Il diario della salute di Natalia: routine quotidiana, diagnosi di ipertensione, sfide tra tabelle, rinunce e dolci tentazioni, tra autocontrollo, cadute e il coraggio di ripartire ogni giorno nella vita di una donna italiana.

Diario della salute

Le mie mattine iniziavano tutte allo stesso modo: la sveglia sul cellulare, una rapida occhiata alle notizie, e in cucina già lo sfrigolio della padella. E immancabile la voce di mia moglie dallaltra stanza:

Mi prepari il caffè?

Caterina metteva la moka sul fuoco e, senza accorgersene, versava più zucchero di quanto ne avesse intenzione. Poi si riprendeva, ricordandosi che “devo mangiare meno dolce”, si rabbuiava e spostava il porta-zucchero. Io entravo in cucina, le davo un bacio sulla guancia e, quasi senza guardare, allungavo la mano verso il cestino del pane.

Sempre pane bianco? commentava lei, non riuscendo a trattenersi.

Cosaltro dovrei prendere? sorridevo. Sei tu che lo compri.

Effettivamente era così. Pane bianco, filone per il tè, biscotti per gli ospiti, cioccolato che poi lei mangiava un pezzettino ogni sera davanti alla TV. Nella sua testa viveva sempre quel pensiero di fondo: Dovrei perdere peso, Dovrei pensare a me stessa. Ma tra il lavoro da contabile, la spesa, il bucato e le chiamate con nostro figlio, che studiava a Bologna, tutto finiva relegato a dopo. A volte Caterina iniziava una dieta di tre giorni, conteggiava le calorie con unapp, ma poi cedeva a una pastarella in ufficio e cancellava subito lapplicazione per non doverci pensare.

Andava dai medici come richiesto: certificato per la piscina, controlli periodici quando la ditta li organizzava. Misurava la pressione solo quando sentiva le tempie martellare, e spesso dava la colpa alla stanchezza e ai nervi.

Quel giorno era entrata al poliambulatorio perché, sull’autobus per l’ufficio, le era girata la testa al punto da dover scendere una fermata prima e restare aggrappata a un palo. Il cuore batteva forte, le mani sudate e sentiva una strana oppressione al petto. Era riuscita comunque ad arrivare in ufficio, aveva resistito mezza giornata, ma dopo pranzo una collega laveva osservata dicendo:

Sei pallida. Vai dal medico, tanto è qui di fronte.

Caterina aveva minimizzato, ma verso sera la testa le aveva girato ancora, e si era accorta che aveva paura di tornare a casa da sola. Chiamò un taxi e, una volta a casa, decise: Domani vado dal medico, tanto devo chiedere il foglio per le analisi.

Si prenotò online, sorpresa dal fatto di aver trovato posto già il giorno dopo. La mattina, invece della solita fretta, si ritrovò in sala dattesa, mentre il tono della macchinetta della pressione si sentiva dalla stanza accanto e il corridoio odorava di cloro, medicinali e dolci profumi di qualche signora.

La dottoressa, una giovane con la coda raccolta, controllò la sua scheda, le misurò la pressione, ascoltò il cuore, fece domande. Poi scrisse i fogli: sangue, urine, visita cardiologica, endocrinologo.

Nulla di grave? chiese Caterina indossando il maglione.

È presto per dirlo, rispose la dottoressa, tranquilla. La pressione è alta, il polso rapido. Bisogna vedere le analisi, fare ECG e ecografia. E comunque è utile controllare, sono anni che non fa una visita completa.

Caterina fece il prelievo, aspettò il suo turno per lECG, si sdraiò sul lettino mentre linfermiera applicava ventose fredde al petto. Il nastro scivolava, e lei pensava che sarebbe dovuta arrivare al lavoro in tempo per pranzo, se no la capa lavrebbe guardata male.

La diagnosi arrivò una settimana dopo, dal cardiologo. Un uomo sui cinquantanni, con il volto stanco, sfogliava le analisi, cliccava col mouse, inseriva dati nel PC.

