Il viaggio verso di me: una donna, un treno, un ruscello di scelte e cambiamenti tra Yaroslavl, Vologda e un piccolo paese, alla ricerca di sé stessa tra stazioni, incontri e la libertà di partire sola.

Nel cuore della notte, Caterina rimane sospesa sul bordo del letto, gli occhi fissi nello zaino spalancato che sembra un animale addormentato, la cerniera sfinita come una bocca che si rifiuta di parlare. La giacca, abbandonata sulla sedia, ricorda una pelle dimenticata; i biglietti, immobili sul davanzale, brillano come euro sotto la luce lunare. Il cellulare lampeggia, ripetendo un messaggio: Treno, 10:20, un mantra che non promette nulla.

In cucina, il tè si è raffreddato, mentre nel lavandino si rifugiano due piatti, una tazza, un coltello solitario. Nel frigorifero, i contenitori di minestrone e involtini di verza si dispongono come soldati, preparati per sicurezza, anche se la casa è ormai vuota. Il figlio si è sistemato vicino al lavoro, la figlia si è persa tra i libri di Firenze. Lex marito, spettro di una routine passata, chiama solo per questioni di contabilità, come se la famiglia fosse rimasta unimpresa senza dipendenti.

Caterina si alza, attratta dalla finestra come da un portale. Nel cortile, il vicino trascina il suo cane lanoso, due ragazze si avvolgono nel fumo e nei piumini gemelli, immobili sulla giostra. Sa che il tempo cambierà solo le giacche, lasciando intatta la scena.

Lo zaino, comprato pochi giorni prima in un negozio di sport vicino alla metropolitana, era stato descritto dal commesso con parole che si dissolvono come sogni al risveglio: capienza, schiena, cinghie. Caterina annuisce, ma la sua attenzione è altrove: jeans, felpa, kit di pronto soccorso, romanzo infinito.

La decisione di partire è cresciuta lentamente, come una pianta che spunta tra le crepe. Allinizio, la sua esistenza sembrava bloccata tra due fermate di autobus. I figli lontani, il marito svanito, il lavoro in amministrazione ridotto a una sequenza di gesti. Mattina: autobus, ufficio, bilanci, pranzo in un contenitore di plastica; sera: supermercato, TV, serie dove donne come lei si perdono in amanti e rivelazioni. Nella sua vita, solo il vuoto che resta quando non si è più necessari.

Un giorno, una collega porta una guida delle città del nord, raccontando di viaggi in treno senza agenzia. Caterina sfoglia immagini di stazioni e fiumi, sentendo che non ha mai superato il confine del capoluogo. Prima scaccia il pensiero, poi, di notte, apre il portatile e naviga tra biglietti e itinerari. Il sito si blocca, la mappa si dissolve, le date si confondono, ma a mezzanotte una linea si disegna: la sua città Bologna Parma un paese sul Po dal nome impronunciabile.

I biglietti stampati finiscono nella cartellina dei documenti. Il giorno dopo, lo racconta al figlio in una videochiamata.

Parti da sola? chiede lui, gli occhi stretti come fessure. Mamma, che ci vai a fare?

Voglio vedere come vivono gli altri, risponde lei, la voce un filo teso. Passeggio, mi rilasso.

Magari con qualche amica? insiste.

Le amiche sono prigioniere di altri mondi: nipoti, secondi mariti, orti. E la paura di sentirsi dire Sei matta a partire da sola è una bestia che Caterina non vuole affrontare.

Così mi trovo meglio, dice. Non devo adattarmi a nessuno.

Il figlio scrolla le spalle, raccomandando solo di chiamare e non spendere troppo con la carta.

Lex marito reagisce come un eco lontano.

Dove vai? domanda. A Parma? Ma che ci fai lì? È provincia.

Non sono mica di Milano, taglia corto Caterina. Voglio solo vedere qualcosa di nuovo.

Lui tace, offrendo aiuto con la valigia, ma lei rifiuta, immaginandolo come un guardiano che controlla la casa.

Davanti alla finestra, Caterina cerca di capire se la strada o il ritorno la spaventano di più.

Il tè ormai freddo viene inghiottito, lo zaino chiuso, biglietti e documenti controllati. Nel corridoio, gli stivaletti ai piedi, le luci spente. Lappartamento si trasforma in una stanza dalbergo svuotata.

