«Vattene! – urlò Boris. – Non sono tuo figlio! – Boris afferrò la borsa della madre e la lanciò nel corridoio. – Non voglio più vederti qui!» Quando la suocera attaccò la figlia adottiva, Boris perse la pazienza: una storia di maternità, adozione e di una madre che non accetta la “razza straniera”. La piccola Anna, il sogno realizzato di Maria, il coraggio di difendere la propria famiglia contro giudizi, tradizioni e drammi di provincia. E alla fine, solo chi ama davvero può essere chiamato padre. Scrivete nei commenti cosa pensate del monologo della madre – mettete un like se vi ha toccato!

Fuori di casa! urlò Marco.
Ma stai scherzando, figliolo… la suocera cercò di alzarsi aggrappandosi al bordo del tavolo.
Non sono il tuo figliolo! Marco acchiappò la borsa di lei e la scaraventò nel corridoio. Qui dentro non voglio nemmeno sentire il tuo profumo!

Fuori di casa! urlò Marco.

Maria rabbrividì. In sei anni non l’aveva mai sentito gridare così.

Ma stai scherzando, figliolo… la suocera si sollevava piano, stringendosi al tavolo.

Non sono il tuo figliolo! Marco afferrò la borsa e la lanciò. Sparisci da qui!

Annuccia dormiva a gambe e braccia spalancate, come una minuscola stella marina. Maria le sistemò la copertina.

Le piaceva stare lì, a guardar sua figlia. Per anni aveva sognato quel momento, aveva fatto di tutto per diventare madre.

Sentì il marito tornare dal turno di notte riconobbe il rumore dei passi. Maria uscì dalla cameretta, richiudendo piano la porta. Marco si sfila le scarpe.

Stanco, visibilmente dimagrito. Lavorava come un mulo per chiudere in fretta il debito preso per la fecondazione assistita.

Dorme? chiese lui a bassa voce.

Dorme. Ha mangiato e si è addormentata subito.

Marco abbracciò Maria, le affondò il viso sul collo. Non diceva spesso ti amo, ma lei lo sapeva benissimo quanto lui le fosse grato.

Perché era rimasta, perché non laveva lasciato per uno sano, per averlo reso padre.

A sedici anni Marco aveva avuto la parotite, curata con il classico metodo italiano: farsi gli eroi e non dire nulla alla mamma. Quando finalmente confessò il dolore e il gonfiore, ormai era tardi. Il medico sentenziò quasi infertilità totale.

Mia madre ha chiamato, disse Marco cupo senza sciogliere labbraccio.

Maria si irrigidì.

E cosa vuole Assunta?

Arriva. Sarà qui a pranzo. Dice che ha fatto le focacce, che le manchiamo.

Maria si divincolò con un sospiro.

Marco, sei proprio sicuro? Laltra volta mi ha fatta venire una crisi isterica con quei suoi consigli sulla camomilla nelle parti basse…

Dai Maria, è sempre mia madre Vuole conoscere la nipote. Un anno è passato e ad Annuccia lha vista solo nelle foto. Sempre la nonna rimane.

La nonna abbozzò un sorriso amaro Maria. Una che chiama nostra figlia fatta male.

Avevano adottato Anna un anno prima. Di bambini sani appena nati nella provincia di Torino ce nerano in lista più delle stelle, e lattesa era eterna.

Aiutò qualche aggancio, una busta di euro bella piena per lospedale, e la saggezza di unamica ostetrica.

La piccola era nata da una ragazzina di sedici anni, spaventata e del tutto impreparata, che una figlia avrebbe rovinato.

Maria si ricordava ancora quel giorno: il fagottino di 3 chili e 200 grammi e quegli occhi blu spalancati.

Va bene concluse Maria , che venga. Ce la faremo a sopravvivere. Ma se ricomincia…

Non ricomincerà assicurò Marco. Promesso.

Arrivò la suocera per pranzo. Assunta entrò in casa, riempiendo subito ogni angolo di spazio, di voce e di personalità.

Era una donna imponente, rumorosa, con quella grinta contadina che ferma i treni, spegne un incendio e dorna il cervello al prossimo.

Mamma mia! sbottò entrando, poggiando una borsa a quadri nellingresso. Il viaggio? Un incubo! In treno si soffoca, in metro ti schiacciano!

Ma qui quanto avete salito? Lascensore tremava, pensavo mi lasciasse giù per sempre!

Buongiorno, mamma Marco le diede un bacio sulla guancia e le prese la borsa pesante. Vieni, lavati le mani.

