Di nuovo con queste storie?? Qui comando io – e decido io chi entra e chi no. Attento, che potresti essere proprio tu quello che dovrà andarsene da qui… – Tu? – Ivan sogghignò. – Ricordi chi è davvero il padrone di casa? *** Un’altra mattina storta nell’appartamento di famiglia. Ma quando mai sono serene, qui, le mattine? Il sole brilla dispettoso oltre la finestra, ma dentro la stanza di Ivan non entra un filo di luce – forse perché Ivan non ha chiuso occhio, e, irritato, si gira e rigira senza pace. Quando finalmente si riadagia sotto il piumone… – Ivan! – tuona la voce che arriva dal corridoio, – Dove sei? Esci, per favore! Quando pensi di alzarti? Ivan impreca tra sé e si copre la testa col cuscino. Di nuovo. Papà, Michele, detto anche solo “Michele”, nel suo solito repertorio. E ancora non sono nemmeno le otto. – Mi sto preparando per andare al lavoro, papà, – borbotta Ivan con voce sonnolenta, – Se continui, farò tardi. Può ancora starsene a letto un’oretta. Un’ora di riposo che non ha avuto la notte. – Lavoro? Ma va’ là! – Michele è già affacciato sulla porta e sembra un gigante, anche se non supera il metro e settanta, – Altro che lavoro, stai solo stravaccato… Alzati! Mi servono dei soldi! Ivan si mette a sedere. Soldi. Che novità. – Per cosa? – domanda già rassegnato. – Ma sei tardo, Ivan? – sospira Michele teatrale, – Devo proprio spiegarti tutto come a un bambino? Voglio portare Ludovica fuori a cena. In un bel ristorante. Devo farla colpo, quella lì… Sai che non si accontenta di poco… “Quella lì”, cioè Ludovica, è una che coi soldi degli altri ci va a nozze, sennò Michele per lei è come il due di picche. Michele ormai ha perso ogni senso della misura: quello che guadagna finisce tutto in svaghi e impressioni, poi piovono richieste e, più spesso, pretese. – Papà, ne ho pochi anch’io, – Ivan prova a trattare, come ormai fa da mesi, – Solo per questa settimana: abbonamento del bus e pranzo. Tra il cambio di sanitari, mi sono già prosciugato… Ivan, davvero, sta in difficoltà. E finanziare le “impressioni” paterne non ne ha più voglia. – Pochi? – Michele alza le sopracciglia come se fosse Ivan a chiedere a lui un regalo, non un prestito, – Ma quanti pochi? Trovali! Sono soldi per tuo padre! E poi… – si infila nel portafoglio di Ivan, – Qui comando io! I TUOI soldi sono i MIEI soldi, è chiaro? Si fa come dico io! Prendo quello che mi pare! Peccato che nel portafoglio non ci sia più nulla. Quel che resta del suo stipendio, Ivan lo tiene sulla carta. – Dove stanno i soldi? Nella mia casa dove stanno i MIEI soldi? A questo punto Ivan sorride ironico. – Sei proprio sicuro che questa sia casa tua, papà? Sei sicuro? Il padre per un attimo smette di arraffare tra le cose altrui. – Cosa stai dicendo? – Dico solo quello che anche tu sai, – Ivan si siede meglio, finalmente sente di avere le carte in regola, – È della nonna questa casa. E la nonna l’ha lasciata a me. Lo sapeva come suo figlio se li spende i soldi. E sapeva che a te non si può proprio affidare niente. Che una volta avresti buttato via anche le mura. La nonna, Anna Patrizia, era una donna di testa. Aveva visto Michele restare al verde un paio di volte, vendendo perfino la macchina che lei gli aveva regalato e sperperando tutto in una settimana. Per fortuna, allora Ivan era già maggiorenne, lavorava e aveva potuto aiutare il padre a uscire dai guai. Così la nonna decise di tutelare il nipote, intestandogli tutto. Formalmente la casa è di Ivan, e di fatto anche: pagava lui bollette, spesa, perfino le ciabatte ai piedi del padre. Michele, invece, vive come un ospite parassita: si presenta solo per mangiare, dormire e tirare avanti una richiesta di soldi dietro l’altra. – Quindi, papà, – Ivan si alza, finalmente padrone in casa sua, – Qui decido io, e i miei soldi restano miei. Se vuoi portare Ludovica al ristorante, trovati un altro modo. Michele vorrebbe rispondere, ma non gli esce nulla se non un sibilo. – Me la pagherai… – Ricordati di farlo mentre magni la mia spesa, – ribatte Ivan. – Già che in questa casa di utile tu non porti nulla, almeno la memoria, usala. Non è facile. Ivan suo padre lo ama. Ma non può più vivere da servo. Qui il padrone è lui. Se a papà non va, si trova la porta. Anche la sera si sfoga in solite lamentele. Quando rientra, Ivan trova casa piena: Michele, già alticcio, seduto in posizione d’onore attorniato dai compari e, ovviamente, Ludovica, che cincischia ammiccando. – Ecco il mio figliolo! – proclama Michele, – È arrivato! Vedete? Proprio mio figlio, non mi considera niente! Si nasconde i soldi, mi vuole cacciare. Si sente il padrone di tutto! Ivan si ferma sulla soglia, sfiancato dalla stanchezza. – Papà, che bettola hai organizzato? – dice, – Fai tutto lo show che vuoi, ma i tuoi amici qui non li inviti più. Chiedo a tutti di uscire. Domani mi sveglio presto. Qualcuno inizia pure a mettersi in piedi, ma Michele li blocca: – Ma stai cacciando i miei ospiti? Da casa mia? Non ti sembra di esagerare con queste arie da padrone? Per Ivan non è affatto presto. – Da casa mia, papà, – lo corregge Ivan, e