Martina era la ragazza più discreta al compleanno di Giulia. Frequentavano lo stesso istituto tecnico a Firenze.
Giulia aveva aperto le porte a tutti quelli che riuscivano a venire, ma molte ragazze erano tornate nei paesi di origine per il fine settimana. Martina, timida e silenziosa, aveva trovato il coraggio di accettare linvito.
Daltronde lei non usciva mai. Anche lei aveva appena compiuto diciotto anni, come Giulia. Però Martina il suo compleanno non lo aveva festeggiato con amici
Non aveva molte amiche, e i genitori le avevano suggerito di passarlo a casa, in famiglia, con la nonna e il nonno.
“Ecco qua”, pensava tristemente tra sé, “il compleanno a cinque anni o a diciotto, sempre la stessa storia”.
Certo, amava i suoi cari, ma si chiedeva quando sarebbe diventata davvero adulta e indipendente.
Quando mai qualche ragazzo si sarebbe accorto della sua femminilità, della sua bellezza nascosta e della sua dolcezza?
Martina sognava lamore, ma era insicura. Non era vivace come Giulia, né appariscente come la sua amica Aurora.
Loro due si truccavano senza timore, portavano vestiti allultima moda e a volte anche un po audaci, specialmente a scuola, tanto che qualche professoressa le rimproverava.
A Martina, invece, i vestiti li sceglieva sempre la madre e i maglioni glieli faceva la nonna.
La nonna ci rimaneva male perché la nipote indossava poco le sue creazioni.
Martina proprio non riusciva a uscire con quei golfini ormai superati; li portava solo dinverno, a casa.
Alla festa di Giulia erano in dodici tra ragazzi e ragazze dellistituto.
Quando la cena finì e partì la musica per ballare, Martina decise di uscire dalla casa e si sedette sulla panchina accanto al portone.
Nessuno si accorse che era andata via. Si sentiva a disagio con quei ragazzi che non conosceva bene. E forse la cosa che la feriva di più era che nessuno notava la sua assenza.
Guardò lora.
“Potrei anche tornare, mia madre starà già in pensiero Avevo promesso che non facevo tardi”, pensò.
Allimprovviso dal portone uscì un ragazzo. Non era degli invitati.
Si sedette allestremità della panchina e guardò malinconico le finestre illuminate di Giulia al secondo piano. Da lì arrivavano le risate e la musica allegra.
“Vieni da quella festa?”, mi chiese allimprovviso, indicando la finestra di Giulia. Io feci un cenno di sì.
“E allora? Giulia si sta divertendo? Sta ballando?”, chiese ancora lui, con uno sguardo triste.
Questa volta trovai il coraggio di rispondere: “Sì, come si sente Ridono, ballano”.
“Eh già, è il suo compleanno”, sospirò il ragazzo. “Io al mio sono stato giù di morale. Festeggiato? Macché, solita torta in famiglia a fine cena, come quandero piccolo”
Rimasi un po sorpresa.
“Io pure, uguale”, confessai. “Sei suo amico?” feci cenno alle finestre di Giulia.
“Sì e no Avrei voluto. Ma lei non mi fila. Nemmeno mi ha invitato stasera. Siamo vicini da anni, sa benissimo che ho una cotta per lei”
Tacque. Sospirai anchio. Poi dissi: “Non preoccuparti. Anche io mi faccio tanti pensieri Ma tanto nessuno ci fa caso. Sono uscita dalla festa e nessuno se nè accorto. Sarò invisibile Che ci sono o meno, è lo stesso per tutti”.
“Dai, non dire così” provò a rincuorarmi. “Anche se forse, hai ragione. Siamo così, gente come noi… Un po sfortunati”
“Non sfortunati”, corressi. “Semplicemente poco appariscenti, riservati. Forse è anche un punto di forza, un modo per essere liberi e indipendenti”.
“Lo pensi davvero?”, mi chiese sorpreso. “Comunque io mi chiamo Luca. E tu?”
“Martina”.
Rimanemmo lì ad ascoltare la musica, di tanto in tanto guardando quelle finestre, quasi aspettando che Giulia ci chiamasse dentro, ma nessuno di noi venne invitato.
“Mi ha fatto piacere conoscerti”, dissi cortesemente, “ma devo andare. Avevo promesso di non fare tardi”
“Ti accompagno almeno un pezzo”, propose lui. “Fino alla fermata dellautobus”.
Passeggiamo tra i viali silenziosi di un parco, parlammo, sorridendo goffamente luno allaltro.
