Congratulazioni! Avete appena perso la fidanzata, l’appartamento e quel che restava del mio rispetto! – ho scagliato l’anello di fidanzamento dalla finestra.

– Fiorenza, firma adesso. Mancano venti minuti alla registrazione.

Ero davanti allo specchio in una stanzetta per le spose, con odore di lacca, profumi estranei e rose fresche. Fuori dalla finestra un acquazzone di luglio scrosciava, sulle lastre di vetro scendevano rivoli sottili, e sul davanzale c’erano due spilli che non riuscivo ancora a infilare nel velo.

Rosa teneva davanti a me un foglio di carta. Bianco, spesso, con l’angolo piegato con cura. Nell’altra mano aveva una penna dal cappuccio dorato.

– Che cos’è? – chiesi.

Sorrise come sorridono i venditori quando sanno che la merce è difettosa, ma l’acquirente ha già quasi accettato.

– Un semplice accordo familiare. Matteo te lo aveva spiegato.

Matteo stava sulla porta in un abito blu scuro. Bello, rasato di fresco, con un boutonnière all’occhiello. Quella mattina glielo avevo appuntato io ridendo che lui aveva più paura di pungersi che di sposarsi.

Adesso non rideva.

– Fiorenza, non cominciare, – disse. – Ne abbiamo già parlato.

– Abbiamo parlato che dopo il matrimonio saresti venuto a vivere da me. E che tua madre non sarebbe stata offesa. Tutto il resto l’hai discusso senza di me.

Rosa alzò leggermente le sopracciglia.

– Che acidità. Matteo, te l’ho detto: dovevamo mettere la questione in chiaro prima.

Posò il foglio sul tavolino accanto alla scatola degli anelli. Non era neppure una vera carta legale, piuttosto un guinzaglio con cui intendevano portarmi proprio davanti alla registrazione. Il significato stava in poche righe: dopo le nozze avrei venduto il mio appartamento, e il denaro sarebbe andato all’acquisto di una casa più grande per la nostra “nuova famiglia”. La compravendita sarebbe stata a nome di Matteo. Perché – non era spiegato. Evidentemente si dava per scontato che per me fosse già un onore.

Guardai il mio riflesso. L’abito bianco calzava alla perfezione. Già. Lo avevo cucito io, di notte, quando in sartoria le macchine tacevano e potevo finalmente occuparmi di me. Il pizzo sulle maniche l’avevo scelto per tre settimane. La vita l’avevo rifatta due volte. In quell’abito non c’era nulla di casuale.

Tranne lo sposo, a quanto pareva.

– L’appartamento l’ho comprato io prima di conoscere Matteo, – dissi. – Non ho intenzione di venderlo.

Matteo si staccò dalla porta e si avvicinò.

– Fiorenza, piantala di aggrapparti ai tuoi muri. È un monolocale. Dovremo restare stipati lì per tutta la vita?

– Non sono contraria a una casa più grande. Sono contraria a vendere la mia a tuo nome e sotto dettatura di tua madre.

– La mamma vuole il meglio.

– Per chi?

Rosa sospirò.

– Per tutti. Mi fanno male le gambe, è faticoso stare sola. Matteo è figlio unico. Tu sei la moglie, devi pensare più in là dei tuoi fili, stracci e sgabello alla finestra.

Con “sgabello alla finestra” intendeva il mio angolo di lavoro. Lì c’era la vecchia macchina da cucire, pesante, di ghisa, che avevo ereditato assieme al primo vero ordine dalla titolare di una sartoria chiusa. Su quella macchina avevo orlato cappotti altrui, cucito grembiuli da scuola, rimaneggiato vestiti dopo acquisti sbagliati, e poi avevo messo da parte per l’anticipo e preso quell’appartamento.

Piccolo. Testardo. Mio.

Matteo lo sapeva tutto. Una volta aveva anche detto:

– Mi piace che fai tutto da sola. Con te non ho paura.

A quanto pareva, non aveva paura di me. Ma a mie spese.

– Non firmo nulla, – dissi.

Rosa smise subito di sorridere.

– Allora a che serve tutta questa messinscena?

– Quale messinscena?

– L’abito bianco, gli invitati, il ristorante. Vuoi entrare in una famiglia, ma non vuoi dare nulla alla famiglia?

