Ma davvero, Riccardo? Dimmi che è solo uno scherzo, dai. Oppure forse ho capito male perché il rubinetto faceva rumore?
Valeria ha chiuso lacqua, si è asciugata le mani nel canovaccio e si è voltata piano verso suo marito. Nellaria cera il profumo di verdure bollite, prezzemolo fresco e mandarini: il mix perfetto per la vigilia di Capodanno. Mancavano sei ore alla mezzanotte. Sul tavolo cerano già montagne di ingredienti per linsalata russa, lanatra alle mele stava dorando lenta nel forno, e la gelatina di carne, lavorata tutta la nottata, riposava in frigo.
Riccardo si era fermato sulla soglia, in imbarazzo. Continuava a torturarsi i bottoni della camicia, segnale infallibile che era consapevole di aver combinato qualcosa di assurdo, ma non sembrava intenzionato a cambiare idea.
Dai, Vale, non cominciare… la sua voce era quasi supplichevole. Elisabetta ha avuto un problema alle tubature. Non proprio rotte, ma non hanno acqua e nemmeno riscaldamento. Ti immagini che triste stare al freddo con i ragazzi proprio a Capodanno? Non ce la faccio a dire di no. Sono pur sempre i miei figli…
I figli sì, sono tuoi Valeria cercava di mantenere la calma, ma dentro si sentiva ferita Ma Elisabetta? Lei è sempre una tua responsabilità? Non poteva andare da sua madre? Da qualche amica? In albergo, magari? Con gli alimenti che le passi, potrebbe permettersi una suite.
Sua mamma è in Riviera, le amiche sono fuori Milano Riccardo abbassò lo sguardo. È una festa di famiglia, Vale. Ai bambini farebbe piacere stare con il padre questa notte. Dai, ci sediamo insieme, ceniamo, guardiamo i fuochi. Che sarà mai? La casa è grande, cè posto per tutti.
Valeria si guardò attorno. Sì, la casa era spaziosa. Ma era il loro spazio. Lo aveva pulito e addobbato tutta la settimana: gli addobbi scelti in base alle tende, il profumo nuovo per Riccardo, quello che desiderava da mesi. Aveva immaginato quel momento diversamente: candele, lucine, musica dolce e loro due soli. Era il primo Capodanno da tre anni che non dovevano andare da nessuno né invitare nessuno. E adesso tutta la magia crollava come un castello di carte.
Riccardo, avevamo detto ricordò lei sottovoce Avevamo promesso: questa volta solo noi due. Non ho mai avuto problemi coi tuoi figli, lo sai. Li accetto sempre quando vengono. Ma Elisabetta… Una cosa è cenare coi bambini, una cosa è invitare al nostro tavolo la tua ex moglie. Ti rendi conto?
Esageri, dai fece lui, sforzandosi di apparire sicuro. Siamo adulti. Elisabetta non è certo una nemica, è la madre dei miei figli. Non fare legoista, Vale. È Capodanno, non vorrai essere così crudele… Arrivano tra poco.
E sparì di corsa dalla cucina, come se temesse che Valeria gli tirasse dietro qualcosa. Lei rimase immobile, le braccia sul piano di lavoro. Il forno crepitava allegramente, ma lappetito le era sparito. Non fare legoista. Quella frase laveva ferita più di tutto. In tre anni aveva cercato di essere la moglie ideale. Sempre disponibile, mai un ostacolo coi figli, nemmeno quando Elisabetta chiamava a ogni ora per farsi riparare qualcosa o per farsi portare il gatto dal veterinario. Questa era la riconoscenza.
Tagliò le patate in silenzio, sperando che la rabbia sbollisse. Forse esagerava. Forse Elisabetta sarebbe stata gentile? In fondo, a Capodanno un po di magia si spera sempre.
La magia non arrivò. Il campanello suonò puntuale dopo cinquanta minuti. Valeria fece appena in tempo a infilarsi il vestito elegante e una passata di trucco. Riccardo aprì la porta con entusiasmo.
Sullingresso irrompe una piccola folla: prima i bimbi, Matteo di dieci e Davide di sette. Corse, scarpe sporche, urla. E poi, regale come una nave rompighiaccio, arriva Elisabetta.
Indossava un vestito rosso fiammante, scollato, con in mano borsoni enormi. Profumo dolce e pesante, che copriva allistante quello di mandarini in tutta la casa.