tutti si ammutoliscono, – E sì, chiedo a tutti di andarsene. Tu, se vuoi, resti. Ma questa banda per me è fuori. Tutti lo fissano. Ludovica si stringe a Michele, indecisa tra la fuga e la sfacciataggine. Gli amici, da sghignazzoni, passano la serata musoni. – Ragazzi, si va, – mugugna uno. – Dai, Michele, basta così, – aggiunge un altro, – È tardi. Michele, vedendo andare via la compagnia, sibila: – Mi hai messo alla berlina davanti a persone rispettabili… Ed è tuo padre, quello che insegni! – E se il padre ha bisogno di andare a scuola adesso? – Vediamo poi chi la spunta! Ma Ivan lo ignora, chiude la porta della sua stanza. La mattina il sole splende ancora, ma a Ivan non interessa. Il padre fa la vittima, non parla, si aggira come un fantasma rabbioso. Ivan decide di fare pace: – Papà, – lo chiama, – Scusami per ieri. Ho esagerato davanti ai tuoi amici. Ma non volevo offenderti, sono solo tanto stanco. Non dovevo dirle quelle cose davanti a loro. Ivan tira fuori il portafoglio. – Tieni, – porge i soldi, – Porta Ludovica fuori. Divertitevi. Michele si illumina: – Davvero? – chiede. – Davvero, – annuisce Ivan. Michele afferra il denaro e sparisce in camera per prepararsi alla serata. Ivan lo guarda e si sente vuoto. Ha dato i soldi, pace fatta… ma è come se non bastasse. Tutto il giorno Ivan pensa solo a una cosa: l’appartamento. Non ne può più di vivere con un padre che si comporta da adolescente cinquantenne, e andarsene sarebbe da stupido: la casa è sua! Ma cacciare il padre… è disumano. È il padre, dove andrebbe? Nessuna risposta. Stremato, Ivan la sera si addormenta. Papà torna dal ristorante non solo. – Ivan? Dormi? – entra Michele in gran spolvero, – Siamo giusto un attimo. C’è anche Ludovica. – Ciao, – Ivan si tira su nervoso. – Ciao carissimo, – fa lei, civettuola. – Ecco… ci siamo messi d’accordo: lei viene a vivere con noi! – spara Michele. Ivan si alza di scatto. – Cosa? Nessuno si trasferisce qui! Michele si gela, non si aspettava questa reazione. – Di nuovo con queste storie?? Qui comando io – e decido io chi entra e chi no. Occhio che potresti essere tu a doverti levare… – Tu? – sogghigna Ivan, – Ricordi chi davvero è il padrone di casa? – Non mi interessa cosa c’è scritto nei documenti! – urla Michele, ma subito si addolcisce per Ludovica, – Ivan, capisci… vogliamo stare insieme. Dove vuoi che andiamo, sotto i portici? Io la porto nella mia casa! – No, – taglia corto Ivan. – E se non ti dai una calmata, qui dentro presto non ci resterà nessuno tranne me. Michele è una furia. Gli brucia che il figlio lo comandi davanti alla sua donna. – Va bene, – sussurra cattivo, – Vediamo chi la spunta. *** Il giorno dopo, shock. Ivan, tornando dal lavoro, vede per strada sotto casa… i suoi vestiti, i suoi libri, gettati qua e là. – Ma che… – corre. Arriva alla porta. Non si apre, la chiave non funziona. Papà ha cambiato serratura. – Papà! – grida Ivan, – Apri! – Via di qui! – grida Michele da dentro. – Questa è casa mia! E non me ne frega niente dei documenti! Ho buttato fuori le tue cose! – Sfondo la porta! – Prova! Ivan capisce che non otterrà nulla. Potrebbe chiamare i carabinieri, ma qualcosa gli dice che non risolverebbe. Domani si vedrà. Raccoglie la roba. Una parte la sta già raccogliendo la vicina, Caterina, che si offre di ospitarlo quella notte. Ivan accetta. Dormire da Caterina e sua madre è strano, ma accogliente. È la prima volta che si sente in pace da mesi. La mattina aspetta che Michele e Ludovica escano, poi si precipita, chiama il fabbro. – Ecco i documenti della casa, – mostra, – Rompa pure la serratura. È mia. In pochi minuti Ivan è dentro. – Mi cambi subito anche le serrature. Poi, avvia le grandi pulizie: raccoglie tutto quello di padre e compagna, lo sistema nei sacchi e li mette fuori, senza lanciare nulla dal balcone. In quel momento Michele prova ad aprire: – Ma che succede… non si apre… la chiave non va… – bisbiglia, poi capisce, – Ivan sei lì? – Bastano le urla, – risponde Ivan, – Non avrai altri set di chiavi. – Mi hai cacciato?? – Tu cosa ti aspettavi? – Apri, ho dentro la roba! – strilla Ludovica. – I vostri sacchi sono sul pianerottolo, – risponde Ivan, uscendo, – Li trovi tutti dietro di te. Io non sono quello che butta via la roba degli altri. Michele cerca di forzare, ma Ivan lo ferma semplicemente mettendosi davanti alla porta. – Via, papà, – dice serio, – E anche tu Ludovica. Ora nessuno prova più a buttarmi fuori da casa MIA. E di certo non in maniera così meschina. Michele capisce che non ha chance. – Ti porto in tribunale! Ma Ivan sa che bluffa. Gli ha solo fatto capire che le sceneggiate sono finite. La sera, mentre Ivan sta lavando tutto ciò che aveva trovato per terra, arriva Caterina con una torta fatta in casa. – Ciao, – sorride, – Un dolce ci sta, ti va? – Certo. – Immagino la discussione con tuo padre… – Beh, ha deciso di andarsene. Da solo. Poi racconta tutto. – Guarda che io, le loro cose, le avrei lanciate dalla finestra, – scherza Caterina, – Tu sei stato anche troppo buono. E insieme, finalmente, si godono un po’ di tranquillità.

