Mio marito ha contratto un prestito a mio nome per comprare un regalo a sua madre — ma la mia vendetta è costata più della borsa di coccodrillo

Sabato è trascorso in silenzio. Una leggera pioggerellina scivolava sui vetri in gocce irregolari, e lappartamento profumava di tè appena fatto e di quel quieto tepore del sabato, quando finalmente ti rilassi dopo una settimana di lavoro. Giulia si sistemò nella poltrona anticaquella ereditata dalla nonna, con la seduta sformata e i braccioli consumatie strinse tra le mani la sua tazza preferita. Il calore della ceramica le scaldava i palmi.
Questa è la felicità, pensò, respirando laroma del tè. Nessuno intorno, niente discorsi sul lavoro, sui soldi, su come sia “già ora di fare qualcosa”… Solo lei, il tè caldo e una nuova serie sul tablet.

Quelle ore di pace erano diventate la sua salvezza negli ultimi mesi. Marco, suo marito, era disoccupato da tre mesi, e la casa si era trasformata in un campo di battaglia di risentimenti non detti. Lui passava le giornate al computera giocare, a guardare il calcio, “a cercare lavoro”, anche se il più delle volte lo schermo mostrava altro.

“Amore!”la voce di Marco squarciò il silenzio come un petardo. “Non crederai mai! Mamma ha scelto il regalo per il suo anniversario!”

Scoppiò nella stanza, raggiante come un bambino che ha preso un bel voto. Giulia si staccò lentamente dallo schermo e lo fissò. Qualcosa nel suo tono le accese un campanello d’allarme.

“Una borsa di pelle di coccodrillo!” continuò Marco, ignaro della sua diffidenza. “L’ha sognata per anni!”

Giulia posò con cura la tazza sul tavolo e strinse gli occhi.

“Una borsa di pelle di coccodrillo? L’ha deciso da sola, o qualcuno gliel’ha suggerito? E ha considerato che gli animalisti potrebbero indignarsi?”

Il sarcasmo gli scivolò addosso come se fosse sordo.

“È mia madre! Se lo merita!”

“Se lo merita?” sentì qualcosa stringerle dentro. “Dimmi, cosa ha fatto di così speciale? Ammettiamo che ti ha cresciuto. Ma io non sono in debito con leiho i miei genitori. E quanto costa questo ‘regalo’?”

Marco tossì, imbarazzato, e distolse lo sguardo.

“Beh, una sciocchezza… più o meno cinque dei tuoi stipendi.”

Giulia sentì il terreno mancarle sotto i piedi.

“Cinque dei miei stipendi?” ripeté, il volto irrigidito.

“Eh sì, è pelle di coccodrillo del Nilo, non una borsa di plastica,” spiegò, come se niente fosse.

“E perché me lo dici? Non mi interessa minimamente.”

Marco si agitò e abbassò completamente gli occhi.

“Beh… l’ho presa a credito.”

“A credito?” la voce di Giulia divenne pericolosamente calma.

“Sì. Grazie a mia sorella Elenalei lavora in banca, ha sbrigato tutto in fretta…”

“E a nome di chi?”

Qualcosa di terribile cominciò a delinearsi nella mente di Giulia.

“Beh, di chi… il tuo. Che domande! Ho usato i tuoi documenti…”

Giulia si alzò senza dire una parola e avanzò lentamente verso di lui. Improvvisamente voleva ucciderlo. O almeno colpirlo con qualcosa di pesante.

“Quindi, Marco caro, sei disoccupato da mesi, decidi di fare un regalo a Mamma, ma sono io che devo pagare?”

Marco fece un passo indietro, percependo la temperatura salire.

“Giulia, è capitato così… Sei l’unica che lavora…”

“Io lavoro! E tu, invece di cercare un lavoro, invece di mantenere la famiglia come un marito normale, stai a casa come un ragazzino in vacanza e pensi che io non abbia già abbastanza problemi senza il tuo debito!”

“Giulia, non esagerare! È solo un prestitoniente di grave…”

In quel momento entrò sua madre, Raffaella, con il solito stile. Veniva sempre a “trovare i ragazzi”, ma in realtà portava con sé una valanga di lamentele.

“Cosè tutto questo baccano?” chiese, entrando con laria di padrona di casa.

“Niente, tutto a posto, Mamma. Giulia è solo un po arrabbiata per il prestito,” si lamentò Marco.

