Hanno deciso il trasloco senza di te, le cose sono già nel corridoio disse Andrea, il figlio.
Lidia, quante volte dobbiamo stare a combatterci con questi barattoli! sbatté le mani la signora Teresa Ilinici, fissando il tavolo della cucina pieno di vasetti di marmellata, cetrioli sottaceto e pomodori in salamoia. A chi li darai? Andrea e Chiara non hanno mai visto i tuoi cetrioli, prendono tutto al supermercato!
Li preparo per me, mi fa piacere scacciò via Lidia Petroni, strofinando ancora un barattolo da tre litri fino a farlo scintillare. Lo aprirò dinverno e lì avrà lestate. Lodore di aneto, le foglie di ribes è un ricordo, Teresa.
Un ricordo scosse la testa la vicina. Hai riempito tutta la dispensa di ricordi. Alcuni di quei barattoli sono lì dal secolo scorso.
Lidia sorrise senza rispondere. Teresa aveva ragione: i barattoli si accumulavano, li apriva di rado. Ma il gesto di raccogliere le bacche, sterilizzare i coperchi, chiudere i vasetti e sentire il clic del vuoto che si raffredda la calmava, riempiva le ore vuote.
Teresa se ne andò promettendo di passare più tardi per una ricetta di crema di zucchine, lasciando Lidia sola in cucina. Si sedette al davanzale, guardò il cortile. I bambini rincorrevano una palla, una giovane madre spingeva il passeggino. Era una serata di agosto, tiepida e silenziosa.
La porta dingresso sbatté. Lidia sobbalzò e si girò. Andrea entrò nella stanza senza nemmeno guardare la cucina. Strano di solito salutava e chiedeva cosa cera per cena.
Lidia si asciugò le mani sul grembiule e lo seguì. Andrea stava alla finestra, le mani infilate nelle tasche dei jeans, le spalle tese e la schiena dritta. Lidia riconobbe quella postura: era il segnale che stava per dire qualcosa di importante.
Vuoi del tè? chiese, fermandosi nella soglia.
Mamma, dobbiamo parlare disse senza voltarsi.
Il cuore le saltò un battito. Quellintonazione ufficiale, distante, la stessa con cui si affrontano le conversazioni sgradevoli.
Parla Lidia si appoggiò al telaio della porta, incrociando le braccia.
Hanno deciso il trasloco senza di te, le cose sono già nel corridoio iniziò Andrea, finalmente girandosi. Il viso pallido, le labbra serrate. Chiara ha insistito. Abbiamo Abbiamo trovato per te un bel appartamento. Monolocale al piano terra, così non devi lottare con lascensore.
Lidia rimase in silenzio. Le parole le arrivavano lente, come se passassero attraverso una spugna. Trasloco. Senza di me.
Cosa? riuscì a sussurrare.
Mamma, capisci, è che è stretto. Chiara è incinta, il bambino avrà bisogno di una stanza tutta sua. E questo appartamento, è nostro ora, mio e di Chiara. Ci trasferiamo qui. A te hanno trovato un alloggio vicino, a tre fermate in metro. Potrai venire a trovarci, ci vedremo spesso.
Le cose sono nel corridoio ribatté Lidia, la voce un po spenta. Le mie cose.
Sì. Chiara ha già messo dentro il necessario. Il resto poi lo porteremo.
Lidia si voltò verso il corridoio. Davanti alla porta cerano tre scatole di cartone, una valigia vecchia con una ruota staccata e due sacchetti. Sessantadue anni di vita, trentanni in quellappartamento, e tre scatole.
Si accucciò, aprì una delle scatole. Dentro cera una fotografia incorniciata di lei e del defunto marito Nicola, al mare. Poi la sua scialle preferita, qualche libro, una statuetta di porcellana di una ballerina regalo di Andrea quando aveva otto anni. Sotto i libri cerano le sue ciabatte, il pigiama, il trousse.
Mamma, non è così, disse Andrea, in piedi sopra di lei, dondolando su un piede. Non è per sempre. Ti sposterai solo in unaltra stanza. Molti lo fanno, è normale.
Normale riecheggiò Lidia, alzandosi, le ginocchia scricchiolanti, un dolore nella zona lombare. Quindi è normale.