Di nuovo con questa storia? Qui il padrone sono io, decido io chi resta e chi se ne va. Occhio, che magari a fare le valigie sei proprio tu…

Tu? Ivan rise piano. Ti ricordi, vero, chi è il vero padrone qui dentro?

***

La mattina nel loro appartamento a Milano non era mai piacevole, eppure ogni volta ci si sperava. Il sole, ironia della sorte, entrava a fiotti dalla finestra, ma nella stanza di Ivan sembrava notte fondo. Forse perché Ivan aveva dormito pochissimo. Era di pessimo umore. Aveva passato la notte a rigirarsi, svegliandosi mille volte, poi si era alzato a fare un paio di cose, aveva provato a rimettersi a letto… Si era appena sistemato sotto le lenzuola, quando ecco:

Ivan! tuonò la voce da baritono del corridoio Ma dove sei? Vieni fuori, su! Dai, che ancora dormi??

Ivan lanciò un sospiro esasperato e si coprì la testa col cuscino. Di nuovo. Suo padre, Michele, o meglio, il buon vecchio Mimmo, era nel pieno delle sue performance. E non erano neanche le otto.

Sto andando al lavoro, papà, borbottò Ivan, mentre cercava di aprire gli occhi, Faccio tardi.

In realtà, avrebbe potuto poltrire ancora almeno unora. Unora di riposo che la notte gli aveva negato.

Lavoro? Mimmo era già sulla soglia di camera sua, imponente come una montagna seppur di media statura. Ma smettila! Tu non ti prepari, te ne stai qui sdraiato… Alzati. Mi servono dei soldi!

Ivan si tirò su sul gomito. Ecco, ci risiamo.

Per cosa? chiese, già conoscendo la risposta.

Su, sembri nuovo! sospirò Mimmo teatrale. Serve che te lo spieghi ogni volta? Voglio portare Ludovica a cena fuori. In ristorante, capisci? Devo impressionarla. Lo sai anche tu: non ci casca facilmente, passeggiatina non basta, ci vuole qualcosa di forte.

Di forte cioè soldi tuoi, pensò Ivan. Per Ludovica, niente shopping niente amore. E per suo padre, la misura ormai era colma. Tutto ciò che guadagnava finiva in questi colpi di scena, e come un rubinetto rotto arrivavano richieste, spesso ordini veri e propri.

Papà, sono a secco anchio tentò Ivan la solita trattativa, ormai una routine. Ho solo quei euro per pranzare e la metro per la settimana. Dimentichi che abbiamo cambiato tutti i rubinetti qualche giorno fa?

Ivan aveva davvero svuotato il portafogli. E onestamente, non aveva nessuna intenzione di finanziare le imprese romantiche del padre.

A secco? Mimmo sgranò gli occhi, come se Ivan gli avesse appena chiesto del denaro in regalo. Ma dai! Trova qualcosa, forza. Non sono mica uno qualunque, sono tuo padre. E poi… già rovistando nel portafogli di Ivan, Qui in casa comando io! I tuoi soldi sono i miei soldi! Hai capito? Fai come dico io, posso prendere quello che mi pare.