Oh, finalmente! squilla lei, scrollando neve dal cappotto direttamente sul pavimento. Un traffico assurdo, ho dovuto pregare il tassista di partire! Riccardo, prendi questi pacchi, sono regali per i bambini e lo spumante. Quello buono, mica come quello che compri tu.
Valeria uscì sorridendo educata.
Buonasera, Elisabetta. Ciao bambini.
Elisabetta la squadro per bene, soffermandosi impietosamente sul suo abito semplice.
Ciao, Valeria rispose scocciata. Uh, che caldo qui! Tenete le finestre chiuse? E le mie pantofole rosa? Riccardo, dove sono?
Aspetta, Eli, le cerco lui si mise a rovistare tra le scarpe.
Eli. Valeria sentì una fitta. Aveva pantofole dedicate la ex in casa loro! E Riccardo ne conosceva esattamente il posto.
Gli ospiti si sistemano in salotto. I bambini hanno già acceso la TV al massimo e saltano sul divano nuovo, quello che Valeria ha sempre tenuto perfetto.
Matteo, Davide, un po più piano, dai provò lei, gentile.
Lascia stare, sono bambini! la stoppò Elisabetta, piantandosi in poltrona. Devono sfogarsi. Riccardo, mi versi dellacqua? Sto morendo di sete.
Per unora fu lo show di Elisabetta. Ispezionava lalbero (Che decorazioni tristi, da noi erano più allegre), criticava la tavola (Ma che sono tutte queste forchette? Non siamo mica a Buckingham Palace!), sgridava i bambini o li coccolava. Riccardo la seguiva come un cameriere, tra cuscini, volume, caricabatterie. Valeria intanto apparecchiava, ma si sentiva più una colf che una padrona di casa.
Vale, ma linsalata russa la fai con il prosciutto cotto? Oddio, roba vecchia! Riccardo la vuole col manzo, non lo sai? Labbiamo sempre fatta così!
Da tre anni Riccardo mangia la mia insalata senza problemi replicò Valeria secca dalla cucina, sbattendo il vassoio.
Vabbè, sarà solo educato ridacchiò Elisabetta. Povero il mio Riccardo, si forza ma mangia
Riccardo si limitò a sorridere. Non la difese. Non rispose: Vale cucina da Dio. Niente. Solo silenzio, per non rovinare lumore allex.
Quello fu il primo campanello dallarme. Il secondo quando Valeria tirò fuori dal forno lanatra: dorata, croccante, era una meraviglia. Con orgoglio la mise al centro della tavola.
Ecco a voi: anatra con mele Annurca e prugne secche.
I bambini si avvicinarono storcendo il naso.
Ma è bruciata! strillò Davide. Non la voglio! Papà, vogliamo la pizza!
Non è bruciata, è la crosta croccante provò a spiegare Valeria.
Eh, ma dai, ai bambini certe cose non piacciono intervenne Elisabetta, lanciando unocchiata schifata. Troppo grassa, e con le prugne Chi mai mette le prugne nellanatra? Riccardo, ordina pizza per loro. E anche per me, va, non mi fido a mangiare lanatra. Sai che ho lo stomaco delicato.
Riccardo guardò Valeria, imbarazzato.
Vale, forse davvero È festa, ai bambini fa piacere la pizza. Ordino, ci metto cinque minuti.
Davvero? la voce di Valeria si incrinò. Ho impiegato ore per cucinarla. Una giornata intera a marinare. È il mio piatto migliore.
Non te la prendere Riccardo cercò di abbracciarla, ma Valeria si scostò. Questione di gusti, dai. Mangiamo tutto, così la tavola è più ricca.
Mentre Riccardo ordinava la pizza e chiedeva ad Elisabetta che gusto volesse, Valeria si sedette. Le sembrava irreale. Non era più la sua serata. Suo marito parlava di farciture di pizza con la ex, mentre lei veniva derisa per lanatra.
Riccardo, ti ricordi quando abbiamo passato il Capodanno 2015 io e te? Alla baita? Tu vestito da Babbo Natale? La barba ti si staccava sempre! Ah come ridevamo!
Certo che mi ricordo! Riccardo si illuminò. E tu facevi la Befana, ti si ruppe il tacco fra la neve!
