Regole d’estate: quando i nipoti arrivano in campagna con la nonna tra vecchie abitudini, smartphone, litigi sul coprifuoco e nuove negoziazioni di famiglia

Regole per lestate

Quando il regionale rallentò fermandosi alla minuscola stazione, Nonna Giovanna era già lì, ferma vicino al bordo del marciapiede, stringendo al petto una sporta di tela. Nella borsa rotolavano mele Golden del suo giardino, un barattolo di marmellata di ciliegie fatto in casa e un contenitore pieno di pizzette rustiche. Tutte cose in realtà inutilii nipoti arrivavano già saziati dalla città, con zaini pieni e buste dei supermercatima le mani, si sa, dovevano pur darsi da fare.

Il treno si fermò con uno scossone, le porte si aprirono sbuffando, e subito saltarono giù in tre: Riccardo, allampanato e con il viso ancora da liceale, la sorellina più giovane, Beatrice, e uno zaino che aveva chiaramente una volontà propria.

Nonna! Beatrice la vide per prima, agitando il braccio ornato di tutta una serie di braccialetti tintinnanti.

Giovanna sentì una strana ondata di calore salire dallo stomaco. Appoggiò con cautela la borsa per terra per non far cadere tutto e aprì le braccia.

Mamma mia come siete stava per dire cresciuti, ma si morse la lingua. Figurati se non lo sapevano già.

Riccardo arrivò un po dopo, la abbracciò con una sola mano, stringendo con laltra lo zaino ormai leggendario.

Ciao, nonna.

Era quasi una testa più alto di lei adesso. Aveva già la barba che spuntava e polsi magri; dalle maniche della maglietta sbucavano gli auricolari. Giovanna si sorpresecercava in lui il bimbetto che correva nellorto coi sandali e il retino, ma tutto quello che vedeva erano dettagli da adulto.

Il nonno vi aspetta giù, disse, prendendo la sporta. Muoviamoci, se no si raffreddano le polpette.

Aspetta, una foto! Beatrice aveva già il telefono in mano e fotografava la stazione, il vagone, la nonna. Per le storie!

La parola storie le passò davanti come una nuvola leggera. Aveva già chiesto a sua figlia, quellinverno, cosa fossero, ma la spiegazione le era uscita di testa. Limportante era che la nipote sorrideva.

Discesero le scale di cemento. Giù, accanto alla vecchia Panda di Nonno Umberto, lui li aspettava già, le braccia incrociate e la fronte da generale. Salutò Riccardo con una pacca, abbracciò Beatrice, annuì alla moglie. Con lui era tutto più contenuto, ma Giovanna sapeva bene quanto fosse contento.

Allora: vacanze? chiese.

Vacanze, ricamò Riccardo, buttando lo zaino nel portabagagli.

Il viaggio di ritorno filò via silenzioso. Dal finestrino scorrevano villette, orti e qualche gregge di capre tra gli oliveti. Beatrice scrollava qualcosa sul telefono, Riccardo si piegò in silenzio ridendo guardando lo schermo. Giovanna si accorse che scrutava le loro maniquelle dita che non lasciavano mai quei rettangolini neri e magici.

Pazienza, si disse. Limportante è che qui si respiri aria di casa. Poi, se vorranno Lascio perdere.

La casa li accolse con il profumo di polpette fritte e prezzemolo. Sulla veranda cera il vecchio tavolo di legno con la tovaglia di plastica coi limoni, come in ogni nonna italiana che si rispetti. Sulla stufa scoppiettava la padella, in forno un rustico di scarola si dorava ancora.

Mamma che pranzone! esclamò Riccardo, sbirciando in cucina.

Ma quale pranzone, rispose distinto Giovanna, rimproverandosi subito dopo. Solo il pranzo, forza. Andate a lavarvi le mani, lacqua è lì, nel lavandino in veranda.

Beatrice già immortalava piatti, finestra e la gatta Minù, che si affacciava curiosa da sotto il tavolo.

Niente telefoni a tavola, buttò lì Giovanna, quasi per casualità, quando tutti erano seduti.

Riccardo la guardò perplessa.

In che senso?