Ha una ipertensione arteriosa di secondo grado disse infine. E ci sono piccoli cambiamenti al cuore. Non è una condanna, ma non è solo stress o stanchezza. È una condizione cronica, cui deve imparare a convivere.

A Caterina si seccò la gola.

È pericoloso?

Pericoloso se non si cura. La pressione elevata aumenta i rischi. Ma se prende i farmaci, segue la dieta e si muove di più, si può tenere tutto sotto controllo.

Prese un foglio, iniziò a scrivere una tabella: al mattino questa pillola, la sera unaltra, misuri la pressione ogni giorno, controlli le analisi ogni sei mesi.

Deve perdere peso. Limitare il sale, il fritto, i grassi, lalcol. Camminare di più. Fuma?

No.

Bene. Ma il caffè al massimo una tazzina al giorno, e non troppo forte.

Lei ascoltava, annuiva, ma dentro sentiva crescere il rifiuto. Cronico? Pillole ogni giorno? Ma non era anziana, aveva quarantadue anni, lavorava, aveva progetti, ferie in estate.

Per sempre? le sfuggì.

Per tanto tempo, la corregse. Ma può influire sullandamento. Serve disciplina. Le stampo le raccomandazioni.

Uscì dallambulatorio con una pila di fogli, la ricetta e una nuova identità: “ipertensione cronica”. Nel corridoio squillava un telefono, qualcuno inveiva contro laccettazione, un bimbo piangeva per il vaccino. Il mondo proseguiva, e lei in borsa portava un foglio che cambiava la sua vita.

A casa ci mise tempo a raccontarmelo. A cena, le passai come sempre il sale.

Mi hanno detto di limitarlo, il sale, sospirò.

Come mai? le chiesi, sorpreso.

Raccontò tutto brevemente, tralasciando i termini medici. Le pillole, la pressione, devo stare attenta.

Su, provai a sdrammatizzare. Chi ha la pressione normale ormai? Anche la mia ogni tanto schizza.

Tu ogni tanto, io ora sempre, rispose, e mi stupì la rabbia che sentii nel suo tono.

Tacevo, poi chiesi con cautela:

E adesso?

Pillole, routine. Meno sale, meno grassi, più movimento. Sempre, non per due settimane.

Quella notte la sentii rigirarsi. Ascoltava il ritmo del cuore nel silenzio, come se ogni battito fosse troppo forte, troppo potente. Immaginava i vasi sanguigni che potevano cedere. Le tornavano in mente le storie di amici colpiti da ictus improvviso. Si sedette sul letto, accese la lucina e tirò fuori la lista delle indicazioni.

In fondo, in piccolo, cerano fattori controllabili dal paziente. Alimentazione. Attività fisica. Peso. Abbandono di abitudini nocive. Autocontrollo.

Quella parola autocontrollo la colpì. Ripensò alle infinite diete iniziate il lunedì e finite il mercoledì. Ai quaderni della nuova vita, con esercizi e tabelle, lasciati dopo una settimana. Alle applicazioni che ricordavano di bere acqua, disattivate perché la seccavano.

Se ricomincio e lascio di nuovo, a che serve tutto questo? pensò.

Il giorno dopo, seduto in cucina davanti al tè, aprì il cassetto e tirò fuori il vecchio quaderno delle elementari di nostro figlio, con la copertina ormai sbiadita e qualche pagina già scritta. Strappò i fogli usati, accarezzò il foglio pulito.

Alla prima riga scrisse: Diario della salute. Caterina. Sotto, in piccolo: Giorno 1.

Mattina: pressione 152/95. Polso 92. Pillola n°1: presa. Colazione: fiocchi di avena con acqua, mela, tè senza zucchero. Umore: ansiosa, ma determinata.

Guardava quelle parole e si sentiva come sollevata. Sembrava che mettere tutto nero su bianco le permettesse di gestire la situazione; come se le righe e le colonne dessero un senso di ordine.

