La Felicità Dopo la Sofferenza

La felicità consumata

Antonella si ritrovò sola molto presto. Il padre era scomparso da anni, la madre laveva lasciata mentre ancora studiava al quinto anno di ingegneria a Bologna. Era un periodo di tempeste: la tesi da difendere e, al contempo, il vuoto di chi non cera più. Fu allora che i genitori di Giacomo, il suo unico legame con il mondo, le porsero la loro mano.

I due si conobbero al terzo semestre, fra appunti sparsi e caffè al bar della facoltà. I genitori del ragazzo, MariaGrazia e PietroDaniele, accoglievano Antonella con calda benevolenza, quasi come una figlia in più. Anche la madre di Giacomo la rispettava, e tutti sognavano il giorno in cui la laurea sarebbe finita e i due giovani si sarebbero sposati.

Il matrimonio fu una cerimonia modestissima, ma Fiorella, amica di Antonella, piangeva perché la madre non aveva vissuto fino a vedere quel momento. Le parole della madre riecheggiavano ancora nella sua mente: «Prima del matrimonio, devi fare tutti i controlli, figlia mia».

Antonella ricordava bene quellavvertimento. Da bambina aveva subito una grave caduta da una pista di ghiaccio, rimaneva una cicatrice invisibile sul futuro «dono femminile». I medici la monitoravano, ma nessuno osava dare una risposta certa. Era unombra che non si dissolveva.

Prima del matrimonio, Antonella si sottopose di nuovo agli esami, come consigliato, e, nonostante un generale recupero, il dubbio sulla capacità di avere un bambino rimaneva sospeso.

Per prima cosa parlò con la futura suocera, che, after a thoughtful pause, rispose: «Se cè anche la minima possibilità, non disperare, parlerò io con Giacomo».

Il giorno della festa di addio al celibato, Giacomo tornò a casa un po brillo e con gli occhi pieni di turbamento. «Voglio dei figli, Fiorella, capisci? E se non ci riuscissimo, cosa sarebbe il nostro matrimonio?»

Antonella scoppò in lacrime e rispose che la decisione spettava a lui, ma che avrebbero potuto provare. I medici le avevano lasciato una scintilla di speranza, e lunico uomo nella sua vita era Giacomo.

Il primo anno di matrimonio non portò alcun risultato. MariaGrazia provava una preoccupazione non minore per la nuora che amava. Insieme al suocero, si adoperarono per salvare la famiglia, e mandarono Antonella alle terme di Saturnia per un programma chiamato «Guardia della Donna». Il trattamento dava buoni risultati, ma il sogno di una culla rimaneva lontano.

Dopo due anni, la speranza si spense. Fiorella cadde nel deserto della disperazione. Giacomo la sosteneva come poteva, ma il conflitto si insinuò in casa. Lui non incolpava Antonella, ma non riusciva neanche ad accettare una vita senza figli. Antonella propose di adottare un piccolo: «Prendiamolo come nostro». Giacomo rifiutò: «Un bambino che non è mio non potrà mai essere il frutto del mio amore paterno. Capiscimi, Fiorella, non posso farlo». Stranamente, i genitori di Giacomo lo sostennero, sapendo quanto desiderasse un nipotino e convinti che non fosse giusto farlo crescere senza affetto.

Antonella, però, non voleva più torturare il marito. «Separiamoci, Giacomo. Sei giovane, troverai unaltra donna e potrai avere figli». Giacomo esitò, ma quando incontrò Alessandra, una collega appena assunta, compì il salto verso il suo destino.

Il loro dialogo fu pesante per Giacomo: si sentiva traditore, ma Antonella gli rispose: «Il destino è diverso per ognuno. Meriti qualcosa di meglio, non incolpare te stesso». Quella sera Giacomo uscì di casa con le sue cose e i genitori lo seguirono con un tè caldo, chiedendo perdono: «Scusa se non siamo riusciti a guidare Giacomo. Ricordi le notti in cui è venuto da noi ubriaco e sconvolto? Avevamo paura che si incolasse troppo». Lo rassicurarono, promettendo di non voltargli le spalle. Antonella accettò, ma piangeva tutta la notte.

