Il vicino fuori età La routine di Pietro si intreccia con quella degli altri inquilini nel condominio alla periferia di Torino. Quando un giovane studente informatico, Ivan, prende in affitto una stanza dalla vedova del piano, il silenzio rassicurante delle giornate di Pietro viene scosso da rumori, risate e da un nuovo ritmo. Due mondi distanti – quello tranquillo e ordinato di chi l’ha sempre abitato e quello vivace di chi è appena arrivato – si scontrano e poi imparano a coesistere fra chat condominiali, problemi di connessione, odori di cucina e partite viste insieme nel piccolo salotto, dove una pianta di ficus cerca la luce proprio come ogni abitante cerca il suo posto. Un racconto sul vicinato, sulle generazioni e sulla possibilità che dalla nostalgia nasca una nuova compagnia, anche tra chi sembra non avere nulla in comune se non un corridoio lungo da attraversare ogni giorno.

Il vicino fuori età

La mattina di Pietro Severi cominciava sempre allo stesso modo. Il bollitore fischiava, la radio in cucina gracchiava e snocciolava notizie sul traffico e sul tempo, due o tre porte sbattevano sulle scale: la gente usciva per andare al lavoro. Da tempo Pietro non aveva più fretta di uscire, ma la vecchia abitudine di alzarsi presto era rimasta, così come il giro quotidiano della casa per controllare che il balcone fosse chiuso, il gas spento, le chiavi al loro posto.

Abitava da più di trentanni in un palazzone di nove piani in periferia di Bologna. Conosceva ogni campanello, sapeva chi sbatteva più forte la porta, chi lasciava sempre il passeggino sul pianerottolo. Al suo piano regnava la calma. E a Pietro piaceva così. La sera poteva sedersi in poltrona, accendere una vecchia serie in TV e, ascoltando il colpo di tosse della vicina dallaltra parte del corridoio, sentiva che la casa era viva ma mai rumorosa.

Anche sulle scale tutto seguiva un ordine ben preciso. Se trovava un avviso storto sul muro, lo raddrizzava; una volta aveva addirittura comprato lo scotch e stampato al computer un nuovo avviso delle pulizie, per sostituire quello pieno di errori. Sul davanzale tra i piani, da sempre, cera il suo ficus, piantato in una bottiglia di plastica ritagliata. In estate lo metteva fuori, vicino alle scale, per portare un po di luce nel grigiore della tromba delle scale.

Quel giorno, quando tutto cambiò appena, Pietro stava proprio innaffiando il ficus. Nellaria si sentiva odore di carne: qualche vicino al piano sotto stava cucinando delle polpette, e il profumo saliva fin su. Lascensore gracidò, si bloccò e le porte si aprirono. Ne uscì un ragazzo, con trolley e zaino. Cuffiette nelle orecchie, il filo collegato al telefono da cui filtrava a fatica una musica ritmata.

Il ragazzo si fermò, guardò i numeri degli appartamenti, poi fissò Pietro.

Buona giornata, disse togliendo un auricolare. Mi scusi, il 237 è da questa parte?

Il 237 è lì, una porta più giù, rispose Pietro. Numerazione strana, qui non hanno mai voluto metterla in ordine.

Il giovane annuì, tirò il trolley. Le ruote rumorose martellavano sulle piastrelle. Lo zaino sfiorò il braccio di Pietro.

Scusi, davvero, disse subito il ragazzo. Sto entrando adesso.

Quel sto entrando diede a Pietro un leggero fastidio. Al 237 abitava la vedova, signora Lidia Bianchi, tranquilla, con la sua gatta. Aveva sentito dire da poco che avrebbe affittato una stanza. Doveva essere quello il nuovo inquilino.

Pietro tornò al suo 235, chiuse la porta e rimase nellingresso ad ascoltare. Dal muro gli giunse il rumore dei mobili trascinati, poi ante di armadio che sbattevano. Dopo poco, suonò il campanello: erano arrivati altri ragazzi. Voci giovani, frasi rapide, qualche risata breve.

Andò in cucina e prese unaltra tazza di tè. Era troppo forte, ma lo bevve lo stesso. Gli tornava in testa la frase della signora Lidia: Eh, la pensione è poca, almeno così e poi gli studenti sono tranquilli. Tranquilli.

La sera si capì subito quanto fossero tranquilli. Appena fece buio, si sentirono buste frusciare in corridoio, una porta sbatté. Dal muro partì la musica. Non fortissima, ma di quelle con bassi che trapassano tutto. Pietro spense la TV per ascoltare. Quel basso batteva regolare, come un colpo sul petto.

Rimase lì dieci minuti, poi si avvicinò al muro e bussò con le dita. La musica non smise. Bussò più forte. Dopo un minuto il volume calò, ma il basso restò.

Eh certo, brontolò, tornando alla poltrona, tranquilli

La notte fu agitata. Verso mezzanotte, la porta sul pianerottolo sbatté così forte da far vibrare il suo armadio. Ridevano, qualcuno bisbigliava, le chiavi non entravano mai nella serratura. Pietro, al buio, contava i battiti del suo cuore. Gli tornavano in mente le regole del gruppo condominiale: Gentili condomini, vi ricordiamo di rispettare il silenzio dopo le 23. Quel messaggio, tempo fa, lo aveva condiviso proprio lui.

