È arrivato il tuo autobus? – chiese un uomo trafelato alla fermata. — Signora, sa per caso se l’autobus è già passato? — domandò un uomo anzianotto, ben oltre i cinquanta, con una giacca sportiva e una borsa consumata sulla spalla, avvicinandosi ansimante alla pensilina. Un volto comune, con baffi che a Larisa Andrejeva non sono mai piaciuti: lei si voltò indifferente, senza rispondere. — Signora, non potrebbe proprio dirmelo? È già partito l’ultimo autobus o no? Anche lei sta aspettando l’autobus, vero? — proseguì l’uomo, recuperando il fiato e lasciando uno zaino pesante sulla panchina accanto a Larisa Andrejeva. — Non aspetto nessuno né nulla, — rispose lei, seccata, per poi ammorbidire il tono: era tardi e chi poteva dire chi davvero fosse quell’uomo? — Qualche autobus è passato circa cinque minuti fa, ma nemmeno ci ho fatto caso. — Eh, niente da fare! — sbuffò l’uomo, sedendosi pesantemente sulla panchina, tanto che Larisa Andrejeva temette per la sua stabilità. — Anche lei ha perso l’autobus? — continuò insistentemente l’uomo, stancamente invadente. Larisa si sistemò il cappotto e decise di tornare a casa, era ormai tardi. Da un’ora sentiva uno strano desiderio di uscire. L’aria sembrava mancarle, una strana solitudine che non aveva mai conosciuto. Larisa Andrejeva ha sempre vissuto sola, ed era felice così. Le amiche si sono sposate, hanno avuto figli, ma lei no. Da piccola, al paese, la madre partoriva uno dopo l’altro: tre li ha lasciati in collegio, Larisa, la maggiore, è scappata in città. Ha studiato ragioneria, tutta la vita alla famosa caffetteria “L’Età d’Oro”. Vita allegra, buona cucina! Era contabile, poi capo contabile, sempre festa tra matrimoni e anniversari. Buon stipendio, buon cibo, si è comprata una casa, vacanze al sole: non desiderava niente di diverso. Un anno fa il nuovo proprietario della caffetteria dichiarò che Larisa Andrejeva non era adatta ai suoi nuovi metodi di lavoro. Così la mandarono in pensione, anche se lei non aveva intenzione di andarsene. All’inizio ha cercato altro lavoro, ma quello che trovava non le piaceva, quello che voleva era solo per i giovani. Pazienza, aveva i suoi risparmi. Così è andata in pensione, finalmente libera. All’inizio era felicissima: nessuna sveglia, escursioni, persino nordic walking al parco. Poi, d’improvviso, la noia: quella sera uscì e si sedette alla pensilina dell’autobus. Le auto scorrevano, i fari illuminavano, la gente chiacchierava, la città brulicava mentre lei si sentiva invisibile, insignificante. Non serviva più a nessuno. Poi, all’improvviso, quell’uomo! — Anche lei stanotte è senza tetto, signora? Io qualche notte qua l’ho passata, la mattina si prende l’autobus e si va; abito fuori città, lavoro a turni — alle volte si fa tardi, e d’estate è caldo, ma ora fa freschino. Ma ho dei panini con la mortadella, non si preoccupi, ecco, pane fresco, mortadella, e adesso le verso un po’ di tè caldo, con zucchero, ci scaldiamo. Improvvisamente sereno, l’uomo porse il panino a Larisa. Lei voleva rifiutare ma sentì una fame tremenda — non aveva cenato, nemmeno a pranzo aveva mangiato molto. E che buono era! Non comprava mai mortadella, a dieta… e invece che fragranza, che sapore! L’uomo rise bonariamente. — Vero che è buono? Tenga, le ho versato il tè, fate attenzione che scotta. Come si chiama? — Larisa Andrejeva, — rispose con la bocca piena. L’uomo annuì felice: — Larisa, quindi! Io sono zio Domenico, anzi, Domenico Ivanovich. Una volta lavoravo in fabbrica, poi licenziato, ora