Che sorpresa: nel portafogli non c’era più nulla. Ivan teneva ciò che avanzava dallo stipendio solo sulla carta.

E i soldi? tuonò Mimmo, Dove sono i miei soldi nella mia casa?

Qui Ivan non riuscì a trattenere una risata.

Sei sicuro sia casa tua, papà? Ma proprio sicuro-sicuro?

Il padre si bloccò un attimo, lasciando stare portafogli e zaino.

Che vuoi dire? balbettò.

Lo sai bene anche tu… Ivan si sedette sentendosi finalmente un po padrone. Era della nonna, questa casa. E lei lha lasciata a me, perché sapeva già come li spendi, i soldi. E che non ci si poteva fidare. Finivi tutto in un attimo…

La nonna, Anna Maria, donna saggia e pratica, aveva capito lantifona molto tempo fa. Aveva visto troppe volte suo figlio Mimmo ritrovarsi in brutti pasticci per colpa delle sue spese folli.

Allultima, quella delle macchina venduta e giocata ai videopoker in una settimana, Ivan era già maggiorenne e lavorava: gli era toccato salvare il papà dai debiti.

Fu allora che la nonna decise: la casa a suo nome, formalmente e praticamente. Era Ivan che pagava luce, cibo, perfino le ciabatte con cui il padre camminava per casa.

Mimmo invece, viveva da mantenuto, giusto il tempo di mangiare, dormire e chiedere soldi.

Quindi, papà Ivan si alzò sentendosi finalmente adulto Qui comando io. E i miei soldi sono miei. Se vuoi portare fuori Ludovica, i soldi te li trovi altrove.

Mimmo tentennò. Sembrava volesse parlare, ma gli si spense la voce fra i denti. Era solo rabbia.

Me la ricorderò questa…

Mi raccomando! replicò Ivan Soprattutto quando mangerai le cose che compro io. Perché ormai, da te, non arriva nulla. Non scordartelo.

Non era facile. Ivan gli voleva anche bene, ma vivere da cameriere personale non lo sopportava più. La misura era colma.

La sera stessa, Mimmo rilanciò.

Ivan, tornato dal lavoro, trovò la casa piena di sconosciuti. Mimmo, ovviamente, era seduto a capotavola, già allegro e chiassoso, circondato dai suoi amici e, ovviamente, Ludovica che mugolava qualcosa dambiguo.

Oh, finalmente! proclamò Mimmo non appena Ivan entrò in cucina Sei tornato! Vedete, amici? Il mio figliolo, quello che mi tratta come un fantasma. Nasconde i soldi al padre, vuole sbattere fuori di casa il vecchio, adesso si crede il boss!

Ivan si piazzò sulla porta, sentiva dentro solo una stanchezza infinita.

Papà disse Cosé, un bar questa casa adesso? Puoi fare la scenetta che vuoi, ma amici tuoi qui non li voglio. Chiedo a tutti di andare, domani mi tocca alzarmi presto.

Gli ospiti si guardarono lun laltro, qualcuno abbozzò una scusa, ma Mimmo li fermò con un gesto:

Aspetta un attimo ringhiò Cacci via i miei amici? Da casa mia? Non ti stai prendendo troppe libertà?

Ivan, invece, sapeva che era il momento giusto.

Da casa mia, papà, ribadì, e tutti si raggelarono E sì, ve lo sto chiedendo. Tu puoi anche restare. Ma festini qui non ne vedo più.

Tutti fissavano Ivan. Ludovica si strinse a Mimmo intimorita, forse indecisa se restare o scappare. Gli amici, prima rumorosi, ora cupi e muti.

Muoviamoci, ragazzi borbottò uno

Dai, Mimmo, abbiamo fatto tardi, su fece un altro.

Mimmo, vedendo la compagnia sciogliersi, sibilò:

Ecco, guarda come mi hai fatto fare la figura con la gente… Il figlio che fa la morale al padre!

Già, peccato che ci sia ancora bisogno di fare la morale a un padre…

Vedremo la prossima volta!

Ivan fece finta di nulla. Tornò in camera, chiuse e si mise a letto. Sapeva che il giorno dopo sarebbe stato peggio, con il pessimo teatro del padre o con tutti di nuovo sotto casa. Ma per ora voleva solo dormire.

Lindomani il sole splendeva uguale, ma Ivan non aveva nessuna voglia di goderlo. Il padre era arrabbiato. Non parlava, camminava in giro per casa come un fantasma arrabbiato. Ivan, rendendosi conto di aver forse un po esagerato davanti a tutti, decise di fare un passo lui.