Nel senso intervenne Umberto, che si mangia prima e si naviga dopo.

Beatrice si irrigidì, poi capì, posando il telefono a pancia in giù affianco al piatto.

Avevo solo da fare una foto

Hai fotografato già tutto, le sorrise Giovanna. Ora si mangia, poi condividi.

La parola condividi le uscì così, senza sicurezza. Modaiola non era, ma, insomma, quasi.

Riccardo si decise anche lui. Il suo sguardo era quello di chi viene invitato a togliere lo scafandro nello spazio.

Qui, aggiunse lei versando la spremuta di pesca, seguiamo certi orari. Pranzo alluna, cena alle sette. Al mattino su tutti entro le nove. Poi: libertà di scorrazzare.

E se io voglio vedere un film la notte? si lamentò il ragazzo.

La notte si dorme, tagliò corto Umberto, senza staccare gli occhi dal piatto.

Giovanna sentì la tensione nellariaquella sottile ragnatela che ti si attorciglia intorno. Si affrettò.

Non siamo in caserma, eh! Ma se dormite fino a mezzogiorno, la giornata va persa Qui ci sono il torrente, il bosco, le bici

Io voglio andare al fiume dichiarò subito Beatrice. E fare la fotografa in giardino.

Fotografaquesta ormai la conosceva.

Va benissimo, confermò la nonna. Però prima di tutto si dà una mano: le patate da sarchiare, le fragole da annaffiare. Qui, cara, non stai in albergo!

Nonna, però siamo in vacanza tentò Riccardo, ma Umberto gli lanciò uno sguardo.

In vacanza sì, non in centro benessere.

Riccardo sospirò ma, per il momento, lasciò correre. Beatrice lo colpì sotto il tavolo col piede, lui sorrise di sottecchi.

Finito il pranzo, si dispersero nelle stanze a disfare le cose. Giovanna passò a controllare dopo mezzora. Beatrice aveva già appeso le magliette alla sedia, messo in riga trucchi e ricarica, sistemato i profumi sul davanzale. Riccardo, sdraiato sul letto con la schiena al muro, faceva scorrere il dito sullo schermo.

Ho cambiato le lenzuola. Se qualcosa non va, ditemelo.

Tutto ok, nonna, rimase incollato allo schermo Riccardo.

Quell ok le trafisse un po il cuore. Ma annuì.

Stasera, grigliata in giardino. Adesso riposate, poi mi raggiungete nellorto. Unoretta di lavoro e poi liberi.

Sì, sì, confermò Riccardo.

Uscì chiudendo piano e rimase nel corridoio. Dalla stanza, la risatina di Beatricestava parlando in video con qualcuno. Giovanna si sentì improvvisamente vecchia. Non la schiena, noera che le sembrava che la vita dei ragazzi stesse su un binario a parte, invisibile, irraggiungibile.

Pazienza, si disse di nuovo. Limportante è non schiacciare.

Quella sera, con il sole basso, erano tutti e tre nellorto. La terra tiepida sotto i sandali, la paglia scricchiolava, Umberto spiegava a Beatrice la differenza fra la carota e il tarassaco.

Questo si tira, questo si lascia, diceva.

E se sbaglio? Beatrice si abbassò sulle ginocchia, il naso storto.

Pazienza, intervenne Giovanna. Non siamo mica in cooperativa agricola!

Riccardo se ne stava in disparte, attaccato alla zappa come un naufrago alla boa, lanciando occhiate alla casa. Dalla sua camera si vedeva il blu del computer rimasto acceso.

Sei sicuro di non aver perso il telefono? domandò Umberto.

Lho lasciato di sopra, bofonchiò Riccardo.

Questa sua confessione inspiegabilmente portò a Giovanna più gioia di quanto fosse lecito.

I primi giorni filarono via in un curioso equilibrio. Giovanna li chiamava bussando forte; brontolavano e si rigiravano, ma alle nove e mezza spuntavano sempre fuori, assonnati e spettinati. Colazione, un po di aiuto, poi ciascuno per conto proprio: Beatrice faceva servizi fotografici con Minù e le fragole, Riccardo leggeva, ascoltava musica sdraiato con gli auricolari o girava in bici.

