La mia migliore amica si è rivelata una traditrice: trent’anni di amicizia, aiuti e sacrifici buttati via per colpa della sua nuova vita agiata – e quando è crollato tutto, aveva il coraggio di bussare ancora alla mia porta

La miglior amica? Una vipera in vestito firmato

Oh dai, smettila, sbuffò lamica alzando gli occhi al cielo. Sempre con queste tue scene da melodramma, Teresa. Adesso ognuna va per la sua strada, su. Bisogna farsene una ragione.

Tu con i tuoi impegni, io con i miei. E poi, diciamocelo, siamo ormai su due livelli diversi. Non posso certo aprire la porta di casa a chiunque bussi, eh.

A chiunque? Teresa sentì un nodo salire in gola. Sono io, quella chiunque?

Clara, io ti ho cucito le tende per quel tuo monolocale con le stoffe avanzate, quando non avevi nemmeno i soldi per la pasta! Ho portato avanti e indietro i tuoi figli da scuola per tre anni!

E allora? Devo forse inginocchiarmi davanti a te per questo? sbottò Clara, stizzita.

Teresa rimase pietrificata: quasi trentanni di amicizia e si ritrovava questo davanti?

Nel taschino del vecchio cappotto primaverile, Teresa trovò un bottone piatto, grigio, coi classici quattro fori. Le tornò in mente subito quella volta, quindici anni prima, che aveva attaccato lo stesso identico bottone sul cappotto di Clara. Le loro bambine correvano in cortile, mentre loro sedevano sulla panchina davanti al portone, e Clara piagnucolava perché suo marito aveva di nuovo dilapidato la busta con i soldi della spesa.

Teresa, senza dir niente, aveva tirato fuori ago e filo dalla borsa, ricucito il maledetto bottone e allungato a Clara una banconota sgualcita da cinquanta euro.

Prendila, disse allora con tono deciso. Per il latte delle bambine. Restituisci quando puoi.

Clara, però, non restituì mai. Né quella volta, né lanno dopo. Teresa non chiese mai indietro niente: per una vera amica, quella con te da una vita, non si fa conti.

Avevano passato di tutto insieme: dagli esami di maturità alle notti a controllare se le figlie tornavano sane da una gita delloratorio, alle interminabili domeniche a incollare carta da parati nella stamberga dove Clara, finalmente, aveva cacciato fuori il marito fallito.

Teresa le portava pentoloni di minestrone quando Clara faceva la trottola fra due lavori sperando di saldare i debiti.

Terry, sei il mio angelo custode, diceva Clara, asciugandosi la faccia rossa di lacrime col canovaccio bisunto. Fossi stata da sola, stavo sotto i ponti, altroché.

Vedrai che un giorno mi tiro su. Ti ripagherò tutto. Giuro che facciamo il giro del mondo insieme!

Teresa rideva, rabboccandole il tè: ma figurati il giro del mondo, basta arrivare a fine mese!

I cambiamenti arrivarono alla chetichella. Un giorno Clara trovò lavoro in una dubbia agenzia immobiliare che rivendeva pezzi di terreno.

Poi la sua voce al telefono divenne secca, le frasi sempre più rapide. Aveva imparato a dire sono occupata.

Clara, passi domani? chiese una volta Teresa. Ho fatto i panzerotti tuoi preferiti, quelli con i carciofi.

Oh, Terry, ma che panzerotti! rispose Clara sdegnosa dallo smartphone. Ho una trattativa importante. E poi, scusa, non mangio più ste cose. Tutto glutine, ci mancherebbe.

Anzi, mi sono iscritta in palestra. Finiamola qua.

Quel poi, ovviamente, non arrivò mai.

Mezzo anno dopo, Clara comprò una macchina: un SUV lucido che occupava mezzo cortile del vecchio palazzo.

Venuta a vantarsene, abbassò solo il finestrino. Aggiustò gli occhiali da sole e indicò il cruscotto rivestito in pelle.