Cominciarono a rievocare ricordi: il mare, la prima auto, i primi passi di Matteo. Ridevano, scherzavano. Quel passato era solo loro. E Valeria si sentiva trasparente, uno zero, solo un oggetto seduto alla tavola.
I bambini continuarono a correre. Uno urtò il bicchiere di vino rosso appena posato sulla tovaglia che Valeria aveva stirato per unora. Si rovesciò subito: macchia proprio al centro.
Ecco, guarda si spazientì Elisabetta Riccardo, che guardi? Pulisci! E comunque, chi mette il vino vicino ai bambini? Valeria, hai del sale? Altrimenti la tovaglia non si salva. Vabbè, era semplice, la puoi rimpiazzare.
Valeria si alzò con calma. I rumori festosi sembravano lontanissimi, coperti dal brusio nelle orecchie. Guardò Riccardo: stava già spargendo sale sulla macchia, obbediente alle direttive dellex. Nemmeno unocchiata a lei. Zero domande, zero preoccupazione. Solo il sollievo di servire la sua vecchia famiglia.
Capì che lei, lì dentro, non cera. Solo la sua presenza fisica, niente di più. Lunica cosa che contava per Riccardo era ripagare Elisabetta e i ragazzi delle sue colpe, coccolarli. Lei invece era diventata decorazione, cameriera.
Valeria uscì senza dire nulla dal soggiorno. Nessuno notò il suo gesto. Elisabetta parlava ancora della suocera e Riccardo rideva.
In camera da letto, silenzio. La luce gialla del lampione filtrava dalla finestra. Valeria scelse una borsa piccola: mani ferme, respirava laria gelida e lucida della chiarezza. Jeans, maglione caldo, biancheria, un po di trucco, caricabatterie, carta didentità.
Si cambiò, lasciando il vestito da festa sul letto. Messo gli stivali, si guardò allo specchio: viso stanco ma grintoso, bocca serrata.
Sul corridoio sentì il campanello: era la pizza.
Evviva! Pizza! gridavano i bambini.
Riccardo, pago tu che ho solo i pezzi grossi! ordinava Elisabetta.
Valeria passò davanti al soggiorno. Riccardo era di spalle alla porta, pagava il fattorino. Appena tornò dentro, lei aprì la porta di ingresso e sgusciò fuori. Il click della serratura perse tra il rumore della casa. Attese lascensore, e solo mentre scendeva i piani si permise un respiro.
Fuori nevicava grosso. La città era pronta per la mezzanotte, petardi ovunque, gente che rideva. Valeria chiamò la sua migliore amica.
Serena, sveglia? domandò appena rispose.
Ma sei matta? È Capodanno, siamo qui con Marco a stappare lo spumante! Cosè successo Vale, hai una voce… triste.
Ho mollato Riccardo. Posso venire da voi?
Ma certo amore! Marco, prepara un posto in più, arriva Vale! Dove sei? Ti mando un taxi!
Dopo quaranta minuti Valeria era seduta nella cucina di Serena. Atmosfera calda, profumo di cannella, quiete. Marco si ritirò in salotto, lasciando le due amiche sole.
Racconta Serena le preparò il thé con limone. Che ha combinato quellimbecille?
Valeria raccontò tutto: il rubinetto rotto di Elisabetta, linsalata russa, il revival dei ricordi, lanatra snobbata.
Capisci Serena, il problema non sono nemmeno loro… È lui. Si è trasformato nel cameriere. Si è dimenticato di me. Stavo lì a fare la cameriera mentre loro facevano la famiglia del Mulino Bianco. A cosa gli servo, se non ha mai lasciato andare il passato?
Eh Vale… sospirò Serena Il tipico bravo ragazzo. Vuole essere il migliore per tutti, ma così tradisce proprio chi è accanto. Hai fatto bene ad andare via. Se restavi e subivi, lui pensava tutto ok, che può trattarti così per sempre. Che le esigenze della ex sono più importanti di te.
Valeria guardò il cellulare, silenzioso fino a mezzanotte. Solo allora si accorsero che mancava: seduti tutti al tavolo.
Squillò Riccardo. Valeria ignore.
E ancora.
Poi i messaggi.
“Vale dove sei? Ti abbiamo persa.”
“Sei uscita a prendere qualcosa? La pizza si raffredda.”
“Vale, rispondi, smettila di fare scherzi. Gli ospiti chiedono dovè la padrona di casa.”
