La Telefonata Nocturna

Lultima chiamata

Non osare invitarli! Hai sentito? In nessun modo!

Ma è il tuo compleanno. Trentacinque anni, una data sacra.

Non me ne frega niente. Non li voglio vedere.

Stasio, basta! Sono già passati dieci anni.

E altri dieci arriveranno. E venti. Per me sono già morti.

Fiorella si avvicinò, prese la sua mano, calda e tesa, come sempre quando il discorso si spostava sui genitori.

Lorenzo ha chiamato. Chiedeva se poteva venire.

Marco rispose Stasio solo uno. Senza gli altri.

Ha detto che la mamma piange, vuole vederti.

Che pianga! Dove era lei quando mi hanno cacciato di casa? Quando ho dormito a turno negli appartamenti degli amici?

Storia vecchia come il tempo. Fiorella la conosceva a memoria: il secondo anno di università, la sessione infernale, la sospensione. Il padre, un ex colonnello, uomo di principi rigidi. Disonora la famiglia, vai via. E Stasio se ne andò, nel nulla

Hai finito gli studi, vero? Hai trovato lavoro.

Da solo! Senza di loro! E Marco ha comprato un appartamento, una macchina, il suo cucciolo!

Non fare la parte dura con tuo fratello. Non è colpevole.

Non mi arrabbio. Ma non voglio vedere i genitori nemmeno sulla soglia.

Fiorella sospirò. Conversazione inutile, come sempre.

Di sera lavava i piatti, pensando a sé stessa, alla madre che non vedeva da tre anni prima del suo ultimo respiro.

Si era offesa, allora, per lennesimo rimprovero ingiusto, per le punizioni senza senso, per gli umiliamenti. Corse in unaltra città, cambiò numero di telefono.

Poi la zia, Lucia, chiamò: La mamma è morta, epatite. Una sola rimase in ospedale.

Ancora la notte le riecheggiava la voce della mamma:

Fiore, perdonami sussurrava il ricevitore.

Che ti prende? Stasio la avvolse da dietro.

Sulla mamma.

Ti mordi ancora?

Non riesco a smettere. Dovevo venire, almeno per dire addio.

Ti ha tradito, Fiore! Ti ha rubato la borsa di studio.

Ma era malata. Lossessione per il forte è una malattia.

E allora? È una scusa?

No. Ma avrei potuto perdonare. Ora è tardi.

Stasio la girò verso di sé.

Non tormentarti. Hai fatto quello che potevi. Hai salvato te stessa.

Ma ho perso lanima.

Sciocchezze. Hai lanima più luminosa che conosca.

Le diede un bacio sulla tempia e Fiorella si appoggiò a lui. Lui non capiva come convivere con la colpa.

Decisero di festeggiare il compleanno a casa. Quindici ospiti: amici intimi, colleghi, Lorenzo con la moglie.

Al mattino Fiorella girava nella cucina, insalate bollenti, una torta ordinata. Stasio aiutava a tagliare le verdure, a apparecchiare.

Marco sarà davvero solo? chiese in mezzo al trambusto.

Ha promesso.

Bene.

Verso le sette e mezza cominciarono ad arrivare gli invitati. Lorenzo apparve alle otto e mezza, seguito da due figure che si infilzarono nella porta.

Il padre, un uomo canuto, dritto come una bacchetta, in un abito severo. La madre, minuta, in un vestito a fiori, con una scatola tra le mani.

Stasio rimase immobile, una bottiglia in mano.

Che significa questo?

Stasino, figlio mio la madre fece un passo avanti.

Non li ho invitati.

Siamo venuti da soli, disse il padre con voce di ferro. Abbiamo diritto!

Non avete diritto alcuno! Lorenzo, che diavolo fai qui?

Fratello, lasciami stare. Sono i genitori!

A me non importa! Sparite!

Gli ospiti si bloccarono, bicchieri e piatti sospesi nel silenzio imbarazzante.

Stasio, non è necessario, Fiorella gli sfiorò la mano.

No, è necessario! lui scattò. Dieci anni non mi avete conosciuto! Hanno ignorato il mio matrimonio! Non riconoscete il nipote! E ora vi presentate?

Volevamo fare gli auguri, la madre porse la scatola. Buon compleanno.

Lasciate le vostre congratulazioni Non mi serve nulla da voi!

Stanislao, smettila di fare la sceneggiata! urlò il padre. Comportati da uomo!

Come mi avete insegnato? Cacciarmi di casa quando inciampo?

Hai disonorato la famiglia!

Ero solo uno studente! Uno studente qualunque, che non superò lesame!

Per colpa dei festini e delle donne!

E allora? È una scusa per buttare via un figlio?

La madre pianse. Il padre si arrossì.

Ti abbiamo dato una lezione!

Avete distrutto la mia vita! Se non fosse per Fiorella, per gli amici, dove sarei adesso?

Non esagerare! Sei sopravvissuto!

Senza di voi? Sì, e vivrò!

Lorenzo cercò di porsi tra loro.

Calmatevi, vi prego. Gli ospiti

Che se ne vadano! Stasio si voltò verso la porta. Fuori! Entrambi!

Il padre si irrigidì ancora di più.

Bene. Ora so di aver preso la decisione giusta. Tutta la nostra proprietà andrà a Lorenzo. Fino allultimo centesimo! E tu sei nulla, un vuoto!

A me non importa dei vostri soldi!

Vedremo come canterai quando non ci sarò più.

Via la tovaglia, via!