Divisero i beni in fretta; Antonella rimase nella casa dei genitori, dove aveva vissuto con Giacomo. Giacomo si risposò presto. Anche lei non rimase sola a lungo: incontrò Paolo, un uomo dal cuore generoso che cercò di circondarla di attenzioni, ma Fiorella non provava amore per lui. Nei sogni, il suo ex rimaneva unombra triste: occhi tristi, mani dolci che cercava di afferrare ma non riusciva a toccare. Lottava contro i ricordi, desiderava cambiare vita.

In inverno, Fiorella si ammalò gravemente. Una notte, dopo aver preparato la cena a casa di Paolo, la febbre la colpì. Luomo chiamò lambulanza e la portò a letto. Il mattino dopo, Paolo era silenzioso, ma quando la donna cominciò a riprendersi, le confessò: «Quella notte non ti ho mai lasciato. Hai chiamato Giacomo, mi hai preso per mano e mi hai detto non lasciarmi. Lo ami ancora?». Fiorella, senza scuse, rispose: «Sì, lo amo. Forse sono una monogama di cuore. Non riesco a costruire una relazione senza amore». E se ne andò, lasciandolo in pace.

Qualche tempo dopo, Antonella venne a sapere che Giacomo aveva finalmente avuto un figlio: un piccolo Edoardo, dal sorriso timido. Il colpo fu duro; il dolore si fece quasi irreparabile.

Per tre anni Antonella visse in una nebbia. I genitori di Giacomo la visitavano di tanto in tanto, mantenendo la promessa di sostegno morale, senza rancore né rimpianti. Un giorno, passeggiando al parco, vide Giacomo con il bambino, ma non lo notò; le lacrime tornarono a scorrere, con lamarezza di un amore non corrisposto.

Poco a poco, però, cominciò a ritrovare sé stessa. Lunica cosa che restava era la gioia che il piccolo Edoardo provava. I genitori parlavano di quanto la moglie di Giacomo fosse premurosa, ma la loro attitudine rimaneva distaccata. Amavano il nipotino e chiedevano di non nutrire rancore.

Il suo compleanno, Giacomo la chiamò per caso, con tono amichevole, le augurò felicità. Antonella sentì che i genitori lo avevano fatto ragionare, ma il richiamo la turbò ancora. Decise di non parlare più con lui.

Un anno dopo, una tragedia colpì: Alessandra, la seconda moglie di Giacomo, si ammalò gravemente. MariaGrazia chiamò Antonella, piangendo, dicendo che non cera più speranza, piangendo per il figlio e il nipote. Antonella, incapace di trovare un posto per sé, si recò al cimitero, dove stava in fondo alla fila. Una vecchia suocera, la madre di Giacomo, la avvolse le spalle e sussurrò: «Grazie, figlia. Non cè in te né cattiveria né gioia malsana». Giacomo non la notò, ma qualche mese dopo la richiamò, con voce breve, chiedendo di incontrarsi. Antonella accettò; il suo sguardo mostrava un uomo che aveva invecchiato nonostante lapparenza giovane.

Seduti al tavolo di una trattoria, conversavano di vita. «Perché non ti risposi?» chiese Giacomo; Antonella rispose: «Ti amo. Non ho bisogno di nessunaltra». Giacomo pianse. Fu strano e toccante vedere quelle lacrime, mai uscite prima.

«Andiamo dai genitori, devo prendere Edoardo. Poi passeggiamo, se ti va». Il ragazzo era un bimbo dolce, ma introverso, segno di una perdita precoce di madre. Antonella rimase neutrale, osservandolo mentre lui la guardava con curiosità. I loro incontri divennero regolari, ogni domenica, senza obblighi, solo per colmare la solitudine.