La mattina riaprì la porta e vide due paia di scarpe da ginnastica e una giacca, quando prima cerano solo le sue e quelle della signora Lidia. Cera anche una scatola della pizza appoggiata al muro, per fortuna vuota.

Guardò quella scena, ci rimuginò su, poi tornò dentro. Aprì la chat del condominio e iniziò a scrivere: Gentili vicini, si prega di non lasciare oggetti personali sul pianerottolo e di rispettare la quiete. Cancellò. Poi: Chi si è trasferito al 237? Stanotte cera casino. Anche quello cancellato. Inviò solo: Vi chiedo di non lasciare rifiuti sulle scale.

Dopo qualche minuto arrivò una faccina ironica. Poi un messaggio: Di chi sarebbe la spazzatura?. Da noi è pulito. La signora Lidia non scriveva mai in chat, detestava quelle discussioni.

Nel pomeriggio la incontrò in ascensore. Lei stringeva una busta della spesa, con un filone di pane e un ciuffo di prezzemolo che faceva capolino.

Allora, chiese lui piano, ha sistemato linquilino?

Ah, Vincenzo, rispose Lidia, più allegra. Sì, studente dinformatica, educato. Non si preoccupi, gli ho già detto che qui il silenzio è sacro.

Ah sì, fece Pietro. Educato, certo.

La sera, mentre cercava di guardare il telegiornale, la musica ripartì da quel muro: stavolta anche voce, in inglese. Pietro spense la TV, si infilò le pantofole ed uscì.

Suonò alla porta della signora Lidia. La musica, leggermente abbassata, si sentiva lo stesso. Dopo qualche secondo scattò la serratura; in canottiera e pantaloni da casa, apparve Vincenzo.

Buonasera, fece Pietro. La sentite abbassare un po? È tardi.

Vincenzo sbatté le palpebre, tolse lauricolare che portava al collo.

Certamente, scusi. Non me ne sono accorto, stavo ascoltando in cuffia e non mi sono reso conto che avevo lasciato le casse accese. Ora la spengo.

Meglio spegnerla proprio, rispose Pietro secco. Qui la gente riposa, non siamo in un dormitorio.

Capito, annuì il ragazzo. Non succederà più.

Quasi subito la musica scomparve. Pietro tornò in poltrona. Ma lirritazione restava. Non te ne sei accorto, eh pensava come si fa a non accorgersi di quelle casse a tutto volume?

La mattina dopo, nel mezzo del notiziario, qualcuno bussò. Era lo stesso ragazzo, stavolta in jeans e col portatile stretto al petto.

Buongiorno, disse Vincenzo, un po imbarazzato. Volevo scusarmi ancora per ieri. E chiederle: a lei Internet va bene? Io non riesco a connettermi. La signora Lidia ha detto che qui ci abita da tanto e forse sa cosa fare.

Pietro era tentato di rispondere che il suo Internet era affar suo, ma rimase zitto. Vincenzo si stringeva al computer come un ragazzo in prima fila dal preside.

Io ho il cavo, sospirò Pietro. Ma non ci capisco nulla. Cosè che non ti funziona?

È il router metto la password e niente. Ma la signora Lidia dice che una volta lei aveva chiamato un tecnico, quando Internet non andava

Lì Pietro si ricordò di avere davvero il numero del tecnico, scritto su un pezzo di carta attaccato col magnete al frigorifero.

Aspetta, disse, andando in cucina. Come ti chiami?

Vincenzo, arrivò la voce dal corridoio.

Io sono Pietro Severi, disse tornando col foglietto. Prova a chiamare qui. Mi ha risolto tutto.

Grazie mille davvero, si illuminò Vincenzo. Con lo studio senza rete non faccio nulla.

Sera già voltato per andare ma poi si bloccò:

Se per caso dovesse servirle qualcosa col telefono o col computer alzò il laptop io un po ci capisco. Può chiedere.

Per ora funziona tutto, rispose secco Pietro. Arrivederci.

Vincenzo si dileguò. La porta si chiuse senza rumore.

Quella sera, quando Pietro provò invano a trovare le vecchie icone sul telefono dopo lennesimo aggiornamento, ripensò allofferta di aiuto. Ma lorgoglio non gli permise di chiedere nulla. Si arrovellò sullo schermo, imprecò contro quelle lettere minuscole, e riuscì solo a far scomparire anche lorologio dalla schermata.

Il giorno dopo la chat condominiale era in fermento. Qualcuno si lamentava per le scatole della consegna lasciate sulle scale, un altro metteva la foto delle scarpe fuori dalla porta. Pietro riconobbe quelle di Vincenzo. Sotto apparve: Saranno i nuovi del 237. E ancora: Rispettiamo gli spazi comuni.

Lui fissò a lungo lo schermo, poi scrisse: Meglio parlarne di persona che litigare nei gruppi. Si stupì di averlo digitato davvero.