I regolamenti erano fatti di sfumature. I cellulari, a tavola, venivano parcheggiati di lato. Di notte, la casa era silenziosa, se si esclude quella voltala terza notte. Giovanna si svegliò per un lieve risolino dietro il muro. Mezzanotte e mezzo.

Sopporto, o vado? pensò con locchio semichiuso.

Ancora qualche risata, poi il tipico suono di un vocale spedito. Sospirò, si mise addosso la vestaglia e bussò piano.

Ricky, dormi?

Silenzio, poi il rumore della porta.

Un attimo.

Lui apparve sulla soglia strizzata dagli occhi: occhi rossi, capelli afflosciati, telefono in mano.

Perché non dormi?

Stiamo vedendo un film

A questora?

Ma con i miei amici, ognuno a casa sua. Così commentiamo insieme.

Giovanna se li immaginò, sparsi per Milano, per le campagne, tutti chini su lampadine blu.

Ascolta, disse, non mi dà fastidio che guardi i film. Ma se poi di mattina ti devi far tirar giù dal letto come un salame, io chi me lo porto nellorto? Accordo: fino a mezzanotte va, poi basta. Dormi.

Ma loro

Loro sono in città, caro. Qua si fa così. Non ti ho mica chiesto di dormire alle nove!

Riccardo ci pensò e annuì.

Ok, mezzanotte.

E chiudi la porta, che la luce sveglia tutti. E abbassa pure il volume.

Tornando a letto, Giovanna pensò che forse era stata troppo morbida. Una volta con la figlia era tutta unaltra storia. Ma si accorse che beh, i tempi sono cambiati.

I piccoli screzi nacquero per sciocchezze. Un giorno di caldo africano, Giovanna chiese a Riccardo di aiutare Umberto a spostare delle assi in cortile.

Arrivo, rispose lui senza staccarsi dallo schermo.

Passò un quarto dora, le assi sempre ferme.

Ricky, il nonno sta facendo tutto da solo.

Faccio in un attimo, rispose stizzito.

Sempre con sto telefono che mai il mondo si ferma se non mandi un messaggio!

Lui la fissò.

È importante, stiamo facendo un torneo.

Un torneo? Che torneo?

Di e-sport. Se molliamo perdiamo la partita.

Stava per ribattere qualcosa sui valori della vita, poi vide le spalle irrigidirsi.

Quanto manca?

Venti minuti.

Tra venti minuti, scendi ad aiutare. Promesso?

Lui annuì e tornò a chattare. Ventuno minuti dopo Giovanna lo trovò già con le scarpe ai piedi.

Sto arrivando, nonna.

Queste piccole trattative la facevano sentire ancora padrona della situazione. Ma quel luglio, una volta era diverso.

Dovevano andare al mercato: piantine e provviste da caricare in macchina. Umberto aveva bisogno di aiuto: le borse, si sa, pesano, e la Panda ha i suoi capricci.

Ricky, domattina vieni tu con il nonno, io e Bea stiamo a casa a fare la marmellata.

Eh no, partì subito lui. Oggi si va al festival in città con gli amici. Musica, street food, roba così Ve lavevo detto.

Giovanna non ricordava affatto niente. O forse sì, in qualche discorso serale. Ma mille parole al giorno

In quale città? Ulisse si rabbuiò.

Qua dietro, a Bergamo. Si scende col treno, si sale a piedi.

Quel qua dietro non convinse Umberto.

La sai la strada?

Ci sono tutti. E poi, ho sedici anni.

Quel sedici anni era la password segreta degli eroi.

Tuo padre mi ha detto che niente gite solitarie.

Ma mica sono solo, siamo in branco.

Peggio che peggio.

Giovanna sentì la tensione crescere, come una pentola a pressione. Beatrice aveva finito la pasta e si decise a defilarsi.

Ragazzi, facciamo così: Umberto, vai col mercato stasera, domani Ricky va in città.

Il mercato è solo domani. E comunque da solo anche no.

Allora ci vado io si fece avanti Beatrice.

Tu aiuterai la nonna, rispose Umberto.

