Tutti i membri presenti!

In ogni classe, per quanto passino gli anni, rimane sempre lo stesso scheletro: gente che si chiama, si incontra, mantiene il cerchio. Quando arriva il cinquantesimo anniversario, gli stessi volti si occupano dellorganizzazione: location, menù, programma tutto per abitudine, con facilità e allegria.

Quando si passa alla lista degli invitati, la conversazione si fa più tagliente. Gli insegnanti, ovviamente, vanno chiamati. E tutti i compagni di classe, si andrà a vedere?

Tutti verranno, afferma con sicurezza Marco. Solo Salvo Bianchi non è stato invitato. È un ubriacone, basta.

Come fai a dire che Salvo non verrà? stappa Lina, con gli occhiali dalla montatura spessa. Verrà! Lho appena sentito.

Lina, interviene piano Vittoria, lex rappresentante di classe, lui potrebbe ubriacarsi, sarebbe imbarazzante. Lho vista laltro giorno: barcollava, non mi ha riconosciuta.

Lina sospira, poi risponde:
Non importa. So che si sta preparando.

Forse, aggiunge, per lui quellincontro conta più di qualsiasi cosa per noi tutti.

***

Salvo a scuola era diverso. Dolce, riservato, sempre sorridente. Non alzava mai la voce, non feriva nessuno. Sapeva ascoltare, aiutare, stare vicino quando qualcuno aveva bisogno. Quaderni ordinati, lettere perfette, dettati senza errori. Fisica e matematica gli scivolavano sotto le dita; le formule gli parlavano come se fossero amiche. Alle olimpiadi tornava quasi sempre con una targa non sempre al primo posto, ma sempre con un risultato. Alle assemblee lo posizionavano accanto ai migliori, e mettere una mano sul cuore non era segno di orgoglio ma di timidezza: così percepiva ogni lode.

Sognava di entrare allAccademia Militare di Modena dopo la terza media. Ricorda ancora la visita con la professoressa di classe al giorno delle porte aperte: tornò ispirato, raccontando delluniforme, del passo, della disciplina, di come lì avrebbero imparato a essere utili. Tutti credevano che ce lavrebbe fatta.

A casa era un altro mondo. Il padre era morto da tempo, la madre beveva.

Una mattina, al giorno della laurea, la madre arrivò dopo un grave binge drinking, barcollante, occhi offuscati, capelli arruffati. Quando gli consegnarono la targa, urlò:
Bravo, Salvo! Mio figlio!

Lui rimase con il viso in fiamma, le mani strette, come se volesse sprofondare nella terra. Quella lode materna fu per lui unesplosione casuale, nulla di cui avesse bisogno.

I progetti per laccademia crollarono. Temeva che, se fosse partito, avrebbero portato la sorella in un orfanotrofio. Rimase a studiare, prese lavori serali, cominciò a saltare le lezioni, si avvicinò a una cattiva compagnia e il percorso si oscurò.

***

Salvo si preparò per lincontro a modo suo. Trovò un completo grigio, due taglie più grande, ma pulito. Scelse a lungo la camicia, la stirò, controllò i bottoni. Si fece la barba con cautela, sistemò i capelli faceva del proprio meglio. Non bevve per due giorni, voleva essere sé stesso quella sera, quando tutti si sarebbero radunati.

Giunto al ristorante, rimase fermo al bordo della soglia, indeciso. Si fermò in disparte, dove nessuno lo vedeva, osservando. Guardava i compagni abbracciarsi, mostrare video sui telefoni, ridere a crepapelle, godersi la facilità con cui la vita sembrava scorrere ora per loro.

Lì, imbarazzato e incerto, temeva che un solo passo falso avrebbe spezzato il delicato quadro di quella notte. Solo dopo unora trovò il coraggio di entrare.

***

Alla soglia, capelli puliti ma non tagliati, completo troppo largo, spalle leggermente cadenti, sguardo timido. Lina lo chiamò subito:
Salvo, vieni qui! Questo è il tuo posto!

Si avvicinò. Gli altri ripresero a brindare, a ridere, a far vibrare la musica. Salvo quasi non bevve, quasi non mangiò si limitò a sedersi, ascoltare, osservare. Qualche sorriso flebile attraversava le sue labbra.