Due giorni dopo, tornando dal mercato con una borsa pesante di patate, vide Vincenzo seduto sui gradini del portone, intento a guardare il telefono e a fumare. Accanto un sacchetto di carta del supermercato.

Non si fuma allingresso, disse Pietro, meccanicamente, passandogli accanto.

Vincenzo si scosse, nascose la sigaretta alle spalle, poi spense tutto nel cestino.

Scusi, disse. Vado via.

Ormai è fatta, borbottò Pietro. Lodore resta.

Salì le scale, ma si voltò. Vincenzo prese il sacchetto, lo infilò in spalla e lo raggiunse davanti alla porta, tenendola aperta perché Pietro, con la borsa, potesse entrare.

Grazie, mormorò Pietro, quasi suo malgrado.

Insieme presero lascensore. Come sempre, si bloccò sobbalzando tra il terzo e il quarto piano. Vincenzo abbracciò il sacchetto per non urtare il vicino.

Lei abita qui da tanto? chiese fissando la luce del numero 8.

Da una vita, tagliò corto Pietro.

Ecco Vincenzo si grattò la testa. Non mi sono ancora abituato. Io vivevo in una casa singola, è diverso. Nessuno scrive messaggi per delle scarpe fuori dalla porta.

E come fate, allora?

Se qualcuno dà fastidio, te lo dice in faccia. Mio padre lanciava la pantofola! sorrise Vincenzo. Altro che foto in chat.

Arrivarono al piano.

Qui puoi anche parlare, osservò Pietro. Ma prima siedi a posto le scarpe, poi contesta.

Lo farò, annuì serio Vincenzo.

Dopo qualche giorno, Pietro ebbe problemi col contatore dellacqua. Lamministratore del condominio mandò lavviso: niente lettura, bolletta a forfait. Chiamò lufficio, Serve subito la lettura o aggiungiamo la penale. Si inginocchiò sotto il lavello con la torcia del cellulare. Le cifre erano minuscole, la schiena gli faceva male.

Imprecò, tornò a sedersi. Gli tornò in mente la frase di Vincenzo: Se serve, aiuto io. In un primo momento borbottò, poi alla fine suonò al 237.

La porta si aprì subito. Vincenzo aveva ancora le cuffie, ma senza musica.

Pietro Severi? fece stupito.

Avevi detto che te ne intendi iniziò Pietro, capendo di parlare a vuoto. Devo leggere il contatore e inserirlo online. Non riesco a centrare i numeri. E la schiena

Certo! si illuminò il ragazzo. Prendo il telefono.

Entrò con discrezione, si tolse le scarpe e le sistemò bene vicine: a Pietro quellabitudine non sfuggì.

Il contatore dovè?

Sotto il lavello.

In silenzio, Vincenzo si inginocchiò, illuminò coi LED, dettò le cifre e inserì tutto sul sito dellamministrazione.

Fatto disse. Arriverà un SMS di conferma.

Grazie Pietro si sentì un po a disagio. Al telefono ti spiegano le cose come se fossi un ingegnere

Sono sempre così, rise Vincenzo. Le va bene anche scaricare lapp, così fa tutto prima?

Macché app, si schermì Pietro. Queste cose non fanno per me.

Non cè nulla di difficile, rispose paziente. Se vuole, le faccio vedere.

In pochi secondi installò l’icona dellamministrazione. Pietro guardava come una magia; ascoltava, ma non ricordava la metà delle istruzioni.

Da quel momento, il ragazzo gli risultò più simpatico. Certo, le visite notturne degli amici, i profumi di cibo oltre il muro e le risate forti continuavano a disturbarlo, ma a quellinsofferenza si aggiunse una strana sensazione: era come se facesse parte, suo malgrado, di un mondo nuovo, frenetico.

Una notte, verso mezzanotte, nella stanza di Vincenzo si sentì un brusio particolare: risate forti, qualcuno vedeva un video a volume così alto che si udivano i dialoghi. Pietro sopportò un po, poi indossò la vestaglia e andò alla porta. Nella chat condominiale comparivano intanto i messaggi: Che rumore al 237?, Sempre loro?, Chiamiamo i vigili.

Pietro lesse tutto, la rabbia saliva come la pressione nel bollitore. Suonò deciso a Vincenzo.

Non aprirono subito. Sul fondo la risata si affievolì, qualcuno bisbigliò. Poi uscì Vincenzo spettinato, dietro di lui scorse due persone, un ragazzo e una ragazza suoi coetanei.

Pietro Severi cominciò, ma il vicino lo bloccò:

Sai che ora è? piano, ma fermo. Qui si dorme. Non è carino urlare così. A te piacerebbe avere schiamazzi dallaltra parte?

Vincenzo abbassò gli occhi.

Mi scusi ora smettiamo. Non ci ho pensato.

Appunto, ribadì Pietro. Mai che pensiate anche agli altri. Il condominio non ruota solo intorno a voi.

La ragazza intervenne:

Ci stiamo per andare, davvero. Scusi ancora.

Basta che non si ripeta, sospirò Pietro. In chat chiedono già aiuto ai carabinieri.