Entrò Chiara, alta e slanciata, trucco impeccabile e un ventre ben curato sotto un vestito attillato. Lanciò a Lidia uno sguardo di valutazione e strinse le labbra.
Lidia Petroni, per favore non offendersi iniziò la nuora con tono didattico. Ma capite, abbiamo bisogno di spazio. Il bambino avrà la sua cameretta. E voi siete sempre in cucina con questi barattoli, i panni ad asciugare in bagno, il vostro letto in camera. Non abbiamo più dove muoverci.
Questo appartamento cominciò Lidia.
È intestato ad Andrea interruppe Chiara. Dopo suo padre. Legalmente è tutto in ordine, non infrangiamo nulla. Vogliamo solo vivere la nostra famiglia. Non vi dispiace?
Lidia guardò il figlio. Andrea abbassò lo sguardo, si voltò verso la finestra, senza intervenire.
Quando? chiese appena.
Domani mattina rispose chiara, allegra. Abbiamo già prenotato il furgone. Vi trasferirete, sistemerete tutto. Tra laltro il rifacimento è fresco, vi piacerà.
Lidia annuì, si girò e tornò nella sua stanza, quella dove aveva dormito con Nicola per venticinque anni, dove aveva sognato il futuro, dove le notti erano passate a curare Andrea quando era malato. Nicola era morto nelle sue braccia per un infarto, tre anni prima della pensione.
Si sedette sul letto, accarezzò la coperta scolorita, ereditata dalla madre di Nicola, vecchia ma resistente. Le lacrime non scesero; dentro cera un vuoto freddo e risonante come una casa abbandonata.
Eppure, quando Andrea le aveva presentato Chiara, aveva provato gioia. Mamma, ti presento la mia sposa aveva detto con gli occhi lucidi. Lidia aveva preparato dolci, apparecchiato la tavola, sorriso. Chiara sembrava dolce, un po timida. Non entrava in cucina, ma Lidia lo attribuiva al suo background benestante, dove tutto è fatto per loro.
Il matrimonio fu semplice. Chiara volle che i giovani vivessero con la madre di Andrea. Perché affittare un appartamento se avete una casa così grande? osservò razionalmente. Lidia accettò, pensando che così la casa sarebbe tornata a vibrare di vita, risate e chiacchiere.
Ma la vita divenne a senso unico. Lidia cucinava, puliva, lavava. Chiara lavorava, tornava tardi, stanca. Andrea spariva al lavoro. Nei weekend i due giovani andavano dai genitori di Chiara o giravano per la città. Non invitavano Lidia.
Che senso ho, vecchia pensava, pulendo gli specchi e spolverando le foto che Chiara aveva sistemato ovunque.
Ora il trasloco: deciso senza di lei, le cose messe in scatola come se la sua opinione non valesse nulla, come se fosse solo un mobile da spostare.
Lidia si alzò, camminò verso la finestra. Era scuro, i lampioni illuminavano il cortile con luce gialla. Altalene vuote, panchine deserte. Solo la signora Zina del terzo palazzo portava a spasso il suo grosso gatto Marcel.
Mamma, vai a dormire? sbirciò Andrea nella stanza. La voce colpevole, incerta.
Vado rispose senza voltarsi.
Non ti preoccupare, andrà tutto bene. Vedrai.
Lidia rimase in silenzio. Andrea rimase per un attimo, poi chiuse dolcemente la porta.
Si sdraiò sul letto, avvolta nella sua scialle, chiuse gli occhi. I ricordi le riempirono la mente: Nicola che la portava a casa, giovani, felici, che collaiva le pareti; il piccolo Andrea che faceva i primi passi tenendosi al divano; Nicola che insegnava al figlio a pedalare in cortile; il primo voto di Andrea, la festa al bar; la laurea, il primo lavoro. Poi Nicola scomparve, e Lidia rimase sola con un figlio venticinquenne, che viveva la sua vita, veniva a stare a dormire ma sempre più spesso rimaneva dagli amici.
Quando Andrea portò Chiara, Lidia fu felice: finalmente una famiglia completa nella casa. Immaginava di fare la nonna, cucinare biscotti, raccontare fiabe, diventare indispensabile. Invece venne spostata, delicatamente ma con decisione.
Il mattino dopo si alzò presto, si lavò, si vestì, si fece i capelli. Davanti allo specchio vide i capelli bianchi, le rughe attorno agli occhi e alla bocca, il volto stanco. Quando è invecchiata?