Quando la serata si avvicinò alla fine, si alzò. La voce tremò, ogni parola fu un peso che si era accumulato per anni e ora doveva uscire:
Grazie grazie per avermi invitato è forse la cosa migliore che mi sia capitata negli ultimi quindici anni

Gli occhi gli luccicavano, una nodata minacciava di soffocare la gola, le spalle erano tese, le mani tremavano leggermente. Era vulnerabile, aperto, come un bambino che crede, per la prima volta, di essere accettato così comè.

Io sono molto grato Scusatemi se un giorno se ho fatto qualcosa a qualcuno

Allora, in coro si levò:
Certo, Salvo! Anche noi siamo contentissimi! Come potremmo fare a non invitarti!

La sincerità del suo discorso fu soffocata da quel coro senza fine: applausi, tapezze sulle spalle, promesse rumorose. Non erano gesti di compassione, ma una cortesia sociale, unipocrisia limpida: parole calde, sguardi di scorrimento, cura di facciata. Lina osservava, con la frase Non volevate davvero invitarlo che le ribolliva nella testa.

Eppure, la cosa più importante grazie a Dio Salvo non percepì alcuna menzogna. Credette alle loro parole, perché non aveva motivo di dubitare. Ringraziò, fece un inchino timido e fu uno dei primi a lasciare la sala. Uscì silenzioso, senza salutare, senza attendere, senza voltarsi indietro.

Dopo di lui, gli amici continuarono a ridere, a rimembrare vecchie storie, a raccontare chi fosse dove lavorava, chi avesse incontrato e di nuovo risate, musica, tintinnii di bicchieri.

***

Tardi la notte, Lina, tornando a casa, lo vide su una panchina davanti al condominio, sotto un lampione fioco. Era piegato, già ubriaco, occhi annebbiati, mani appoggiate sulle ginocchia. Non la riconobbe.

Si avvicinò, il cuore si strinse:
Perché ti sei ubriacato, Salvo? Stasera sei stato forte, sei stato te stesso perché adesso?

Lina fissò il cortile buio, le finestre vuote, il lampione che tremolava, e pensò:
Quante vite si spezzano silenziose, senza che qualcuno tenda la mano, lorecchio, la parola giusta? E se qualcuno fosse stato lì, allora Salvo sarebbe ancora qui, in quel completo, sobrio

La domanda rimase sospesa nel silenzio notturno. Non arrivò risposta.

