Ah, senti questa storia…
La nonna non amava Valerio, non lo riconosceva come suo.
“Non è dei nostri, proprio no,” diceva Anna Maria alle altre donne al mercato.
“Ma come, Anna? Guardalo bene, è identico a tuo figlio Marco!”
“Non ci posso fare niente, capisco con la testa che è il figlio di Marco, ma il cuore non lo sente. Con i nipoti di mia figlia è diverso, li amo. Ma quelli di mio figlio… no. E poi non è cresciuto con noi. Corre, chiacchiera, mi chiama ‘nonna’… Ma non riesco! Ogni volta che lo vedo, mi sembra estraneo, come se non fosse sangue del mio sangue.”
“È vero, purtroppo,” intervenne un’altra. “La mia povera mamma baciava sempre mia figlia Sandra, le faceva di tutto, ma con i figli di mio fratello… beh, nipoti sono nipoti. Lui si offendeva, e lei gli diceva: ‘Figlio mio, non te la prendere, ma con le figlie si sa di certo che sono tue, con i figli… beh, perdonami.'”
“Anche da me è così!”
“Da noi pure…”
“Madonna santa, anchio ho questo difetto. I nipoti di mia figlia? Angioletti! Occhi, nasino, fossette… Io e nonno non ci stanchiamo di guardarli. Ma quelli della nuora? Non li sopporto. So che sono di mio figlio, ma non mi entrano nel cuore. E poi sono sempre sporchi, col naso che cola. Se dico a lei di occuparsene meglio, fa spallucce: Non ho tempo, devo pulire per vostro figlio e cucinare. Quando dovrei badare al moccioso? Io le dico: E le altre? Le altre lavorano pure! Al mio tempo, alle quattro del mattino ero già alla stalla a mungere. Preparavo limpasto per il pane, accendevo il forno, e poi correvo. Una volta lasciai Antonella addormentata e dissi a nonno di controllare, ma lui era già debole. Chiesi a Rosina di darmi una mano e corsi a casa. E cosa trovo? La piccola addormentata, limpasto che colava dal tavolo, i capelli nella pasta… Papà, ma che fate? gli chiedo. Cosa devo fare? Guardare il pane! Ma che deve guardare, mica scappa! E se ne va in mutande, pazzo comè…”
La discussione scivolò su altri argomenti.
Anna Maria tornò a casa in silenzio, consolandosi: non era lunica a non amare i nipoti “dalla nuora”.
Eppure Valerio cercava sempre la nonna. Forse perché così si sentiva più vicino a papà. Marco era partito per il Nord anni prima, quando Valerio era piccolo, per lavoro. E non tornava mai. Ma lui, Valerio, lo aspettava, gli scriveva lettere e le portava alla nonna Anna.
La mamma diceva che solo quella vecchia strega sapeva dove fosse quel buono a nulla di suo padre. Ma Valerio sapeva che la mamma lo amava. Era solo arrabbiata perché Marco non laveva portata con sé.
Doveva capirlo, no? Con Valerio piccolo, come avrebbe fatto?
A volte la mamma urlava che lui e suo padre le avevano rovinato la vita. Che se avesse sposato Giovanni, quello degli Spirolini, avrebbe avuto una bella vita, figli, serenità.
Valerio provò a mettere del formaggio nellolio e farlo rotolare col suo camioncino, regalo della nonna Anna per il compleanno. Che urla! La mamma voleva buttarlo via, ma lui si aggrappò al giocattolo. Gli sembrava un regalo di papà. E forse lo era, perché quel camion costava, e Marco aveva mandato i soldi alla nonna per comprarlo. La mamma strillò: “Buttalo!”
Valerio non capiva: cosa cera di male in quella vita?
“Quando tornerà papà, staremo meglio degli Spirolini,” pensava.
Un giorno andò dalla nonna e trovò la cugina Clara, viziatella ma perdonabile, essendo più piccola.
“La nonna mi ha regalato una bambola!” gli fece una linguaccia. A lui che importava? Non giocava con le bambole.