Luca colse che la sua attenzione mi faceva piacere, che io ero contenta di essere lì con lui: lo vedeva dalle guance che mi si arrossavano e dalle fossette che si formavano quando sorridevo, dagli occhi che abbassavo se lo sorprendevo a fissarmi.
Iniziò a raccontare aneddoti, storielle buffe, tutto quanto gli veniva in mente, solo per sentire il mio riso cristallino e prolungare quei minuti insieme.
Arrivammo alla fermata. Lo ringraziai e mi accingevo a salutarlo, ma lui voleva restare finché io non fossi salita sul bus. Io, quasi senza volerlo, lasciai passare il primo autobus e presi il secondo
Dal finestrino lo salutai con la mano come se fossimo amici da sempre.
Lui rimase ancora lì, a guardarmi andare via, quasi ipnotizzato da quella ragazza semplice con le fossette e lo sguardo limpido.
Solo dopo un po si decise a tornare verso casa. E capì di desiderare davvero di rivedermi. E però nessun numero, nessun indirizzo Non si fa, pensò. Così, di botto. Troppo presto.
La mattina dopo, Luca si svegliò presto e corse a casa di Giulia. Salì le scale di corsa e suonò al campanello.
Giulia aprì la porta e disse esasperata: “Che vuoi ancora, Luca? Non ho tempo oggi, ti ho già detto che non posso uscire!”
“No, aspetta certo che mi piacerebbe portarti fuori Ma in realtà mi servirebbe il numero della tua compagna distituto. Ieri era qui Devo restituirle una cosa che ha lasciato sulla panchina. Puoi darmi il suo numero, per favore?”
“Di chi?” chiese lei sorpresa.
“Martina”, spiegò Luca.
“Martina? Ah, sì, Martina… Vabbè, aspetta un secondo”.
Dopo poco, Giulia tornò con un foglietto.
“Eccolo. Ragazza invisibile, la Martina E quando sarebbe successa questa cosa?”, rise, richiudendo la porta.
Luca prese la nota come fosse un talismano e tornò a casa pieno di speranze.
Passò la giornata a pensare alle parole da dirle, agitato. E verso sera decise di chiamare Martina.
La invitò a fare una passeggiata e le promise un gelato. Con sua sorpresa e felicità, Martina accettò volentieri; sembrava aspettava quella chiamata, la sua voce era ancora più dolce al telefono, o almeno così gli sembrò.
Camminarono nel parco, mangiarono il gelato, si raccontarono, scoprendo di essere più simili di quanto immaginassero.
“Adesso tocca a me invitarti”, disse Martina arrossendo mentre si salutavano, “ma la prossima volta andiamo al cinema. Che ne dici?”
Da quel giorno io e Luca siamo diventati inseparabili. Spesso andavamo al cinema, visitavamo mostre e musei, e lanno dopo iniziammo perfino a viaggiare insieme: ormai tutti ci consideravano fidanzati.
Dopo due anni ci siamo sposati.
Mia madre diceva che era troppo presto, ma la nonna invece commentava: “Brava, Martina. Ti sei trovata la tua strada e sei rimasta convinta. Niente cambi di fidanzato, niente storie strane. E poi uno come Luca va tenuto stretto. È un tesoro, ti tratta con delicatezza. Che altro potresti volere?”.
“Ma guarda la Martina quanto è furba”, commentavano le compagne del tecnico. “È la prima che si è sposata! E lui, sembra il ragazzo più felice di Firenze”.
Ed eravamo davvero felici. In Luca io trovai comprensione, tenerezza e quellamore che avevo sempre sperato.
Ancora oggi, a distanza di anni, ricordiamo con un sorriso quella panchina fuori dal portone che ci ha uniti per la vitaEppure, quando torno indietro con la memoria a quella notte sulla panchina, mi sembra ancora incredibile come da una semplice fuga da una festa sia nato tutto ciò. Una carezza nel buio, un po di coraggio trovato per caso, due timidezze che si sono riconosciute proprio quando sembrava impossibile attirare lattenzione di qualcuno.
Da allora, ogni anno, per scherzo, io e Luca torniamo davanti a quel portone la sera del compleanno di Giulia. Ci sediamo sulla stessa panchina, dividiamo un gelato al bacio e sorridiamo guardando le finestre illuminate, ascoltando risate e musica nuove che arrivano da chissà quale altra festa.
Ormai non ci sentiamo più invisibili. Noi ci vediamo. E quando mi prende la mano, con la stessa dolcezza di allora, capisco che a volte basta scomparire per un attimo dal mondo rumoroso degli altri per trovare finalmente qualcuno che ti guardi davvero.






