È già passato il tuo autobus? mi chiese in fretta uno sconosciuto.
Signora, mi sa dire se lautobus è già partito? corse ansimando un uomo verso la fermata. Un uomo vero, niente ragazzino, direi avrà superato i cinquantanni, indossava un giubbotto e un paio di pantaloni sportivi, una borsa logora a tracolla. Un volto comune, ma con i baffi che a me, Loretta Andreotti, non sono mai piaciuti. Mi voltai dallaltra parte e non risposi.
Signora, mi costa tanto rispondere? Lultimo autobus è già andato? Lei sta aspettando lautobus, no? luomo recuperò il fiato e posò lo zaino pesante sulla panchina accanto a me.
Non sto aspettando niente e nessuno, dissi scocciata, ma poi mi resi conto che si era fatto tardi e chissà che tipo era quelluomo, così mi rivolsi con tono più dolce: Qualche autobus è passato circa cinque minuti fa, ma non ci ho fatto caso.
Ah, ormai è andato! sbuffò sedendosi, sprofondando sulla panchina con tale forza che per poco non mi spaventò, pensavo cedesse tutto!
Anche lei ha fatto tardi, signora? continuava a insistere quelluomo, era quasi invadente!
Decisi di sistemarmi il cappotto e mi girai per tornare a casa, ormai era molto tardi.
Unora prima, un impulso improvviso mi aveva spinta fuori dallappartamento. Come se laria dentro non bastasse più, una solitudine diversa dal solito mai provata in vita mia.
Ho sempre vissuto da sola, e mi sono sempre sentita felice così. Le mie amiche si sono sposate, hanno avuto figli, ma io non ho mai sentito quel bisogno. Mia madre al paese partoriva un figlio dietro laltro, poi tre li mandò in collegio. Io, che ero la maggiore, cercai la fuga verso la città e lì mi sono fatta strada. Ho studiato ragioneria, sono diventata contabile e per tutta una vita ho lavorato nello storico bar del centro: il Secolo dOro. Musica allegra, buon cibo!
Allinizio ero una semplice impiegata, poi la responsabile contabile, fino alla pensione. Ho visto tantissimi matrimoni, feste, non mi sono mai annoiata. Buono stipendio, si mangiava bene, sono riuscita a comprarmi una piccola casa e a partire in vacanza di tanto in tanto. Non avrei mai desiderato una vita diversa.
Un anno fa il nuovo proprietario del bar mi disse che, secondo lui, io non capivo i nuovi sistemi di lavoro e che molte cose di me non gli piacevano.
E mi mandarono in pensione, anche se io non lo avevo proprio programmato.
Allinizio ho provato a cercare altro, ma poi mi sono accorta che quello che offrivano non faceva per me, e dove mi sarebbe piaciuto andare, volevano gente giovane.
Allora ho lasciato perdere, tanto, ho un piccolo gruzzoletto da parte, non molto, ma più che sufficiente. Così sono entrata in pensione, la fase più libera di tutta la mia esistenza.
In principio tutto filava liscio, niente sveglie, nessun programma, mi iscrivevo alle visite guidate, passeggiate nordiche al parco.
Poi, improvvisamente, tutto quello mi ha stancata, e stanotte sono semplicemente uscita e mi sono seduta su una panchina alla fermata dellautobus.
Le macchine scorrevano, le luci dei lampioni, la gente parlava, si muoveva e io lì, seduta, mi sentivo come se non esistessi più. Esisteva solo quella città rumorosa, che andava dritta per la sua strada, mentre la mia vita… non aveva alcun valore.
Mi sentivo inutile, assolutamente superflua, per nessuno, in tutto il vasto mondo!
E poi è arrivato lui.
Anche lei stanotte non sa dove dormire, signora? Sa, io una volta ho passato la notte qui sulla panchina poi, la mattina presto, ho ripreso la corriera per tornare a casa, che sta fuori città. Ho fatto il turno di notte, ero in ritardo, ma cera caldo allora, stasera invece tira una certa aria! Però non si preoccupi, signora, ho portato dei panini col salame, lo vuole uno? Il pane è fresco, il salame è buono, e ora prendo il thermos così beviamo un po di tè caldo, con zucchero ci scaldiamo.
Quelluomo cambiò tono allimprovviso, e mi mise in mano il panino. Stavo per rifiutare, ma mi resi conto di avere una fame tremenda. Non avevo cenato, e neppure a pranzo avevo mangiato chissà che. Addentai il panino e scoprì che era buonissimo! Sarà che era tanto tempo che evitavo il salame, cercando di stare leggera… Ma che profumo il pane, che sapore!
