Parenti dal passato: la storia di Aline, cacciata di casa a sedici anni e destinata a ricostruire la propria vita tra conflitti familiari, una zia premurosa, nuove amicizie, delusioni, e il valore dei legami veri nel tempo

Parenti dal passato

Avevo sedici anni quando mi hanno buttato fuori di casa. È difficile dire se, in quei sedici anni, mi sia mai sentita davvero a casa in quella casa; probabilmente no, visto che ogni giorno mi ricordavano che anche il pane che mangiavo era come se lo dovessi restituire con gli interessi. Eppure, lì avevo trascorso tutta la mia infanzia. E poi, davvero, trovare un posto dove andare a quelletà non era cosa semplice.

Tutto cominciò come in un incubo.

Mio padre, che non è mai stato capace di fare il padre e men che meno di trattare bene le figlie, urlava soprattutto bestemmiava. Mia madre, a cui avevo detto tutto il giorno prima, adesso era seduta con la faccia impassibile come quella di una statua.

E mia sorella, Barbara, con quegli occhi che luccicavano di ironia, stava già mettendo in ordine i suoi trucchi sul tavolo per prepararsi per uscire: non si sarebbe persa lo spettacolo per nulla al mondo.

Metti via quei trucchi, non ti serviranno! urlò mio padre, spostando la sua furia su di lei. Da oggi non metti più piede fuori di casa fino a trentanni. Non voglio che segui la strada di tua sorella!

Ma Barbara, a quella sfuriata, non fece nemmeno una piega. In fondo, aveva rischiato di riflesso, ma sapeva che la vera condannata quel giorno ero io.

E bravo, Aline, alla fine hai fatto il macello, eh? mi fece la linguaccia, mentre metteva via la trousse.

Stai attenta anche tu, che non ci metto niente a farti compagnia, tuonò lui ancora.

Ma che centro io? Io mica sono una come lei!

Barbara! la richiamò mamma, Come parli?

Dico la verità, mamma. E tu, non mi dire che sei in disaccordo!

E purtroppo anche papà sembrava daccordo.

Rimasi sulluscio della cucina, senza il coraggio di andarmi a sedere al tavolo. Ancora il pancione non si vedeva, ma ormai il segreto lo sapevano tutti. Quello che avevo cercato di tenere nascosto con tutte le forze.

Papà mamma io non lo so cercavo le parole per ho sbagliato, ma non riuscivo a trovarne di abbastanza miti.

A nessuno importò nulla delle mie spiegazioni.

Ah, non lo sapevi? incalzò mia madre, E con chi parlavo, da quando avevi dodici anni? Non eri tu? Ah, sì, tu tutto sai. E poi mentivi, nascondevi. Credevi che fossimo ciechi? Speravi si risolvesse tutto da solo? Avresti dovuto dirlo subito. Almeno, avremmo fatto le cose in silenzio, senza stare qui a vergognarci E hai solo sedici anni!

Forse proprio perché sentivo sempre questi discorsi, da colpevole o innocente che fossi, mi sono lasciata andare con il primo che mi ha detto parole gentili.

Mio padre urlò e urlò, fino a restare senza fiato. Anche mia madre, a bassa voce, piangeva: cosa facciamo, cosa facciamo.

Pensavo che il peggio fosse passato, ma non era niente in confronto a quello che doveva ancora succedere.

Prepara la roba, disse papà, a testa bassa, Hai unora. Se vuoi essere adulta, ti fai la vita da adulta. Ma non qui.

Forse stai esagerando disse mamma, che improvvisamente si intenerì, ma non contraddisse suo marito. Tacque.

Unora. Sessanta minuti per salutare la mia infanzia, la casa, la famiglia. Unora per realizzare che era tutto finito.

Papà, ti prego dissi, Lo so che ho sbagliato, ma almeno lasciami altre due anni

Niente due anni. Da adesso ti arrangi da sola. Prepara le tue cose. O te ne vai anche senza niente.

Mi chiusi nella stanza, raccattando in una borsa quello che potevo: tutto sembrava indispensabile. Cera anche il diario di terza media, anche se ormai non andavo più a scuola. Un maglione? Il berretto? Lorologino A cosa serve, cosa no?