Nessun bisogno, fece subito Vincenzo. Adesso facciamo silenzio.

Chiuse la porta e in pochi minuti tutto tornò calmo. Ma Pietro non si sentì sollevato: una strana pesantezza gli rimase addosso, come se avesse spezzato qualcosa, non solo sgridato un vicino.

Il giorno dopo, tornando dalla posta, vide Vincenzo vicino al raccoglitore della carta, assorto a leggere lavviso sulla differenziata.

Salve, lo salutò per primo il ragazzo. Volevo di nuovo scusarmi per laltra sera. Davvero non pensavamo fosse così forte.

Le pareti sono di carta, sbottò Pietro. Si sente tutto.

Silenzio. Solo i sacchetti che frusciavano.

Ma lei chiese impacciato Vincenzo Lei vive da solo?

Detto senza malizia, ma a Pietro lo stesso si chiuse qualcosa dentro.

A te che importa? troppo brusco.

Niente, si schermì subito Vincenzo. Solo la signora Lidia diceva che vive qui da tantissimo. Ho pensato

Pensa ai tuoi di studi, tagliò Pietro e andò allascensore.

Dentro vide il suo riflesso stanco nello specchio: capelli bianchi, rughe, la bocca dura. Perché ti sei scagliato così contro di lui? si domandò. Ma non disse nulla.

Passarono un paio di settimane, poi, una mattina di sabato, successe il guaio: una perdita nelle tubature. Pietro si svegliò al rumore di gocce. Pensava fosse il rubinetto, invece era lingresso: una riga sottile veniva dal soffitto e faceva una pozza sul tappeto.

Imprecò, mise una bacinella, chiamò subito lamministratore. Intervento idraulico già in corso, si è rotto un tubo al nono. La chat del condominio esplose di foto a soffitti macchiati. Qualcuno temeva per la corrente.

Mentre trascinava stracci qua e là, sentir bussare. Era Vincenzo, con una bacinella in mano.

Anche da lei piove? chiese.

Eh già, sospirò Pietro indicando il soffitto.

Da noi gocciola su una ciabatta elettrica. Ho staccato tutto, ma è meglio togliere anche i mobili dalle pareti. Serve aiuto?

Mossi un armadio in due, sistemarono unaltra bacinella. Vincenzo spostava i mobili senza lamentarsi, Pietro sentiva la schiena cedere ma non mollava.

Meglio non sforzarsi, suggerì Vincenzo. Faccio io.

Non sono ancora da buttare, tagliò Pietro. Abbi pazienza.

Alla fine, la squadra dellacqua sbarrò il tubo, la perdita cessò. Restarono macchie al soffitto e il tappeto bagnato. In cucina, Pietro offrì un tè in tazze diverse. Vincenzo aveva i capelli umidi, la maglietta macchiata.

Sa, da noi una volta il tetto crollò e mio padre bestemmiava tre giorni. Poi si mise su da solo a riparare, mentre io ero già via. Me ne parlò solo al telefono.

E tu, perché sei partito? domandò Pietro, senza capire nemmeno lui perché glielo chiedesse.

Per studio, fece Vincenzo. Da me cera solo lITIS, io sono venuto qui a Bologna, università a spese dello Stato. I miei hanno detto: Vai, non perdere loccasione. Però qui tutto sembra di nessuno. Città grande, tutti corrono, nessuno conosce nessuno. Allinizio abitavo in uno studentato: una follia. Poi sono venuto qui sperando nella calma.

Calma, certo sorrise Pietro. Ne hai trovata.

Vincenzo fece un sorriso timido.

Ci provo, davvero. Solo che ogni tanto a me la troppa calma mette ansia. Sembra di vivere in un museo, silenzio come in biblioteca.

E che male cè nel silenzio? chiese Pietro.

Nulla, scrollò le spalle Vincenzo. Ma se è troppo, si pensa troppo.

Si zittirono, guardando ciascuno la sua tazza. In lontananza, qualcuno bucava il muro a colpi di trapano.

Insomma, sei informatico, disse Pietro per rompere la pausa.

Sì più che altro provo a diventarlo. Il primo esame quasi non lo passo. A volte penso di mollare tutto e tornare a casa a lavorare. Ma mio padre mi direbbe che sono un debole.

I padri sono così, sospirò Pietro. Anche il mio.

Non gli andava di raccontare come anche lui, anni fa, fosse partito dal paese, condivideva la stanza in una vecchia casa degli studenti, lavorava fino a sera in cantiere. Ma in quelle parole sentì una nostalgia familiare: la paura di non farcela.

Dopo la perdita si incrociavano più spesso: in ascensore, davanti alle cassette della posta. Ogni tanto scambiavano due battute. Vincenzo ormai abbassava subito la musica se per sbaglio la teneva alta, come se si ascoltasse da solo.

Un pomeriggio dinverno, le cinque già scure, a Pietro doleva il ginocchio: camminare era quasi impossibile. Si sedette in cucina, provò ad alzarsi senza riuscirci. Le medicine erano in camera, dove non sarebbe mai arrivato da solo.