Papà chiamò, mentre Mimmo passava davanti alla porta della sua stanza. Si fermò, senza nemmeno voltarsi. Mi spiace, ieri ho esagerato con tutti quei tuoi amici. Non volevo farti fare brutta figura. Ero stanco, la giornata era stata dura. Non era il caso dirlo davanti a loro. Il rispetto, tu lo sai, ce lho.

Ivan si alzò e gli porse i soldi.

Tieni, per la cena con Ludovica. Portala fuori, va bene?

Mimmo finalmente si girò verso di lui, tutto un altro volto.

Davvero? illuminato da un sorriso.

Davvero annuì Ivan.

Mimmo afferrò i soldi al volo:

Grande! Lo sapevo che eri un bravo ragazzo!

Subito sparì in camera a prepararsi per la serata. Ivan lo guardò andare, sentendosi vuoto. Aveva fatto pace. Ma qualcosa dentro lo faceva sentire stonato.

Per tutto il giorno Ivan pensò solo a una cosa: la casa.

Non ce la faceva più a stare con un padre che si comportava come un ragazzino di cinquantanni. Andarsene? Ma nemmeno per sogno, la casa era sua. Pagare affitto altrove? E perché? Buttare fuori il padre… era così pesante. Alla fine, è sempre sangue tuo. Dove sarebbe andato?

Le domande giravano a vuoto. Nessuna risposta.

Verso sera, sfinito dai pensieri, Ivan si addormentò. La notte prima, con tutti quegli amici in giro, non aveva chiuso occhio.

Il padre rincasò tardi, e non era solo.

Ivan? Dormi? Mimmo, vestito di tutto punto, entrò in camera Ci fermiamo un attimo, solo una cosa.

Dietro di lui sbucò Ludovica.

Ciao Ivan si tirò su sul letto, già in ansia.

Ciao Ivan, rispose lei, con la sua solita vocina.

Insomma, stasera abbiamo deciso insieme… lei si trasferisce qui esplose improvvisamente Mimmo.

Ivan balzò in piedi.

Cosa? Nessuno si trasferisce qui dentro!

Mimmo rimase impietrito, sicuramente non si aspettava una reazione simile, dopo che la mattina Ivan aveva fatto la pace.

Ancora con questa storia? Qui comando io! Decido chi viene a vivere e chi no. Occhio, che magari quello che esce di casa sei tu…

Tu? Ivan trattenne una risatina Hai dimenticato chi comanda davvero qui dentro?

Non me ne frega niente dei documenti! urlò Mimmo, salvo poi abbassare la voce per Ludovica Ivan, capisci, ormai stiamo insieme. Dove dovremmo vederci, sulle scale? Vogliamo vivere insieme, e lei è la mia compagna, la porto a casa mia…

No tagliò corto Ivan E se insisti, qui dentro non ci vivrà proprio più nessuno, tranne me.

Mimmo tremava dalla rabbia. Gli dava fastidio essere comandato dal proprio figlio davanti alla sua donna.

Va bene sibilò Vedremo chi la spunta.

***

La sera seguente fu uno shock. Ivan, tornando dal lavoro, vide sotto il portone una montagnetta di roba gettata. Ma, avvicinandosi, si accorse che quella non era spazzatura: erano le sue cose. I suoi vestiti, i suoi libri, sparpagliati sul marciapiede, sulla panchina… ovunque.

Ma che… borbottò, cercando di correre su.

Si lanciò verso il portone: chiuso. La chiave non funzionava più. Il padre aveva cambiato le serrature.

Papà! gridò Ivan, strattonando la maniglia Apri!

Vai via! gridò Mimmo dallaltra parte Questa è casa mia! Non mi importa cosa dice il catasto, la roba tua è fuori!

Sfondo la porta!

Prova!

Ivan rimase per un po fuori dalla porta blindata, rendendosi conto che Mimmo non avrebbe aperto. Avrebbe potuto chiamare i carabinieri, ma sapeva che a Milano quella sera nessuno aveva voglia di risolvere drammi familiari. Avrebbe dovuto aspettare lindomani.

Nel frattempo, doveva raccogliere tutta la roba.

Scese di corsa, trovando molte sue cose ancora per strada, alcune in mano a una vicina: Caterina, del terzo piano. Quando lo vide, si avvicinò per aiutarlo.

Tutto bene? chiese, sollevando il suo felpone preferito Ma perché lha fatto?

Ha perso la testa rispose Ivan, prendendo al volo i suoi jeans Gli ho vietato di portare i suoi amici… casa è mia… troppo lunga da raccontare.

Mamma mia, Ivan… scosse la testa Caterina Guarda, se vuoi, da me abbiamo una stanza libera. Resta pure, se vuoi.

Grazie davvero, Cate, Ivan accennò un sorriso Direi che mi fa comodo. Non ho voglia di trascinarmi in hotel stanotte, e tanto fra poco torno a casa mia…

Dormire da Caterina e sua madre fu strano, ma anche molto bello. Per la prima volta, dopo tanto tempo, Ivan si sentiva al sicuro: una tazza di tè la sera, si parlava di tutto, nessuno che lo svegliasse o gli chiedesse soldi di notte…

La mattina, appena vide dal balcone che Mimmo e Ludovica erano usciti, corse a casa. Aveva già chiamato il fabbro la sera prima.