Assunta si tolse il cappotto e rivelò al mondo il suo abito fiorato stretto stretto. Poi si piantò con gli occhi su Maria.

La osservò dalla testa ai piedi, come si fa con una cavalla al mercato.

Salve, Assunta sorrise Maria.

Salve, salve bofonchiò la suocera. Sei diventata trasparente, Maria. Solo ossa vedo. E mio figlio con cosa si deve aggrappare in casa?

Vedo che Marco si è sciupato… Non lo nutri come si deve, eh? Tu che mangi solo insalatine, lo lasci morire di fame?

Marco sta benissimo tagliò corto Maria, le guance in fiamme. Venite a tavola.

In cucina Assunta incominciò a svuotare la borsa: ne uscivano contenitori di focacce, un vasetto di cetriolini sottaceto, un pezzo di lardo.

Mangiate, che qui in città è tutta plastica. Vi fate le mascelle solo con la chimica.

Sedette appoggiando tutta la massa sui gomiti.

Allora, raccontate. Come va? Avete finito almeno i debiti per quellesperimento vostro?

Maria strinse la forchetta. Esperimento! Così chiamava sei anni di attese, lacrime e speranze.

Quasi finito, mamma borbottò Marco, riempiendosi il piatto. Ma ora basta parlare di soldi.

E di cosa si parla? intervenne Assunta, mordendo la focaccia. Della pioggia? Da noi, a Rivarolo, tuo cugino Tommaso ha avuto la terza bambina!

Bella sana, eh! Quattro chili! E tua sorella Lucia aspetta gemelli. Quella sì che è razza!

La nostra razza, Marco, forte e fertile. Guardò Maria con un sorrisetto.

Sempre se non si rovinano i geni, ovvio…

Maria posò lentamente la forchetta.

Assunta, ne abbiamo già parlato cento volte. Il problema non sono io. Abbiamo le analisi.

Ma va là… agitò la mano la suocera. Quei fogli li scrive il dottore per spillare euro! La parotite, dice lui…

Da noi si ammalarono tutti i ragazzi e adesso hanno figli a calcetto!

Pensi, Marco, che tua moglie ti ha riempito le orecchie per nascondere la sua malattia.

Mamma! Marco batté il palmo sul tavolo. Basta!

Assunta si mise una mano teatrale sul cuore.

Non alzare la voce con tua madre! Ho cresciuto cinque figli, qualcosa la so della vita. La vedo: è tutta stretta, hai le anche da bambina. Da lì non esce mica un figlio! Un fiore senza frutto.

Siamo felici, mamma disse piano Marco. Abbiamo Anna.

Anna… scuoteva la testa Assunta. Fammi vedere, almeno.

Andarono in cameretta. Anna era sveglia e giocava nel letto con un orsetto di peluche.

Vedendo la sconosciuta, fece una smorfia, ma non pianse. Di carattere era calma quanto una tartaruga.

Assunta si avvicinò alla culla. Maria la guardava pronta a fare scudo con la figlia, ché con la suocera meglio non fidarsi.

La osservò, stringendo gli occhi. Poi stese la mano e sfiorò la guancia. Anna si ritrasse.

Da chi ha preso questa? mugugnò insoddisfatta. Gli occhi sono neri. Da noi sono tutti chiari.

Sono blu scuro precisò Maria.

E il naso? A patata. Tu, Maria, ce lhai affilato, Marco lo ha dritto. Qui… mah!

Si raddrizzò, si pulì le mani come avesse toccato il fango.

Razza straniera: queste cose si vedono subito!

Tornarono in cucina. Marco si versò dellacqua, le mani tremavano.

Mamma, senti cercò di parlare calmo , Anna è nostra! Labbiamo scelta col cuore e coi documenti.

Ci proveremo ancora anche da soli. Il medico dice che una speranza cè, pure se minima. Ma anche se non succede: ormai siamo famiglia.

Assunta sedette stringendo le labbra. Si gonfiava di rabbia, lei, madre di cinque, nonna di dodici nipoti; vedere il suo Marco perdere tempo con una straniera la mandava fuori di testa.

Sei un poveraccio, Marco sospirò infine. Trentasette anni, un uomo ancora buono e ti metti a crescere una trovatella!

Non permetterti di chiamarla così! ringhiò Maria.

E cosa devo dire? Principessa?

Tu non dovresti parlare proprio! Non riesci nemmeno a partorire la tua e hai trascinato mio figlio nellinganno. Avete pagato… Avete comprato, come un gattino al mercato!

È nostra figlia!

Figlia è quando la porti in pancia! Quando stai sveglia la notte, quando il vomito ti dà la vita, quando soffri per farla nascere!