faccio la guardia: turni di notte. Niente di che, mamma è anziana e malata, per le medicine continuo a lavorare, magari vive ancora un po’. La famiglia? Si è dissolta, il figlio grande, la moglie con un altro, insomma… si tira avanti! — sorrise, ma d’improvviso gli occhi si fecero tristi. — E sei lontana da casa, Larisa? Vuoi che ti chiamo un taxi? A me non conviene, fuori città di notte non portano nessuno, costa il doppio. Ma tu dovresti farcela, — disse zio Domenico, sorridendo. Larisa all’improvviso si ricordò dell’amico delle medie, Nicolino, che le portava sempre panini. E le guardava proprio così, bonario, ironico. Così si sentì di nuovo ragazzina, come se gli anni alla caffetteria “L’Età d’Oro” non esistessero, come se non fosse stata spedita in pensione. Larisa finì il panino, bevve il tè caldo e dolce e improvvisamente disse, sorpresa da se stessa: — Vieni da me, zio Domenico, non vorrai dormire sulla panchina! Là c’è casa mia, non serve prendere il taxi. Prendi il borsone e andiamo, ma mi raccomando, comportati bene o ti do una sberla — che sono ancora in forma! L’uomo guardava stupito lei, poi la casa alle spalle, poi di nuovo Larisa. — E allora perché eri qui fuori? Cosa aspettavi? — Non aspettavo nessuno. Non c’è niente più da aspettare. Vieni o no? — Larisa si incamminò verso casa sua. Domenico Ivanovich si riscosse, prese la borsa. — Certo che vengo! Però — non fraintendere — dormo per terra, in un angolino, la mattina me ne vado subito. Grazie, perché davvero la notte è fresca, — la seguì scuotendo la testa. Al mattino Larisa fu svegliata da strani rumori. Era Domenico, già in piedi, dormito sul divano della cucina, intento a sistemare la cassetta del WC. — Larisa, ti perdeva la cassetta — aggiustato! Forse mi sono guadagnato la colazione? — sorrise, e lei si stupì di provare una gioia serena che non sapeva spiegare. — Dai, andiamo a colazione, zio Domenico, colazione stra-meritata. Uova e pomodori? — Larisa sorrise. — E la lavatrice funziona male, lascia dei residui… e poi… Così Domenico Ivanovich rimase da Larisa Andrejeva fino al successivo turno di lavoro. Chiamò la madre, a cui la cosa parve un’ottima soluzione, e restò. Ora vivono insieme. Domenico Ivanovich lavora a turni, ogni tre giorni. Larisa aspetta il ritorno a casa e gli prepara piatti da vero ristorante. Domenico le bacia le mani, — Larissetta, l’ho capito che aspettavi proprio me! Tu non lo sai, ma era destino che ritardassi quell’autobus! Non potevo lasciarti da sola. Ho vissuto una vita intera senza credere fosse possibile amare così, e invece ecco qui, che fortuna! Spesso vanno dalla madre di lui, ormai vicina agli ottant’anni, ancora energica e combattiva. Larisa si sente una ragazzina. E la madre di Domenico, Marisa Policarpo, è felicissima: finalmente anche suo figlio ha trovato la felicità. Ci sono ancora motivi per vivere, finalmente. Valuta l’articolo

È già passato il tuo autobus? mi chiese in fretta uno sconosciuto.
Signora, mi sa dire se lautobus è già partito? corse ansimando un uomo verso la fermata. Un uomo vero, niente ragazzino, direi avrà superato i cinquantanni, indossava un giubbotto e un paio di pantaloni sportivi, una borsa logora a tracolla. Un volto comune, ma con i baffi che a me, Loretta Andreotti, non sono mai piaciuti. Mi voltai dallaltra parte e non risposi.
Signora, mi costa tanto rispondere? Lultimo autobus è già andato? Lei sta aspettando lautobus, no? luomo recuperò il fiato e posò lo zaino pesante sulla panchina accanto a me.
