Lultima estate a casa
Lorenzo arrivò di mercoledì, quando il sole aveva già raggiunto il punto più alto e il tetto era così caldo che le tegole sembravano crepitare. Il cancelletto, che era caduto dai cardini tre anni prima, giaceva storto; lui lo scavalcò, fermandosi un attimo davanti al portico. Tre gradini, il più basso ormai marcito. Fece attenzione, poggiò il piede sul secondo, valutando il peso, poi entrò.
Dentro, laria aveva lodore dellumido e dei topi. La polvere si posava uniforme sui davanzali; nella sala da pranzo, una ragnatela dalla trave arrivava fino alla vecchia credenza. Lorenzo spalancò una finestra, la cornice si aprì con fatica e il profumo dortiche calde e erba secca del cortile invase la stanza. Girò per tutte e quattro le camere, annotando nella mente: strofinare i pavimenti, controllare la stufa, sistemare i rubinetti della cucina estiva, gettare via tutto ciò che si era guastato. Poi avrebbe chiamato Matteo, la mamma, i nipoti. Venite in agosto, stiamo qui un mese, come un tempo.
Un tempo era venticinque anni fa, quando il papà era ancora vivo e ogni estate si radunavano qui, tutta la famiglia. Lorenzo ricordava la marmellata nel paiolo di rame, i fratelli con i secchi dacqua dal pozzo, la madre che la sera leggeva ad alta voce sotto al pergolato. Dopo la morte del padre, la madre si era trasferita in città dal figlio minore, e la casa chiusa con le assi alle finestre. Lorenzo ci tornava una volta lanno, solo per assicurarsi che nessuno rubasse nulla, poi ripartiva. Ma quella primavera qualcosa gli era scattato dentro: voleva provare a riprendersi tutto. Almeno per una volta.
La prima settimana lavorò da solo. Ripulì la canna fumaria, sostituì due assi del portico, lavò i vetri. Fece un giro fino al paese grande per comprare vernice e cemento, prese accordi con un elettricista per il nuovo impianto. Il presidente della Pro Loco, incontrandolo allalimentari, scosse la testa:
Ma perché, Lorenzo, ti ostini con questa baracca? Tanto la venderai.
Lorenzo rispose deciso:
Non la vendo prima di ottobre, e proseguì.
Matteo arrivò per primo, sabato sera, con la moglie e i due figli. Scesero dalla macchina, osservarono il cortile e lui si strinse nelle spalle.
Davvero pensi che stiamo qui un mese?
Tre settimane, Lorenzo lo corresse. I bambini stanno allaria aperta. Ti fa bene anche a te.
Non cè nemmeno la doccia.
Cè la vecchia stufa a legna. La scaldo stasera.
I bambini, Niccolò di undici anni e Elisa di otto, si trascinarono stancamente verso laltalena che Lorenzo aveva agganciato al vecchio leccio il giorno prima. La moglie di Matteo, Valeria, entrò silenziosa in casa, trascinando una borsa di provviste. Lorenzo la aiutò a scaricare i bagagli. Il fratello era ancora dubbioso, ma non disse nulla.
La madre arrivò lunedì, portata in auto dal vicino. Entrò piano, si fermò al centro del soggiorno e sospirò.
Era così piccolo, mormorò. Lo ricordavo più grande.
Non ci sei stata da trentanni, mamma.
Trenta due.
Andò in cucina, passò la mano sulla superficie scalfita del piano.
Qui cera sempre freddo. Tuo padre voleva mettere il riscaldamento, ma non lha mai fatto.
Lorenzo avvertì nelle sue parole non nostalgia, ma stanchezza. Le versò un tè, la fece sedere sotto la pergola. La madre guardava lorto e ricordava la fatica di portare lacqua, il mal di schiena per il bucato, le chiacchiere tra vicini. Lorenzo ascoltava, capendo che per lei questa casa era una ferita più che un rifugio.
La sera, quando la madre si ritirò, lui e Matteo stettero vicino al fuoco nel cortile. I bambini già dormivano, Valeria leggeva in salotto, alla luce di una candela lelettricità era tornata soltanto in mezza casa.
Perché ti ostini con tutto questo? chiese Matteo, fissando le braci.
Volevo riunirci.
Ci vediamo già nelle feste.
Non è la stessa cosa.
Matteo rise amaramente.
Lorenzo, sei un sognatore. Pensi che dopo tre settimane qui saremo più uniti?
Non lo so, ammise Lorenzo. Ma volevo provarci.
Il fratello rimase in silenzio, poi più dolce disse:
Sono contento che tu lo abbia fatto. Davvero. Ma non aspettarti miracoli.