Tornai in cucina proprio allo scadere dellora. La borsa, grossa e pesante, lasciava una striscia per terra. Inspirai profondamente per darmi coraggio.

Posso restare? Mi impegno, aiuto in casa rantolai, rivolta più a mia madre che a mio padre.

Magari avevano parlato per nervi e ora, a freddo, ci avevano ripensato?

Ma anche mamma non fece una piega.

Dovevi pensarci prima. Già così ce nè abbastanza di vergogna.

Barbara rise sarcastica, trafficando tra i suoi trucchi. Lei, ormai, poteva andare a divertirsi. A lei in fondo tutto veniva perdonato.

Eh, Aline, ne hai combinata una grossa. Oh, volevo dire: sei rimasta incinta. Cercati un rifugio. Lho sempre saputo che finiva così

Mi fu chiaro che ero spacciata. Avrei vagato per strada, tra stazioni e sottopassi e poi, col bambino, chissà dove finivo.

Provai una solitudine che non ho mai più sentito in vita mia.

Alla fine, la borsa me la gettarono dietro, fuori dal portone. Barbara, dietro i vetri, rideva e mi faceva le corna con le dita.

Trascorsi qualche giorno dai vicini. Mi giudicavano, certo, ma non ebbero il coraggio di lasciarmi dormire per strada. Rimasi da loro quasi invisibile, per non dare fastidio. Finché arrivò zia Rita.

Ma dovè Aline? Metà paese mi ha già raccontato che lavete cacciata!

Non cacciata, lasciata libera di farsi la vita. Se sei adulta trovati la casa da sola, disse impassibile mio fratello.

Sembri proprio tu, uno che si guadagna la casa! Vivi ancora dalla mamma! E dovè lei?

Mi sa che sta dai vicini.

Zia Rita non aveva avuto figli, ma era innamorata delle sue nipoti, anche se con Barbara era sempre stata guerra. Con me, invece, andava a meraviglia.

Zia Rita mi portò da lei. Un appartamento in un condominio normale, di un quartiere normale.

Non ti preoccupare, Aline, la sistemiamo diceva, Basta non disperarsi. La disperazione è il modo giusto per affondare. Hai ancora una vita davanti. Il bambino lo crescerai, ce la farai. Tutte ce la fanno, vedrai. Io ti aiuto, poi lavorerai anche tu

Zia, ma posso davvero stare con te?

Certamente.

E non mi giudichi?

Ci pensò un attimo.

Giudicare no. Però nemmeno applaudo, scusa. Queste cose si pensano prima, non dopo Ma non è che ti puoi lapidare ora.

Nel cortile, mentre zia Rita scaricava le mie cose, vidi un ragazzo che spazzava il marciapiede. Così scrupoloso. Un tipo carino, di sicuro appena assunto. Ma io subito distolsi lo sguardo: lamore, per me, era proprio finito.

Quello è Giovanni, mi spiegò poi zia Rita, mentre mettevamo tutto in casa. Gli hanno appena assegnato un appartamento qui vicino, perché orfano. Fa il portinaio e studia alluniversità. Sta sulle sue. Bravo ragazzo, niente compagnia da bar.

Bere, beve da solo allora? provai a scherzare, finalmente rilassata dopo giorni.

Ma va là rise lei, Non beve proprio per niente.

Il mattino seguente, verso le otto, mi svegliai e, guardandomi intorno, quasi non ci credevo: adesso quella era casa mia. Uscii a comprare il pane e davanti al portone incontrai Giovanni.

Buongiorno, disse, Io sono Giovanni, abito qui lì quelle sono le mie finestre.

Seguii la direzione che indicava.

Piacere, Aline.

Ieri mi sei piaciuta molto.

Ah sì, colpo di fulmine, dissi ironica.

Puoi dirlo.

Non ci diedi troppa importanza, ma lui era serio. Gli dissi subito che ero incinta, lui mi rispose che mi avrebbe voluto bene comunque.

Giovanni, cerca una ragazza normale, lasciami stare, gli dissi.

E chi ha detto che tu non sei normale?

Beh, dai, hai capito cosa voglio dire

Lo so tutto. E resto qui, se vuoi.

Questo avvenne quasi quarantanni fa.