“E di cosa dovrebbe arrabbiarsi?” la suocera si sedette a braccia conserte. “Sono cose di famiglia, è un dovere sostenersi.”

“Ovvero? Spiegami meglio,” disse Giulia.

“Il tuo dovere è scegliere regali costosi, e il mio è pagarli?”

“Che cè di strano? Tu lavori, e il tuo stipendio è buono,” rispose fredda la suocera.

“Capisco. Fantastico. E Marco? Cosa fa lui?”

“Marco è mio figlio e, tra laltro, tuo marito. E tu dovresti sostenerlo.”

“Marito?” Giulia rise. “Questo chiami un marito? Un uomo che si fa un debito a nome della moglie perché lui non sa fare niente e non vuole neanche provare? Che si è sistemato alle mie spalle come un parassita!”

“Giulia!” Marco provò a ribattere. “Non è carino! Perché mi umili? Siamo una famiglia, no?”

“Bene,” disse Giulia, stringendo le labbra. “Domani me ne occuperò io. E credimi, andrà tutto bene.”

Sorrise in modo strano, quasi fra sé, e cera qualcosa in quel sorriso che mise in allarme Marco. In realtà, Giulia sapeva già come sistemare le cose.

“Brava, cara, brava!” annuì compiaciuta la suocera.

Il giorno dopo, Giulia lavorò e, in parallelo, si occupò dei suoi affari. Fece alcune chiamate e fissò un appuntamento con un compratore per la sera.

Quando tornò a casa quella notte, salutò il marito con il sorriso più dolce.

“Marco amore! Ho una notizia per te!”

“Ah sì? Quale?” Si sedette sul divano, ignaro di tutto.

“Sai, ho ripagato il debito per la borsa di coccodrillo.”

“Davvero? Ma è fantastico!” Marco quasi saltò. “Lo sapevo che sei la migliore! Come hai fatto? Dove hai trovato i soldi?”

“Semplice. Ho venduto la tua macchina.”

Marco si bloccò come paralizzato.

“Tu… cosa? Come la mia macchina?”

“Te lho detto: lho venduta. Veloce e a poco prezzo. Ho preso giusto quanto serviva per chiudere quel maledetto debito.”

“Ma sei impazzita?! E ora come faccio a spostarmi?”

Giulia sorrise innocente.

“Puoi cavalcare la borsa di coccodrillo. Sai, ho letto che alcune borse sono fatte con pelle presa da… zone delicate del coccodrillo, e se le accarezzi si trasformano in valigie. Quella che hai regalato a tua mamma non è mica così, vero?”

Giulia avrebbe voluto ridere. Marco diventò paonazzo.

“Non potevi farlo! Dimmi che è uno scherzo! Era la mia macchina! E venderla per due soldiè… è da pazzi!”

“Ora tu sei senza macchina, e io senza debiti. Equo, no? E tua madre ha la sua borsa. Ottimo accordo, non trovi?”

Attirata dalle urla del figlio, Raffaella irruppe nella stanza.

“Ma che succede adesso?”

“Figurati, Mamma: Giulia ha venduto la mia macchina! È la fine per me!” gridò Marco.

“E allora? Ha fatto bene,” si strinse nelle spalle Giulia. “Dopotutto, un debito è una cosa di famiglia. Giusto?”

“È stato un errore! Enorme! Non avevi il dirittoera roba sua!” La suocera mise le mani sui fianchi. “E ora, senza macchina… ci hai pensato?”

“E tu mi hai chiesto qualcosa quando avete comprato quella borsa? Quando avete fatto un debito a nome mio?” Giulia alzò il mento. “Ora ho solo reso le cose eque.”

“È scandaloso! Guarda come si è montata la testa!” urlò la suocera, fissando la nuora come se le avesse rubato chissà cosa.

“Scandaloso è che voi due abbiate deciso che io fossi il vostro bancomat personale, da usare senza neanche chiedermelo,” ribatté Giulia.

Marco provò a intervenire.

“Giulia, pensaci! Ripensaci! Siamo una famiglia, siamo insieme, siamo una cosa sola!”

“Una famiglia dici? Allora facciamo così: visto che sei il membro più inutile, fai le valigie e vai a vivere con tua madre. Che lei ti mantenga e ti paghi linternet. Io finalmente vivrò per me.”

Giulia si sedette sul divano e prese deliberatamente il tablet, chiudendo la discussione. Dopo qualche secondo aggiunse, con gusto:

“E tu, Raffaellaa propositoprendi la tua borsa di coccodrillo e prova ad accarezzarla con delicatezza.”