Al lavoro scaricò unapp conta-passi. Le colleghe la presero in giro quando, in pausa pranzo, invece di stare in sala cucina con il microonde, uscì a fare il giro dellisolato.

Ma ti stai allenando per la maratona? le chiese una.

Devo camminare, rispose Caterina, stupita dal tono deciso.

La sera riaprì il quaderno.

Pranzo: zuppa di verdure, grano saraceno, pollo bollito. Niente pane. Tè senza zucchero. Passi: 4870. Pressione: 145/90. Pillola n°2: presa. Stato: stanca, ma contenta.

Dopo una settimana nacquero le tabelle: data, pressione al mattino, alla sera, pillole, cibo, passi, stato fisico. Usava il righello per segnare le colonne, evidenziava le giornate migliori con la penna verde.

Io scherzavo:

Sembra un progetto.

Non è un progetto, rispondeva lei. È la mia vita.

Eppure, le tabelle le davano davvero la sensazione di star vivendo un progetto: obiettivi, numeri, un piano chiaro portare la pressione nei valori giusti, perdere dieci chili, diventare una persona sana. Leggeva blog di chi aveva cambiato stile di vita, stampava la lista delle calorie e la affiggeva al frigo.

Allinizio tutto filava liscio. Si alzava dieci minuti prima per misurare e annotare la pressione. Fiocchi o ricotta a colazione, pranzo portato da casa, camminata in pausa. La sera ginnastica davanti al notebook. Su Skype il figlio la spronava:

Sei bravissima, mamma.

Sorrideva e sentiva crescere la fiducia.

Ma la vita non era fatta di tabelle. Alla fine del mese, periodo di dichiarazioni e controlli in contabilità. Rimaneva a lavoro fino a tardi, tornava affamata e nervosa. Una sera entrò al supermercato per cinque minuti e uscì con kefir e insalata ma anche con un filone, formaggio, salame e cioccolato.

A casa prese il kefir, tagliò il cetriolo. Poi vide il pane. Solo un pezzo ho mangiato poco tutto il giorno. Il pezzo diventò due grosse fette con burro e formaggio. Poi una striscia di cioccolato e poi ancora.

Quando si riprese, la carta del cioccolato era vuota, il senso di pesantezza. In testa una voce: Ecco, tutto da capo. Non riesci mai a finirla.

Sedette, aprì il quaderno. La mano restò sospesa sulla riga cena. Scrivere filone, formaggio, cioccolato sembrava una sconfitta.

Se non lo scrivo, non è successo, pensò. Ma si corresse subito: Altrimenti che senso ha farlo?

Scrisse: Cena: filone con burro e formaggio (2 fette grandi), cioccolato (circa metà tavoletta). Pressione: non misurata. Pillola presa. Stato: rabbia verso me stessa, pesantezza.

Il foglio sembrava rovinato. Le righe verdi dei giorni precedenti la prendevano in giro. Chiuse il quaderno e lo mise nel cassetto.

Il mattino seguente non aveva voglia di scrivere nulla. Prese la pillola, misurò la pressione (158/98!), fece una smorfia e pensò: Lo segno dopo. Ma il dopo non arrivò. In ufficio, torta per il compleanno di una collega, cede anche lì. Di sera proposi:

Ordiniamo una pizza? Non ho voglia di cucinare.

Va bene, disse lei, anche se dentro sapeva che non avrebbe dovuto.

Due pizze, bibita, film. Il diario restò chiuso nel cassetto.

Passarono altri giorni. Si accorse che evitava di guardare il tavolo dove il quaderno di solito aspettava aperto. Misurava la pressione meno spesso, le pillole a orari variabili. Che sarà mai se oggi la prendo più tardi?, si diceva.

Poi, una sera, tornata da lavoro, sentì di nuovo quelloppressione al petto, la testa pesante. Si sedette sul divano, misurò la pressione: 176/104. Le cifre le sembravano enormi.