Faccio da sola la marmellata, tagliò Giovanna. Bea viene con te.

Umberto la guardò: sorpresa, gratitudine, un po di testardaggine.

E Riccardo, scusa, niente?

Ma io

Ti pare di stare ancora a Milano? Qua non è così scontato. E noi siamo responsabili di te!

Sempre responsabili, esplose Riccardo. Ma qualcuno mi lascia mai fare da solo?

Una pausa di piombo. Giovanna sentì qualcosa dentro che si accartocciava. Avrebbe voluto dirgli che capiva, che anche lei a sedici anni Ma invece sentì la sua voce, secca e diversa:

Finché stai qui, segui le nostre regole.

Allora faccio niente, sbatté la sedia, se ne andò sbuffando. Dallalto, rumori sordi: forse aveva buttato giù lo zaino, forse solo si era lasciato cadere di peso.

Serata tesa. Beatrice tentava qualche battuta, ma rideva solo lei. Umberto zitto. Mentre lavava i piatti, Giovanna si torturava dicendo le nostre regoleun mucchio di supplementi alcolici.

La notte, nessun rumore. Strano. Di solito la casa respirava. Adesso il silenzio era sordo, perfino inquietante. Nessuna luce sotto la porta di Riccardo.

Almeno, dormirà, pensò.

La mattina dopo, sulle otto e quarantacinque, in cucina solo Beatrice e il nonno. Giovanna salì.

Ricky, è ora.

Nessuna risposta. La stanza di sopra ordinata (stranamente), la felpa sulla sedia, ma il letto senza tracce e il telefono mancante.

Il gelo.

Non cè.

Come non cè? Umberto si alzò.

È andato in cortile, magari tentò Beatrice.

Girarono per lorto, il box, perfino in pollaio. Niente. La bici era lì, quindi non era lontano. Ma il trenino delle 8.40 era già partito…

Forse è in paese da qualche coetaneo, disse incerta Giovanna.

Ma chi conosce qui?

Beatrice provò a scrivere.

Uno solo spunto, disse dopo un po.

La spunta sola non diceva nulla a Giovanna, ma la faccia della ragazza era eloquentemente catastrofica.

Che facciamo? chiese piano.

Umberto esitò.

Vado giù in stazione. Chissà.

È il caso? Magari

Non ha lasciato un biglietto, non ha detto niente. Fossi tranquillo, non sarei qui.

Umberto prese le chiavi e partì a razzo.

Resta qui, le disse. Beatrice, appena hai notizie, qualsiasi cosa.

Passò unora lenta come la pasta che non cuoce mai. Beatrice aggiornata ogni due secondi. Nessuna risposta dal fantasma.

Alle undici, Umberto tornò. Faccia tirata.

Niente. Ho chiesto ovunque.

Forse ha preso il treno per il festival, propose afflitta Giovanna.

Senza soldi? scettico lui.

I suoi sono sulla carta, spiegò Beatrice. E si pagano col telefono ormai.

Un nuovo abisso generazionale si aprì. I vecchi con le banconote, i giovani con lo spazio digitale.

Chiamiamo suo padre? propose allora Giovanna.

Meglio. Tanto lo saprà comunque.

Fu una telefonata difficile. Il figlio allinizio era muto, poi arrabbiato, poi chiedeva perché non lavessero sorvegliato meglio. Alla fine Giovanna si sedette di schianto, la testa fra le mani.

Nonna, non si sarà perso. Si è solo arrabbiato.

Arrabbiato e scappato, come se fossimo orchi.

Il giorno fu infinito. Si fecero marmellate a forza, Umberto trafficava con attrezzi vecchi, Beatrice controllava il telefono ogni tre minuti.

Al tramonto, la porta cigolò. Unombra in controluce, capelli spettinati, la stessa maglia sgualcita, le scarpe impolverate.

Ciao, disse Riccardo, a voce bassissima.

A Giovanna tremò il cuore. Per un attimo avrebbe voluto abbracciarlo, ma resistette.

Dove sei stato?

In città al festival.

Da solo?

In parte. Ho raggiunto i ragazzi che stavano in un paese qui vicino.

Il nonno uscì strofinandosi le mani sul grembiule.