I genitori uscirono. La madre singhiozzò, il padre camminò con passo di marciapiede. Lorenzo li inseguì, parlò, cercò di convincere.

Nella stanza rimase il silenzio.

Scusate, disse Stasio agli invitati. Facciamo i conti di famiglia.

Va bene, succede, qualcuno provò a stemperare latmosfera.

Ma la festa era rovinata. Gli ospiti se ne andarono in fretta. Restò solo Lorenzo, pallido, turbato.

Perché li hai fatti venire? domandò Stasio, stanco.

Pensavo vi avreste riconciliati. Mamma lo chiedeva così.

Che la chieda quanto vuole. A me non importa più.

Fratello, non è giusto. Sono vecchi ormai.

E allora? Letà è una benedizione?

Il padre parlò seriamente delleredità. Non ti lascerà nulla.

E grazie a Dio. Non ho bisogno delle loro elemosine!

Lorenzo se ne andò. Fiorella pulì il tavolo in silenzio. Stasio si sedette sul divano, poggiò il viso sulle mani.

Ho fatto la cosa giusta?

Non lo so. Ma ti capisco.

Non si sono nemmeno scusati. Sono venuti come se nulla fosse.

Lorgoglio non lo permette.

E il mio? Mi avrebbero potuto schiacciare?

Fiorella si sedette accanto, lo abbracciò.

Non poteva. Ma a volte a volte è meglio perdonare, prima che sia troppo tardi.

Come sta tua madre?

Così.

È diverso, Fiore. Tua madre era malata. I miei genitori erano semplici spietati.

Forse. O forse non sanno amare diversamente.

Tre anni passarono. Una mattina ordinaria, Stasio stava per andare al lavoro. Il telefono squillò: era Lorenzo.

Fratello, papà è in ospedale. Ictus.

Qualcosa si spezzò dentro di lui.

Sul serio?

I medici dicono potrebbe non svegliarsi.

Capisco.

Vieni?

Non lo so.

Stasio, è tuo padre. Qualsiasi cosa succeda.

Stasio riagganciò. Fiorella lo guardò, interrogativa.

Papà è al limite.

Vai.

Perché? Non mi vuole più.

E tu? Vuoi che se ne vada così?

Stasio rimase in silenzio, ricordando linfanzia: il padre che insegnava a pedalare, la pesca sul lago, il primo giorno di scuola con lo zaino enorme e la mano di papà.

Quando è cambiato? Quando il difensore è divenuto tiranno?

Vai, insistette Fiorella. Dopo sarà tardi.

Lospedale profumava di medicinali. La mamma, piccola e grigia, sedeva nel corridoio. Quando vide Stasio, si avvicinò tremante.

Stasino! Sei tornato!

Lo abbracciò. Stasio rimaneva immobile, come una colonna.

Come sta papà?

Male. I medici non danno speranza.

Posso entrare?

È incosciente, ma dicono che sente.

Nella stanza, papà su un letto, tubi, infusioni, monitor. Non più colonnello minaccioso, ma un nonno debole.

Stasio si sedette accanto, prese una mano secca, leggera come un uccello.

Papà, sono io. Stasio.

Il silenzio, il solo bip dei monitor.

Voglio dirti ti ho odiato. Per anni. Per averti cacciato via. Per la tua indifferenza. Per aver amato Marco più di me.

La mano tremò. Fu solo un sogno?

Ma sai una cosa? Ti perdono. Senti? Ti perdono per tutto.

Gli occhi di papà si spalancarono, confusi, ma lo riconobbero.

Papà?

Le labbra si mossero. Stasio si avvicinò.

Scusa

Una sola parola, quasi sussurrata. Stasio la sentì.

Ti ho perdonato, papà. Va bene.

Papà chiuse di nuovo gli occhi, ma il volto era sereno.

Stasio rimase lì, stringendo la mano, parlando di lavoro, di famiglia, del nipote che il nonno non avrebbe mai visto.

Papà se ne andò nella notte, silenzioso, come in un sogno. La mamma disse che aspettava. Aspettava il perdono.

Dopo il funerale, Stasio e Fiorella si sedettero a casa, bevendo tè, in silenzio.

Come ti senti? chiese lei.

Strano. Pensavo di riavvolgere il tempo. Dentro è vuoto.

Hai fatto bene a partire.

Sai, ha detto ti perdono. La prima volta nella vita.

Lorgoglio si è frantumato di fronte a un altro mondo.

Sì. Il mio anche.

Fiorella alzò lo sguardo.

Fiore, perdonati per tua madre. Non voleva che tu soffrissi.

Come lo sai?

Perché i genitori amano i propri figli. Anche se lo fanno a modo loro, storti, dolorosi, ma amano. E perdonano tutto.

Fiorella pianse. Stasio la stringette, la strinse al petto.

Siamo entrambi dei pasticci. Ci siamo aggrappati al risentimento, ci siamo rosicchiati. Dovevamo solo solamente perdonare.

Ora lo sappiamo.

Ma è troppo tardi.

Per loro sì. Ma noi siamo vivi. Possiamo vivere senza quel peso.

Fuori cadeva la neve, la prima di quellanno, candida e pura, come il perdono, come una nuova pagina.

Stasio pensava al padre. Come avrebbero potuto riconciliarsi prima? Quanti anni persi nella rabbia.

Ma almeno era arrivato il momento di dire la parola. E questo era già molto.

Sii saggio, impara a perdonare, perché i genitori non sono eterni, non li scegliamo

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