“E ora la nonna mi fa le frittelle con la panna!”
“Per tutti,” borbottò la nonna. Ma almeno lo difese quando Clara disse: “Finalmente se nè andato!”
“Zitta, sfrontata!”
Valerio sorrise. Forse la nonna lo amava.
Ma Marco non tornò mai. La mamma sposò un certo Nicola Spirolini, cugino di Giovanni. Era un bravuomo, non maltrattava Valerio. Non lo amava come i suoi due figli, ma lo trattava con rispetto. E persino la suocera, la nonna Tasia, lo stimava.
Valerio smise di scrivere a Marco. Prima della leva scoprì che suo padre aveva unaltra famiglia al Nord. La nonna Anna lo andava a trovare, ma a lui non interessava tornare.
“Perché non me lhai detto?” chiese Valerio. “Io aspettavo, scrivevo…”
“Sciocchezze,” rispose lei. “Le tue lettere sono lì nel cassetto. E tuo padre ha sempre pagato gli alimenti. Tua madre ci ha cresciuto i figli di un altro.”
Valerio si ubriacò per la prima volta, urlò contro tutti. La mamma lo chiamò “ubriacone”, ma Nicola lo portò in garage. Lì Valerio pianse, raccontò delle prese in giro a scuola, di come lo chiamassero “figlio di nessuno”.
“Per me sei mio figlio,” disse Nicola. “Forse non sono tuo padre, ma sono qui da dieci anni. Sei mio figlio, Valerio.”
Si abbracciarono, piangendo.
“Figlio mio!”
“Papà!”
La mamma li vide, ma non disse nulla.
Prima della leva, Valerio andò a salutare la nonna Anna. Clara, velenosa, disse: “Finalmente smetteremo di pagare per un bastardo.” La nonna tacque.
La leva passò in un lampo. Valerio tornò uomo. Ora chiamava Nicola “papà”, e nessuno si stupiva.
La nonna Tasia era fiera di lui. Era bravo con le mani, aggiustava tutto.
Clara, intanto, viveva con la nonna Anna e gli aveva proibito di andarci.
“Tuo padre ha una nuova famiglia. E chissà se sei davvero suo!”
La nonna ancora tacque. Valerio smise di andare.
Sposato, con una casa comprata grazie ai genitori, due figli, una macchina… Viveva bene.
Un giorno, per un mal di schiena, andò in ospedale. Sentì voci alterate.
“Che me ne importa? Siete medici, curatela voi!”
“Signorina, sua nonna guarirebbe con cure a casa.”
“Ma certo! Io a pulire i pannolini? No, tenetevela!”
“Se non la prendete, dovrà andare in una casa di riposo…”
“Che vergogna, Clara!” intervenne uninfermiera. “Tua nonna ti ha cresciuta, e tu…”
“Fate pure,” rispose Clara. “Firmerò.”
Valerio entrò.
“Non serve, la prendo io.”
“E lei chi è?”
“Il nipote.”
“Ha documenti?”
“Certo,” sorrise lui.
Clara lo guardò con disprezzo.
“Eccolo! Ha fiutato leredità. Ma non avrai nulla, la nonna ha già firmato tutto a me!” E se ne andò.
Valerio portò a casa la nonna. La mamma scosse la testa, ricordando come da piccolo cercasse il suo affetto, mentre lei lo disprezzava.
Ma Anna Maria riprese a camminare, chiese perdono, aiutò con i bisnipoti.
Quando morì, Clara non si fece vedere. I genitori di Valerio le mandarono un telegramma e qualche soldo, che ovviamente tenne.
“E dire che era il nipote non amato,” commentavano al paese.
Alcune nonne ci rifletterono.
“Pesa più caramelle, Caterina, le porto ai miei nipoti…”
Ecco comè la vita. Alla nipotina “di sangue” aveva dato tutto. Al nipote “dalla nuora”, nulla. Ma fu lui a starle accanto fino alla fine. E a seppellirla.