Hai idea di cosa abbiamo passato?

Lui si affrettò a discolparsi.

Volevo scrivere mi è andata giù la linea, poi si è scaricato il telefono. Avevo lasciato il caricatore qui.

Beatrice si fece avanti, stringendo il telefono.

Ti ho scritto mille volte. Sempre una spunta.

Giuro, non lo facevo apposta. Solo che se avessi chiesto il permesso, non mi avreste lasciato andare. Ma ormai avevo già promesso.

Quindi hai preferito non chiedere, completò Umberto.

Seppe un attimo di silenzio, stavolta fatto di stanchezza.

Vieni dentro, disse Giovanna. Mangia qualcosa.

Obbedì docile, seduto come uno stivale davanti al piatto col minestrone freddo e pane. Mangiava come chi non tocca cibo da un giorno.

Là costava un occhio della testa, borbottò. Quei vostri food truck

Quel vostri lo lasciò perdere.

Dopo cena, tornarono fuori. Laria sapeva di sera e pacata stanchezza.

Senti, ruppe il ghiaccio Umberto, tu vuoi più libertà, noi labbiamo capito. Ma noi siamo responsabili della tua pelle, qua. Decidi pure, ma ci devi avvertire: non allultimo momento, giorno prima. Così almeno sappiamo dove sei, come torni. Se si può, bene; se no, ci mettiamo il muso tutti. Ma sparire così, non funziona.

E se non mi lasciate? ribatté Riccardo.

Allora ti arrabbi e ti porti dietro nonno al mercato, intervenne Giovanna. E anche noi ce la prendiamo, ma si va avanti.

Negli occhi di Riccardo si vedevano insieme stanchezza, rabbia e una smorfia quasi buffa.

Non volevo mettervi in ansia, confessò. Solo volevo decidere io.

Decidere è giusto, disse la nonna, ma prendersi le responsabilità lo è di più. Anche verso chi ti vuole bene.

Si sorprese di queste parole: più constatazione che predica.

Ok, ho capito.

Unaltra regola, aggiunse Umberto. Se il telefono muore, lo carichi ovunque puoi e la prima cosa che fai è scriverci o chiamarci, anche se sai che ti becchi la sgridata.

Va bene, acconsentì Riccardo.

Restarono a guardare le stelle che spuntavano dietro le montagne, la gatta Minù fece una sonora sbadigliata in sottofondo.

Comera il festival? chiese Beatrice.

Così così la musica, ottimo il panino.

Le foto le fai vedere?

Cellulare a secco.

Siamo fritti: niente prove, zero contenuti.

Sorrisero, questa volta senza fatica.

Dopo questo episodio, la vita prese una leggerezza nuova. Le regole rimasero, ma divennero più elastiche, da famiglia vera: obbligo di alzarsi entro le dieci, almeno due ore al giorno di aiuto, niente uscite senza preavviso e via i telefoni a tavola. Le scrissero e attaccarono il foglio con lo scotch al frigo.

Sembra il regolamento di un campeggio, commentò Riccardo.

Solo che qui i capi sono nonno e nonna, replicò lei.

Anche Beatrice propose dei punti.

E voi non mi tempestare di telefonate ogni volta che vado al fiume, eh! E bussate prima di entrare in camera.

Ma noi già bussiamo, rise Giovanna.

Per par condicio, aggiunse Riccardo.

Due aggiunte firmate di pugno, anche, sebbene con muso, da Umberto.

Nuove abitudini si infiltrarono. Una sera, Beatrice rispolverò un vecchio gioco da tavolo.

Giochiamo tutti insieme?

Che nostalgia, silluminò Riccardo.

Umberto protestò per sport, ma fu il primo a capire le regole. Presto le risate e i ricordi coprirono ogni schermata digitale.

Anche in cucina, nuove regole. Satolla dai cosa cè per cena?, Giovanna dichiarò:

Sabato, preparate voi. Io solo vi dico dove stanno le cose.

Noi?

Sì, anche solo pasta e tonno, ma la cena è vostra responsabilità.