Lui rise in modo buffo,
Le piace, vero? Ecco, tenga, le verso anche del tè, ma stia attenta che scotta. Come si chiama, lei?
Loretta Andreotti, risposi a bocca piena, e lui annuì contento,
Loretta! Io invece sono zio Vittorio, cioè, Vittorio De Santis. Lavorova in fabbrica prima, poi mi hanno licenziato, adesso faccio la guardia notturna una notte sì e una no. Mi arrangio mia madre in verità non sta bene, invecchiata, e lavoro per comprarle le medicine magari dura ancora un po. Avevo famiglia, poi è finita, mio figlio è grande, mia moglie se nè andata con un altro. Insomma, vivo e tiro avanti! sospirò, sorrise, ma nei suoi occhi ci fu per un attimo una malinconia che mi colpì.
E lei Loretta, sta lontano da casa? Vuole che le chiamo un taxi? Per me niente da fare: abito troppo fuori, di notte non ci portano, e la tariffa doppia è troppo cara. Per lei ci può stare, Vittorio mi guardava sorridendo, ed io ricordai improvvisamente un compagno delle superiori, un certo Giulietto, ero sempre affamata e lui mi portava i tramezzini a scuola. Aveva lo stesso sguardo buono e ironico. E mi sentivo di nuovo una ragazza, come se tutti quegli anni al Secolo dOro e la mia pensione improvvisa non fossero mai esistiti.
Finito il panino, bevvi il tè dolce e bollente e, senza nemmeno rendermene conto, dissi:
Perché non vieni da me questa notte, zio Vittorio? Non mi sembra il caso di dormire sulla panchina, qui cè casa mia, e non serve neppure aspettare il taxi. Prendi la tua borsa e seguimi, però sii educato, guarda che so difendermi, non ti fidare delletà!
Lui rimase perplesso a guardare me, poi il palazzo alle mie spalle, poi di nuovo me,
Ma allora perché stava qui seduta? Che aspettava?
Non aspetto più niente, non cè più niente da aspettare. Vieni o no? mi girai e presi la via di casa. Vittorio si raccolse, prese la sua borsa,
Come potrei dire di no? Accetto volentieri! Ma guardi che… guardi che non si preoccupi, io mi metto per terra, in un angolo, e domani allalba sono già via. Grazie però, perché fa davvero freschetto, mi seguiva nella notte, scuotendo il capo e sorridendo.
La mattina mi svegliò un rumore strano. Uscii dalla camera: Vittorio era già sveglio, aveva dormito sul divano della cucina e stava armeggiando in bagno,
Loretta, lo sciacquone perdeva, ora ho sistemato, magari mi sono guadagnato la colazione? si drizzò sorridendo, e io rimasi di sasso. Davanti a me cera un uomo estraneo, in maglietta, i capelli ormai quasi bianchi, ancora umidi, eppure dentro sentivo una gioia, una strana serenità.
Andiamo a fare colazione, zio Vittorio, te la sei guadagnata. Che ne dici di una bella frittata al pomodoro? sorrisi, Ah, anche la lavatrice fa le bizze, non centrifuga più. E poi
Così, Vittorio De Santis rimase da me finché non riprese il turno di lavoro. Chiamò sua madre, che sembrava apprezzare la situazione, e si fermò.
Ora viviamo in due. Vittorio fa la guardia ogni terzo giorno. Io lo aspetto a casa e gli preparo piatti degni di un ristorante. Lui mi bacia le mani e ripete:
Loré, lo sai che ti stavo cercando? Non era un caso che fossi in ritardo quella sera, era destino! Ti chiedo scusa, eri così sola, non potevo lasciarti così. Non ho mai saputo di poter amare così, nella mia vita ma guarda come gira il mondo!
Spesso andiamo a trovare sua madre, la signora Maria Policarpa. Alla sua età quasi ottantanni ha ancora un bel carattere, e davanti a lei mi sento una ragazzina.
E Maria non potrebbe essere più felice per il figlio: finalmente anche il suo Vittorio ha una gioia da condividere, e una vera ragione di vita.
Ecco, questa storia mi ha insegnato che la felicità non si può pianificare: a volte, di notte, su una panchina qualsiasi di Torino, la vita può davvero cominciare da capo.






