Sposerò colei che mi darà un erede maschio

30 ottobre 2024

Oggi mi sento come se stessi scrivendo su un foglio ingiallito di un vecchio quaderno, cercando di mettere ordine nei pensieri che si agitano nella mia testa. È strano pensare a quante conversazioni si sono intrecciate in un unico pomeriggio al caffè di Via Torino, dove tutti noi, ragazze di diversi corsi e facoltà, ci troviamo a scoppiare in discussioni che sembrano uscite da una soap opera italiana.

«Mi sposo con colei che mi darà un figlio», ha detto Marco, il ragazzo che ha regalato quei braccialetti fatti a mano. La sua frase è rimasta lì, sospesa, mentre io osservavo il riflesso dello specchio del bagno, assicurandomi che il rossetto e il trucco fossero ancora intatti non volevo che il suo sorriso fosse lunico a rimanere nella memoria per tutta la terza lezione di diritto.

«Grazie», ho risposto, anche se i commenti stavano diventando un peso, e la cortesia non si può mai cancellare.
«Da dove li prendete tutti?», si è chiesta Lucia, studentessa di un corso più giovane, con gli occhi pieni di curiosità.
«È lavoro artigianale, un regalo di un giovane, esclusivo. Non è oro, ma è unico, non lo trovi da nessunaltra parte», ha aggiunto in fretta Martina, cercando di apparire informata.
«Ho già visto due braccialetti simili oggi», ha replicato una voce più sicura.
«Davvero? Forse li hai confusi, forse hai solo notato qualcosa di simile. Marco non parte da zero, prende forse qualche modello da internet e lo arricchisce con i suoi tocchi», ha sospettato Daria, ma poi ho capito che un gioielliere alle prime armi non può calcolare tutto senza una buona guida, affidandosi solo allinstinto.

«No, è identico», ha insistito Luca, che studia economia. «Sono certa. Il ragazzo del nostro corso lo ha regalato a Giulia, non è ricco, ma ha pensato a qualcosa di carino, e a Giulia è piaciuto».
«Allora, parlami di Marco. Come si chiama?», ho chieduto, curiosa di conoscere luomo dietro il braccialetto.
«Marco», è stata la risposta unisona.
«Lhai visto?», ho continuato.
«Non di persona, ma Lina ci ha mostrato le foto quando si vantava», ha detto la sophomore, senza accorgersi del cambiamento di tono nella voce di Daria. Il telefono è stato rapidamente sbloccato, e sullo schermo è comparso il volto di Marco, quello che tutti noi temevamo di incontrare.

«Questo è Marco?», ho esitato, sentendo laria intorno a me cambiare.
«Sì», ha risposto la ragazza, quasi impaurita, e io ho cercato di rassicurarla: «Non ti farò alcun male, né a te né a Lina. Ma con Marco la storia sarà diversa. Se hai visto altri con lo stesso braccialetto, fammi sapere, così potremo avvertire le altre ragazze che non sono sole».

Non conoscevo veramente Giulia, lavevo solo intravista di sfuggita tra i corridoi delluniversità, sembrava venire da un corso avanzato, ma non sapevo in quale facoltà né in quale gruppo si trovasse. Ho promesso di segnalare eventuali altre ragazze con il regalo di Marco, anche se non ero sicura che mi avrebbero ascoltata. Il giorno è andato avanti e altre quattro ragazze si sono avvicinate a me: provenienti da vari corsi, provenienti da facoltà diverse, come se Marco avesse scelto di distribuire i suoi braccialetti in modo che noi non ci incrociassimo, per non scoprire luna dellaltra.

È stato comodo, perché così abbiamo potuto organizzare una sorta di settimana del braccialetto: lunedì io, martedì tu, mercoledì lei ma se fossero stati sette, forse avremmo avuto unintera squadra. Margherita, prima anno di psicologia, ha commentato con freddezza: «Allora saremmo sette». La sua freddezza sembrava nascondere una resistenza interiore, una capacità di non sentirsi ferita come Lina o Daria, che invece si chiedevano dove avessero sbagliato.