Ecco, porse il documento e la proprietà digitale Rompa pure. È casa mia.

Il fabbro lavorò svelto.

In meno di dieci minuti Ivan era di nuovo dentro.

Grazie mille gli disse Mi monti subito pure una serratura nuova?

Il fabbro si mise allopera.

Ivan, senza perdere tempo, preparò immediatamente le valigie per Mimmo e Ludovica. Nulla gettato dal balcone, come aveva fatto il padre: mise tutto nei borsoni e li posò fuori dalla porta.

Proprio mentre stava rientrando dopo aver depositato lultimo borsone, sentì qualcuno provare ad aprire con la vecchia chiave.

Che succede qui… sentì il padre Non gira! Sarà bloccata… No, la chiave non va… un attimo di silenzio Hanno cambiato la serratura!! Ivan, sei dentro??

Basta bussare rispose Ivan Tanto la chiave nuova non te la do.

Mi stai sbattendo fuori??

Cosa pensavi? ribatté Ivan.

Apri! Ho le mie cose lì dentro! urlò Ludovica.

Sono fuori, sulla pianerottolo rispose Ivan, uscendo Giratevi, dietro di voi. Ho messo tutto lì, non sono mica dispettoso come voi, non vi butto via la roba.

Mimmo tentò di infilarsi in casa, ma Ivan, seppur più basso, si piantò nella porta.

Andate, papà disse E anche Ludovica. Ho già spiegato che qui dentro non metterà piede nessuno finché si va avanti così. Non posso più lasciare entrare una persona che cerca di buttarmi fuori di casa, e in quel modo!

Mimmo, capendo che non cera nulla da fare, lanciò unultima frecciata:

Ti mando in tribunale!

Ma Ivan sapeva che di tribunale ce nera ben poco. Aveva solo fatto capire a suo padre che il tempo dei giochi era finito.

Quella sera, mentre metteva su la terza lavatrice per lavare tutto quello che aveva recuperato dalla strada, Caterina venne a portargli una torta alla crema e nocciole fatta da lei.

Ehi sorrise Ti porto un dolcetto, ci stai?

Mica rifiuto.

Immagino che col padre non vi siate parlati molto bene…

Come no? Ivan rise Il papà ha traslocato.

Davvero da solo?

Certo che sì rispose Ivan, divertito.

Poi le raccontò tutta la storia.

Io, giuro, da quella finestra i borsoni glieli avrei buttati sorrise Caterina Tu invece sei stato pure gentile.

E a stare insieme, finalmente, si stava proprio bene.