Imprecò, prese il telefono. Non voleva disturbare il gruppo del condominio né chiamare il 112. Alla fine, compose il numero di Vincenzo, lasciatogli dopo la storia dei contatori.

Pronto? sentì la voce.

Sono Pietro, cercò di suonare normale. Sei a casa?

Sì, capita qualcosa?

Nulla, mentì. Puoi venire un attimo se non sei occupato?

In un momento, Vincenzo era già sulla soglia.

Ho la gamba, confessò Pietro. Le medicine sono in stanza. Io non ci arrivo.

Vincenzo prese subito le pastiglie, un bicchiere dacqua, lo aiutò a sedersi e mise il cuscino sotto la gamba.

Serve un medico?

No, vecchie ferite, scacciò Pietro.

Che ferite?

Da giovane sono caduto per le scale. Adesso si fanno sentire.

Vincenzo rimase seduto.

Se avesse bisogno, mi chiami. Tanto la notte studio. Sono qui.

Studia, studia, annuì Pietro. Noi alla tua età pensavamo solo a portare i mattoni in cantiere.

Almeno sapevate parlare, fece Vincenzo. Noi litighiamo solo nelle chat.

Lì sorrise anche Pietro.

Linverno arrivò silenzioso. Sulle scale faceva più freddo, tirava aria dalle vecchie finestre. Tutti si rintanavano in casa, accendevano stufette e facevano il tè.

A gennaio la signora Lidia partì per una settimana dalla figlia. Scrisse nella chat che, in caso, si poteva chiedere a Vincenzo, che rimaneva in casa. Pietro lesse Adesso è lui il capofamiglia e sorrise.

Una sera, fuori grossi fiocchi di neve, in cucina la cipolla sfrigolava in padella. Bussarono. Vincenzo era lì, con una busta.

Ho fatto il minestrone, disse lieve. Ne ho cucinato troppo se le va.

Mangiatelo tu!

Lho già fatto, sorrise. E la signora Lidia non cè. So che le fa piacere una zuppa calda.

Pietro non ricordava di averlo mai detto ma non protestò. Il minestrone, portato in un barattolo, era ottimo: forse un po salato, ma sostanzioso. Pietro mangiava e pensava che, strano come sia, proprio il ragazzo che allinizio odiava per il casino lo stava ora sfamando.

Qualche giorno dopo fu Vincenzo, con il portatile, a bussare da Pietro.

Pietro, volevo chiederle un favore. Questa sera cè la partita, gioca la nostra. Ma la mia app è bloccata, dicono che qui cè ancora la TV via cavo. Posso vedere da lei? Giuro che sto zitto.

Pietro avrebbe voluto dire che ormai il calcio non gli interessava più tanto. Ma dentro sentiva ancora la voglia di gridare rigore!, di maledire larbitro, di discutere con il telecronista.

Dai, vieni. Togli le scarpe.

Si sistemarono sul vecchio divano. Vincenzo era rigidissimo, quasi in apnea. In TV, dopo una mezzora, a metà partita, preparò due tè.

Pensavo tifasse per unaltra squadra, osservò, vedendo la sciarpa sullo scaffale.

E da cosa lhai capito?

Cè appesa una sciarpa vecchissima.

Eh, la sciarpa ha la mia età.

Ma almeno è rimasta fedele.

Durante la partita, urlavano insieme ai gol sbagliati, poi si calmavano. Pietro si sorprese a ridere di cuore, come solo capitava una volta.

Alla fine, ormai a sera:

Grazie, disse Vincenzo. Mi sembrava dessere a casa. Io, da piccolo, la partita la vedevo sempre con papà, solo che lui urlava più forte.

Anche io posso ancora gridare, rise Pietro. Solo con estranei mi vergogno.

Ma io non mi sento più estraneo, disse piano Vincenzo.

Quei minuti rimasero sospesi: Pietro non seppe cosa rispondere, annuì soltanto.

La primavera arrivò in sordina. I bambini giocavano di nuovo in cortile, la sabbia dellanno prima compariva insieme alle carte di caramelle. Sulle scale profumo di pittura: lamministrazione si era finalmente decisa a dare una mano di bianco. Un imbianchino, tuta sporca, faceva scorrere il pennello sulle macchie.

Quando il sole tornò caldo sul davanzale del ficus, la signora Lidia bussò da Pietro.

Sono io, Pietro, disse appena lui aprì. Volevo il suo parere. Vincenzo tra poco va via: esami, tirocinio. Non so se continuare a affittare la stanza. Da un lato servono i soldi, dallaltro che fatica.

Va via? chiese lui, come se non lavesse sentita.

Sì. Ha trovato una stanza vicino alluniversità. Da qui ci mette troppo. Lei che dice, riprendo qualcun altro?

Pietro strinse le spalle, ma dentro sentì uno strano vuoto.

Fa come vuole, rispose. A te tocca viverci insieme, non a me.

Già, sospirò lei. Mi sono anche affezionata. Lui, alla fine, non è cattivo. E se poi ne prendo uno che

Non terminò. Ma si erano capiti.

Rimasto solo, Pietro fissò a lungo il ficus. Che cresceva verso la luce, coi nuovi germogli aperti piano piano.

