Trovami, mamma!
A Caterina raccontavano sempre allorfanotrofio come era stata trovata. Avvolta in una copertina di flanella per bambini, era stata lasciata davanti allingresso dellospedale comunale di Firenze.
Aveva solo pochi giorni di vita, tutta pulita e ben curata, anche se le fasce erano un po vecchie.
Nel bigliettino infilato nella coperta, con una scrittura incerta, cera scritto:
«Perdonami, figlia mia!»
Caterina aveva sempre le lacrime agli occhi quando sentiva questa storia. Un giorno chiese di vedere il biglietto, conservato nel suo fascicolo personale.
Si commosse così tanto che annusò anche il foglio, sperando di sentirvi il profumo della mamma.
Dopo che la neonata fu trovata, la attendeva quella che era la sorte di moltissimi: casa-famiglia per neonati, asilo per orfani, successivamente collegio.
Ogni volta che sentiva di una storia felice, come quella di una compagna che veniva adottata, sentiva un dolore bruciante dentro. Soprattutto se era la madre biologica a ritrovare la figlia.
Di notte spesso piangeva in silenzio sul cuscino. Era un pensiero che accomunava molti, ma nessuno mostrava i propri sentimenti apertamente; si imparava a tenere tutto dentro.
E quando Caterina si abbandonava al sonno agitato, le appariva sempre la stessa donna, che la accarezzava teneramente sussurrandole:
Figlia mia, sangue del mio sangue!
Il sogno era sempre così vivido che, al mattino, aveva la sensazione di volare, certa che la mamma non lavesse mai dimenticata, e che un giorno si sarebbero ritrovate.
Una delle educatrici, la signora Giovanna Andreoli, una donna di una certa età, provava grande compassione per Caterina. Una sera, mentre parlavano, le propose:
Caterina, perché non scriviamo una lettera al giornale? Magari tua madre la leggerà e ti ritroverà.
Gli occhi di Caterina si illuminarono; senza dire nulla abbracciò forte la signora Giovanna. Insieme scrissero la lettera e il mattino dopo, prima di tornare a casa, leducatrice la portò in redazione.
Fu pubblicata in prima pagina, con la foto di Caterina e il titolo a caratteri cubitali:
«Trovami, mamma!»
Dopo quellarticolo, la scuola-orfanotrofio iniziò a ricevere visite: alcuni arrivavano portando regali, altri desiderosi di adottare Caterina.
Caterina rifiutava tutti. Lei voleva aspettare sua madre.
La madre, che si chiamava Alessandra Pavani, viveva in un piccolo borgo della Toscana. Non aveva famiglia, né amiche intime: in paese la vita era dura e cerano troppe cose da fare per una donna sola.
Viveva con dignità, la casa sempre ordinata e accogliente. Nessuno sapeva quante notti insonni avesse passato, quante lacrime avesse versato sul cuscino, pensando a quando la madre laveva convinta ad abbandonare la neonata sul portone dellospedale cittadino.
Non ce la farai, la rassicurava, io non posso aiutarti, sto male, tuo padre beve. Se porti a casa la bambina ci caccerà tutte e due. Almeno così, forse, la piccola troverà una famiglia che le voglia bene.
Allora Alessandra, che tutti in paese chiamavano Sandra, tentò di ribellarsi. Ma non vedeva via duscita: studiava in un istituto tecnico, viveva con una borsa di studio, e a stento arrivava a fine mese.
Il padre della bambina era sparito prima ancora della nascita, dicendo che una figlia non era sua responsabilità e la madre del ragazzo non aveva mai voluto saperne di lei, rendendo subito chiaro il suo disprezzo.
Con la bambina non era ammessa in dormitorio, e così la dimisero insieme a due compagne che condividevano un appartamento in affitto, dove Sandra restò con la piccola per alcuni giorni.
Poi la proprietaria, avvisata dai vicini per via dei pianti della bambina, la costrinse a andarsene. Avrebbe voluto buttar fuori anche le altre inquiline, che però la convinsero a recedere.
Disperata, Sandra scrisse il bigliettino seduta su una panchina nel giardinetto dellospedale, lo infilò nella coperta insieme alla bambina e si avvicinò allingresso. Guardandosi attorno, adagiò la piccola che dormiva profondamente sul portone e, con le lacrime agli occhi, si allontanò di corsa.
Si fermò poco lontano, oltre la recinzione, e quando vide una donna avvicinarsi allingresso, si incamminò, senza capire dove stesse andando.
Alessandra sperava di poter riprendere la figlia quando le cose fossero migliorate: finire gli studi, trovare un lavoro stabile, e cercarla.
La possibilità che la bambina venisse adottata da altri non la sfiorava nemmeno. Eppure quella figlia la sognava spesso: in sogno la accarezzava, sussurrando sempre la stessa frase:
«Figlia mia, sangue del mio sangue!»
Gli anni passarono, ma la ricerca veniva sempre rimandata. Prima, problemi di lavoro; dopo il tirocinio, fu costretta a trasferirsi lontano dal paese dove aveva studiato.
Intanto i genitori non cerano più: la madre era scomparsa per malattia, il padre si era perso dietro lalcol e aveva finito per causare un incendio che lo aveva tolto di mezzo per sempre.
Alla fine, con i pochi risparmi, si comprò una casetta in un piccolo paese e trovò lavoro come postina.
Una mattina, mentre smistava la posta, le cadde dalle mani un quotidiano toscano. Aperto a caso, lo sguardo le cadde sul titolo:
“Trovami, mamma!”
Dal giornale la fissava il volto di sua figlia: Alessandra lavrebbe riconosciuta in mezzo a mille, la somiglianza era innegabile.
Tutto le girava davanti agli occhi, si dovette appoggiare al muro. La collega accorse:
Signora Alessandra, sta bene?
Quel giorno non riuscì a lavorare. I superiori le concessero qualche giorno di permesso e Alessandra iniziò subito a prepararsi per Firenze, dove si trovava il collegio.
Lautobus era appena partito, per fortuna passò una macchina e lautista si offrì di accompagnarla.
Quando seppe dove doveva andare, la portò direttamente al collegio. Alessandra tremava quando varcò il cancello. Alcuni bambini si avvicinarono alle finestre incuriositi dalla signora sconosciuta.
Caterina non era fra loro. Poco dopo, fu chiamata nellufficio della direttrice. Appena entrò, riconobbe subito la donna dei suoi sogni.
Mamma!
Figlia!!! E si corsero incontro, abbracciandosi.
La madre chiedeva scusa di continuo a Caterina, ma lei, ascoltata la storia della sua vita, le rispose:
Mamma, io non ti giudico, non avevi alternative.
Gli anni passarono. Caterina diventò donna, si sposò. Ora ha una bella famiglia, un marito premuroso, un figlioletto. E per tutto questo tempo la mamma è sempre stata al suo fianco, per lei Caterina è la luce nei suoi giorni.
Aiutando la figlia col piccolo, Alessandra Pavani sembrava voler recuperare tutto ciò che aveva perso, senza più chiedersi se la colpa fosse sua o se fosse semplicemente destino.
Non smetteva mai di sorprendersi per la gratitudine della figlia, che ripeteva spesso che la felicità ha sempre il suo prezzo.
Entrambe avevano già pagato caro. E allora, cosa restava loro da fare? Essere felici, ovviamente!
Caterina, ormai una donna matura, ricorda ogni dettaglio. E negli anni non ha mai incolpato la madre, che ora non cè più. Lha avuta accanto quando contava, ed è proprio questo che ritiene davvero importante.
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