Ha citato in tribunale suo figlio e lo ha sfrattato dal loro appartamento

10 maggio 2022
Mi chiamo Marco, e questa mattina mi sono svegliato al solito tumulto. Un rumore sordo, vetri che tintinnavano, qualcosa caduto rovinosamente a terra. Le sei e mezza. Domenica, accidenti. Lunico giorno in cui posso concedermi di dormire almeno fino alle otto.
Mamma! gridò Francesco dalla cucina. Dove hai messo il mio bicchiere? Qui cambia sempre tutto!
Cinquantadue anni alle spalle. Ho lasciato il letto e mi sono infilato la vestaglia. Nello specchio, la faccia di chi non ricorda più lultima volta che ha dormito serena: capelli grigi con la ricrescita evidente, occhiaie scure. Quando sono invecchiato così tanto?
Arrivo, arrivo ho borbottato trascinandomi in cucina.
Francesco era lì, in mezzo al disordine. Sul pavimento cerano cocci di piatto, sicuramente quello che aveva lanciato mentre cercava il suo prezioso bicchiere. Venticinque anni, un metro e ottanta, spalle larghe, eppure si comportava come un viziato di tre.
Ecco il tuo bicchiere, ho detto, allungando quello blu con la scritta Miglior Figlio.
Glielo avevo preso anni fa, forse sette. Allora speravo ancora che si calmasse, che trovasse un lavoro, una vita normale. Ora quella scritta mi suona come una presa in giro.
Perché qui? Ho detto mille volte che il mio bicchiere deve stare sempre sulla tavola!
Francesco, ieri sera ho lavato i piatti
Non Francesco! Chiamami Franco! Quante volte te lo devo ripetere?
Me lo strappò di mano, versandovi gli avanzi di tè dalla teiera. Ho guardato i cocci e ho pensato che avrei dovuto pulire tutto di nuovo. Un altro piatto da ricomprare. Un altro giorno da sopportare.
Mamma, cosè successo? è entrata in cucina Martina. Magrina, quasi trasparente, con il vecchio pigiama. Diciannove anni, ma a vederla ne davi sedici. Studia per diventare maestra, sogna di lavorare coi bambini. Se ce la farà. Se uscirà intera da questo clima.
Niente, cara. Ho rotto un piatto.
Ovvio! Il piatto si è rotto da solo! Francesco ha sogghignato. È saltato da solo dal tavolo, proprio!
Martina ha preso la scopa e ha iniziato a raccogliere i cocci. Con la naturalezza di chi mastica la normalità di piatti rotti la mattina.
Non toccare! ha urlato Francesco. Non ti ho chiesto io di pulire!
Allora chi lo dovrebbe fare? chiese Martina con voce sommessa.
Non è affar tuo!
Mi sono seduto al tavolo e mi sono coperto il volto tra le mani. Signore, quanto ancora posso reggere? Quanti altri giorni di urla, di litigi, di questa guerra infinita in casa mia?
Dieci anni fa è mancato Paolo. Mio marito, il padre dei miei figli. Cuore tradito. O forse era solo stanco di vivere in questo mondo folle. Allora Francesco andava ancora allistituto tecnico. Ma dopo sei mesi mollò tutto. Non mi piace, aveva detto. Provò col supermercato due settimane. Poi mollò anche lì, il capo era un cretino. Passò alledilizia non gli piacque. Colleghi idioti. Lavauto il titolare uno s******. E così, anno dopo anno. In un primo momento credevo che si sarebbe trovato. Poi gli ho chiesto di provarci. Poi lho implorato. Poi ho mollato. Mi sono arresa.
E intanto lui diventava peggio. Con chiunque, con la vita, con me e Martina. Ma soprattutto con me, sua madre. Io ero la causa di tutto. Io lavevo cresciuto male. Io dovevo pagare, nutrirlo, vestirlo.
Mamma, e la colazione? Francesco si è buttato sulla sedia.
Omelette, porridge
Ancora porridge! Compra roba normale!
Francesco, ieri ti ho preso i cereali. Hai finito tutto in due giorni.
Allora fanne ancora!
E con cosa, scusa? Il prossimo stipendio arriva tra una settimana!
È un tuo problema!
Ho aperto il frigo. Mezza confezione di pecorino, tre uova, un pezzo di pane. Sette giorni allo stipendio. Martina cerca di guadagnare qualcosa distribuisce volantini nel weekend. Prende venti euro al giorno, quanto basta per lautobus e un panino.
Posso fare lomelette, propongo.
Con la pancetta!
Non cè pancetta.
Allora lasciami stare! Mi son stufato di mangiare sempre la solita roba!
Si alzò di scatto e con un calcio rovesciò la sedia.
Francesco, basta, sussurrò Martina.
Tu non darmi ordini! Credi di essere meglio di me, con la tua università da quattro soldi!
Non penso
Invece sì! Mi guardi come fossi
Francesco, calmati, mi sono messo fra loro.
E tu zitta! Sono stufo di tutte e due! Vivo come in prigione! In questo tugurio maledetto!
Nessuno ti obbliga a restare qui, mi è sfuggito. E appena me ne sono reso conto, ormai era troppo tardi.
Francesco si è gelato allistante. Si è girato lentamente.
Cosa hai detto?
Niente, davvero
Hai detto che nessuno mi obbliga? Vuoi che me ne vada?
Francesco
Rispondi! Vuoi che vada via?
Sono rimasto in silenzio. Ma la verità era dentro di me, urlava. Sì, lo volevo. Volevo svegliarmi la mattina nel silenzio. Non sobbalzare a ogni rumore. Non camminare in punta di piedi a casa mia.
Stai zitto? E allora sappi che non vado da nessuna parte! E anche questa casa è mia!
È intestata a me, ho risposto, calmo.
E allora? Sono tuo figlio! Ho dei diritti!
Hai anche dei doveri, gli ho detto. Hai venticinque anni
Quella notte, dopo che Francesco era andato via sbattendo la porta, mi sono seduto vicino a Martina, abbracciandola senza dire una parola. Nella casa ormai silenziosa, dove finalmente il suono non era più quello delle urla, ma solo della pioggia leggera sui vetri.
Oggi, scrivendo queste righe, ho imparato che essere padre significa amare ma anche saper dire basta. Solo così restituisco a me stesso e a chi amo la dignità che meritiamo.

Rate article
Add a comment

;-) :| :x :twisted: :smile: :shock: :sad: :roll: :razz: :oops: :o :mrgreen: :lol: :idea: :grin: :evil: :cry: :cool: :arrow: :???: :?: :!:

twelve + fourteen =