Io e Giovanni ci siamo sposati, abbiamo cresciuto nostro figlio, Romano. Ora Romano abita con la sua famiglia proprio in quellappartamento ricevuto tanto tempo fa da Giovanni. Io e lui, invece, siamo rimasti nellappartamento di zia Rita, che purtroppo ci ha lasciato troppo presto.

Tutti dicevano che io e Giovanni fossimo nati luno per laltra, nonostante come ci siamo conosciuti.

Abbiamo sempre avuto un lavoro fisso e non ci è mai mancato nulla.

A poco a poco, sono riuscita a ristabilire un po di rapporti anche con i miei genitori e con Barbara, ma nulla di davvero profondo. Ogni tanto ci si vedeva a Natale, con dei regalini simbolici. Laffetto vero, quello no non si era mai creato.

Giovanni, comunque, è sempre stato gentile con tutti, anche con i miei.

Mi ha anche insegnato unimportante regola della vita: mettere da parte un po’ di soldi a ogni stipendio. Piccole somme, ma con costanza. La casa non ci mancava, la macchina cera, così mettevamo da parte per un sogno: viaggiare. Quando fossimo stati anziani, in pensione, volevamo visitare qualche bel posto del mondo

E così, ogni mese, Giovanni infilava nella cassa altri mille euro.

Poi, una settimana dopo, ricevetti la tredicesima. Cinquecento euro li aggiunsi anchio, il resto decisi di spenderlo per fargli un regalo: una cyclette, perché potesse fare un po di movimento senza dover uscire.

La consegna è per mercoledì? Dopodomani? Va benissimo. Per me va bene.

Mi piaceva fargli le sorprese.

La cyclette la portarono subito. E io aspettavo il suo rientro, curiosa di vederlo contento. Non sapevo ancora che Giovanni, a casa, non sarebbe più tornato.

***

È passato un anno dalla sua morte.

Lanniversario.

Sono venuti solo i parenti stretti. I colleghi e gli amici hanno fatto memoria a parte. È venuto ovviamente anche Romano con la moglie e il loro piccolo, i miei genitori, Barbara. Tutti a parlare di che persona straordinaria fosse Giovanni

Non ricordo una volta che abbia alzato la voce con qualcuno ha detto Romano tra le lacrime. Per lui, Giovanni era sempre stato il vero padre. La verità, glielavevamo raccontata con calma, per evitare complicazioni prima o poi, qualcuno glielavrebbe detto comunque. Ma Romano non ha mai dubitato di Giovanni. Quello era suo papà.

Anche se lho conosciuto poco, ha detto mia nuora, non dimenticherò mai la prima volta che sono venuta qui Giovanni mi ha messo i guanti sul termosifone per scaldarli Si è interrotta: aveva un nodo alla gola.

Ognuno diceva qualcosa.

Io fissavo la foto di Giovanni e pensavo a tutti quei soldi che avevamo messo da parte e che lui non avrebbe mai usato Non era nemmeno riuscito a fare un viaggio.

Quanto desiderava viaggiare sussurrai, E io invece stavo sempre bene a casa ora non so proprio come

Avevamo messo da parte una bella cifra; trecentomila euro. Ma adesso, senza Giovanni, nessun viaggio mi sembrava più interessante.

Quando Romano e la sua famiglia se ne sono andati e sono rimasta da sola a lavare i piatti, mi ha raggiunta mamma. Ha chiuso silenziosamente la porta della cucina.

Aline, lo so che oggi non è il giorno migliore, parliamo poco ormai, ma non so quando avrò ancora occasione di chiedertelo: quei soldi che avevate messo da parte con Giovanni li hai già spesi?

Ho scosso la testa senza una parola. In teoria nessuno avrebbe dovuto saperlo, ma Giovanni era uno di quelli che si fidava di tutti. Una parola qui, una là, e la notizia gira.

Mamma ha cominciato a camminare avanti e indietro, serra le mani.

Aline, tu lo sai che Giovanni quei soldi li ha messi da parte per una sciocchezza Sì, è bello pensare ai viaggi, ma non è la priorità E tu sei sempre stata una da stare in casa: tanto non partirai mai Quei soldi a prender polvere non servono. La vita va avanti. Linflazione li mangia.