Angelica, del quarto anno, ha già chiamato sua madre, le tre sorelle, due fratelli e persino la zia lontana, lamentandosi del comportamento maschile con frasi già sentite più volte. Nessuna di noi sapeva dellesistenza delle altre, così non cerano pretese né risentimenti. Invece, le riunioni settimanali erano motivate dal calendario di Marco, che lavorava in città e non poteva stare con noi ogni giorno.

Il fatto che Marco si fosse trasferito a Napoli per lavoro proprio quel semestre ha spiegato perché tutti noi ci trovassimo lì, ma la domanda più grande era cosa fare con il suo regalo. Non volevamo colpirlo fisicamente, ma volevamo farlo vergognare. Abbiamo deciso allunisono: lo umilieremo, lo metteremo alla gogna con la nostra piccola vendetta.

Domani, il giorno di Giulia, è arrivato. Marco è stato accolto dal caffè con un sorriso da cavaliere dellamore, con labbraccio di Giulia e la porta tirata dietro di loro per non farli stare al freddo. Quando è entrato, quattro ragazze lo aspettavano al primo tavolo, ognuna con il braccialetto appena regalato.

«Allora, eroe romantico, raccontaci come sei arrivato a questa vita», ha stuzzicato Daria, mentre Marco cercava parole.
«E io mi chiedo come ti possa sposare con tutte noi, se la legge lo permette solo una moglie. Pensavi di trasformare la tua vita in un harem?», ha replicato Teresa, agitando una forchetta come se fosse un coltello pronto a lanciare.
«Io volevo sposare colei che mi darà un figlio. È la cosa più importante per un uomo: ereditare il cognome e continuare la stirpe», ha risposto Marco, con la voce ferma.
«E perché dovremmo correre a darti figli come in una telenovela turca?», ha riso Lara, ricordando le nostre maratone di Il Ragazzo della Piazza.

«Un divano rotto e metà dellappartamento di mia madre a Milano, è chiaro», ha aggiunto Giulia, prendendo la battuta e trasformandola in una nuova leggenda urbana. «Sei il nuovo eroe della città, caricherò il video sui social e lo spargerò in tutti i gruppi universitari».
«Non hai diritto a farlo», ha sbottato Marco, ma è stato interrotto.
«Ho il diritto. Il filmare in luoghi pubblici è consentito, anche se il tuo volto è coperto. Farò in modo che tutti sappiano chi sei, senza che tu possa oppporti», ha ribattuto Margherita, con il tono di unavvocato in erba.

Il destino ha riservato a Teresa un piccolo incidente: ha rovesciato il suo caffè caldo su Marco, un gesto di vendetta da parte delle ragazze, quasi un rituale di purificazione. E così è iniziata la caduta di Marco: le voci si sono sparse per Napoli, una città di cinquanta mila abitanti, e la sua reputazione è andata in frantumi. Alcuni dicono che ora dovrà trasferirsi altrove per lavoro, lontano da noi.

Nel frattempo, noi, Giulia, Margherita, Angelica, Giulia e Daria, siamo diventate amiche strette. Abbiamo trovato ragazzi migliori di Marco, e mi sento sollevata nel pensare che, nonostante tutto, quellincidente abbia portato a qualcosa di positivo. Se avesse continuato a giocare con noi per anni, sarebbe stato peggio. Tutto grazie a quei braccialetti unici, che hanno rivelato la fragilità di un sultano moderno.

Scrivere questo mi aiuta a elaborare, a capire che a volte la vendetta è solo un modo per ristabilire lordine quando le regole non sono rispettate. Forse, la prossima volta che qualcuno cercherà di manipolare i sentimenti altrui, ricorderò come un semplice braccialetto possa scatenare una rivoluzione.

Fine.

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