Nel vano scale, odore di detersivo e profumo si mescolano. Fuori, il vento sussurra. Caterina alza il bavero, prende lo zaino e si avvia verso la fermata.

La stazione è un formicaio di voci e passi. Gente di fretta, urla di bambini, file che si intrecciano. Caterina, stringendo lo zaino, si fa largo fino al tabellone. Il suo treno è il terzultimo, quaranta minuti allattesa.

Seduta su una sedia di plastica, accanto a una donna che si lamenta al telefono del marito, Caterina osserva un ragazzo che mangia focaccia, le briciole come stelle sulla giacca nera. Bevve acqua, fissando il suo riflesso nel vetro: il volto segnato, ma non vecchio, come chi ha camminato sempre nella stessa direzione e ora si prepara a deviare.

Allannuncio dellimbarco, si alza e si dirige al binario. Lo zaino pesa, ma quella gravità le piace: è la prova che sta davvero partendo.

Il posto è vicino al finestrino. Di fronte, una coppia giovane con zaini minuscoli. La ragazza sorride, si sposta.

Vuole una mano? chiede il ragazzo.

Grazie, faccio da sola, risponde Caterina, sollevando lo zaino con fatica. Non è elegante, ma ce la fa. Si sente fiera come una bambina.

Il treno si muove. Fuori scorrono palazzi grigi, garage, spazi vuoti. La ragazza legge un libro in inglese, il ragazzo fissa il telefono. Caterina guarda il paesaggio, poi apre il romanzo, ma le parole si sciolgono come neve.

Pensando allarrivo, ricorda la prenotazione di una stanza economica a Bologna: foto di pareti bianche, letto di legno, messaggi su WhatsApp pieni di faccine dalla proprietaria. Poi lautobus per Parma, un altro treno per il paese sul Po. Tre giorni senza itinerari.

Vacanza? chiede la ragazza.

Più o meno, risponde Caterina. Vado a vedere città.

Bello, dice la ragazza. Noi volevamo fare autostop, ma la mamma non ha voluto. Quindi treno come si deve.

Risero, il discorso si spegne, e Caterina ne è sollevata.

Verso sera, il vagone si riempie di odori: panini, caffè solubile. La capotreno serve tè nei bicchieri di vetro. Caterina mangia uova sode e cetrioli. Sente gli sguardi: forse pensano che vada da parenti. Pochi immaginano una donna sola, senza meta.

A Bologna, la stazione è immersa nella luce dei lampioni. Navigatore acceso, autobus trovato, quartiere di palazzine, ingressi uguali, citofono.

Sì, risponde una voce. Terzo piano, a sinistra.

La padrona di casa, robusta e in vestaglia, guida Caterina nel corridoio stretto, mostrando la stanza.

Ecco la chiave, dice. Bagno e cucina in comune. Prenda tè e zucchero. Di notte silenzio, ho il nipotino.

La stanza è pulita, ma più piccola che in foto. La finestra dà su un cortile spoglio. Sul muro, stampe di panorami. Caterina posa lo zaino, gira per la stanza come in cerca di segreti.

Sola, la stanchezza la travolge. Schiena dolente, gambe pesanti, testa confusa. Seduta sul letto, guarda lo zaino: la sua vita compressa in un rettangolo di stoffa.

Quella notte, il sonno è un viaggio inquieto. Attraverso le pareti, pianto di bambino, passi, porte che sbattono. Pensa che a casa sarebbe stata più tranquilla. Qui, ogni rumore è straniero.

Al mattino, in bagno, incontra una ragazza dai capelli bagnati.

Resta molto? chiede lei.

Solo una notte, risponde Caterina. Poi riparto.

Anchio, dice la ragazza. Per lavoro.

Per lavoro suona sicuro. Caterina non ha scuse. Viaggia e basta.

Dopo colazione, esce a passeggiare tra cortili, non verso il centro. Osserva balconi con tappeti, giochi, cani, gente con giacche e berretti. Un anziano dà briciole ai passeri.

Eccoli, i veri viaggiatori, dice luomo. Cercano le briciole ovunque.

Lei sorride e prosegue.

A pranzo torna in stanza, raccoglie le cose, ringrazia la padrona e va allautostazione. Lì scopre che lautobus per Parma è stato cancellato. Sul tabellone, una scritta rossa le stringe lo stomaco.

Cancellato? chiede.