“Ma sei offesa? Sei andata via? Vale, dai, torna subito, che figura davanti a Elisabetta!”
Valeria lessi lultimo e sorrise amaramente. Figuraccia davanti a Elisabetta. Non davanti alla moglie umiliata, ma davanti alla ex con aria trionfante.
Non rispondere consigliò Serena. Lascia che si arrangi. Vediamo come se la cava a servire la sua Eli e pulire dietro ai bambini.
Valeria spense il cellulare.
Quella notte non espresse desideri sotto le stelle. Brindò con Serena e Marco, guardando Il mio miglior Natale, sentendo una leggerezza nuova, come se finalmente avesse posato uno zaino pieno di sassi portato per anni.
La mattina del primo gennaio fu limpida e gelida. Valeria si svegliò sul divano a casa di Serena, odorando caffè fresco. Acceso il cellulare: cinquanta chiamate perse. Venti messaggi. Lintonazione cambiava, da perentoria a ansiosa, poi triste.
“I bambini hanno rotto il vaso preferito. Scusa.”
“Elisabetta ha fatto una scenata, il divano non le piace, dice che è troppo duro.”
“Sono andati via. Casa a soqquadro. Non so da dove cominciare.”
“Valeria, amore mio, scusa. Sono uno stupido. Ti prego chiamami.”
A mezzogiorno, citofono. Era Riccardo. Sembrava appena scampato a una battaglia: capelli arruffati, camicia sgualcita col vino, occhiaie. Stringeva un maxi bouquet di rose comprato sicuramente a peso doro nel fioraio di turno.
Serena rispose e lo bloccò sulla porta.
Ma guarda chi si vede. Cosa vuoi?
Serena, posso parlare con Valeria? Lo so che è qui. Devo spiegarle.
Valeria uscì. Vedendo Riccardo così, non provò nemmeno pietà. Solo tanto stanchezza.
Vale! provò ad avvicinarsi, ma si bloccò davanti allo sguardo freddo Perdonami. Sono stato una nullità. Appena sei uscita è stato il caos. Elisabetta ha iniziato a comandare, i bambini hanno buttato giù lalbero… Ho cercato di calmarli ma Elisabetta mi ha detto che sono un pessimo padre e che rovino la festa. Abbiamo litigato. Ho chiamato un taxi per loro alle tre di notte, li ho mandati via.
Riccardo si interruppe, cercando i suoi occhi.
Ho capito, Vale. Ho capito che ti ho messa da parte. Ho avuto paura di essere il cattivo, e invece sono stato un mostro con te. Tu sei la mia famiglia. Solo tu. Perdonami, ti supplico. Torna. Qui è vuoto senza di te. Ho pulito tutto… o quasi.
Valeria guardò le rose, i cui boccioli gocciolavano sui suoi piedi.
Non mi hai solo offesa, Riccardo. Mi hai fatto capire che in casa mia il mio posto è tra la cucina e la poltrona. Hai lasciato che comandasse qualcun altro e che mi sminuisse.
Te lo giuro, non succederà mai più! sinfervorò Riccardo Elisabetta la blocco ovunque, parlerò con lei solo per i bambini e sempre fuori casa. Niente più ospiti. Stop alle telefonate di notte. Cambierò, te lo prometto.
Valeria tacque. Vedeva che era sincero. Spaventato a morte. Ma dimenticare lumiliazione è difficile.
Non torno oggi disse piano Mi serve tempo. Sto qualche giorno da Serena. Tu vai a casa e pensaci. Non a come recuperarmi, ma perché hai permesso che una ex valesse più dei miei sentimenti.
Aspetterò murmurò Riccardo Aspetterò tutto il tempo che serve. Ti amo davvero, Vale.
Posò il mazzo, spalle curve, se ne andò. Porta chiusa.
Valeria tornò in cucina. Serena già versava il thé.
Che farai? chiese, con dolcezza.
Non lo so, Serena. Forse sì, forse no. È una brava persona, ma ha perso la bussola. Se torno, sarà tutto diverso. Mai più seconda scelta. Mai.
Si avvicinò alla finestra. Il quartiere era coperto di neve, bianca e perfetta come un foglio nuovo. La vita riparte, e Valeria ora lo sa: la penna con cui scriverà la sua storia deve tenerla lei, non lasciarla in mano ai fantasmi del passato.