Guarda qui, Terry. Tutto full optional. Altro che la tua scatoletta cigolante.

Teresa toccò il cofano freddo con la mano.

Sono contenta per te, Clara. Sul serio. Vieni su a bere qualcosa? Un succo, brindiamo allacquisto?

Eh, no, controllò lorologio. Ho la manicure in centro tra un quarto dora. E lì, fiato corto: se arrivo tardi mi fanno lo shampoo col ghiaccio.

Teresa rimase a guardare il SUV allontanarsi. Non cera invidia, no. Ma sentiva crescere fra loro unimpercettibile parete di vetro.

Poi Clara cominciò a costruire una casa. Lei la chiamava la residenza. Mandava foto a raffica su WhatsApp: gettano le fondamenta, montano le finestre panoramiche, la designer mostra piastrelle da cento euro al centimetro.

Vieni a vedere! scriveva Clara.

Ma appena Teresa proponeva una data, arrivavano mille scuse: sono coi muratori, sono fuori per acquisti, mal di testa.

Il colpo di grazia arrivò poco prima del compleanno di Clara. Teresa, da vera abitudinaria, le portava in regalo una tovaglia di lino nuova di zecca per lingresso nella nuova casa. Decise di passare allimprovviso.

Sapeva che Clara era a casa: lo aveva letto sui social, dove postava mattina tranquilla nella nuova dimora.

Tre metri daltezza di recinzione, cancello in ferro battuto, video citofono. Teresa premette il pulsante.

Chi è? rispose la padrona in persona.

Clara, sono io. Passavo di qua, pensavo di lasciarti un regalo Ti ho portato una tovaglia, quella che ti piace tanto

Dal lato opposto sentì i passi sulla ghiaia. Il cancello pesante si aprì quel tanto che bastava a vedere Clara.

Stava in vestaglia di seta, capelli perfetti, trucco fresco. Teresa pensò: ma come fa a fare tutto? Dietro di lei, prato inglese perfetto e facciata nuova fiammante.

Clara non si scostò, non la invitò a entrare. Rimase lì a metà cancello.

Ciao Terry, salutò smorzando un sbadiglio. Che succede? Tutto ok? Serve qualcosa?

Teresa resto col sacchetto appeso a mezzaria. Trentanni di amicizia implosi in una domanda sbrigativa e dufficio.

Niente, Clara solo passa. Un pensiero. Speravo in un tè, di vedere la casa Me ne hai parlato così, mi hai mandato mille foto

Clara nemmeno alzò lo sguardo sul sacchetto.

Eh, Terry, proprio oggi no Sto sistemando, poi aspetto ospiti importanti.

E poi, capisci bene: qui è tutto nuovo, arredamento, pavimenti Non si sa mai, magari scivoli col fango sotto le scarpe e lasci tutto da pulire Sei venuta a piedi? E la tua Panda è finalmente deceduta? Dai, lasciami il sacchetto, poi spacchetto e ti faccio sapere.

Allungò la mano, ma Teresa strinse il pacco al petto.

Importanti, eh? bisbigliò Teresa. E io, sono cosa? Nemmeno una persona?

Ecco! Clara indicò laria con un gesto secco. Sempre a cavillare sulle parole! Adesso ti metti a ricordare tutto quello che hai fatto per me?

Guarda, Terry, ti sono riconoscente. Davvero. Ma è passato un secolo, ormai! Ora è tutto cambiato. Ce lho fatta DA SOLA.

Da sola? Teresa rise amaro. Certo, da sola.

Proprio così! E non ho più voglia di portarmi dietro i fardelli del passato. È stancante. Allora? Che vogliamo fare con sto regalo? Io ho altro da fare.

Teresa guardò Clara. Davanti aveva una sconosciuta: faccia liscia, occhi di ghiaccio, mani curate.

Dovera la Clara che si divideva con lei una tavoletta di cioccolato? Dovera la ragazzina che giurava: amiche per sempre, fino allospizio?