Eh sì, risponde la donna. Guasto. Il prossimo è stasera.

Ma io devo partire oggi, dice Caterina.

Allora prenda il treno, risponde la cassiera. La stazione è lì.

Caterina esce, il vento più forte, il cielo grigio. Trascina lo zaino, fa la fila, risponde a domande strane, compra un nuovo biglietto. Quello dellautobus rimane un foglio inutile.

Si sente come una studentessa impreparata, costretta a improvvisare. Pensa: Chi me lha fatto fare? A casa sarebbe stata col tè, non a correre tra biglietterie.

Il treno per Parma è pieno. Le tocca un posto accanto a un uomo in giacca da lavoro, odore di tabacco e benzina.

Va lontano? chiede lui.

A Parma, risponde lei. Poi ancora avanti.

In visita? domanda.

Caterina esita. Dire in visita sarebbe stato più semplice.

Così, dice. Viaggio.

Luomo annuisce.

Ci sta, dice. Sempre a lavorare e stare in casa non si vive.

A Parma arrivano nel tardo pomeriggio. Caterina è esausta. Deve trovare un albergo, dormire, la mattina prendere il regionale. Sul telefono trova una sistemazione economica, chiama. Una voce femminile conferma la disponibilità.

Quindici minuti a piedi. Schiva pozzanghere e passanti, lo zaino sempre più pesante. Lalbergo è vecchio, lintonaco scrostato. La scritta allingresso già dimenticata.

Dentro, odore di cipolla fritta e dolci. Alla reception, una ragazza con rossetto acceso.

Ho prenotato, dice Caterina.

La ragazza controlla il computer, si acciglia.

Non ho la sua prenotazione, dice. Forse non ha completato?

Ho chiamato, si confonde Caterina.

Al telefono non teniamo la prenotazione, risponde. Ora è tutto pieno.

Le parole rimangono sospese. Caterina sente la paura salire. È buio, in una città sconosciuta, senza letto.

Non cè proprio nulla? chiede.

Tutto occupato. Provi nellalbergo due porte più in là.

Caterina esce. Laria fredda la colpisce. Rimane sul marciapiede, lo zaino tira, le gambe doloranti. Per un attimo pensa di tornare a casa.

Prende il telefono, cerca altri alberghi. Le dita tremano. Uno è troppo caro, uno non risponde, uno è pieno. Poi il telefono segnala batteria scarica.

Guarda intorno. Allangolo, uninsegna di bar. Dentro, luce calda, tavolini dietro il vetro.

Caterina entra. Profumo di zuppa e pane fresco. Dietro il bancone, una donna col grembiule.

Posso caricare il telefono? chiede Caterina.

Certo, risponde la donna. La presa è lì.

Caterina ordina una zuppa di verdure e un tè, mette il telefono in carica, si siede. Quando arriva la zuppa calda, le vengono le lacrime. Non per rabbia, ma per stanchezza. Il mondo chiede sempre decisioni, e lei è abituata a chiedere consiglio.

Fissa la zuppa rossa, cercando di calmarsi. La donna del bar lo nota.

Giornata pesante? chiede.

Caterina annuisce. Le parole escono: autobus cancellato, prenotazione sparita, sola in una città sconosciuta.

Da dove viene? chiede la donna.

Caterina dice la sua città.

Da sola? si stupisce lei.

Sì, risponde Caterina. Ho deciso di viaggiare.

La donna rimane in silenzio, poi dice:

Mia sorella affitta una stanza. Non è lussuosa, ma pulita. Se vuole, la chiamo.

Quelle parole sono come un salvagente. Caterina sente la tensione sciogliersi.

Se non è un disturbo, dice.

La donna chiama, spiega la situazione. Poi dà a Caterina un foglietto con lindirizzo.

Ecco, dice. Quindici minuti a piedi. Dica che la manda Lucia del bar.

Grazie, dice Caterina.

Prima mangi, la interrompe Lucia.

Quando Caterina esce dal bar, è già buio. I lampioni illuminano il marciapiede. Cammina contando gli incroci, seguendo il foglietto. Lo zaino pesa, ma ora sembra familiare.

La stanza della sorella di Lucia è piccola, con un divano vecchio ma pulito, un tappeto appeso e una libreria. La padrona, minuta e dagli occhi attenti, mostra bagno, cucina, presa per il telefono.

I soldi domani, dice. Ora riposi.