Guardai Matteo. Aspettavo che dicesse almeno: “Mamma, basta”. O che le strappasse il foglio.

Lui taceva.

Dietro la porta qualcuno passò, rise, tintinnarono calici. Probabilmente stavano già versando lo spumante agli ospiti. La mia amica Lucia mi aveva mandato un messaggio: “Dove sei? Il celebrante si agita.” Non risposi. Il telefono era accanto al bouquet di peonie bianche, che all’improvviso mi sembrarono cavoli.

– Matteo, – dissi a voce bassa. – Sapevi di questo foglio?

Si aggiustò il polsino.

– Che cavolo di domande fai? È solo un pezzo di carta per tenere tutti tranquilli. Poi avresti cambiato idea, cominciato a tirarti indietro. E noi abbiamo già un accordo con delle persone.

– Quali persone?

Rosa guardò il figlio rapida. Lì, per la prima volta, ebbi paura davvero. Non del foglio. Non della discussione. Ma del fatto che la risposta esisteva già, e sarebbe stata peggiore di quanto immaginassi.

Matteo fece una smorfia.

– Ho mostrato l’appartamento a un conoscente. È disposto ad aspettare. Buon prezzo. Non fare finta che sia un delitto.

– Hai mostrato il mio appartamento a un acquirente?

– Non drammatizzare. Ci sono stato, no? Le chiavi ce l’ho.

Sentii il petto vuoto e freddo. Le chiavi. Quelle che gli avevo dato in primavera, quando mi ero ammalata e gli avevo chiesto di portarmi le medicine. Poi se le era tenute.

– Hai portato un estraneo a casa mia?

– Nella nostra futura casa, – tagliò corto. – Smettila con quel tono.

Rosa spinse la penna verso di me.

– Fiorenza, una donna intelligente non si aggrappa a una scatola con balcone quando le offrono una vita normale.

In quel momento ricordai come in sartoria Agata, la mia prima maestra, mi insegnava a scucire una cucitura sbagliata.

– Non risparmiare il filo, Fiorenza. Se il primo punto è storto, tutto il capo andrà di traverso. Meglio disfare subito che piangere dopo sulla stoffa rovinata.

Allora pensavo parlasse di gonne.

Matteo prese la scatola degli anelli, l’aprì, tirò fuori il mio, lo fece roteare tra le dita.

– Finiamo questa conversazione. Ora esci, sorridi, ci sposiamo, e a casa discutiamo con calma.

– A casa? – ripetei. – Quale casa?

– La tua. Per ora.

Quel “per ora” fu l’ultimo filo.

Presi l’anello dalle sue mani. Piccolo, liscio, d’oro. Lo avevamo scelto insieme. Anzi, l’aveva scelto Matteo, e io avevo accettato perché ero stanca di discutere. Allora aveva detto:

– La semplicità ti dona.

E a me sarebbe bastato che una volta mi chiedesse cosa piaceva a me.

Andai alla finestra. Era socchiusa perché nella stanza era diventato soffocante. Giù, sotto la tettoia, c’erano le auto degli ospiti, bagnate di pioggia. Sul davanzale tremava una goccia d’acqua.

Rosa fece un passo verso di me.

– Che fai?

Mi voltai verso tutti e due. Verso la donna che in mente aveva già sistemato i suoi mobili nel mio appartamento. Verso l’uomo che aveva deciso che dopo il timbro sul documento sarei diventata più comoda, più morbida, più silenziosa.

– Congratulazioni! Avete appena perso sia la sposa che l’appartamento, e quel che restava del mio rispetto! – scagliai la fede nuziale fuori dalla finestra.

Colpì la grondaia di lamiera, tintinnò e sparì da qualche parte nell’umido verde sotto le finestre.

Rosa strillò come se avessi buttato via l’anello, non i suoi piani per una vecchiaia tranquilla.

Matteo impallidì.

– Sei impazzita?

– No. Finalmente rinsavita.

Sollevai l’orlo dell’abito per non calpestare il pizzo e andai verso la porta.

– Fiorenza! – Matteo mi afferrò il braccio. – Ci sono gli ospiti. I miei colleghi. Tua madre è arrivata. Adesso farai una figuraccia.