Senti, Clara, Teresa posò piano il sacchetto sulla ghiaia ai suoi piedi. Non serve che mi richiami. E la tovaglia fanne quello che vuoi, guidaci pure i tuoi illustri ospiti sopra. O usala per spolverare la credenza.

E va bene, borbottò Clara. Sempre a far tragedie!

Il cancello si richiuse con uno schianto metallico. Teresa restò a fissare il muro invalicabile mentre sentiva i tacchi di Clara allontanarsi.

Andò verso la sua vecchia auto; aveva le gambe di gelatina. Si sedette, diede unocchiata nello specchietto: sul sedile dietro cera un pallone dimenticato da suo nipote. Teresa si ritrovò a piangere senza capire bene il perché. Mise in moto e tornò a casa.

***

Tre mesi dopo. Teresa conduceva la sua solita routine: lavoro, casa, orticello dalla zia la domenica.

Ha bloccato il numero di Clara, non per cattiveria, ma giusto per non cadere nella tentazione di controllare gli sms. Anche se tanto non arrivavano.

Il temporale scoppiò a metà novembre.

Teresa era in cucina a pelare le patate, quando suonano alla porta. Si asciugò le mani, guardò dallo spioncino e rimase così: sulla pianerottolo cera Clara.

Non più la regina con i tacchi, ma una figura stropicciata, struccata e più vecchia di dieci anni almeno. Cappotto sbottonato, mascara colato fino alle guance, capelli spettinati e mani che tremavano.

Teresa aprì.

Terry Clara si aggrappò allo stipite. Fammi entrare Ti prego.

Teresa restò ferma, proprio come aveva fatto Clara sotto il suo cancello tre mesi prima.

Cosa vuoi, Clara? le chiese senza un sorriso. Che ti serve?

Clara sussultò per aver sentito la stessa domanda fatta da lei, ma anni luce prima. Scoppiò a piangere fragorosamente, come solo le donne al limite sanno fare, proprio come dieci anni addietro.

Senti, Terry sono nei guai grossi Ho venduto lappartamento, sai, per investire nella residenza. Ma il terreno, a quanto pare, non era in regola. Documenti falsi, firme inventate hanno bloccato tutto! Conti, macchina ogni cosa.

Oggi mi hanno sfrattata. Mi hanno detto sgombri, grazie. I miei grandi amici? Spariti tutti. Nemmeno mi rispondono al telefono.

Non ho dove andare i miei figli? Si sono dileguati pure loro

Teresa ascoltava senza una piega. Dentro, solo vuoto: né soddisfazione, né compassione.

E quindi? Che vuoi da me, Clara? chiese Teresa, inclinando leggermente il capo. Siamo su due mondi diversi, no? Io sono normale, qui polvere ce nè, arredamento rustico Non sono al tuo livello.

Perdonami! Clara si buttò in ginocchio sullo zerbino spelacchiato. Sono stata unidiota! Mi ero montata la testa! Tu sei la mia unica famiglia Ricorda quando lavavamo le figlie col petrolio contro i pidocchi?

Ricordo annuì Teresa. Ricordo tutto. Anche quella volta che ti ho attaccato il bottone, e tu invece non mi hai fatto entrare a casa tua. Hai detto che ero un passante. Solo una coda da tagliare dal passato.

Ma non pensavo! Ho sbagliato Clara singhiozzava. Terry, solo per stanotte Ho freddo

Teresa guardò fuori, verso la strada: stava calando la sera e cadevano i primi fiocchi di neve.

No, Clara, disse piano ma risoluta. Non posso.

Chiuse la porta. Poi, dopo due minuti, la riaprì.

Tieni la tovaglia. Anche se è nuova, lho lavata. E qui, nellangolo, ci trovi duecento euro. È tutto quello che posso darti.

Teresa Clara cercò di afferrarle la mano.