Che succede? chiesi dalla cucina.

Niente, rispose meccanicamente, spegnendo il misuratore.

Quella notte si svegliò col cuore impazzito, rigirando nella mente il pensiero di aver rovinato tutto. Che quelle fette di pane, la torta, la pizza avevano cancellato ogni progresso. Di nuovo, si sentiva una eterna fallita.

La mattina decise di riaprire il quaderno. Vide il bianco dei giorni saltati. Per qualche minuto restò a guardarli, poi scrisse in stampatello: Pausa. Sbandamento. Ho mangiato di tutto, non ho misurato la pressione. Mi spaventa ricominciare.

La mano tremava. Chiuse il quaderno e scoppiò a piangere piano, quasi senza rumore, seduta sullo sgabello in cucina. Le lacrime caddero sulla copertina disegnata con le macchinine.

Entrai, mi fermai sulla soglia.

Coshai?

Niente, rispose lei, asciugandosi gli occhi. Solo stanca.

È per quel diario? indicai il quaderno. Forse stai esagerando?

E come faccio a non esagerare, se questo sarà per tutta la vita? scattò. Se mollo, finisce che

Mi avvicinai, le passai un braccio sulle spalle.

Dai, non sei mica un robot. Sei stata bravissima. Si può, ogni tanto cioè

Si può anche morire ogni tanto? disse pungente. E subito si pentì: io mi irrigidii.

Non intendevo quello.

Calò il silenzio. Mi sedetti davanti a lei, senza sapere come continuare. Poi, con cautela:

Forse dovresti parlarne di nuovo col medico. Digli che è pesante.

Lei sospirò.

Che dirà? Coraggio?

Eppure il pensiero rimase. Qualche giorno dopo aveva lappuntamento dal cardiologo, dove doveva portare il diario e le nuove analisi. Allinizio pensava di non portarlo, per non mostrare le pagine sbagliate. Alla fine lo mise in borsa.

Lambulatorio era caldo, la finestra chiusa, due fiori di plastica sul davanzale. Il medico sfogliò le analisi, misurò la pressione, annuì.

Migliorata, ma ancora instabile. Come sta assumendo i farmaci?

Lei esitò, poi tirò fuori il quaderno.

Sto tenendo un diario ma qui aperse sulla pagina delle righe verdi e delle confessioni sui filoni e il cioccolato.

Lui guardò, si fermò sul pausa, sbandamento.

È buono che lei lo abbia scritto, disse inaspettatamente.

Buono? alzò lo sguardo.

Sì. Perché è la verità. Nessuno vive senza sbagliare. Importa vedere cosa succede, non fingere che sia tutto perfetto. Lei è contabile, giusto?

Sì.

Nei bilanci, quando trova un errore, cosa fa?

Lo correggo, rispose di istinto.

Non fa finta che non esista. Il diario serve a capire, non a giudicarsi. Non è il quaderno della prima della classe, è uno strumento. Non per colpevolizzarsi, ma per capire come vanno le cose. E sì, ci saranno giorni di pane e cioccolato. Conta che cosa decide dopo.

Lei tacque, avvertendo qualcosa cambiare. Lui continuò:

Vedo che ci sta lavorando, che si impegna. È già tanto. Ma non lo trasformi in un esame. Non deve dimostrare niente a me. È la sua vita. Pensilo come unosservazione, non come una verifica.

Tornando a casa, rimuginava. Non verifica. Osservazione. Era nuovo. Fino a quel momento aveva pensato solo bene o male. Dieta o abbandono.

La sera si mise al tavolo. Aprì il quaderno sul giorno nuovo e scrisse:

Giorno 27. Mattina: pressione 149/92. Pillola: sì. Colazione: grano saraceno, uovo, tè. Il medico mi ha detto che il diario non è una verifica. Provare a non rimproverarmi per gli sbandamenti, ma vedere che cosa li provoca.