Quella sera incontrò Vincenzo allascensore.

Dicono che traslochi, tentò di sembrare neutro.

Sì, annuì Vincenzo. Ho trovato una camera vicino alluniversità. Da qui ci metto unora e mezza, là venti minuti. E tra poco la sessione, meglio essere comodo.

Giusto, disse Pietro. Bisogna muoversi.

Mentre lascensore scendeva si fece silenzio. Al quinto si fermò, nessuno salì. Poi ripartì.

Le lascio la password del Wi-Fi, ok? disse uscendo Vincenzo. Non si sa mai che la signora Lidia affitti di nuovo, così avete tutto già pronto. O anche il mio vecchio modem, se volete.

Grazie, ma sono già a fatica con le tue app.

Come vuole, sorrideva il ragazzo.

Nelle due settimane seguenti bevvero ancora qualche tè, si scambiarono parole sulle notizie e sulle commedie vecchie e nuove. Vincenzo dava una mano con le borse della spesa, Pietro riparò una sedia spiegando come stringere una vite.

Il giorno della partenza il trolley era di nuovo nel corridoio. Vincenzo trafficava con la combinazione, zaino in spalla. Lidia fremeva, raccomandando mille cose.

Pietro uscì dalla sua porta.

Allora, disse. Parti.

Sì, fece il ragazzo. Grazie davvero per tutto. E per i contatori e per la partita.

Per il rumore no, borbottò Pietro, ma senza cattiveria.

Per il rumore chiedo scusa, disse Vincenzo serio. Ho fatto il possibile.

Si guardarono.

Stai attento, disse Pietro. Non mollare lo studio. Se no poi finisci come me a pestare scale con la bacinella.

Promesso. Se mai esitò. Ha il mio numero, se serve qualcosa col cellulare o il modem, scriva pure. Provo ad aiutarla.

Va bene, annuì Pietro. Lo terrò a mente.

Arrivato lascensore, il ragazzo caricò il trolley, si voltò:

Arrivederci, Pietro Severi.

Buon viaggio, Vincenzo.

Appena si chiusero le porte, tornò il silenzio. Troppo silenzio. Solo il suo giaccone appeso, niente scarpe, nessuna scatola, solo odore di pittura e di biscotti dal piano sotto.

La sera, in poltrona con la radio bassa, notò allimprovviso che il silenzio era così denso da far sentire lacqua nei termosifoni. Aprì il telefono, scorrendo i contatti: Vincenzo stava a metà elenco. Aprì la chat, guardò lo schermo vuoto. Scrisse: Arrivato? e tenne il dito sul tasto di invio.

Alla fine spedì.

La risposta arrivò dopo poco: Tutto bene, grazie di aver chiesto. Subito un altro: Silenzio da voi? e una faccina.

Pietro sorrise.

Silenzio, scrisse. Forse troppo. Poi aggiunse: Ricorda che qui non è uno studentato, e una faccina anche lui.

Promesso, ricevette di rimando.

Appoggiò il telefono e andò in cucina. Mentre il bollitore fischiava, mise due tazze sul tavolo per abitudine, ma dopo ripose la seconda. Guardò fuori: nel cortile bambini giocavano a pallone, qualcuno portava il cane. Dal portone accanto si sentì una porta sbattere.

Prese il tè, si sedette. Il ficus si protendeva verso la luce, sul davanzale. Vide la sedia vuota davanti e pensò che, forse, un giorno qualcun altro si sarebbe seduto lì. Non per forza Vincenzo, non per forza un giovane. Qualcuno con cui litigare per il rumore, farsi aiutare per il telefono o vedere insieme una partita.

Questa idea, stranamente, non lo spaventò più.

Bevve un sorso di tè. In casa era silenzio, sì ma quel silenzio ora sembrava solo la pausa di una conversazione, in attesa di qualcuno che ritorna, sbattendo la porta ma non troppo forte.