Un giorno, MariaGrazia telefonò: Giacomo voleva chiedere ad Antonella di tornare, ma ancora stava decidendo. Era un anno di tristezza, e il bambino soffriva. Antonella richiamò Giacomo e accettò, affermando che non cera nessuno più caro. Tornarono a vivere insieme, faticosamente. Giacomo era freddo, ma Antonella imparava ad amare quel bambino che non era suo.

Il giorno del compleanno successivo, Edoardo le regalò un disegno: tre figure sotto un sole, con la scritta «mamma» in mano di un piccolo. Fiorella scoppiò in lacrime, abbracciò il bimbo e disse: «La tua mamma ti guarda dallalto e sorride perché sei così buono. Anchio ti amo. Ora sei mio figlio».

Vivevano in armonia. Giacomo si sciolse, accettò lamore di Antonella, tornò ad essere affettuoso e premuroso. Alla fine Antonella trovò la felicità che aveva cercato per anni nella solitudine. Non era credente, ma ogni tanto entrava in una chiesa e accendeva una candela per lanima della donna che, pur sparendo, le aveva lasciato un figlio amato e un marito che finalmente laveva accolta.

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La Felicità Dopo la Sofferenza
Tornerà di nuovo dall’amante. Racconto Grazie di cuore per il vostro sostegno, i like, l’interesse e i commenti ai miei racconti, grazie per le iscrizioni e un ENORME grazie da parte mia e dei miei cinque gatti per ogni vostra donazione. Se vi è piaciuto il racconto, condividetelo sui social: anche questo fa piacere all’autrice! – Su richiesta della madre, Antonio alla fine ha lasciato Lilia; anche lui non riusciva proprio a capire il suo stile di vita. Poi la madre ha insistito, ha sottolineato i punti critici e portato prove che Lilia non era una ragazza perbene, di quelle con cui costruire una famiglia. Antonio sentiva che la loro relazione era fragile. Lilia era sempre in giro per lavoro: oggi in un bar, domani a un ristorante, matrimoni, anniversari, funerali, feste per bambini. Faceva l’animatrice, ma la mamma di Antonio, venuta a sapere di questa professione, ne è rimasta indignata: – Tu sei un ragazzo a posto, vendi divani e materassi. Esci la mattina per il lavoro, torni la sera, come si deve. Invece quella Lilia tua la mattina dorme fino a tardi, la sera nemmeno ti accoglie a casa perché torna solo a mezzanotte. Profumerà sempre di fumo, alcol e di altri uomini: ti va davvero bene così? Guarda come sorride: si vede che non è una ragazza seria! La madre l’aveva vista una sola volta, eppure si era già fatta un’idea. Antonio si è lasciato convincere: anche lui soffriva e si sentiva geloso quando lei si preparava per andare al lavoro nei locali, cosa che trovava inopportuna. Il giudizio della madre ha consolidato i suoi dubbi: brontolona sì, ma non sbaglia mai. Dopo un anno Antonio si è sposato con Nadia, una bibliotecaria. Alla madre è piaciuta subito: timida, modesta e premurosa. – Ecco la vera moglie! Guarda com’è discreta: non si trucca per andare al lavoro, si veste in modo decoroso, niente scollature, le gonne mai sopra il ginocchio. La sera corre a casa e ti guarda dritto negli occhi… – borbottava la madre quando Antonio la presentò a Nadietta, – Un vero tesoro: ora sì che sono contenta della tua scelta, Antonino… Antonio aveva una mamma fantastica, la vita però non era stata clemente con lei. Non era mai stata bella, lavorava all’ufficio postale. Sognava una famiglia e un figlio, ma a trentacinque anni aveva capito che difficilmente si sarebbe mai sposata. Decise comunque di avere un bambino, anche se lo riteneva molto imbarazzante. Così nacque Antonio, che sua madre