Si interrogò: cosa aveva causato lo sbandamento col filone? Stanchezza, periodo pesante, fame, la sensazione di tanto non ce la faccio. Scrisse: Trigger: grande stanchezza, sentirsi sola a impegnarsi.

La parola trigger laveva trovata in un articolo. Le piacque sapere che si possono chiamare così, in modo scientifico, non solo sono debole.

Col tempo il diario cambiò. Non solo numeri e cibo, ma anche brevi note sulle emozioni.

Oggi la capa mi ha sgridato. Avevo voglia di dolci la sera. Ho scelto tè e una mela, poi ho fatto due passi. Ma lamaro dentro è rimasto.

Sabato. Mio marito propone la grigliata. Gli dico che meglio evitare il grasso. Si è offeso: Allora non sei più dei nostri? Ho mangiato un pezzo di carne senza pelle, tanti ortaggi. Pressione ok. Sento che non mi sono tradita, ma è stato comunque difficile.

Cominciava a segnare non solo cosa ho mangiato, ma anche cosa ho sentito. A volte era più difficile che fare i conti. Ma sentiva che, se doveva vivere con questo per molti anni, doveva capire se stessa, non solo i valori della pressione.

Chi ci stava attorno reagiva in modo diverso. Nostro figlio su Skype chiedeva:

Come va la pressione, mamma? Cammini?

Lei allinizio si infastidiva, ma capì che era pura premura. Si accordarono che lui avrebbe evitato di chiederlo ogni giorno, e lei gli avrebbe mandato un messaggio settimanale: Tutto stabile o Saltata, sto cercando la causa.

Io ero diviso tra troppa attenzione e totale dimenticanza.

Hai preso la pillola? domandavo al mattino, quasi ansioso.

Sono adulta, mi ricordo da sola.

Sono solo preoccupato.

Un giorno litigammo. Caterina tornò da una giornata pesante; trovò sul tavolo patate fritte e spezzatino.

Ti ho detto che non posso mangiare fritto, disse stanca.

E allora adesso che facciamo, tutta la vita a lesso? scattai. Anche io vorrei mangiare come si deve.

Cucina ciò che vuoi, io mi preparo altro.

Ottimo, ora ceniamo separatamente. Un menù da malata, uno da sani! sbottai.

La parola malata la ferì. Sentii il nodo salire.

Non lo scelgo, disse piano. Non ho chiesto la pressione alta. Ma non voglio essere separata tra malata e sani.

Mi scusai. Era paura che mi usciva. Paura che le succedesse qualcosa.

Dopo il silenzio, concordammo di pianificare i pasti insieme. Che io potevo cucinarmi le patate fritte, ma avremmo messo a tavola sempre qualcosa che andasse bene anche per lei. Che non avrei più chiesto ogni giorno delle pillole, ma lei mi avrebbe detto se stava poco bene.

Il diario rifletteva anche questo.

Giorno 43. Disaccordo col marito per il cibo. Ho capito che anche lui ha paura. Abbiamo concordato nuove regole. Conclusione: devo comunicare quello che sento e desidero.

Ci furono altri sbandamenti. Un giorno era così stanca che non prese la pillola della sera. Andò a dormire pensando una volta non cambia nulla. Ma poi si svegliò di notte, con la testa che ronzava e la pressione alta. Sedette aspettando leffetto della pillola, riflettendo su quanto fosse facile trascurare se stessa.

La mattina scrisse:

Dimenticato la pillola (in realtà, rimandata per stanchezza). Pressione alta di notte. Paura. Conclusione: meglio non giocare col fuoco, ma anche non auto-punirmi tutto il giorno. Solo imparare.

Le tabelle rigide nel tempo lasciarono spazio a forme più flessibili. Segnava ancora pressione e farmaci, ma descriveva il cibo senza ossessione: principalmente verdure e cereali, poco dolce, tanto pane, sento pesantezza. Per i passi, abbassò lobiettivo: almeno tremila al giorno, se di più, meglio, ma non è obbligatorio.