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Il vicino fuori età La routine di Pietro si intreccia con quella degli altri inquilini nel condominio alla periferia di Torino. Quando un giovane studente informatico, Ivan, prende in affitto una stanza dalla vedova del piano, il silenzio rassicurante delle giornate di Pietro viene scosso da rumori, risate e da un nuovo ritmo. Due mondi distanti – quello tranquillo e ordinato di chi l’ha sempre abitato e quello vivace di chi è appena arrivato – si scontrano e poi imparano a coesistere fra chat condominiali, problemi di connessione, odori di cucina e partite viste insieme nel piccolo salotto, dove una pianta di ficus cerca la luce proprio come ogni abitante cerca il suo posto. Un racconto sul vicinato, sulle generazioni e sulla possibilità che dalla nostalgia nasca una nuova compagnia, anche tra chi sembra non avere nulla in comune se non un corridoio lungo da attraversare ogni giorno.
“O mamma, ma questi tuoi chili di troppo? Non pensi che siano un problema? – La mamma di Dima non si dava per vinta. – Secondo me io non ho chili di troppo, anzi, il mio futuro marito è più che soddisfatto così. Non tutte devono essere magrissime come fuscelle o minute come pollicine. – replicò ironicamente Olga, lanciando uno sguardo a Elena e alla madre di Dima. A tanta faccia tosta, Elena arrossì. – Mamma! Hai comprato il tè dimagrante? E i semi di chia? Perché mi hai messo così tanto burro nel porridge, sono tutte calorie in più! Dima, hai preso ancora il pane bianco? Fa male! Bisogna bere tre bicchieri d’acqua al mattino, se no il peso non cala… Dov’è la mia acqua?! – Queste frasi Dima le sentiva da quando era piccolo. Sua madre e sua sorella erano eternamente ossessionate dalla linea. Ora, a trentotto anni, la sorella non era mai stata sposata e ricordava a Dima un cavallo magro, curvo e dagli occhi sempre affamati. La madre, invece, un ferro da maglia rigido e sottile. Tutto ciò lo aveva talmente stancato che Dima era sempre stato attratto da persone solari, con buon appetito. E aveva sempre sognato che sua futura moglie fosse diversa da madre e sorella. E l’aveva finalmente trovata! Si chiamava Olga. Olga… Anche il nome era morbido, piacevole e dolce, come una pasta profumata. No, Olga non era grassa. Ma a un metro e 73 pesava 85 chili. Tutti quei chili trasudavano salute e buonumore. Seni alti, vita sottile, forme femminili e fossette sulle guance paffutelle che veniva voglia di pizzicare. Tutto questo mandò Dima in estasi appena la vide. Una sera accompagnò la sorella in banca per delle commissioni. Lei prese il numerino e si sedette, mentre lui passeggiava per la sala in attesa. D’un tratto sentì una risata argentina come campanelli. Era sommessa, ma così contagiosa che Dima sorrise suo malgrado. Desideroso di vedere l’autrice, seguì il suono. Era l’addetta allo sportello, intenta a servire un cliente anziano che aveva detto qualcosa di molto buffo. Dima non riusciva a staccarle gli occhi di dosso… Capelli ondulati, bocca a cuore. E sì, decisamente era una ragazza formosa, era evidente… Tornando in auto con la sorella, ascoltava distrattamente il suo monologo, ma in realtà era rimasto lì, in banca, vicino a quella ragazza. – Dima, mi ascolti? – chiese seccata Elena. – Certo Elena, ti ascolto. – Cercò di ricordare di cosa parlasse. – Gli ho detto che non mangio carne fritta, solo petto di pollo bollito… – si lamentava la sorella del suo ennesimo corteggiatore. Dima annuiva comprensivo, fingendo sdegno… Il giorno dopo, sul tardi, tornò in banca. L’oggetto dei suoi pensieri era lì e Dima tirò un sospiro di sollievo. Aspettò la chiusura, poi prese delle rose dalla macchina e si avvicinò alla ragazza. – Signorina, non le serve un uomo… o magari un genero per sua mamma? – sparò una frase fatta e le porse le rose. Forse aveva un’aria così confusa e buffa che lei scoppiò in una risata cristallina, ma accettò i fiori. – Che meraviglia! Come profumano! – Abbassò il viso sui fiori, inspirando il profumo, e lui la contemplava… Da quel momento furono inseparabili. Succede nella vita: incontri una persona e capisci che è la tua, e non ti serve altro. Così fu per Dima e Olga. Un mese dopo le chiese di sposarlo e lei accettò felice. Mancava solo incontrare i genitori. I genitori di Olga li accolsero con una tavola imbandita, torte, risate e allegria. La mamma, una donna bellissima e burrosa, lo baciò sulle guance, imbarazzandolo non poco. Il padre gli diede una pacca sulla spalla e lo portò in cucina. – Stai lontano dalle donne, che ti massacrano. Ma non ti preoccupare, Natalia Evgen’evna, la mamma di Olga, è una donna che porta pace! Per questo la amo da trent’anni. E Olga è un vero diamante. Trattala bene, figliolo. – disse fissandolo. Poi restarono a tavola a lungo. Tutti mangiavano con appetito, ridevano forte, raccontavano aneddoti. Poi Ivan Dmitrič, padre di Olga, suonò la chitarra e tutti cantarono in coro. Dima si sentiva come a casa. Tre giorni dopo si recarono dai genitori di Dima. Lungo la strada, Olga comprò degli éclairs artigianali in pasticceria. Alle cinque arrivarono. Ad aprire fu la mamma di Dima, Galina