Guardai le sue dita sul mio polso.

– Lascia.

– Parliamo.

– Hai già detto tutto.

Non mi lasciò subito. Prima strinse più forte, come per testare quanta della vecchia Fiorenza ubbidiente fosse rimasta in me. Poi aprì le dita. Sulla pelle restarono segni rossi.

Nel corridoio mi intercettò Lucia. Aveva un vestito lilla e il mascara un po’ colato per l’umidità.

– Dove ti eri cacciata? Tutti aspettano. Oh… che è successo?

– Non ci sarà nessun matrimonio.

Lei guardò dietro di me, vide Matteo, Rosa con il foglio in mano, e capì tutto non dalle parole ma dai volti.

– Andiamo, – disse.

– Aspetta. Di’ a mamma di non preoccuparsi.

– Glielo dirai tu. È all’ingresso, sente già che qualcosa non va.

Mamma era davvero all’ingresso. Minuta, in un tailleur azzurro scuro, con la borsa stretta tra due mani. Quando mi vide non chiese: “Come hai potuto?” Non chiese: “Che dirà la gente?” Si avvicinò e mi sistemò una ciocca fuori posto.

– Ti ha offeso?

Annuii.

– Vai a cambiarti. Parlo io con gli ospiti.

– Mamma, è tutto complicato.

– Complicato è quando il cartamodello non torna e la consegna è per domani. Questo è solo un uomo che non fa per te.

Mi tolsi l’abito nel retrobottega del ristorante, dove Lucia mi portò il mio solito prendisole di lino e i sandali. La cerniera si bloccò, il pizzo si impigliava nei capelli. Strattonai, e un filo sottile sulla manica si spezzò.

– Attenta, – disse Lucia.

– Si strappi pure.

– Peccato. Ci hai messo tanto a cucirlo.

Guardai la stoffa bianca, le cuciture precise, la fila di bottoncini attaccati a mano.

– Non me ne importa. Il vestito non ha colpa.

Lucia lo appese a una gruccia. L’abito oscillò come un sospiro.

All’ingresso del ristorante gli ospiti rumoreggiavano. Qualcuno si lamentava, qualcuno sussurrava, qualcuno cercava un taxi. Rosa parlava forte:

– La ragazza ha i nervi. Sistemeremo tutto.

Mia madre le rispose con una calma che sentii anche attraverso la porta:

– La ragazza ha un appartamento e la testa sulle spalle. Vostro figlio, invece, ha problemi di rispetto.

Uscii dall’uscita di servizio. La pioggia era quasi cessata. L’aria odorava di asfalto bagnato e tigli. Lucia voleva venire con me, ma la pregai:

– No, voglio stare sola.

– Sei sicura di farcela?

– Ce l’ho già fatta.

Presi un taxi al cortile accanto. L’autista mi guardò nello specchietto: prendisole di lino, acconciatura da sposa, bouquet di peonie bianche sulle ginocchia.

– La festa non è andata bene? – chiese cauto.

– Al contrario, è finita in tempo.

Non fece altre domande.

A casa, prima di tutto ritirai dalla portiera la chiave di riserva che lasciavo per le emergenze, e salii. La porta si aprì silenziosa. L’appartamento era come lo amavo: sul tavolo vicino alla finestra un metro da sarta, sullo schienale della sedia una giacca ancora da finire, sul davanzale un vaso di basilico. La mia vita. Piccola, a volte stretta, ma non altrui.

Tolsi dalla serratura il vecchio cilindro e lo tenni sul palmo. Il vicino del terzo piano una volta mi aveva mostrato come cambiarlo, quando la chiave s’inceppava. Allora avevo riso:

– A me cucire vestiti, non girare serrature.

Lui aveva risposto:

– A una donna in casa fa bene saper fare entrambe le cose.

La nuova serratura era in un cassetto del comò. L’avevo comprata dopo che Matteo, una mattina, era venuto senza preavviso, aveva aperto la porta con le sue chiavi e detto:

– Sorpresa.

Allora avevo taciuto. Avevo solo nascosto la scatola sotto la biancheria. Evidentemente la mia testa sapeva già tutto, solo il cuore era in ritardo.