Per la ginnastica, trovò su internet una routine di dieci minuti; la mattina la inseriva più facilmente. A volte ne faceva solo metà, segnando: 5 minuti di allenamento, meglio che niente.

Sfogliando il quaderno, notò che le sottolineature verdi erano meno frequenti, ma anche le autocritiche erano quasi sparite. Al posto di fallimento cera stanca, invece di sono debole cera ho bisogno di supporto.

Dopo qualche mese, altra visita dal cardiologo. Le analisi mostravano valori stabili: pressione ancora variabile, ma più bassa. Il medico, dopo aver sfogliato il diario, annuì.

Vedo che ha trovato il suo ritmo. È importante. Non serve essere eroici. Bisogna essere stabili.

Mi piacque la parola stabilità. Meno drammatica di battaglia o vittoria. Un po come uno sgabello che non traballa.

La sera, tornata a casa, non corse subito a cucinare. Si cambiò, mise le scarpe da ginnastica, prese la giacca leggera.

Dove vai? chiesi dalla sala.

Faccio due passi. Vieni?

Sì, spensi la televisione, e lo segnai mentalmente come una piccola vittoria.

Uscimmo sfruttando una serata tiepida, non troppo calda. Al parco giochi bambini giocavano ancora a nascondino, due vicine sedute coi sacchetti della spesa chiacchieravano. Laria fresca portava lodore di terra umida e di qualche sugo dalla finestra vicina.

Camminavamo il solito giro: intorno al condominio, accanto alla scuola, per il piccolo giardino. Caterina sentiva il cuore battere piano, senza ansia. Non contava i passi, il cellulare nascosto li rilevava da sé.

Cosa ha detto il medico? chiesi.

Ha detto che va meglio. Che non devo mollare, ma neanche pretendere la perfezione.

Bene, annuii. Mi sembri più tranquilla.

Ci pensò su. Sì, la preoccupazione cera ancora. Di notte a volte si svegliava e ascoltava il cuore. Se il misuratore segnava un valore troppo alto, sentiva il gelo dentro. Ma adesso sentiva anche che non era più indifesa: aveva strumenti. Pillole, passeggiate, il diario dove poteva scrivere sinceramente oggi è dura e non sarebbe stata una condanna.

A casa, in cucina, si versò un bicchiere dacqua. Il quaderno era lì. Lo aprì e scrisse con calma:

Giorno 123. Mattina: pressione 138/88. Pillola: sì. Oggi ero stanca, volevo solo sdraiarmi. Ho fatto 10 minuti di ginnastica. Passeggiata serale con mio marito, circa mezzora. Abbiamo parlato delle ferie. La diagnosi rimane, la paura a volte ritorna. Ma ho il mio sostegno: abitudini, appunti, persone. Non sono perfetta, ma ci sono.

Pose il punto, chiuse il quaderno, lo lasciò sul bordo del tavolo per trovarlo subito la mattina. Sul fuoco sobbolliva il grano saraceno, nel lavandino due piatti della cena leggera. In sala io cercavo il film da guardare.

Caterina si sedette sullo sgabello, ascoltando se stessa. Il cuore batté tranquillo. Nessuno slogan di nuova vita: solo la certezza che domani avrebbe misurato la pressione, preso le pillole, scritto cosa aveva mangiato e come si sentiva. Forse avrebbe ceduto di nuovo al dolce, forse avrebbe fatto un giro in più attorno alla casa.

E in quel forse non cera più disastro, ma semplice vita: da accettare comè, con le tabelle, gli errori e tanti, piccoli, ma veri passi avanti.

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Il diario della salute di Natalia: routine quotidiana, diagnosi di ipertensione, sfide tra tabelle, rinunce e dolci tentazioni, tra autocontrollo, cadute e il coraggio di ripartire ogni giorno nella vita di una donna italiana.
L’ho conosciuto alle superiori: avevamo entrambi 15 anni e dopo pochi mesi siamo diventati una coppi…