La Dolce Felicità Silenziosa

Felicità Silenziosa

Vitale aveva solo tre anni quando rimase orfano di madre. La vide per lultima volta mentre lottava per allontanarlo da una moto ruggente che si avvicinava. Il suo vestito rosso si alzò in una fiammata, poi la notte e il silenzio inghiottirono tutto.

I medici fecero il possibile; il bambino aprì gli occhi, ma rimase mutevole. Nessuno osava chiedergli della madre, temendo il suo lamento; così Vitale taciuto rimase così per sei mesi, finché una notte si svegliò urlando: «Mamma!». Il ricordo tornò in sogno, e nuovamente il fuoco rosso brillò nei suoi occhi.

A quel punto Vitale viveva in un orfanotrofio di Firenze e non capiva perché era stato portato lì. Aveva preso labitudine di stare davanti a una grande finestra che dava su una strada e sullattraversamento principale, fissando il vuoto.

«Che fai sempre lì fermo?» sbottò la signora Teresa, la vecchia balia, mentre spolverava con la scopa.
«Aspetto la mamma. Verrà a prendermi», rispose il ragazzino.
«Eh, non stare lì a sognare», sospirò Teresa. «Andiamo a bere qualcosa, ti faccio una tazza di tè».

Il bambino accettò, ma tornò subito alla finestra, tremando ogni volta che qualcuno si avvicinava allorfanotrofio. I giorni passavano, i mesi trascorrevano, e Vitale non abbandonò il suo posto, aspettando che un giorno, tra il grigio di una giornata senza speranza, apparisse di nuovo il vestito rosso e la madre, con le braccia tese, a dirgli: «Finalmente ti ho trovato, figlio mio!».

Teresa, guardando il piccolo, piangeva per lui più di quanto non facesse per gli altri bambini, ma non poteva fare nulla. Medici, psicologi e assistenti gli consigliavano di non attendere così a lungo, di non fissare quellattimo, ma di dedicarsi a giochi, amicizie e altre attività.

Vitale annuiva, accettava i consigli, ma appena lo lasciavano tornava alla sua finestra. Quante volte Teresa, al suo rientro, aveva visto il piccolo silhouette attraverso il vetro, e quante volte, uscendo, gli agitava la mano in segno di addio.

Un pomeriggio, la balia terminò il turno, si avviò verso casa attraversando il ponte sopra la ferrovia di Bologna, un luogo che di solito rimaneva deserto. Lì, però, una giovane donna si fermò, fissando il vuoto sottostante. Fece un gesto impercettibile e Teresa capì subito cosa voleva.

«Sei proprio una sciocca», disse avvicinandosi.
«Cosa?», chiese la sconosciuta, con gli occhi spenti di chi ha visto troppe delusioni.
«Sciocca, dico! Non sai che è un grande peccato negarsi la vita? Non lhai scelto tu, non è tua la colpa se finisce così».

«Ma se non ce la faccio più?!», urlò la donna con voce rotta. «Se non ho più forze, se non trovo più senso?».

«Allora vieni da me. Abito vicino al passaggio, possiamo parlare. Qui non cè nulla da fare».

Teresa, senza voltarsi, proseguì il cammino, trattenendo il respiro. Dopo pochi passi, udì i passi della donna, e tirò un sospiro di sollievo: era giunta in tempo.

«Come ti chiami, sciocca?», chiese.
«Sono Ginevra», rispose.

«Ginevra Mia figlia si chiamava così. È morta cinque anni fa, una malattia lha consumata in un anno e mi ha lasciata sola, senza figli, né marito né nipoti. Io sono Teresa. Entra, questa è la mia casa. Non è un palazzo, ma è mia. Mi cambierò, preparerò la cena e ti offrirò un tè, così tutto si sistemerà».

Ginevra ringraziò la donna anziana con un sorriso rassegnato.

«Grazie a te, zia Teresa», rispose.
«Eh, Ginevra, la vita è dura per una donna. Tante lacrime, tante sofferenze ma non è il momento di buttarsi nel baratro».

«Non credere male», disse Ginevra, riscaldando le mani intorno alla tazza di tè profumato, «sono forte, è solo una follia che mi prende».

Ginevra era nata in un piccolo borgo della Toscana e, fino a sette anni, conosceva solo laffetto dei genitori. Il padre, Giovanni, la lasciò, scappando con unaltra famiglia e altri figli. La madre, incapace di sopportare il tradimento, cadde nella dipendenza e sfogò la sua rabbia sulla figlia.

Per vendicarsi del marito mai divorzato, la madre iniziò a far entrare in casa uomini estranei, abbandonò le faccende domestiche e affidò tutto alla giovane figlia. Presto, i compagni di beva della madre saccheggiarono gli ultimi beni del padre.

Ginevra dovette farsi pagare piccoli lavori dai vicini: vangare orti, aiutare in casa, ricevendo in cambio cibo. Nutria sua madre disgelata senza ricevere gratitudine, sapendo che una famiglia normale non sarebbe più tornata.

Il padre non la chiamò mai più; qualcuno le disse che aveva emigrato in Svizzera, e Ginevra capì che non lo rivedrebbe più.