Un paio di giorni dopo, Marco, sfinito dalle continue liti, andò a vivere con la madre. Raffaella non nascose la sua indignazione. Giulia la ignorò semplicemente.

Per la prima volta dopo tanto tempo, si sentì leggera. E ora lo sapeva per certo: avevano capitonon era una con cui scherzare.

Fuori, la pioggerellina continuava, ma quel silenzio del sabato era finalmente solo suo.

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Mio marito ha contratto un prestito a mio nome per comprare un regalo a sua madre — ma la mia vendetta è costata più della borsa di coccodrillo
«Non sei né la cuoca né la domestica»: come mio marito ha imposto un ultimatum alla sua famiglia e tutto è cambiato Mio marito Stefano viene da una famiglia numerosa e rumorosa: tre fratelli, due sorelle, ormai tutti con figli e compagni. Eppure, ogni occasione era buona per ritrovarsi da noi: un compleanno, una ricorrenza, una festa. Sempre a casa nostra. «Da voi è comodo, la casa è grande e c’è il giardino», dicevano loro. In effetti, dopo anni di sacrifici, avevamo comprato una bella villetta in periferia di Bologna. E da quando avevamo il barbecue, una terrazza e un fazzoletto di prato, tutta la famiglia la considerava la loro “seconda casa”. All’inizio quasi mi faceva piacere: sono cresciuta figlia unica e mi sembrava di far parte finalmente di una grande famiglia. Si apparecchiava tutti insieme, si sistemava la carne, tante risate. Poi però è diventata una tortura. Avete idea di cosa significhi preparare da mangiare per più di quindici persone? Nessuno si offriva mai di aiutare. Le donne si accomodavano subito all’ombra con un bicchiere di vino, gli uomini in giardino a preparare la griglia. E io all’alba già in cucina: taglia, soffriggi, lava, pela. Servivo piatti, sparecchiavo, lavavo. Solo Stefano, ogni tanto, si affacciava con un sorriso colpevole: «Hai bisogno di una mano?». Cercando di tenere a bada l’irritazione, rispondevo: «Faccio io…». Ma questa non era nemmeno la parte peggiore: era presentarmi davanti agli ospiti tutta scarmigliata, in grembiule e senza trucco, mentre loro arrivavano eleganti, come fosse una cena di gala e non un pranzo in campagna. Anche io avrei voluto mettere un bel vestito, pettinarmi, sedermi con un bicchiere di vino. Ma non ne avevo mai il tempo. Ero il personale di servizio. Dopo queste riunioni Stefano lavava montagne di piatti e mi ordinava di andare a riposarmi. Lo vedevo esausto. Un solo giorno di pausa a settimana, e sprecato così, fra bambini urlanti e conversazioni caotiche. Il suo sogno sarebbe stato rilassarsi, ordinare una pizza, guardare un film. Ma non voleva discutere con la famiglia, e nemmeno io. Fino a quel giorno, in cui suonò il telefono. «Faccio il compleanno da voi, come sempre», annunciò suo fratello. Stefano riagganciò, si voltò verso di me e disse: «Domani ti alzi, ti metti il vestito più bello, ti sistemi i capelli e, se ti va, ti trucchi. Ti porto pure a comprare qualcosa di nuovo. Ma in cucina, domani, non ci metti piede. Nemmeno un dito. Intesi?» «Ma come…», provai a replicare. «Niente. Se vogliono festeggiare, si portano il cibo da soli. Tu non sei né la cuoca né la domestica. Anche noi abbiamo diritto al riposo.» Annuii, stranamente sollevata. Il giorno dopo arrivarono tutti: sorrisi, scatole di dolci, carne in buste. Ma sulla tavola—niente. Si guardarono intorno stupiti: dov’erano gli antipasti, le insalate, la “padrona di casa”? Stefano allora uscì e, con calma, comunicò: «Le nuove regole sono queste: se volete una festa, collaborate. Siamo stanchi. Mia moglie non è qui a servirvi. Ognuno porta qualcosa, o si trova un altro posto per le feste.» Silenzio. Hanno mangiato, ma senza allegria. Le conversazioni arrancavano. Ma la volta dopo, per la prima volta dopo anni, una delle sorelle invitò tutti a casa sua. Alla fine, quando vogliono, ce la fanno.