Anatol’evna. – Oh… Ciao cari… – Guardava Olga stupefatta, per qualche secondo rimase a bocca aperta, aggrappata alla maniglia… – Mamma, ti voglio bene anch’io. Possiamo entrare? – Dima la spinse piano verso l’interno, finalmente entrarono. – Sì, certo figliolo… accomodatevi… E tu sei Olga, vero? – Si riprese e squadrò Olga da capo a piedi senza ritegno. – Sì, sono Olga! Piacere di conoscerla. – Olga le strinse la mano ed entrò. La mamma di Dima restò a guardarla sorpresa. – Papà, Elena, mamma, questa è Olga, la mia fidanzata. Abbiamo fatto la promessa di matrimonio, a breve ci sposiamo. Olga, questa è la mia famiglia. Mia sorella Elena, mamma Galina Anatol’evna, papà Mikita Sergeevič. – Dima presentò la fidanzata. La notizia delle nozze fu uno shock per i suoi familiari e rimasero zitti, lievemente sconvolti. In sala regnava il silenzio, si sentivano solo le posate… – Insomma! Olga! Siamo davvero felici di averti e benvenuta in famiglia. Che c’è lì, una bottiglia? Ottimo! E qualche dolcetto, ma questi sono per voi ragazze. – cercò di rompere l’imbarazzo papà Mikita Sergeevič. – No no, noi non mangiamo pasticcini, specie la sera. Cosa dici, Olga… – Galina Anatol’evna allontanò quasi con disprezzo la scatola. – Beh, voi non li mangiate. Noi sì! Dammi qui la scatola, vediamo che c’è. Sono sicuro che Olga non porta mai niente di male. Giusto, Olga? – tuonò allegro il papà. Tutti finalmente si calmavano. In tavola c’erano cioccolato, stuzzichini leggeri e una bottiglia di spumante. Si stappò, si brindò, ma subito tornò il gelo. – Mamma, ho conosciuto i genitori di Olga. Sono persone meravigliose. Vi piaceranno. – Dima cercava di fare conversazione. Olga guardava il bicchiere, Elena fissava Olga. Il papà raccontò una barzelletta, tutti risero, la tensione si allentò un po’. – Olga, non preoccuparti: conosco una bravissima dietologa. Ti metterò in contatto con lei, vedrai che risolvi il tuo problema… – disse all’improvviso la mamma. – Problema? Io non ho nessun problema. – Olga era sinceramente sorpresa. – Come no? Olga, e questi tuoi chili di troppo? Non sono un problema? – la mamma di Dima insisteva. – Secondo me non ho chili in più, specialmente visto che vanno bene al mio futuro marito. Non tutte devono essere magre come stecchini o fatine. – Olga diede un’occhiata sarcastica a Elena e alla madre di Dima. Elena impallidì. – Olga, tu hai almeno venti chili di troppo! Fa male alla salute. E quando partorirai, chissà cosa ti succederà… – Quando sarò mamma, sarò ancora più bella e avrò accanto a me mio marito e nostro figlio. E tu, Elena? Immagino che una donna così snella abbia sicuramente un marito bell’uomo e almeno un paio di figli… – ribatté Olga con gusto, assaporando un pasticcino. Elena deglutì, scandalizzata e pronta a ribattere, ma la discussione fu interrotta dal brindisi di Mikita Sergeevič: – Alle donne di questa famiglia, così diverse e così amate! Uscirono dopo due ore, si guardarono e risero insieme. – Ecco, non mi aspettavo certo che la futura suocera mi dicesse che sono doppia! – Olga, amore, sei bellissima e tu lo sai! Mamma e Elena? Perdonale, i parenti non si scelgono. Il matrimonio era fissato per il 25 agosto. Quel giorno, amici e parenti si radunarono in Comune per assistere alle nozze. Dopo la cerimonia tutti andarono in ristorante. La sposa brillava in un magnifico abito che esaltava la sua figura femminile e affascinante. Lo sposo non la perdeva di vista. La madre della sposa, Natalia Evgen’evna, non era meno bella né meno formosa della figlia, ed era ammirata da metà dei presenti. Spiccava in mezzo alla magra e segaligna suocera, chiusa in un abito cupo. La sorella Elena era la copia della madre, solo più giovane. Partì la musica e gli sposi aprirono le danze. Ballavano, incantati l’uno dall’altra. Sembrava non esistesse nessun altro. Gli invitati ammiravano commossi. – Eh già… Alla sposa non farebbe male perdere qualche chilo. È proprio esagerata, e l’abito pure non la aiuta… – commentò a mezza voce la madre di Dima. Si dice che le parole scappano come gli uccelli e non puoi più riprenderle… Forse Galina Anatol’evna avrebbe voluto rimangiarsi quelle, ma era tardi. Tutti l’avevano sentita… per sua sfortuna. – Guarda che molti uomini non si gettano sulle ossa. Preferiscono donne vere, vive. Tuo figlio, per esempio, è tra questi. E tu, cara consuocera, usa le parole con attenzione, perché io potrei anche perdere la pazienza quando si parla di mia figlia… – replicò Natalia Evgen’evna minacciosa, puntando il faldone verso la suocera e schiacciandola al muro. Le due donne si fissarono per qualche secondo, una spaventata, l’altra furibonda. Ivan Dmitrič, capendo la situazione, intervenne subito. – Ehi, ragazze! Mi sembra che stiate già facendo amicizia. Ma devo rapire mia moglie, signora Galina Anatol’evna! Natalina, ti invito a ballare. Gli sposi hanno già ballato, ora tocca a noi. Lui prese per la vita la moglie e si lanciarono in un valzer. La musica, la gioia e la festa riempivano la sala. Il matrimonio cantava e danzava, come nelle più belle canzoni italiane. Speriamo che gli sposi vivano felici e contenti… perché questa è la cosa più importante, vero?