Cambiai la serratura a lungo. In quel tempo avrei potuto adattare un vestito alla figura, ma col ferro mi destreggiavo come un’apprendista. Il cacciavite scivolava, la vite cadeva, le dita dolevano. Tuttavia, quando la nuova chiave girò nel nuovo cilindro, per la prima volta in tutto il giorno sorrisi.

Il telefono scoppiava. Matteo. Rosa. Numeri sconosciuti. Poi messaggi.

“Non fare la stupida, torna indietro.”

“Gli ospiti chiedono cosa dire.”

“Vengo, aprimi.”

“Devi spiegarti.”

Spensi il suono.

Non avevo più nessuno a cui spiegare.

Matteo arrivò quando fuori cominciava a imbrunire il cortile bagnato. Prima suonò al citofono. Poi bussò. Poi parlò attraverso la porta.

– Fiorenza, apri. Siamo adulti. Dobbiamo risolvere.

Io ero seduta per terra vicino alla macchina da cucire e scucivo l’orlo dell’abito da sposa. Non perché non lo sentissi. Perché per la prima volta in tutto il giorno le mie mani facevano un lavoro che capivo.

– So che sei in casa, – disse. – Non fare teatro.

Continuai a scucire con le forbici piccole, con cura, per non danneggiare la stoffa.

– Le mie chiavi non entrano. Hai cambiato la serratura?

Tacevo.

– Fiorenza, non è più divertente.

Le forbici scattarono. Il filo cedette.

– Almeno aprimi per parlare!

Andai alla porta, ma non tolsi la catena.

– Parla.

– Capisci cosa hai combinato? La gente è venuta, la mamma è quasi svenuta. Mi hai ridicolizzato.

– Te la sei cavata da solo.

– Per un pezzo di carta? Per un appartamento?

– Non per l’appartamento, Matteo. Perché avevi già deciso quanto vale la mia vita.

Lui, dietro la porta, inspirò rumorosamente.

– Volevo una famiglia.

– No. Volevi uno scambio comodo: il mio appartamento in cambio della tua tranquillità.

– Stai stravolgendo tutto.

– Vattene.

– Non me ne vado finché non ci mettiamo d’accordo.

– Allora chiamo il vigile.

Tacque. Poi batté il palmo sulla porta. Non forte, ma abbastanza perché nell’ingresso vibrasse lo specchio.

– Te ne pentirai.

– Già non più.

I passi si allontanarono non subito. Restò fermo, sperando che avessi paura della mia stessa decisione. Poi l’ascensore sbatté la porta, e nell’appartamento calò il silenzio.

Tornai all’abito. Tagliai lo strascico lungo. Poi staccai il pizzo dalle maniche, lo piegai a parte. La stoffa bianca si adagiò sul tavolo, docile e pulita. Con quella si poteva fare qualsiasi cosa: un vestitino per una bambina, una fodera per una giacca, una copertura per il manichino. Non ogni materiale è colpevole se qualcuno ha voluto usarlo male.

Quando in sartoria accesero la prima luce, ero già al tavolo da taglio con un sacchetto in mano. Agata sedeva vicino alla finestra e beveva tè da un bicchiere con portabicchiere.

– Allora? – chiese, senza alzare gli occhi.

– Non c’è stato matrimonio.

– Vedo. Le spose che si sono sposate hanno un’altra andatura. Tu hai l’andatura di chi ha portato fuori da un fienile in fiamme la macchina da cucire.

Posai il sacchetto sul tavolo.

– Posso smontarlo qui?

– Devi.

Si avvicinò, toccò la stoffa.

– Bel lavoro.

– Lo era.

– Il lavoro buono resta. Non è stata la cucitura a sbagliare, Fiorenza. È stato l’uomo che credeva che il vestito lo rendesse già padrone di te.

Ci sedemmo vicine. Lei scuciva il fianco, io toglievo i bottoni. Nessun discorso alto. Solo il morbido strappo dei fili e il ticchettio della pioggia sulla lamiera.

Mamma chiamò mentre avvolgevo il pizzo in un rotolo ordinato.

– Come stai?

– Viva. Arrabbiata. Ma bene.

– È venuto?

– È venuto. Non è entrato.

– Bene.

– Mamma, ti vergogni di me?

Si arrabbiò persino.

– Mi vergogno di non averti mai chiesto prima se eri felice. Tutto il resto non è vergogna.