La fissai, cercando di capire dove volesse parare.

Lo sai che io e Barbara viviamo ancora in affitto, no? A questa età! E persino i suoi figli sono senza casa propria disse alzando la voce.

Ma la colpa era solo loro.

Avete venduto la casa della nonna. Così avete detto che era da buttare, ormai un rudere.

Già allora non capivo: perché vendere lunica casa che avevate? L’avreste potuta sistemare, tenere, ma venderla così

Dovevamo costruirne una nuova! ribatté.

E allora perché non lavete mai costruita? non ce la feci più a trattenermi.

Lo capisci che Giovanni i soldi li gestiva male? gridò, Si investe nellimmobiliare! Non nei viaggi! E tu pure

Non intendevo sopportare simili accuse verso mio marito, proprio nellanniversario della sua morte.

Mamma, vai via le dissi piano ma decisa.

Scusami, disse lei, Non dico più nulla su Giovanni. Ma ora che lui non cè più, tu cosa farai con quei soldi? Li vuoi davvero sprecare per girare il mondo? Metti che ti perdi tutto così!

Mamma, ho anche un nipote, sai? Potrei pensare a lui, magari dargli una mano per la casa

Povero Giovanni! Prima la casa data a quel figlio che non era suo, ora i risparmi a un nipote che manco è suo Lhai combinata tu, e ora pagano gli altri

Chissà a chi si riferiva.

Mamma, vai via, mi sono appoggiata al lavello.

Fine della conversazione.

Mamma, brontolando, se ne andò.

E io non sono riuscita a dormire. Sono passati quarantanni ma per loro io resterò sempre quella lì, la svergognata.

Mentre cercavo di riprendermi con un caffè e pensavo di darci un taglio sulle faccende di casa, è arrivata anche Barbara.

Ho capito subito che qualcosa non quadrava.

I soldi non te li do, ho anticipato, senza lasciarle nemmeno il tempo di togliersi il cappotto.

Ma va là, mica sono qui per quello! Ho pensato che ieri, con tanta gente in casa, magari si è fatto un po di disordine. Sono venuta a darti una mano per rassettare. Dai, dobbiamo riavvicinarci un po anche noi sorelle

Abbiamo iniziato a pulire. Sembrava davvero disponibile. Mentre chiacchierava di tutto, cercando di tirarmi su, ma io ormai ci credevo poco.

A un certo punto, Barbara ha iniziato a sentirsi male.

Il secchio è caduto per terra.

Barbara, stai attenta! ho detto, poi mi sono voltata, Barba, che hai? Non cadere! Aspetta arrivo!

Le le mie pastiglie guarda nella borsa

Ho svuotato tutto:

Ma qui non ci sono!

Le ho dimenticate Le ho lasciate a casa

Stringi i denti! Ma che pastiglie???

Sono corsa in farmacia e, per strada, ho chiamato il 118.

Quando sono rientrata, la casa era sottosopra. Tutti gli armadi aperti, roba sparsa dappertutto, e Barbara non si trovava.

Ho capito tutto.

Barbara aveva provato a derubarmi.

Per fortuna, i soldi li avevo appena messi in banca, come se avessi sentito qualcosa nellaria.

Mi sedetti al tavolo, fissando il vuoto con le mani che tremavano.

Ora sapevo cosa avrei fatto con quei soldi. Avrei davvero viaggiato. Magari non sarebbe stato il viaggio lungo che sognavamo, ma sì: sarei partita. E tutto ciò che fosse avanzato lo avrei lasciato a mio figlio e al nipote. Giovanni, ne sono sicura, non avrebbe avuto nulla in contrario.

Fu in quel momento che capii una cosa: Giovanni, anche se era andato via, sarebbe rimasto con me per sempre.

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Parenti dal passato: la storia di Aline, cacciata di casa a sedici anni e destinata a ricostruire la propria vita tra conflitti familiari, una zia premurosa, nuove amicizie, delusioni, e il valore dei legami veri nel tempo
I miei genitori mi hanno rimproverato e mi hanno chiesto di rubare cibo dalle trattorie per portarlo a casa, insistendo che devo nutrire la famiglia e che non devo essere uno sciocco ingenuo.