Quando la porta si chiude, Caterina finalmente si rilassa. Toglie lo zaino, lo posa contro il muro. La schiena si alleggerisce. Si siede sul divano, si massaggia il ginocchio. Un vecchio dolore si fa sentire.

Quella notte si addormenta subito. Senza TV, senza i soliti rumori, ma con la sensazione di aver superato qualcosa di importante. Non eroico, non grande, ma suo.

Al mattino, in cucina con una tazza di tè, si accorge che non ha fretta. Il regionale parte più tardi. Potrebbe vedere le vie principali, entrare in una chiesa, ma le interessa di più capire come vivono le persone in quelle case antiche.

La padrona è seduta di fronte, pela patate.

Affitta spesso la stanza? chiede Caterina.

Quando serve, risponde lei. Di solito studenti o gente in trasferta.

Parlano di prezzi, di quanto sia difficile trovare lavoro, dei figli sparsi per lItalia. Nelle sue parole Caterina riconosce la stessa solitudine.

Riesce a prendere il regionale. Il treno va piano, fermandosi in stazioni minuscole, con due o tre persone sulla banchina. Fuori scorrono paesi, boschi, qualche mucca nei campi. Il vagone è spazioso. Qualche pensionato con le borse, una donna col bambino, due ragazzi con zaini.

Caterina si mette al finestrino, lo zaino accanto. Dal taschino tira fuori un piccolo quaderno e una penna. Lha comprato al chiosco in stazione, quasi senza pensarci. Ora apre una pagina bianca e scrive: Sono sul regionale. Fuori cè il bosco. Sono sola e viva. Sorride per quanto suoni teatrale, ma non cancella.

Arrivano al paese verso mezzogiorno. La stazione è piccola, di legno, accanto un negozio con la scritta Alimentari. Laria è fresca, odora di fumo di camino e terra bagnata. Caterina scende, guarda intorno. Non ha prenotazioni né conoscenti. Solo lindirizzo di una pensione trovato online.

La strada segue il fiume. Lacqua scura scorre lenta tra le rive. Dallaltra parte si vedono poche case. Cammina, sentendo le scarpe umide, ma non le importa. Lo zaino pesa come sempre.

La pensione è una casa di legno con il tetto verde. Sulla veranda, un uomo in maglione legge il giornale. Vedendola, si alza.

È qui per noi? chiede.

Sì, risponde Caterina. Ho chiamato ieri.

Ah, dalla città, annuisce lui. Venga pure.

Dentro è semplice, ma accogliente. Pareti di legno, poche stanze, cucina con tavolo grande. Nella sua camera ci sono letto, comodino, sedia. La finestra dà sul fiume.

Qui è tranquillo, dice luomo. Internet va male. Se deve chiamare, meglio fuori.

Allinizio lassenza di connessione la spaventa. Come farà senza poter scrivere ai figli, leggere le notizie, usare la mappa? Poi pensa che forse è proprio quello il senso.

I giorni in paese scorrono lenti, ma non pesanti. Al mattino esce al fiume, si siede sulla panchina, guarda lacqua. Ogni tanto passano i locali chi con il secchio, chi con la canna da pesca. Si salutano. Al negozio la commessa la riconosce e chiede se serve altro grano o tè.

Il primo giorno si sente impacciata. Non sa dove mettere le mani, come camminare tra le vie strette senza sembrare fuori posto. Pensa che tutti la osservino. Il secondo giorno la sensazione diminuisce. Il terzo si accorge che va in negozio sicura, senza guardarsi intorno.

Una sera, nella pensione, organizzano una cena. Arrivano una coppia da una città vicina, un altro uomo che vuole cambiare aria. Seduti al tavolo, mangiano patate e funghi, bevono tè. Si parla di tempo, di strade, di quanto sia difficile raggiungere i paesi piccoli.

E lei perché è venuta? chiede luomo che vuole cambiare aria.

Caterina ci pensa. Potrebbe dire qualcosa di neutro. Ma sente che non vuole più inventare scuse.

Volevo stare da sola, dice. Senza lavoro, senza abitudini. Vedere cosa succede.

Luomo annuisce, senza altre domande. La donna sorride.

Ha scelto bene, dice. Qui non si scappa da se stessi.