Tornai a casa sotto una pioggerella fine. Davanti al portone c’era Rosa. Senza ombrello. I capelli le uscivano dalla pettinatura, il viso sembrava grigio.

– Fiorenza, – disse. – Dobbiamo parlare.

– No, non dobbiamo.

– Sei giovane, impulsiva. Non capisci quello che fai. Matteo soffre.

– Si abituerà.

Serrò le labbra.

– L’appartamento non ti renderà felice.

– Forse. Ma non mi chiederà di venderlo per la comodità altrui.

– Sei crudele.

– No. Semplicemente avete sentito un rifiuto per la prima volta, e lo chiamate crudeltà.

Si avvicinò.

– Matteo è un bravo ragazzo.

– Allora lo sia senza il mio appartamento.

Rosa si voltò. Sembrava volesse dire qualcosa di duro, di solito, di pungente. Ma il cortile era vuoto, non c’erano spettatori, e le parole persero metà della loro forza.

– Ti amava, – disse infine.

– L’amore non arriva con un foglio da firmare prima della registrazione.

La oltrepassai ed entrai.

Non vennero più. Telefonarono ancora qualche volta, poi smisero. Del ristorante e degli ospiti si occuparono senza di me. Matteo si fece portare le sue scatole dal balcone tramite il vicino, senza neppure salire da me. Restituì le chiavi, che ormai non aprivano più nulla.

Pensavo che avrebbe fatto più male. Invece il dolore era come la puntura di uno spillo: acuta, offensiva, ma subito si capiva da dove toglierlo.

L’appartamento a poco a poco dimenticò Matteo. Sparì la sua tazza con scritto “il capo in casa”. Portai via le ciabatte che si era comprato lui e aveva lasciato sulla porta come segno del trasloco imminente. Togliei dal muro il calendario in cui aveva cerchiato la data delle nozze con un pennarello rosso. Al suo posto appesi una bobina di legno di filo vecchio, trovata in sartoria. Grande, scura, con una scheggiatura sul lato. Stava meglio di qualsiasi calendario.

L’abito non lo buttai. Con il raso spesso cucì una fodera per la macchina da cucire. Con il pizzo feci una tendina per la piccola finestra nell’angolo di lavoro. I bottoni li misi in un barattolo di vetro. Lo strascico rimase a parte a lungo, finché non decisi cosa farne.

In un giorno senza ordini portai vicino alla finestra una stretta sedia di legno. Quella dove una volta Matteo sedeva, sfogliava il cellulare e diceva:

– Fiorenza, ma chi se ne frega di queste modifiche? Trova un lavoro vero.

La sedia era robusta, solo la seduta era consumata. La rivestii con la stoffa dello strascico nuziale. Il raso bianco si tese liscio, senza pieghe. Lungo il bordo misi un punto sottile. Niente rose, niente pizzo, niente fiocchi. Solo una superficie chiara e pulita.

Quando la sedia fu pronta, la posai accanto alla macchina da cucire. Mi sedetti, premetti il pedale e sentii il moto regolare del meccanismo. La macchina cominciò a cucire sicura, come se anche lei avesse aspettato che dall’appartamento sparisse il rumore in più.

Sul tavolo c’era un nuovo ordine: un semplice vestito blu per una donna che, alla prova, aveva detto:

– Vorrei uno in cui, indossandolo, io sia me stessa.

Sorrisi. Quello era un compito chiaro.

Fuori dalla finestra, dopo la pioggia, i tetti si schiarivano. Chissà, nell’erba vicino al ristorante, il mio anello era ancora lì. Magari l’aveva trovato il giardiniere. Magari era rotolato sotto un cespuglio. Non m’importava. L’anello riguardava una promessa che non esisteva. La sedia vicino alla finestra, invece, riguardava il posto che mi ero tenuta.

Abbassai il piedino sulla stoffa e tracciai il primo punto.

Da allora non mi sono più piegata a un modello altrui.

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Congratulazioni! Avete appena perso la fidanzata, l’appartamento e quel che restava del mio rispetto! – ho scagliato l’anello di fidanzamento dalla finestra.
Mamma, ho 35 anni. Finché vivo con te, non mi sposerò mai. Fai le valigie e vai via.