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Di nuovo con queste storie?? Qui comando io – e decido io chi entra e chi no. Attento, che potresti essere proprio tu quello che dovrà andarsene da qui… – Tu? – Ivan sogghignò. – Ricordi chi è davvero il padrone di casa? *** Un’altra mattina storta nell’appartamento di famiglia. Ma quando mai sono serene, qui, le mattine? Il sole brilla dispettoso oltre la finestra, ma dentro la stanza di Ivan non entra un filo di luce – forse perché Ivan non ha chiuso occhio, e, irritato, si gira e rigira senza pace. Quando finalmente si riadagia sotto il piumone… – Ivan! – tuona la voce che arriva dal corridoio, – Dove sei? Esci, per favore! Quando pensi di alzarti? Ivan impreca tra sé e si copre la testa col cuscino. Di nuovo. Papà, Michele, detto anche solo “Michele”, nel suo solito repertorio. E ancora non sono nemmeno le otto. – Mi sto preparando per andare al lavoro, papà, – borbotta Ivan con voce sonnolenta, – Se continui, farò tardi. Può ancora starsene a letto un’oretta. Un’ora di riposo che non ha avuto la notte. – Lavoro? Ma va’ là! – Michele è già affacciato sulla porta e sembra un gigante, anche se non supera il metro e settanta, – Altro che lavoro, stai solo stravaccato… Alzati! Mi servono dei soldi! Ivan si mette a sedere. Soldi. Che novità. – Per cosa? – domanda già rassegnato. – Ma sei tardo, Ivan? – sospira Michele teatrale, – Devo proprio spiegarti tutto come a un bambino? Voglio portare Ludovica fuori a cena. In un bel ristorante. Devo farla colpo, quella lì… Sai che non si accontenta di poco… “Quella lì”, cioè Ludovica, è una che coi soldi degli altri ci va a nozze, sennò Michele per lei è come il due di picche. Michele ormai ha perso ogni senso della misura: quello che guadagna finisce tutto in svaghi e impressioni, poi piovono richieste e, più spesso, pretese. – Papà, ne ho pochi anch’io, – Ivan prova a trattare, come ormai fa da mesi, – Solo per questa settimana: abbonamento del bus e pranzo. Tra il cambio di sanitari, mi sono già prosciugato… Ivan, davvero, sta in difficoltà. E finanziare le “impressioni” paterne non ne ha più voglia. – Pochi? – Michele alza le sopracciglia come se fosse Ivan a chiedere a lui un regalo, non un prestito, – Ma quanti pochi? Trovali! Sono soldi per tuo padre! E poi… – si infila nel portafoglio di Ivan, – Qui comando io! I TUOI soldi sono i MIEI soldi, è chiaro? Si fa come dico io! Prendo quello che mi pare! Peccato che nel portafoglio non ci sia più nulla. Quel che resta del suo stipendio, Ivan lo tiene sulla carta. – Dove stanno i soldi? Nella mia casa dove stanno i MIEI soldi? A questo punto Ivan sorride ironico. – Sei proprio sicuro che questa sia casa tua, papà? Sei sicuro? Il padre per un attimo smette di arraffare tra le cose altrui. – Cosa stai dicendo? – Dico solo quello che anche tu sai, – Ivan si siede meglio, finalmente sente di avere le carte in regola, – È della nonna questa casa. E la nonna l’ha lasciata a me. Lo sapeva come suo figlio se li spende i soldi. E sapeva che a te non si può proprio affidare niente. Che una volta avresti buttato via anche le mura. La nonna, Anna Patrizia, era una donna di testa. Aveva visto Michele restare al verde un paio di volte, vendendo perfino la macchina che lei gli aveva regalato e sperperando tutto in una settimana. Per fortuna, allora Ivan era già maggiorenne, lavorava e aveva potuto aiutare il padre a uscire dai guai. Così la nonna decise di tutelare il nipote, intestandogli tutto. Formalmente la casa è di Ivan, e di fatto anche: pagava lui bollette, spesa, perfino le ciabatte ai piedi del padre. Michele, invece, vive come un ospite parassita: si presenta solo per mangiare, dormire e tirare avanti una richiesta di soldi dietro l’altra. – Quindi, papà, – Ivan si alza, finalmente padrone in casa sua, – Qui decido io, e i miei soldi restano miei. Se vuoi portare Ludovica al ristorante, trovati un altro modo. Michele vorrebbe rispondere, ma non gli esce nulla se non un sibilo. – Me la pagherai… – Ricordati di farlo mentre magni la mia spesa, – ribatte Ivan. – Già che in questa casa di utile tu non porti nulla, almeno la memoria, usala. Non è facile. Ivan suo padre lo ama. Ma non può più vivere da servo. Qui il padrone è lui. Se a papà non va, si trova la porta. Anche la sera si sfoga in solite lamentele. Quando rientra, Ivan trova casa piena: Michele, già alticcio, seduto in posizione d’onore attorniato dai compari e, ovviamente, Ludovica, che cincischia ammiccando. – Ecco il mio figliolo! – proclama Michele, – È arrivato! Vedete? Proprio mio figlio, non mi considera niente! Si nasconde i soldi, mi vuole cacciare. Si sente il padrone di tutto! Ivan si ferma sulla soglia, sfiancato dalla stanchezza. – Papà, che bettola hai organizzato? – dice, – Fai tutto lo show che vuoi, ma i tuoi amici qui non li inviti più. Chiedo a tutti di uscire. Domani mi sveglio presto. Qualcuno inizia pure a mettersi in piedi, ma Michele li blocca: – Ma stai cacciando i miei ospiti? Da casa mia? Non ti sembra di esagerare con queste arie da padrone? Per Ivan non è affatto presto. – Da casa mia, papà, – lo corregge Ivan, e tutti si ammutoliscono, – E sì, chiedo a