Non sto aspettando niente e nessuno, dissi scocciata, ma poi mi resi conto che si era fatto tardi e chissà che tipo era quelluomo, così mi rivolsi con tono più dolce: Qualche autobus è passato circa cinque minuti fa, ma non ci ho fatto caso.
Ah, ormai è andato! sbuffò sedendosi, sprofondando sulla panchina con tale forza che per poco non mi spaventò, pensavo cedesse tutto!
Anche lei ha fatto tardi, signora? continuava a insistere quelluomo, era quasi invadente!
Decisi di sistemarmi il cappotto e mi girai per tornare a casa, ormai era molto tardi.
Unora prima, un impulso improvviso mi aveva spinta fuori dallappartamento. Come se laria dentro non bastasse più, una solitudine diversa dal solito mai provata in vita mia.
Ho sempre vissuto da sola, e mi sono sempre sentita felice così. Le mie amiche si sono sposate, hanno avuto figli, ma io non ho mai sentito quel bisogno. Mia madre al paese partoriva un figlio dietro laltro, poi tre li mandò in collegio. Io, che ero la maggiore, cercai la fuga verso la città e lì mi sono fatta strada. Ho studiato ragioneria, sono diventata contabile e per tutta una vita ho lavorato nello storico bar del centro: il Secolo dOro. Musica allegra, buon cibo!
Allinizio ero una semplice impiegata, poi la responsabile contabile, fino alla pensione. Ho visto tantissimi matrimoni, feste, non mi sono mai annoiata. Buono stipendio, si mangiava bene, sono riuscita a comprarmi una piccola casa e a partire in vacanza di tanto in tanto. Non avrei mai desiderato una vita diversa.
Un anno fa il nuovo proprietario del bar mi disse che, secondo lui, io non capivo i nuovi sistemi di lavoro e che molte cose di me non gli piacevano.
E mi mandarono in pensione, anche se io non lo avevo proprio programmato.
Allinizio ho provato a cercare altro, ma poi mi sono accorta che quello che offrivano non faceva per me, e dove mi sarebbe piaciuto andare, volevano gente giovane.
Allora ho lasciato perdere, tanto, ho un piccolo gruzzoletto da parte, non molto, ma più che sufficiente. Così sono entrata in pensione, la fase più libera di tutta la mia esistenza.
In principio tutto filava liscio, niente sveglie, nessun programma, mi iscrivevo alle visite guidate, passeggiate nordiche al parco.
Poi, improvvisamente, tutto quello mi ha stancata, e stanotte sono semplicemente uscita e mi sono seduta su una panchina alla fermata dellautobus.
Le macchine scorrevano, le luci dei lampioni, la gente parlava, si muoveva e io lì, seduta, mi sentivo come se non esistessi più. Esisteva solo quella città rumorosa, che andava dritta per la sua strada, mentre la mia vita… non aveva alcun valore.
Mi sentivo inutile, assolutamente superflua, per nessuno, in tutto il vasto mondo!
E poi è arrivato lui.
Anche lei stanotte non sa dove dormire, signora? Sa, io una volta ho passato la notte qui sulla panchina poi, la mattina presto, ho ripreso la corriera per tornare a casa, che sta fuori città. Ho fatto il turno di notte, ero in ritardo, ma cera caldo allora, stasera invece tira una certa aria! Però non si preoccupi, signora, ho portato dei panini col salame, lo vuole uno? Il pane è fresco, il salame è buono, e ora prendo il thermos così beviamo un po di tè caldo, con zucchero ci scaldiamo.
Quelluomo cambiò tono allimprovviso, e mi mise in mano il panino. Stavo per rifiutare, ma mi resi conto di avere una fame tremenda. Non avevo cenato, e neppure a pranzo avevo mangiato chissà che. Addentai il panino e scoprì che era buonissimo! Sarà che era tanto tempo che evitavo il salame, cercando di stare leggera… Ma che profumo il pane, che sapore!