Quella notte Caterina rimane sveglia a pensare che qualcosa dentro di lei sta cambiando. Non come nei film, dove si rivoluziona tutto. Più come uno spostamento silenzioso. Ricorda il primo giorno in stazione, la quasi crisi in albergo, la richiesta daiuto alla sconosciuta del bar. Prima si sarebbe vergognata. Ora no. Ha capito che si può chiedere e accettare aiuto senza sentirsi deboli.

Il terzo giorno, seduta al fiume, prende il quaderno e scrive. Non dellitinerario, non dei monumenti. Di ciò che le manca a casa. Di quello che fa per abitudine, non per scelta. La lista è lunga. Dalle piccole cose cucinare per tre anche se sono sola alle grandi accettare lavori extra che non danno gioia solo perché non so dire di no.

Rileggendo, vede chiaramente cosa può cambiare. Non tutto, non subito, ma almeno qualcosa. Smettere di prendersi carico dei problemi degli altri in ufficio. Non rispondere allex marito a ogni ora, se non si tratta dei figli. Non cucinare per una settimana se le basta una minestra e un panino.

Lultima sera al paese rimane a lungo sul fiume. Lacqua scorre come sempre. Nulla è cambiato intorno. Solo lei, un po. Sente crescere dentro una calma nuova, la consapevolezza che la sua vita non è solo doveri e abitudini. Che ha diritto ai suoi percorsi.

Il viaggio di ritorno le sembra più facile. Sa come comprare i biglietti, chiedere indicazioni, cercare alloggio. In stazione a Parma va alla cassa e chiede di cambiare il biglietto per un treno prima. La cassiera si acciglia, poi trova una soluzione. Prima Caterina si sarebbe intimidita. Ora aspetta finché non ottiene ciò che vuole.

Sul treno verso casa, accanto a lei cè una donna con una borsa grande. Si mettono a parlare. Lei racconta dei nipoti, dellorto, di quanto sia difficile fare tutto.

E lei che fa? chiede a Caterina.

La domanda la coglie di sorpresa. Prima avrebbe detto: Lavoro in amministrazione, figli grandi. Ora non vuole definirsi solo così.

Vivo, dice dopo una pausa, stupita di sé stessa. Lavoro, certo. Ma ora sono stata in viaggio.

La donna annuisce, senza dare peso alle parole. Per lei è solo una chiacchierata. Per Caterina, un piccolo passo.

A casa, lappartamento la accoglie con silenzio e un odore di chiuso. Apre le finestre, mette su il tè, si toglie gli stivali. Lo zaino rimane in mezzo alla stanza, non lo svuota subito. Vuole che resti lì, a ricordarle che può partire quando vuole.

Gira per le stanze. Polvere sulla mensola, giornale sul tavolo, frigo vuoto. Tutto al suo posto, ma diverso.

Accende la luce in cucina, prende piatto e tazza. Mette il tè, taglia il pane. Si siede, apre il quaderno. Sullultima pagina scrive: Quando torno, farò e inizia la lista. Chiamare in ufficio e rifiutare il carico extra perché sei la più affidabile. Dire al figlio che può andare a trovarlo solo se ne ha voglia, non perché si deve. Tirare fuori la vecchia bici e provare a usarla di nuovo, anche solo nel cortile.

La lista non è lunga, ma concreta. Guardandola, sente un piccolo brivido. Come prima di partire.

La sera chiama lex marito.

Allora, comè andata? chiede. Non hai preso freddo?

Tutto bene, risponde lei. Nessun problema.

Senti, avrei bisogno di una mano con un bilancio, mi aiuti?

Prima avrebbe detto subito di sì. Ora fa una pausa.

Mi stanco a fare i bilanci degli altri, dice. Ho i miei. Se vuoi ti spiego, ma non lo faccio io.

Lui rimane zitto, sorpreso.

Va bene, dice. Come vuoi.

Finita la chiamata, Caterina si sente sollevata. Non è successo nulla di grave. Lui non si è offeso, non ha urlato. Ha accettato il suo no.

Più tardi, a letto, ascolta i soliti rumori: lorologio, le auto fuori, lascensore. Tutto come sempre. Ma dentro è diverso. Non forte, non solenne. Solo un po più libera.

Prima di dormire si alza, tocca lo zaino. Sente la stoffa, controlla la cerniera. Lo zaino è lì, silenzioso, ma pronto a ripartire.

Ci torniamo, sussurra.

Non sa quando, né dove. Ma ora sa che si può. E questo basta per dormire serena.

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