chiamò come il padre. All’inizio i nonni l’avrebbero aiutata, ma quando sono mancati lei e Antonio sono rimasti soli… Antonio adorava la madre e la sosteneva in tutto. Non era un genio a scuola, ma si impegnava. Finita la scuola professionale, cominciò a lavorare in un negozio di mobili come consulente alle vendite. Sua madre era fierissima di lui: lavorava in giacca e guadagnava bene. E ora aveva anche trovato una brava ragazza, Nadia. Avrebbero finalmente vissuto felici, sarebbero arrivati figli e nipoti: il sogno di Inna Antonovna… Il matrimonio si era tenuto in casa: non hanno parenti, solo un collega Antonio, Nicola, e un amico di scuola, Tullio. Nadia aveva i genitori e due colleghe della biblioteca, d’altronde le amiche non servivano, ora che aveva una famiglia… Finalmente la madre aveva sistemato il figlio, grazie a Dio, con una ragazza perbene… Ora Nadia accoglieva Antonio con una cena calda. Cucinava però in modo molto semplice e insipido, per via del padre che soffriva di gastrite. In generale era lenta, silenziosa, non rideva quasi mai, sempre a leggere libri. Disprezzava la televisione, così la suocera non si azzardava più a guardare le sue serie preferite a volume alto. Niente più fritti o piatti piccanti che Antonio amava: per Nadia erano tutti cibi dannosi. La casa era sempre silenziosa e monotona, e Antonio si era fatto spento e triste… Dopo sei mesi una sera Antonio fece tardi al lavoro, poi spense il telefono e non tornò a dormire. Nadia pianse tutta la notte, chiese un permesso dal lavoro, mise via le sue cose e tornò dai genitori, dicendo amaramente a Inna Antonovna, – Credevo che vostro figlio fosse una persona onesta. Mi ha tradita… Nadia, così mite e arrendevole, era in realtà ostinata e di principio come l’acciaio. Antonio non la trattenne, chiese solo scusa per avere deluso le sue aspettative. – Dove sei stato? Dimmelo! – lo interrogò Inna Antonovna, finché Antonio cedette. – Mamma, è successo che Lilia è venuta in negozio a comprare un divano: non sapeva che lavorassi proprio lì. – Non lo sapeva? Quella furba lo ha fatto apposta per riprendersi! – si indignò Inna Antonovna. – Mamma, non è come pensi… Ho solo voluto riaccompagnarla e chiarire, ma lei mi ha mandato via! – ribatté Antonio. – Ovvio, mandarti via è la solita tattica! Non la rivedere, Antonio, quella ti rovina la vita! – gli occhi di Inna Antonovna erano terrorizzati, temeva davvero che suo figlio tornasse con quella avventuriera… – Mamma, tu non sai, è una storia complicata… – provò ancora Antonio, ma lei lo interruppe: – Basta, mi hai già fatto innervosire abbastanza… Dopo tutte queste storie, il divorzio da Nadia lasciò Antonio ancora più abbattuto. Quando finalmente trovò una nuova ragazza, Inna Antonovna quasi tirò un sospiro di sollievo: forse ci saranno nipoti dopo tutto! Alina, da poco, lavorava come consulente con Antonio nello stesso negozio di mobili. – Mamma, abbiamo deciso di non sposarci subito, meglio convivere e vedere se funziona – annunciò Antonio a sua madre, che non gradì la cosa. Peggio ancora quando si accorse che Alina era pigra e disordinata, e addirittura la licenziarono per scortesia con i clienti. Alina passava le giornate sul divano col cellulare e il caffè, fingendo di cercar lavoro. Com’è che a suo figlio capitano sempre le ragazze sbagliate? Vederla ogni giorno irritava Inna Antonovna. Quando poi Alina disse che presto avrebbe sposato Antonio, la futura suocera sbottò: – Non sposarlo, tanto lui torna sempre da “quella”. Ha già una donna e pure un figlio da Antonio, continua a scappare