Lui rise in modo buffo,
Le piace, vero? Ecco, tenga, le verso anche del tè, ma stia attenta che scotta. Come si chiama, lei?
Loretta Andreotti, risposi a bocca piena, e lui annuì contento,
Loretta! Io invece sono zio Vittorio, cioè, Vittorio De Santis. Lavo­rova in fabbrica prima, poi mi hanno licenziato, adesso faccio la guardia notturna una notte sì e una no. Mi arrangio mia madre in verità non sta bene, invecchiata, e lavoro per comprarle le medicine magari dura ancora un po. Avevo famiglia, poi è finita, mio figlio è grande, mia moglie se nè andata con un altro. Insomma, vivo e tiro avanti! sospirò, sorrise, ma nei suoi occhi ci fu per un attimo una malinconia che mi colpì.
E lei Loretta, sta lontano da casa? Vuole che le chiamo un taxi? Per me niente da fare: abito troppo fuori, di notte non ci portano, e la tariffa doppia è troppo cara. Per lei ci può stare, Vittorio mi guardava sorridendo, ed io ricordai improvvisamente un compagno delle superiori, un certo Giulietto, ero sempre affamata e lui mi portava i tramezzini a scuola. Aveva lo stesso sguardo buono e ironico. E mi sentivo di nuovo una ragazza, come se tutti quegli anni al Secolo dOro e la mia pensione improvvisa non fossero mai esistiti.
Finito il panino, bevvi il tè dolce e bollente e, senza nemmeno rendermene conto, dissi:
Perché non vieni da me questa notte, zio Vittorio? Non mi sembra il caso di dormire sulla panchina, qui cè casa mia, e non serve neppure aspettare il taxi. Prendi la tua borsa e seguimi, però sii educato, guarda che so difendermi, non ti fidare delletà!
Lui rimase perplesso a guardare me, poi il palazzo alle mie spalle, poi di nuovo me,
Ma allora perché stava qui seduta? Che aspettava?
Non aspetto più niente, non cè più niente da aspettare. Vieni o no? mi girai e presi la via di casa. Vittorio si raccolse, prese la sua borsa,
Come potrei dire di no? Accetto volentieri! Ma guardi che… guardi che non si preoccupi, io mi metto per terra, in un angolo, e domani allalba sono già via. Grazie però, perché fa davvero freschetto, mi seguiva nella notte, scuotendo il capo e sorridendo.
La mattina mi svegliò un rumore strano. Uscii dalla camera: Vittorio era già sveglio, aveva dormito sul divano della cucina e stava armeggiando in bagno,
Loretta, lo sciacquone perdeva, ora ho sistemato, magari mi sono guadagnato la colazione? si drizzò sorridendo, e io rimasi di sasso. Davanti a me cera un uomo estraneo, in maglietta, i capelli ormai quasi bianchi, ancora umidi, eppure dentro sentivo una gioia, una strana serenità.
Andiamo a fare colazione, zio Vittorio, te la sei guadagnata. Che ne dici di una bella frittata al pomodoro? sorrisi, Ah, anche la lavatrice fa le bizze, non centrifuga più. E poi
Così, Vittorio De Santis rimase da me finché non riprese il turno di lavoro. Chiamò sua madre, che sembrava apprezzare la situazione, e si fermò.
Ora viviamo in due. Vittorio fa la guardia ogni terzo giorno. Io lo aspetto a casa e gli preparo piatti degni di un ristorante. Lui mi bacia le mani e ripete:
Loré, lo sai che ti stavo cercando? Non era un caso che fossi in ritardo quella sera, era destino! Ti chiedo scusa, eri così sola, non potevo lasciarti così. Non ho mai saputo di poter amare così, nella mia vita ma guarda come gira il mondo!
Spesso andiamo a trovare sua madre, la signora Maria Policarpa. Alla sua età quasi ottantanni ha ancora un bel carattere, e davanti a lei mi sento una ragazzina.