E questa fece cenno verso la cameretta. È una recita. Avete preso un usato sicuro da chissà quale ragazzina.

Se pensate che si possono tagliare i geni con laccetta, vi sbagliate. Vedrete come crescerà! Vi farà vedere i sorci verdi, altro che! Meglio lasciarla andare finché siete in tempo!

Maria vide lo sguardo di Marco diventare gelido. Si alzò piano.

Vai via disse a bassa voce.

Assunta si bloccò sorpresa.

Cosa?

Te ne vai da qui! urlò Marco.

Maria tremò. Non laveva visto mai così.

Ma che dici, figliolo… la suocera si aggrappò al tavolo.

NON SONO IL TUO FIGLIOLO! Marco acchiappò la borsa e la lanciò nel corridoio. Non devi mettere più piede in questa casa! Dare via la bambina? Lo pensi davvero?!

Pensi che le persone siano come oggetti? Questa è mia figlia! MIA! E tu… tu…

Smise perfino di respirare.

Sei un mostro, non una madre! Vai nel tuo paese a contare i tuoi purosangue. Da noi puoi stare lontana, per sempre!

Dalla cameretta arrivò un pianto. Maria si lanciò alla porta, ma si fermò notando il volto della suocera cambiare di colore, dal rosso al grigio cenere.

Assunta spalancò la bocca, boccheggiando come una triglia fuori dallacqua. La mano sul cuore si strinse forte al vestito.

Marco… sussurrò. Mi brucia Brucia…

E si afflosciò. Pesante come un sacco di grano, cascò sul fianco rovesciando una sedia. Il tonfo si mischiò col pianto della bambina.

Maria chiamò lambulanza. Marco era in ginocchio vicino alla madre, le mani che tremavano tentando di sbottonarle il vestito.

Mamma, ma che fai? Respira, mamma!

Assunta boccheggiava rumorosamente.

I paramedici arrivarono subito. Il caposquadra gridò:

Infarto massivo! Barella! Presto!

Quando la porta si chiuse dietro il personale, Marco si sedette per terra in ingresso, appoggiando la schiena al muro. Fissò la sciarpa dimenticata dalla madre sulla credenza.

Lho uccisa io? chiese.

Maria si sedette accanto, gli prese la mano gelata.

No. È la sua rabbia, Marco. È lei la causa.

Ma era pur sempre mia madre, Maria.

Lei voleva buttare via nostra figlia come un pacco sbagliato! Marco, svegliati! Tu hai protetto la tua famiglia.

Dopo unora, il telefono di Marco iniziò a vibrare. Chiamava Lucia, poi Tommaso. Non rispose. Poi arrivò un messaggio da una zia:

Tua madre è in terapia intensiva. I medici non danno speranze. Sei la rovina della famiglia! Che tu sia maledetto! Ti disprezziamo tutti. Non farti vedere mai più!

È finita. Non ho più famiglia.

Maria lo abbracciò forte, sentendo il tremore del suo corpo.

No, disse decisa. Ci sono io. Cè Anna. Siamo noi la tua vera famiglia! Quella che non tradisce.

Lo tirò su per la mano.

Dai. Bisogna dare da mangiare ad Anna. Si è spaventata.

La sera si sedettero in cucina. La piccola, tranquilla ormai, giocava con i cubi sul tappeto. Marco la guardava come vedesse un miracolo.

Sai, disse allimprovviso , mia madre aveva ragione su una cosa.

Maria si irrigidì.

Su cosa?

I geni non si lavano via col sapone. Ma i geni non sono solo il colore degli occhi o la forma del naso. Sono la capacità di amare.

Mia madre ha cinque figli e lamore, in lei, è duro come un mattone. E se fossi adottato anche io? Visto che so amare…

Sollevò la figlia e Anna lo afferrò per il naso, scoppiando a ridere. Papà, disse chiaro, per la prima volta.

Marco rimase impietrito. Le lacrime che aveva trattenuto tutto il giorno scesero sulle guance, cadendo su quel pigiamino rosa.

Papà ripeté lui. Sì, piccola. Sono tuo papà. E non ti lascerò mai.

La madre si riprese, ma Marco non volse più parlarle. Da allora, per i parenti, è diventato leretico della famiglia.

Maria non lo ammette ad alta voce, ma in fondo lo preferisce così. Senza drammi, senza umiliazioni, si vive molto meglio.

Di parenti così, anche no.
Non mancano affatto

Voi che ne pensate dei monologhi delle suocere italiane? Scrivetelo qui sotto e mettete un mi piace!

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