Le umiliazioni e le vergogne che subì erano conosciute solo da lei. La povertà le impedì di avere amiche; i ragazzi evitavano la figlia della bevitrice, lasciandola sola come nessun altro. Il suo villaggio, ricco, era pieno di famiglie benestanti, e la sua era uneccezione. Così, fin da piccola, fu emarginata.

Una notte, un ubriaco compagno di sua madre si precipitò nella sua stanza. Con fatica, Ginevra riuscì a saltare fuori dalla finestra, salvandosi da un destino crudele.

Fino allalba rimase su un capannone cadente, poi, quando la casa si fece silenziosa, entrò di soppiatto nella sua camera, prese i documenti, i pochi soldi nascosti, un po di vestiti e scappò, senza voltarsi indietro.

Nel pomeriggio, suo padre Giovanni arrivò in auto, sperando di rincontrare la figlia. Vedendo la casa vuota, iniziò a piangere nella sua costosa berlina, rimpiangendo di essere tornato troppo tardi.

Giovanni, da anni camionista, aveva incontrato a Bologna una ricca donna, la signora Gabriella, che lo aveva sempre richiesto per le sue spedizioni. Dopo qualche anno, Gabriella ebbe due figli e poi annunciò che lasciava lItalia.

«Vuoi venire con noi? Se non vuoi, ritorna alla tua vita», le disse. Giovanni accettò, lasciando la figlia di lato, esausto dalle liti con la madre di Ginevra, che si era affannata sempre più con lalcol.

Un giorno, Giovanni tornò a casa e trovò sua moglie con un altro uomo. Decise di andarsene per sempre e lasciò la figlia sola. Ginevra, allora, fuggì in città, dove una gentile signora, la signora Zina, le affittò una stanza piccola. Pagò tre mesi di affitto in anticipo e, al termine, Zina le propose di diventare la sua assistente, vivendo gratis.

Per cinque anni Ginevra curò la piccola signora, che ormai era costretta a letto. Quando Zina morì, Ginevra, che aveva pianto per la perdita, scoprì di essere erede di un modesto appartamento in periferia.

Conobbe poi Yury, un giovane impiegato di una banca, e credette di aver ritrovato la felicità. Dopo due anni di matrimonio, la scoperta della sua infedeltà la spezzò. Yury la cacciò via, la picchiò, e lei finì in ospedale, incapace di rimanere incinta di nuovo. Persa di tutto, non aveva più casa né famiglia.

Uscita dallospedale, vagò senza meta finché i suoi passi la portarono al ponte ferroviario di Bologna. Teresa lascoltò senza interrompere; quando Ginevra rimase in silenzio, la balia disse:

«Non è nulla, ma devi vivere. Hai ancora tutta la vita davanti, amore e felicità ti attendono. Stai da me qualche giorno, torno al lavoro solo la sera».

Ginevra rimase con Teresa per due settimane, ritrovando un barlume di speranza. Un giorno, il vigile urbano Grigorio passò a salutare i residenti; Teresa non cera, così parlò con Ginevra, promettendo di tornare. Divenne così il suo confidente.

Un giorno Grigorio chiamò Ginevra:

«Conosci Giovanni Andreozzi?».

«Sì, è mio padre».

«Ti sta cercando da anni».

Il padre, felice di aver ritrovato la figlia, le comprò una bella casa, aprì un conto in banca con ampie risorse, le trovò un lavoro prestigioso e promise visite più frequenti.

Ginevra andò a far visita a Teresa, portandole delle torte. La trovò a letto, debole, con la febbre alta.

«Mi sento morire, Ginevra!».

«Aspetta, chiamerò l’ambulanza, arriveranno presto, non temere».

«Credo in te», rispose Teresa. «Sai che lavoro allorfanotrofio? Cè un ragazzino, Vitale, ha appena compiuto cinque anni. Voglio lasciargli la mia casa, è scritto nel mio testamento. Prenditi cura di lui».

«Chi è questo bambino?».

«Lo riconoscerai. Da due anni sta al secondo piano, accanto alla finestra, aspettando la madre che tornerà col suo vestito rosso».

Lambulanza portò Teresa in ospedale, poi in una clinica termale, e Ginevra pagò tutte le cure. Quando tornò, la finestra era vuota: qualcuno aveva adottato Vitale.

Le storie del bambino si diffuse: una mattina, appena ritornato al suo posto, una figura femminile in rosso apparve sullattraversamento. Vitale alzò la mano al cuore che batteva forte: la donna lo guardò e gli fece un cenno.

«Mamma!».

Il ragazzo corse verso di lei, temendo che potesse sparire, ma lei gli aprì le braccia.

«Mamma! Mamma, ti ho aspettato!».

Ginevra, stringendo il piccolo, promise di proteggerlo sempre. Con il tempo, lei e Grigorio, ora sposati, vivevano in una grande casa, dove educavano Vitale, che si preparava a scuola e sperava di avere un fratellino. Con loro viveva anche Teresa, grata per laiuto ricevuto.

Il loro silenzioso felice vivere era fatto di quel piccolo gesto quotidiano di amore e cura reciproca, un ricordo che la vita, per quanto dura, può sempre rinascere quando si condividono cuori sinceri.

La vera ricchezza non è il denaro o il possesso, ma la capacità di aprire una finestra al mondo e attendere con pazienza che il rosso dellamore torni a illuminare le nostre vite.

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