Basta. Teresa si scostò. Oggi non è proprio il momento adatto. Ho da fare. Ho la mia famiglia.

Tu? Sei forte. Ce lhai fatta da sola, giusto? Adesso risolvi. Dopotutto siamo su livelli diversi, no?

Teresa chiuse la porta gentile, ma ferma. Scattò la serratura. Appoggiò la testa al legno e chiuse gli occhi.

Sentì Clara che si accasciava contro la porta, la voce che supplicava, che pregava, e poi, capendo che era tutto inutile, cominciò a lanciare insulti.

Dopo dieci minuti: il silenzio.

***

Clara oggi vive dalla cugina alla periferia di un paesello vicino Brescia. Dicono sia invecchiata di colpo, lavori alla posta e la sera racconti a chiunque di quanta fortuna avesse, di quanto fosse ricca e di quanto labbia tradita la sua miglior amica: non lha aiutata, non lha accolta, non le ha offerto nemmeno un consiglio né un piatto di minestra.

Teresa lo sa. Ma non risponde alle chiacchiere. Tanto, alla fine, la vita mette ognuno al proprio posto.

Rate article
Add a comment

;-) :| :x :twisted: :smile: :shock: :sad: :roll: :razz: :oops: :o :mrgreen: :lol: :idea: :grin: :evil: :cry: :cool: :arrow: :???: :?: :!:

1 × five =

La mia migliore amica si è rivelata una traditrice: trent’anni di amicizia, aiuti e sacrifici buttati via per colpa della sua nuova vita agiata – e quando è crollato tutto, aveva il coraggio di bussare ancora alla mia porta
TU RESPIRA E BASTA… — Oh, cielo… Ma dove l’hai trovata? Pesa un quintale! Non ti capisco, Oleg. Proprio una sciatteria! Non vedo proprio cosa tu trovi in lei. Mamma, digli qualcosa anche tu — ribatteva indignata Elena. — Dai, Elena, calmati. È la scelta di tuo fratello. È Oleg che dovrà viverci insieme. Che se la sbrighi lui, con la sua promessa sposa — Anna Vittoria guardò interrogativa il figlio. — Avete finito? Bene. Io mi sposo con Tania. E poi, in autunno avremo un figlio. Care donne, il dibattito è chiuso — disse Oleg uscendo dal soggiorno. …Oleg una volta è stato sposato. Con una bellezza. Anche la figlia è rimasta da quel matrimonio. Ha amato sua moglie alla follia. Ma a casa sua non è stato accettato. La suocera ha fatto di tutto per spezzare quell’amore. Oleg è dovuto andare via. In quel periodo si è lasciato andare. Ha iniziato a bere, litigare, cambiare donne… …Proprio quando meno se lo aspettava, è apparsa Tania. Si sono conosciuti in compagnia di amici. Tania ha notato subito Oleg: simpatico, affascinante, brillante. E il suo senso dell’umorismo — nessuno riusciva a farla ridere così velocemente come lui. Insegnava algebra alle superiori. Viveva coi genitori. Aveva ventiquattro anni quando incontrò Oleg. A volte capita: incontri una persona e la ami per la vita, senza motivo, soltanto perché esiste. Senti che è la tua anima gemella, come se la conoscessi da sempre, e la tua vita senza di lei non avrebbe senso. Così è stato per Tania. Oleg, quella sera, non fece caso alla sconosciuta. Innanzitutto era ubriaco perso. Poi, Tania non era il suo tipo. Per niente. Inoltre, aveva chiuso con il matrimonio. “Per me basta, non mi sposerò mai più!” diceva agli amici. Ma in quella compagnia c’era Emma. Incantevole, davvero. Oleg iniziò a conversare con lei, la portò in cucina; poi se ne andarono via insieme, mano nella mano. …Con Emma era tutta un’altra cosa: ragazza frizzante, desiderata da tutti. Oleg la presentò alla sorella Elena. — Bella, ma non è da matrimonio — sentenziò Elena. — Lo so — rispose lui. Emma lo lasciò scegliendo un altro uomo. Oleg non soffrì. Capì che non era la persona giusta, la lasciò andare, senza rimpianti. …Tania aspettò il suo momento. Oleg era libero — doveva agire. Lo invitò a uscire. Lui accettò, non subito. Lo portò a casa sua a conoscere i genitori. A loro piacque tantissimo. E così cominciò tutto. Oleg era sempre circondato da attenzioni. Tania svolazzava sopra di lui come una farfalla. Qualsiasi suo desiderio veniva esaudito all’istante. Dopo sei mesi, Oleg decise di presentare Tania a mamma e sorella. — Ma la ami, Oleg? — chiese la mamma. — No. Ho amato tempo fa… Tu lo sai, mamma. E fa male. Mi basta sapere che Tania mi ama alla follia — rifletté Oleg. — Sarà dura convivere con una donna che non ami, sotto lo stesso tetto. Ti ci abituerai? — Anna Vittoria trattenne le lacrime. — Vedremo — rispose evasivo. …Si celebrò il matrimonio a casa della sposa. — Vivete, amatevi. Se litigate, fate subito pace — li benedisse la suocera. …Litigavano, ma pace non facevano mai. Oleg ricominciò a bere. Tornò dai suoi. Anna Vittoria scosse la testa, ma non disse nulla. Tania arrivò il giorno stesso: — Oleg, che pensi di fare? Torna qui, non ti lascerò mai a nessuno! E Oleg tornò. …Nacque un maschietto. Impegni, corse… La vita prese il via. Oleg si affezionò sempre di più a quella famiglia calorosa. Il suocero e la suocera lo amarono come un figlio. Il boccone migliore — ad Oleg. Quando rientrava, tutti in punta di piedi — doveva riposarsi. Lo viziarono spesso… Oleg non ha mai mancato di rispetto ai genitori di Tania. Li ha sempre onorati. Si è sempre occupato delle faccende di casa. Tania la chiamava solo “Taniuccia”. Sempre. Adorava suo figlio. …Sono volati venticinque anni insieme. Come un giorno soltanto… I genitori sono invecchiati. Sempre più spesso malati. Giorni e notti in ambulatorio. — Oleg, magari una volta fatti vedere anche tu da un dottore — consigliava Tania al marito. — Come vuoi, Taniuccia… — rispondeva lui. …Ma aveva fretta di rifare il recinto in giardino, sistemare casa, riordinare il frutteto. Era sempre di corsa… …Arriva l’ambulanza. — Non c’è più niente da fare. Morte improvvisa… Il terreno le si è aperto sotto i piedi. Tania è svenuta. I medici l’hanno rianimata. — Ma come? Oleg era stato da tutti i dottori, dicevano che stava “benissimo”… E ora, uno scivolone… Tutto così insensato! Non ci credo!!! — Tania urlò. I vecchi genitori erano rannicchiati in disparte, increduli. — Siamo noi, i vecchi, che dovevamo morire! Noi! Perché tanta ingiustizia? — la mamma di Tania scoppiò a piangere. — Oleg! Sei la mia vita! Respira e basta, ti prego… — urlò Tania abbracciando il marito. …Lo hanno seppellito. …Due mesi dopo è morto il papà di Tania. Sul letto di morte mormorava: — Oleg! Portami con te! Dopo un altro mese è morta la mamma di Tania. …Dopo sei mesi Tania ha venduto la casa. Non ce la faceva a starci. Ha comprato un appartamentino. Ha fatto sposare il figlio. …Lo confidava alla sorella di Oleg, dopo sette anni di vedovanza: — Elena, un marito come Oleg non si trova… Ho passato un inferno senza di lui. Non l’ho salvato… Ho detto a mio figlio: seppelliscimi vicino a tuo padre. Che dolore e amarezza senza il mio amore… E il tempo, credimi Elena, non guarisce…