da loro, dà i soldi per il bambino e ci tornerà sempre, loro si lasciano e si riprendono di continuo, capito? Ma Alina se la rideva, convinta che la vecchia dicesse così per dispetto, che Antonio amasse solo lei e le permettesse di non lavorare… Inna Antonovna guardò con compassione la terza “fidanzata” del figlio, capì che era inutile parlare, e lasciò perdere: – Vivete finché vi pare, mi siete venuti a noia con tutte queste storie. Poi, di nascosto, andò da Lilia, decisa a scoprire la verità: perché suo figlio continuava a pensare a lei e portava a casa solo chiunque… Non sapendo il numero dell’appartamento di Lilia, ebbe fortuna: arrivata sotto casa vide Lilia uscire tenendo per mano un bimbo piccolo. Inna Antonovna lo guardò e rimase senza fiato. Com’è possibile, è ancora peggio di quanto immaginava… aveva proprio indovinato, anche se ne aveva solo parlato ad Alina senza saperlo. Quel bambino teneva proprio i tratti di Antonio da bambino: occhi chiari e vivaci, orecchie a sventola, stesso naso e lo stesso sorriso. Proprio lui, identico! – Lilia, Lilina, fermati, voglio parlarti… – la chiamò Inna Antonovna strozzata dall’emozione. Com’è possibile, il suo nipotino già ci cammina accanto e lei non ne sa nulla! Lilia si voltò, la riconobbe dagli occhi, rabbrividì ma si fermò. – Salve, Inna Antonovna, la ascolto. – Ma come, Lilia, io non lo sapevo e Antonio… come avrebbe potuto… lui è una persona seria… – balbettava senza riuscire a scusare il figlio. – Non si preoccupi, lui semplicemente non lo sapeva – rispose Lilia fredda, e voleva andare via. Ma Inna Antonovna insisteva: – Lui ti ama, sono stata io a confonderlo! Non lo cacciare via, almeno parlatevi… – pregò, senza staccare gli occhi dal bambino, identico al piccolo Antonio! – Come si chiama il tuo bimbo? – chiese con voce tremante. Lilia la guardò, si impietosì: – Si chiama Niccolò. Dai Niccolino, abbiamo fretta, ora faccio solo animazione per bambini e lui sta sempre con me, non abbiamo nessun altro… – Ma ci sono io, io potrei… sono la sua nonna… – sussurrò Inna Antonovna, ma Lilia non rispose, si voltò e se ne andò con Niccolò. – Mamma, sei andata da Lilia? – pochi giorni dopo Antonio entrò nella stanza. In quel periodo la mamma era cupa e non si era nemmeno accorta che Alina se n’era andata. – Mamma, grazie. Lilia mi ha perdonato e mi permette di vedere mio figlio, ma farò di tutto perché accetti di sposarmi. Inna Antonovna guardò il figlio con stupore. Lo aveva sempre pensato attaccato a lei, debole, e si era permessa di guidarlo. Ora era cambiato e gli disse solo: – Bravo, figlio mio, perdona una mamma sciocca… ma per la propria felicità bisogna lottare, anche… anche contro la mamma. Antonio e Lilia Antonio e Lilia si sono presto sposati, vivono a casa di lei ma nonna Inna va spesso a tenere Niccolò quando i genitori lavorano. Qualche volta il nipotino resta a dormire dalla nonna. E la felicità non finisce qui: tra poco nascerà anche una bambina e Inna Antonovna si sta già preparando a viziare la nipotina fin da subito. Ora non si intromette più nella loro vita, e va bene così. Lilia si è rivelata una donna di casa straordinaria e Antonio è così felice che non smette più di sorridere. Per fortuna quella volta il cuore le ha suggerito che solo con Lilia suo figlio poteva essere davvero felice; senza di lei avrebbe appassito. La felicità non si costruisce calpestando la vita degli altri, scegliendo la moglie per il proprio figlio e decidendo con chi debba vivere. Si deve sposare quella donna… senza la quale non riesce nemmeno a vivere.