno assunto una tutor — Daria, donna dalle mani calde e dal cuore saggio. Dopo due settimane, Daria ha notato un sintomo inquietante: dopo ogni lezione, Marta soffriva di forti mal di testa. Stringeva le tempie, impallidiva, ma insisteva: «Voglio studiare, devo farcela». Daria, preoccupata, ha consigliato ai genitori di consultare un medico: — Potrebbe non essere solo stanchezza. Bisogna indagare. Seriamente. Galina, guidata dall’intuito materno, ha capito che qualcosa non andava. Ha prenotato subito una visita. Il giorno dopo, tutta la famiglia — padre, madre e la fragile Marta — si è recata in ospedale. Leonardo, imprenditore sicuro di sé, si ripeteva: «Sono cambiamenti dell’età. Passerà». Non poteva accettare che sua figlia fosse malata. Marta era un miracolo — nata a 37 anni, quando nessuno ci sperava più. Ogni mattina ringraziavano Dio per lei. Ora Dio sembrava volerla riprendere. Tre ore — un’eternità — in clinica. Il medico era gelido. Il giorno dopo, lasciata Marta con la tata, i genitori sono tornati per i risultati. In ufficio li ha accolti il silenzio e uno sguardo pesante. — Vostra figlia ha un tumore al cervello, — disse il medico. — La prognosi è negativa. Galina vacillò. Il volto di Leonardo si pietrificò. Era incredulo, rifiutava la realtà. Era un errore. Un errore dell’universo. Hanno consultato altre cliniche, ma la diagnosi era sempre la stessa. È iniziata la battaglia. Per ogni giorno, ogni respiro. Leonardo e Galina hanno venduto tutto: azienda, casa, auto. Sono volati in America, Germania, Israele. Hanno pagato per cure sperimentali, per le migliori cliniche, per un filo di speranza. Ma la medicina si è arresa. Marta si spegneva, lentamente, ma sempre con il sorriso. Una sera, mentre il sole colorava la stanza d’oro, Marta ha sussurrato al padre: — Papà… mi avevi promesso un cagnolino per il compleanno. Lo voglio tanto… Ce la farò? Il cuore di Leonardo si spezzò. Le strinse la mano e le disse: — Certo, piccola. Te lo prometto. Galina pianse tutta la notte. Leonardo fissava il buio dalla finestra, sussurrando: — Perché la prendi? È così buona… Prendi me! Prendi me al suo posto! Lei serve al mondo, io no! La mattina dopo portò a Marta un cucciolo di golden retriever dagli occhi dolci. Il cucciolo saltò sul letto e Marta, per la prima volta dopo tanto, rise. — Papà! Che bello! — esclamò, stringendo il cucciolo. — Lo chiamerò Zeus! Da quel giorno furono inseparabili. Zeus divenne la sua ombra, la sua voce. I medici le davano sei mesi. Marta visse otto. Forse fu l’amore per Zeus a darle forza. O forse fu un dono dal cielo. Quando Marta non poteva più alzarsi, parlava piano al cane: — Presto me ne andrò, Zeus. Per sempre. Forse mi dimenticherai… Ma voglio che tu ricordi. Prendi il mio anello. Tolse il piccolo anello d’oro e lo mise sul collare. Le lacrime le rigavano il viso. — Così ti ricorderai di me. Prometti. Pochi giorni dopo Marta se ne andò, tra le braccia dei genitori, con Zeus accanto. Galina impazzì dal dolore. Leonardo non si riconosceva più. Zeus smise di mangiare, aspettava. Dopo una settimana sparì. Leonardo e Galina lo cercarono ovunque. Sentivano di aver perso l’ultimo dono di Marta. Passò un anno. Leonardo aprì un banco dei pegni e una gioielleria, chiamandoli «Zeus». In ogni gioiello, un ricordo. Una mattina, Vera, la sua assistente, disse: — Leonardo, c’è una bambina in lacrime. Puoi venire? In foyer c’era una bambina di nove anni, vestita di stracci, con occhi identici a quelli di Marta. — Che succede, piccola? — chiese dolcemente. — Mi chiamo Uliana, — sussurrò. — Ho un cane… Muktar. L’ho trovato sporco e affamato. L’ho salvato. L’ho nutrito come potevo… anche rubando. Per questo mia zia mi picchiava. Vivevamo in cantina. Lui era il mio protettore… La voce tremava. — Oggi dei ragazzi l’hanno avvelenato. Sta morendo. Non ho soldi per il veterinario. Prenda questo anello. Era sul suo collare. La prego, aiuti Muktar… Leonardo guardò la mano della bambina. E sentì la terra mancargli sotto i piedi. Era proprio quell’anello. D’oro. Piccolo. Con un graffio all’interno — il segno di Marta. Si inginocchiò, con le lacrime agli occhi. Tutto tornò al suo posto. — Indossalo, — sussurrò, rimettendo l’anello al dito di Uliana. — La sua padrona sarebbe felice che tu ami il cane come lei amava Zeus. — Zeus? — chiese Uliana. — Ora ti racconto tutto. Ma prima andiamo a salvare Muktar. Arrivarono alla casa fatiscente. In cantina, su un vecchio materasso, c’era il cane. Magro, sofferente. Ma quando Leonardo entrò, il cane lo leccò. — Zeus… — sussurrò Leonardo. — Mio caro, ti ho ritrovato. In clinica i veterinari lottarono per la vita del cane. Uliana pregava. Galina, arrivata all’ultimo, abbracciò la bambina: — Ora vieni da noi. Giocherai con Zeus. Lui ti aspettava. Dopo un’ora Zeus era salvo. E Uliana aveva una nuova vita. Veniva ogni giorno. Galina la vestiva come una principessa. Ma un giorno Uliana non arrivò. Zeus si agitava, annusava l’aria. — È successo qualcosa, — disse Galina. — Andiamo, — rispose Leonardo. — Zeus sa dove andare. Arrivarono alla casa. L’odore di muffa e disperazione. Al secondo piano aprì una donna ubriaca e rabbiosa. Zeus corse in camera. Sul letto c’era Uliana. Lividi. Sangue. — Cosa le avete fatto?! — urlò Galina. — Colpa sua! Ruba! — strillava la zia. — Lei è una criminale, — disse Leonardo gelido. — Verranno a prenderla. Ora portiamo via la bambina. In ospedale curarono Uliana. Leonardo e Galina, con tutte le loro conoscenze, ottennero la revoca della tutela. Uliana divenne loro figlia. Non per legge — per amore. E Zeus? Ogni sera ai suoi piedi, con l’anello al collare. E ogni volta che Uliana lo accarezzava, sussurrava: — Tu ti ricordi di lei, vero? Di Marta? E Zeus la guardava, le leccava la mano. Come a dire: «Sì. Ricordo. Ricorderò sempre. L’amore non muore. Cambia solo forma.» Così, dal dolore e dalle lacrime, è nato un miracolo. Un miracolo chiamato — speranza.