E Maria non potrebbe essere più felice per il figlio: finalmente anche il suo Vittorio ha una gioia da condividere, e una vera ragione di vita.
Ecco, questa storia mi ha insegnato che la felicità non si può pianificare: a volte, di notte, su una panchina qualsiasi di Torino, la vita può davvero cominciare da capo.

Rate article
Add a comment

;-) :| :x :twisted: :smile: :shock: :sad: :roll: :razz: :oops: :o :mrgreen: :lol: :idea: :grin: :evil: :cry: :cool: :arrow: :???: :?: :!:

11 + 3 =

È arrivato il tuo autobus? – chiese un uomo trafelato alla fermata. — Signora, sa per caso se l’autobus è già passato? — domandò un uomo anzianotto, ben oltre i cinquanta, con una giacca sportiva e una borsa consumata sulla spalla, avvicinandosi ansimante alla pensilina. Un volto comune, con baffi che a Larisa Andrejeva non sono mai piaciuti: lei si voltò indifferente, senza rispondere. — Signora, non potrebbe proprio dirmelo? È già partito l’ultimo autobus o no? Anche lei sta aspettando l’autobus, vero? — proseguì l’uomo, recuperando il fiato e lasciando uno zaino pesante sulla panchina accanto a Larisa Andrejeva. — Non aspetto nessuno né nulla, — rispose lei, seccata, per poi ammorbidire il tono: era tardi e chi poteva dire chi davvero fosse quell’uomo? — Qualche autobus è passato circa cinque minuti fa, ma nemmeno ci ho fatto caso. — Eh, niente da fare! — sbuffò l’uomo, sedendosi pesantemente sulla panchina, tanto che Larisa Andrejeva temette per la sua stabilità. — Anche lei ha perso l’autobus? — continuò insistentemente l’uomo, stancamente invadente. Larisa si sistemò il cappotto e decise di tornare a casa, era ormai tardi. Da un’ora sentiva uno strano desiderio di uscire. L’aria sembrava mancarle, una strana solitudine che non aveva mai conosciuto. Larisa Andrejeva ha sempre vissuto sola, ed era felice così. Le amiche si sono sposate, hanno avuto figli, ma lei no. Da piccola, al paese, la madre partoriva uno dopo l’altro: tre li ha lasciati in collegio, Larisa, la maggiore, è scappata in città. Ha studiato ragioneria, tutta la vita alla famosa caffetteria “L’Età d’Oro”. Vita allegra, buona cucina! Era contabile, poi capo contabile, sempre festa tra matrimoni e anniversari. Buon stipendio, buon cibo, si è comprata una casa, vacanze al sole: non desiderava niente di diverso. Un anno fa il nuovo proprietario della caffetteria dichiarò che Larisa Andrejeva non era adatta ai suoi nuovi metodi di lavoro. Così la mandarono in pensione, anche se lei non aveva intenzione di andarsene. All’inizio ha cercato altro lavoro, ma quello che trovava non le piaceva, quello che voleva era solo per i giovani. Pazienza, aveva i suoi risparmi. Così è andata in pensione, finalmente libera. All’inizio era felicissima: nessuna sveglia, escursioni, persino nordic walking al parco. Poi, d’improvviso, la noia: quella sera uscì e si sedette alla pensilina dell’autobus. Le auto scorrevano, i fari illuminavano, la gente chiacchierava, la città brulicava mentre lei si sentiva invisibile, insignificante. Non serviva più a nessuno. Poi, all’improvviso, quell’uomo! — Anche lei stanotte è senza tetto, signora? Io qualche notte qua l’ho passata, la mattina si prende l’autobus e si va; abito fuori città, lavoro a turni — alle volte si fa tardi, e d’estate è caldo, ma ora fa freschino. Ma ho dei panini con la mortadella, non si preoccupi, ecco, pane fresco, mortadella, e adesso le verso un po’ di tè caldo, con zucchero, ci scaldiamo. Improvvisamente sereno, l’uomo porse il panino a Larisa. Lei voleva