Il figlio di mio marito minaccia la nostra famiglia: come allontanarlo senza distruggere il nostro equilibrio?

Sono seduta nella cucina del nostro piccolo appartamento a Bologna, stringendo una tazzina di caffè ormai fredda, con le lacrime di rabbia che mi salgono alla gola. Mio marito, Lorenzo, ed io abbiamo costruito insieme quella che sembrava una famiglia serena: una casa accogliente, una vecchia Fiat parcheggiata sotto casa, uno stipendio che ci permette di vivere dignitosamente. Eppure, tutto si sta sgretolando come pane raffermo a causa del figlio diciassettenne di lui, Matteo, nato dal suo primo matrimonio, che ora vive quasi sempre con noi. Passa ancora qualche fine settimana dalla madre, ma oramai si è fatto spazio qui, stravolgendo il nostro equilibrio e trasformando la mia esistenza in una lunga notte senza sogni.
Matteo è come una scheggia annidata sotto la pelle. Mi tratta come una cameriera di trattoria, lascia gli zaini ovunque, i piatti sporchi si ammassano e alle mie richieste risponde con spallucce annoiate. Il peggio però lo riserva a mio figlio di quattro anni, Riccardo: qualche giorno fa, ho visto Matteo dargli una scappellotto solo perché aveva sfiorato il suo cellulare. La mia bimba, Bianca, dorme ancora in camera con noi, non cè spazio nemmeno per un lettino nella nostra casa. Se solo Matteo decidesse di trasferirsi dalla madre, potremmo finalmente regalare una cameretta ai nostri figli.
Ma Matteo non se ne va. Il liceo è dietro langolo, la fermata dellautobus sotto casa, e lui preferisce stare con suo padre. Passa le giornate incollato al computer, urlando in cuffia contro chissà chi, mentre Riccardo non riesce neppure a riposare il pomeriggio. Sono esausta: tra pasta, stiro, bambini e lui che non si degna nemmeno di portare giù la spazzatura. La sua presenza è come una nuvola nera che stagna sul nostro appartamentino, soffocando ogni attimo.
Ho provato a sfogarmi con Lorenzo, pregarlo di convincere suo figlio a tornare dalla madre. Lex moglie, Caterina, vive da sola in un grande trilocale luminoso. E noi qui, stipati in quattro, ogni angolo sa di sacrificio e mancanza. È giusto tutto questo? Se almeno Matteo andasse daccordo con i miei figli, ma invece li tratta male e Riccardo sta iniziando a imitarlo, diventando sempre più insolente e viziato. Ho paura che cresca con la stessa indifferenza tagliente, la stessa arroganza.
Lorenzo non vuole saperne: «È mio figlio, non posso cacciarlo via,» ripete, cieco davanti alla mia sofferenza. Ci litighiamo per Matteo quasi ogni sera, mentre mi sento consumata, come una vecchia vongola esposta al sole nel mercato, a reggere il peso della casa da sola. Lorenzo invece si rifugia in un silenzio ostinato, lasciando che il caos regni.
Un giorno, quando Matteo ha urlato contro Riccardo perché aveva versato per sbaglio una goccia di aranciata sul pavimento, non ce lho più fatta:
Basta, adesso! Qua non sei in albergo. Se non ti va bene, puoi sempre andare da tua madre!
Matteo si è limitato a sogghignare, come se le mie parole fossero solo vento tra i vicoli di Bologna.

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