Si misero allopera con grande impegno. Beatrice scovò una ricetta su Instagram, Riccardo tagliava verdure, si becchettavano e discutevano su cipolla e aglio. Umberto si limitò a minacciare code in bagno, ma divorò tutto.

Nellorto si trovò la soluzione tipicamente da sud Italia: orti personali. Questa fila per Beatrice (fragole), questa per Riccardo (carote).

Come volete, disse Giovanna. Se non annaffiate non cresce nulla, non vi lagnate poi.

Sperimentiamo, rispose Riccardo.

Alla fine dellestate, Beatrice aveva raccolto un cesto pieno di fragole, Riccardo due carote malaticce.

Che conclusione? domandò divertita la nonna.

La terra è roba per gente seria, decretò lui.

Risate genuine, senza più tensioni.

Col finire dellestate, la casa aveva preso il ritmo giusto. Colazione insieme, ognuno ai progetti suoi, cena di nuovo tutti riuniti. Qualche sere, Riccardo si attardava ancora al telefono, ma a mezzanotte spegneva tutto e Giovanna passava senza più ansie. Beatrice andava al fiume con le amiche del paese, ma avvertiva sempre.

Le discussioni non mancarono: sulla musica, sul sale nel sugo, su chi dovesse lavare i piatti. Ma non erano più guerre tra mondi; solo la normale dialettica tra chi condivide il tetto.

Lultimo giorno, Giovanna sfornò la torta di mele. Un profumo dolce, finestre aperte e zaini ordinati in fila.

Una foto! ordinò Beatrice.

Ancora sti social, brontolò Umberto.

Solo per noi, promesso.

Uscirono in giardino. Il sole tramontava tra i meli. Beatrice sistemò il telefono su una cassetta, mise il timer, si infilò tra loro.

La nonna in mezzo, il nonno a destra, Riccardo a sinistra!

Si misero a posto, un po impacciati, ma con le spalle che si cercavano. Riccardo sfiorò il gomito di Giovanna, Umberto spostò la mano un poco più vicino, Beatrice li abbracciò tutti e tre.

Sorriso!

Click. Poi ancora.

Guarda che bella, Beatrice mostrò lo schermo.

Sullo schermo apparvero: Giovanna col grembiule, Umberto con la sua camicia dordinanza, Riccardo spettinato, Beatrice in maglia colorata. Si vedeva che erano i soliti pazzi, ma nel modo più tenero e allegro.

Me la stampate? chiese Giovanna.

Ma certo! annuì Beatrice. Te la invio io.

E come la stampo, se è nel telefono? si perse Giovanna.

Vieni su da noi, te la stampo io intervenne Riccardo. O te la porto a ottobre.

Lei annuì. Dentro, una calma nuova. Non per un chiarimento magico: di litigare, si litigherà ancora tante volte. Ma aveva la sensazione che ormai, tra regole e libertà, fosse spuntato un viottolo. Percorribile da entrambi.

Tarda sera, zaini pronti. Giovanna uscì in veranda. Il cielo blu notte, un paio di stelle tra i tetti. Umberto la raggiunse.

Domani partono, eh.

Eh sì.

Rimasero qualche minuto in silenzio.

Guarda però Alla fine è andata.

Sì, ed è andata pure bene, forse ci hanno insegnato qualcosa pure loro.

O noi a loro? sorrise lui, ironico.

Sorrise anche lei. Nella camera di Riccardo, nessuna luce. In quella di Beatrice, idem. Da qualche parte, un telefono caricava in silenzio, pronto per una nuova avventura.

Giovanna, passando per la cucina, guardò il biglietto con le regole ancora attaccato al frigo, le firme un po sbavate e la penna lì accanto. Lo accarezzò per un attimo. Pensò che lanno prossimo, magari, lo aggiorneranno ancora. Ma lessenzialequello resta.

Spense la luce, sentendo la casa respirare, racchiudendo tutte le piccole-felici-fatiche dellestate, lasciando spazio per tutto ciò che deve ancora arrivare.

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Regole d’estate: quando i nipoti arrivano in campagna con la nonna tra vecchie abitudini, smartphone, litigi sul coprifuoco e nuove negoziazioni di famiglia
La Piccola Lidia