tutti di andarsene. Tu, se vuoi, resti. Ma questa banda per me è fuori. Tutti lo fissano. Ludovica si stringe a Michele, indecisa tra la fuga e la sfacciataggine. Gli amici, da sghignazzoni, passano la serata musoni. – Ragazzi, si va, – mugugna uno. – Dai, Michele, basta così, – aggiunge un altro, – È tardi. Michele, vedendo andare via la compagnia, sibila: – Mi hai messo alla berlina davanti a persone rispettabili… Ed è tuo padre, quello che insegni! – E se il padre ha bisogno di andare a scuola adesso? – Vediamo poi chi la spunta! Ma Ivan lo ignora, chiude la porta della sua stanza. La mattina il sole splende ancora, ma a Ivan non interessa. Il padre fa la vittima, non parla, si aggira come un fantasma rabbioso. Ivan decide di fare pace: – Papà, – lo chiama, – Scusami per ieri. Ho esagerato davanti ai tuoi amici. Ma non volevo offenderti, sono solo tanto stanco. Non dovevo dirle quelle cose davanti a loro. Ivan tira fuori il portafoglio. – Tieni, – porge i soldi, – Porta Ludovica fuori. Divertitevi. Michele si illumina: – Davvero? – chiede. – Davvero, – annuisce Ivan. Michele afferra il denaro e sparisce in camera per prepararsi alla serata. Ivan lo guarda e si sente vuoto. Ha dato i soldi, pace fatta… ma è come se non bastasse. Tutto il giorno Ivan pensa solo a una cosa: l’appartamento. Non ne può più di vivere con un padre che si comporta da adolescente cinquantenne, e andarsene sarebbe da stupido: la casa è sua! Ma cacciare il padre… è disumano. È il padre, dove andrebbe? Nessuna risposta. Stremato, Ivan la sera si addormenta. Papà torna dal ristorante non solo. – Ivan? Dormi? – entra Michele in gran spolvero, – Siamo giusto un attimo. C’è anche Ludovica. – Ciao, – Ivan si tira su nervoso. – Ciao carissimo, – fa lei, civettuola. – Ecco… ci siamo messi d’accordo: lei viene a vivere con noi! – spara Michele. Ivan si alza di scatto. – Cosa? Nessuno si trasferisce qui! Michele si gela, non si aspettava questa reazione. – Di nuovo con queste storie?? Qui comando io – e decido io chi entra e chi no. Occhio che potresti essere tu a doverti levare… – Tu? – sogghigna Ivan, – Ricordi chi davvero è il padrone di casa? – Non mi interessa cosa c’è scritto nei documenti! – urla Michele, ma subito si addolcisce per Ludovica, – Ivan, capisci… vogliamo stare insieme. Dove vuoi che andiamo, sotto i portici? Io la porto nella mia casa! – No, – taglia corto Ivan. – E se non ti dai una calmata, qui dentro presto non ci resterà nessuno tranne me. Michele è una furia. Gli brucia che il figlio lo comandi davanti alla sua donna. – Va bene, – sussurra cattivo, – Vediamo chi la spunta. *** Il giorno dopo, shock. Ivan, tornando dal lavoro, vede per strada sotto casa… i suoi vestiti, i suoi libri, gettati qua e là. – Ma che… – corre. Arriva alla porta. Non si apre, la chiave non funziona. Papà ha cambiato serratura. – Papà! – grida Ivan, – Apri! – Via di qui! – grida Michele da dentro. – Questa è casa mia! E non me ne frega niente dei documenti! Ho buttato fuori le tue cose! – Sfondo la porta! – Prova! Ivan capisce che non otterrà nulla. Potrebbe chiamare i carabinieri, ma qualcosa gli dice che non risolverebbe. Domani si vedrà. Raccoglie la roba. Una parte la sta già raccogliendo la vicina, Caterina, che si offre di ospitarlo quella notte. Ivan accetta. Dormire da Caterina e sua madre è strano, ma accogliente. È la prima volta che si sente in pace da mesi. La mattina aspetta che Michele e Ludovica escano, poi si precipita, chiama il fabbro. – Ecco i documenti della casa, – mostra, – Rompa pure la serratura. È mia. In pochi minuti Ivan è dentro. – Mi cambi subito anche le serrature. Poi, avvia le grandi pulizie: raccoglie tutto quello di padre e compagna, lo sistema nei sacchi e li mette fuori, senza lanciare nulla dal balcone. In quel momento Michele prova ad aprire: – Ma che succede… non si apre… la chiave non va… – bisbiglia, poi capisce, – Ivan sei lì? – Bastano le urla, – risponde Ivan, – Non avrai altri set di chiavi. – Mi hai cacciato?? – Tu cosa ti aspettavi? – Apri, ho dentro la roba! – strilla Ludovica. – I vostri sacchi sono sul pianerottolo, – risponde Ivan, uscendo, – Li trovi tutti dietro di te. Io non sono quello che butta via la roba degli altri. Michele cerca di forzare, ma Ivan lo ferma semplicemente mettendosi davanti alla porta. – Via, papà, – dice serio, – E anche tu Ludovica. Ora nessuno prova più a buttarmi fuori da casa MIA. E di certo non in maniera così meschina. Michele capisce che non ha chance. – Ti porto in tribunale! Ma Ivan sa che bluffa. Gli ha solo fatto capire che le sceneggiate sono finite. La sera, mentre Ivan sta lavando tutto ciò che aveva trovato per terra, arriva Caterina con una torta fatta in casa. – Ciao, – sorride, – Un dolce ci sta, ti va? – Certo. – Immagino la discussione con tuo padre… – Beh, ha deciso di andarsene. Da solo. Poi racconta tutto. – Guarda che io, le loro cose, le avrei lanciate dalla finestra, – scherza Caterina, – Tu sei stato anche troppo buono. E insieme, finalmente, si godono un po’ di tranquillità.
«I tuoi panzerotti nessuno li mangerà», sibilò la suocera. Un anno dopo vide la fila davanti al mio ristorante, in cui c’era anche suo marito.