In cucina profumava il caffè. Chiara era al tavolo con il cellulare. Vede la suocera e annuì.
Buongiorno. Lauto sarà qui alle dieci.
Lidia versò il tè per sé e si sedette.
Ecco le chiavi del nuovo appartamento le porse Chiara. Lindirizzo, ricordate? Via Giardino, numero 12, appartamento 3.
Lo ricordo.
Abbiamo già versato la prima rata del canone, il resto lo gestirai tu, vero? Hai la pensione.
Canone. Quindi non hanno comprato, hanno affittato, per ora.
Ce la farò rispose Lidia.
Andrea uscì dal bagno, lanciò unocchiata veloce alla madre, si sedette accanto a Chiara. Lei gli porse un piatto di tramezzini. Mangiarono in silenzio, Lidia sorseggiava il tè a piccoli sorsi.
Alle dieci arrivò il furgone. I traslocatori scaricarono scatole, valigia, sacchetti. Lidia rimase nella hall a guardare la sua vita che veniva portata via.
Mamma, andiamo, ti porto a casa disse Andrea, prendendo le chiavi dellauto.
No, lo faccio da sola lo fermò Lidia.
Dai, non importa!
Da sola insisteva.
Andrea voleva contraddire, ma Chiara gli mise una mano sulla spalla, scuotendo la testa.
Lidia uscì dallappartamento senza voltarsi, scese le scale, passò davanti al portone dove aveva vissuto per anni, si sedette su una panchina del parco giochi. Il furgone se ne andò, il cortile tornò silenzioso.
Lidia, dove sei? si avvicinò Veronica con la borsa della spesa. Dove sono finite le tue scatole?
Al nuovo posto sorrise Lidia. Sto traslocando.
Come? Dove? Perché?
Andrea e Chiara rimangono qui, io vivrò da sola altrove. È meglio così.
Meglio? sbatté le mani Veronica. Li hanno cacciata! Che schifo!
Veronica, basta. È giusto, hanno bisogno del loro spazio.
Spazio! Hanno una tri-casa! Che spazio? È tutta colpa di Chiara, lo vedo!
Lidia prese lautobus, arrivò a Via Giardino, palazzo dodici, una vecchia costruzione di cinque piani con intonaco scrostato, corridoi impregnati di odore di umidità. Lappartamento al piano terra, finestre sul cortile, una piccola camera di quindici metri, cucina angusta, bagno combinato. Mobili vecchi: divano, tavolino, due sedie, armadio. Tende sbiadite, pavimento che gracchiava.
I traslocatori avevano già posato le scatole contro il muro. Lidia si sedette sul divano, il rivestimento affondò, le molle cigolanti. Estrasse un fazzoletto, si asciugò gli occhi. Non piangeva, ma sentiva il peso della solitudine.
Cominciò a sistemare le cose: vestiti nellarmadio, libri sullo scaffale, la foto con Nicola sul tavolo, la ballerina di porcellana sul davanzale, cosmetici in bagno, lasciugamano. Quando finì, calò la notte. Accese la luce; la lampadina era fioca e tremolante, avrebbe dovuto comprare una nuova.
Il telefono squillò: era Andrea.
Mamma, sei arrivata bene?
Sì, tutto a posto rispose con voce regolare.
Perfetto. Se ti serve qualcosa, chiama.
Grazie, ma non serve.
Chiuse la chiamata, guardò fuori dalla finestra: un cortile grigio, bidoni della spazzatura, una recinzione decadente. Ricordò il suo vecchio cortile, i fiori che piantava ogni primavera, la panchina dove le vicine si riunivano la sera. Qui, tutto era estraneo.
Si sdraiò sul divano, avvolta nella scialle, e finalmente lasciò andare le lacrime, silenziose, perché i vicini non lascoltassero.
Il giorno dopo si svegliò al brusio di una lite dal vicino. Si alzò, il collo le faceva male, il divano era scomodo. Si lavò con acqua fredda, si vestì.
Il frigorifero era vuoto. Raccolse una borsa, andò al negozio a due isolati, comprò pane, latte, uova, qualche verdura. Tornò, si preparò una frittAlla fine, Lidia ha scoperto che la vera casa è dove il cuore sceglie di vivere, non dove gli altri la hanno messa.