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Ma chi ti vuole mai? Senza denti, senza figli, senza pedigree… Clara «Ma chi ti vuole mai?» – gridò Paolo, poi sputò e se ne andò. Lei si nascose dietro la finestra e osservò l’uomo con cui aveva vissuto quindici anni, convinta fossero anime gemelle. Ma lui, andando via, le chiarì che era solo questione di comodità. L’esperienza dei servizi fotografici di famiglia Clara ha un appartamento, cucina benissimo, è una padrona di casa perfetta: era pronta a tutto per lui. Clara pensa di aprire la finestra e urlargli di non lasciarla. Era persino disposta all’umiliazione pur di accettare: che restasse con lei anche se passava giorni lontano, con quell’altra… Meglio questo che essere, a quarantacinque anni, sola e abbandonata. E apre la finestra. Ma poi, per caso, lo sguardo cade sul ritratto del padre, in divisa militare, fiero davanti all’obiettivo. E Clara all’improvviso ci ripensa. Si vergogna. Vergogna per la sua debolezza. Guarda ancora una volta quel suo uomo elegante, che sale nella bella macchina con le sue cose. Va in cucina, passando davanti allo specchio antico della nonna, che riflette una donna stanca, corpulenta, dai capelli grigi e occhi spenti. Clara sa di non essere bella. E ora anche la salute scricchiola. I denti si sgretolano, i soldi per rifarli mancano – perché a Paolo serviva una macchina nuova, e all’ufficio si dev’essere impeccabili, vestiti di marca. «Ma che sciocchezza! Paolo è vestito da attore, e tu con un maglione slabbrato, una gonna antiquata, due camicie scalcagnate, scarpe consumate e stivali da tempo di guerra. Il menu che ti chiede è da ristorante: bistecca, cotolette, crêpes farciti, arrosti… Basta correre dietro a un uomo così, amica!», diceva la collega Lucia a Clara. Lei ascoltava, ma faceva di testa sua. Poi Paolo se ne è andato. Da una giovane ventisettenne con quattro figli. «È giovane», sospirava Clara. Ma l’amica, indagando tra social e vicini, scopre che la donna non ha mai lavorato, i figli sono di uomini diversi, la madre è immorale… Altro che gioventù! Della famiglia non c’è traccia. «Coraggio, Clara, tieni duro!» E Clara resiste. L’appartamento che ha ereditato dai genitori è grande, centrale. Il padre, intuendo qualcosa, lo ha intestato così che Paolo non avrà mai alcun diritto sui metri quadri di Clara. Lei decide di affittare una stanza per arrotondare. In quartiere stanno costruendo nuovi edifici. Arriva un ingegnere, gentile, barbuto, elegante, di nome Giuseppe. La guarda intensamente e poi dice: «Le pago in anticipo! Vada a rifarsi i denti. Così bella, che sofferenza!». Clara arrossisce. Non si sente bella. Ma è vero, vorrebbe sistemare i denti. E lui le dà più soldi. Dice che potrà rendere quando vorrà. Poi arriva suo fratello, uno stilista chiamato Carlo: giacca canarino, pantaloni viola, pettinatura stravagante. Decide di occuparsi di Clara e, tra una fetta di torta e l’altra, la convince a cambiare look. E sapete? Ci riesce. Capelli luminosi, trucco che rivela i suoi tratti delicati, denti sistemati. Va al lavoro a piedi. I chili spariscono. Comincia anche a correre al parco la mattina. Clara è diventata una donna dolce, con fossette e un sorriso tenero: come una farfalla leggera che si libera dalla crisalide. Un bel giorno, suona il campanello. Uno degli affittuari la chiama: «Clara, c’è qualcuno per te!» Sulla soglia c’è l’ex marito, Paolo, irriconoscibile: invecchiato, pallido, stanco, con le borse in mano. «Che vuoi?» chiede Clara. Ricorda bene come lui si fosse rifiutato di parlarle al telefono, bloccandola ovunque. Ma ora eccolo lì. «Che cambiata sei!» si sorprende Paolo. Ma Clara è immune ai complimenti. Ricorda le notti insonni, il dolore, il panico e le lacrime. E lui comincia: «Clara, quello che ho sofferto con quella… Prendeva solo i miei soldi, i figli sembravano normali, ma poi… Maleducati, urlano sempre, lei non li stimola, sta sempre al telefono, non cucina, solo ravioli surgelati, una volta ha preparato il ramen istantaneo, immagina! Le camicie lavate tutte insieme, scolorite. Non ho comprato niente per me, tutto per loro. Sembravo impazzito. Clara… Voglio tornare. Dai, ricominciamo? Ti prego». Ma nelle orecchie di lei risuonano le sue parole feroci: «Ma chi ti vuole mai? Senza denti, senza figli, senza pedigree… Clara». Lo guarda ancora. E in quel momento, entra Giuseppe: «Clara, hai bisogno di una mano? Lei, signore, da chi viene?» Paolo si inalbera: «Ma lei chi sarebbe?» «Il mio compagno, Giuseppe. Non tornare più qui!», e Clara chiude la porta in faccia a Paolo, che resta a bocca aperta. Si scusa con l’inquilino, che sospira: «Ormai sarà il momento di spiegarti tutto. Ti amo, Clara! Come ha fatto a lasciarti così? Sposami! Sul serio». Giuseppe era vedovo. Clara accetta, e dopo due mesi sono sposati. Lui la riempie di rose, comprano una casetta in campagna. Clara non vede che, talvolta, l’ex marito sbircia rabbioso da dietro l’angolo e si insulta per aver scambiato una brava donna con una nullità. Risultato: è rimasto solo. Ma Clara e Giuseppe passeggiano felici e innamorati per mano, e lei aspetta un bambino. Mettete un like e lasciate i vostri pensieri nei commenti!