Lorenzo non si aspettava miracoli. Ma qualcosa sperava.
I giorni successivi passarono rapidi, pieni di lavori. Lorenzo rimise in sesto la recinzione, Matteo aiutò con il tetto del fienile. Niccolò, che dapprima si annoiava, trovò alcune vecchie canne da pesca e sparì lungo il fiume. Elisa aiutava la nonna a eliminare la gramigna nellorto improvvisato sotto il muro a sud.
Un pomeriggio, mentre dipingevano la pergola tutti insieme, Valeria scoppiò a ridere.
Sembriamo una comune!
Le comuni almeno avevano un piano, ribatté Matteo, sorridendo.
Lorenzo li osservava, sentendo che le tensioni si scioglievano piano piano. La sera cenavano sul lungo tavolo fuori, la madre cucinava la zuppa, Valeria sfornava crostate con la ricotta comprata al caseificio in paese. Si discuteva di piccole cose: la rete anti-zanzare, se falciare il prato, il motore del pozzo che cigolava.
Una sera, a bambini addormentati, la madre rivelò:
Vostro padre voleva vendere questa casa, un anno prima di morire.
Lorenzo restò con la tazza a mezzaria. Matteo si rabbuiò.
Come mai?
Era stanco. Diceva che la casa era unancora. Voleva trasferirsi in città, comprare un appartamento vicino allospedale. Io mi opposi. Pensavo fosse la nostra radice. Discutemmo. Non la vendette mai, morì lanno dopo.
Lorenzo posò la tazza sul tavolo.
Ti senti in colpa?
Non lo so. Sono soltanto stanca di questo posto. Mi ricorda che ho insistito, e lui non ha potuto vivere tranquillo.
Matteo si appoggiò, sconvolto.
Non lavevi mai detto.
Non me lavete mai chiesto.
Lorenzo guardò la madre. Con le spalle curve, le mani rovinate dal tempo, capiva che la casa non era tesoro, ma peso.
Forse avremmo dovuto venderla, sussurrò Lorenzo.
Forse, ammise la madre. Però voi qui siete cresciuti. Conta qualcosa.
Cosa, di preciso?
Lei sollevò lo sguardo.
Il ricordo di ciò che eravate, prima che la vita vi separasse.
Lorenzo non credette subito a quelle parole. Ma il giorno dopo, quando con Matteo e Niccolò andarono al fiume e il ragazzo prese il suo primo persico, vide il fratello abbracciare il figlio ridendo sul serio, svuotato dalla fatica. E la sera, mentre la madre raccontava a Elisa come aveva insegnato a leggere al suo papà proprio lì, sotto la pergola, Lorenzo ascoltando non sentì dolore, ma qualcosa di diverso. Forse, la pace.
Decisero di partire la domenica. La sera prima Lorenzo accese la vecchia stufa, fecero tutti il bagno insieme, poi si raccolsero a bere tè fuori. Niccolò chiese se sarebbero tornati lanno dopo. Matteo guardò Lorenzo, ma non rispose.
La mattina, Lorenzo aiutò a caricare le valigie. La madre lo strinse a lungo.
Grazie di averci chiamato.
Pensavo sarebbe stato meglio.
È stato bello. Ognuno a modo suo.
Matteo gli diede una pacca sulla spalla.
Vendila, se vuoi. Non mi oppongo.
Vedremo.
La macchina si allontanò, la polvere si posò sulla strada. Lorenzo rientrò. Passò per le stanze, raccolse gli ultimi piatti, portò fuori limmondizia. Chiuse le finestrine, sprangò le porte. Estrasse dalla tasca il vecchio lucchetto arrugginito trovato nel fienile, e lo agganciò al cancello. Pesante, ruvido, ma ancora saldo.
Restò davanti al vialetto, guardando la casa. Il tetto nuovo, il portico che non traballava, i vetri lucidi. Sembrava viva. Ma Lorenzo sapeva che era solo apparenza. La casa è viva finché è piena di persone. Per tre settimane era stata veramente viva. Forse può bastare.
Salì sullauto e partì. Nel retrovisore vide per lultima volta il tetto, poi gli alberi lo coprirono. Guidava piano lungo la strada dissestata, pensando che in autunno avrebbe chiamato il notaio. Ma per ora, per ora voleva ricordare loro tutti insieme a tavola, la madre che rideva per la battuta di Matteo, Niccolò che mostrava il pesce appena preso.
La casa aveva fatto il suo dovere. Li aveva riuniti. E questa volta, forse, sarebbe abbastanza per lasciarla andare senza dolore.