rifiutare ma sentì una fame tremenda — non aveva cenato, nemmeno a pranzo aveva mangiato molto. E che buono era! Non comprava mai mortadella, a dieta… e invece che fragranza, che sapore! L’uomo rise bonariamente. — Vero che è buono? Tenga, le ho versato il tè, fate attenzione che scotta. Come si chiama? — Larisa Andrejeva, — rispose con la bocca piena. L’uomo annuì felice: — Larisa, quindi! Io sono zio Domenico, anzi, Domenico Ivanovich. Una volta lavoravo in fabbrica, poi licenziato, ora faccio la guardia: turni di notte. Niente di che, mamma è anziana e malata, per le medicine continuo a lavorare, magari vive ancora un po’. La famiglia? Si è dissolta, il figlio grande, la moglie con un altro, insomma… si tira avanti! — sorrise, ma d’improvviso gli occhi si fecero tristi. — E sei lontana da casa, Larisa? Vuoi che ti chiamo un taxi? A me non conviene, fuori città di notte non portano nessuno, costa il doppio. Ma tu dovresti farcela, — disse zio Domenico, sorridendo. Larisa all’improvviso si ricordò dell’amico delle medie, Nicolino, che le portava sempre panini. E le guardava proprio così, bonario, ironico. Così si sentì di nuovo ragazzina, come se gli anni alla caffetteria “L’Età d’Oro” non esistessero, come se non fosse stata spedita in pensione. Larisa finì il panino, bevve il tè caldo e dolce e improvvisamente disse, sorpresa da se stessa: — Vieni da me, zio Domenico, non vorrai dormire sulla panchina! Là c’è casa mia, non serve prendere il taxi. Prendi il borsone e andiamo, ma mi raccomando, comportati bene o ti do una sberla — che sono ancora in forma! L’uomo guardava stupito lei, poi la casa alle spalle, poi di nuovo Larisa. — E allora perché eri qui fuori? Cosa aspettavi? — Non aspettavo nessuno. Non c’è niente più da aspettare. Vieni o no? — Larisa si incamminò verso casa sua. Domenico Ivanovich si riscosse, prese la borsa. — Certo che vengo! Però — non fraintendere — dormo per terra, in un angolino, la mattina me ne vado subito. Grazie, perché davvero la notte è fresca, — la seguì scuotendo la testa. Al mattino Larisa fu svegliata da strani rumori. Era Domenico, già in piedi, dormito sul divano della cucina, intento a sistemare la cassetta del WC. — Larisa, ti perdeva la cassetta — aggiustato! Forse mi sono guadagnato la colazione? — sorrise, e lei si stupì di provare una gioia serena che non sapeva spiegare. — Dai, andiamo a colazione, zio Domenico, colazione stra-meritata. Uova e pomodori? — Larisa sorrise. — E la lavatrice funziona male, lascia dei residui… e poi… Così Domenico Ivanovich rimase da Larisa Andrejeva fino al successivo turno di lavoro. Chiamò la madre, a cui la cosa parve un’ottima soluzione, e restò. Ora vivono insieme. Domenico Ivanovich lavora a turni, ogni tre giorni. Larisa aspetta il ritorno a casa e gli prepara piatti da vero ristorante. Domenico le bacia le mani, — Larissetta, l’ho capito che aspettavi proprio me! Tu non lo sai, ma era destino che ritardassi quell’autobus! Non potevo lasciarti da sola. Ho vissuto una vita intera senza credere fosse possibile amare così, e invece ecco qui, che fortuna! Spesso vanno dalla madre di lui, ormai vicina agli ottant’anni, ancora energica e combattiva. Larisa si sente una ragazzina. E la madre di Domenico, Marisa Policarpo, è felicissima: finalmente anche suo figlio ha trovato la felicità. Ci sono ancora motivi per vivere, finalmente. Valuta l’articolo
Una madre single al verde invia per errore un SMS a un miliardario chiedendo soldi per il latte del neonato — e così è cominciato tutto.