Il terzo giorno dopo il licenziamento, Fiorenza si alzò senza sveglia e senza alcun programma per la giornata.
Allora, disoccupati, siete svegli? si rivolse al proprio riflesso nello specchio.
Il suo riflesso rimase impassibile, senza cambiare espressione.
In cucina regnava il vuoto, nella testa lo stesso. Il frigorifero brontolava come a voler riempire il silenzio. Il caffè era finito, così come il dentifricio. Dalle necessità restavano solo una vecchia coperta, un ombrello logoro e la netta sensazione che la sua vita fosse in frantumi da molto prima di ieri; ieri era solo il giorno in cui tutto era diventato ufficiale.
Bene. Niente lacrime. Ci alziamo e pensiamo a qualcosa. Per esempio andiamo via qualche giorno.
Estrasse dal guardaroba la vecchia valigia, quella che usava per i viaggi di lavoro: langolo sfilacciato, la cerniera che non chiudeva del tutto, il profumo di hotel con moquette. Stranamente quel ricordo la calmò un po.
Tre giorni. Da qualche parte. Dove nessuno possa chiedermi nulla.
Arrivò alla stazione di Porta Romana verso mezzogiorno, quando la città era sospesa nella pausa pranzo: il sole le colpiva in faccia, la gente si muoveva verso lufficio, e i pensieri galleggiavano nel nulla. Il treno regionale doveva arrivare fra unora. La valigia sembrava più pesante che a casa.
Fu allora che la vide.
Un cane.
Seduto accanto a una panchina, come un passeggero senza biglietto. Grigio, ispido, con gli occhi spenti come un vecchio panno bagnato dalla pioggia. Accanto a lui una borsa di tela, come se lavessero lasciata lì e non fossero più tornati.
Fiorenza si avvicinò. Il cane non si mosse, ma incrociò lo sguardo. Sul collare pendeva unetichetta consumata ma leggibile:
«Se leggi questo, per favore aiutami a tornare a casa».
Uno scherzo? chiese. O sei serio?
Nessuna risposta, solo un respiro calmo e uno sguardo che sembrava dire: tornerai lo stesso.
Fiorenza si allontanò, comprò il biglietto e si sedette su una panchina non troppo distante. Il cane osservava i passanti senza scegliere nessuno.
Che aspetti? gli domandò. Hai un GPS integrato?
Silenzio. Solo quello sguardo pieno di una speranza silenziosa.
Quando arrivò il treno, Fiorenza si alzò. Il cane non la seguì, ma si avvicinò con la punta del naso, e fu sufficiente.
Va bene. Non so dove vuoi andare, ma per tre giorni vieni con me. Arriveremo a un paesino, poi vedremo.
Lui si alzò e si mise al suo fianco, senza guinzaglio, senza fretta, come se da sempre sapesse che ora la loro strada era una sola.
Nel vagone la controllore chiese:
Con il cane?
Sì.
Hai i documenti?
Lui? Difficile. Io ho il passaporto.
Allora facciamo così, stai tranquillo.
Il cane si sistemò sotto il sedile, senza fare rumore.
Educato, davvero mormorò Fiorenza. Ma non ti abitare. Ho solo tre giorni e niente illusioni.
Dopo unora si addormentò, e due ore più tardi si svegliò perché il cane aveva appoggiato la testa sul suo ginocchio. Dormiva sereno, e per la prima volta in giorni sentì di non essere più sola.
Passarono la notte in una stanza in affitto che Fiorenza trovò grazie a un vecchio contatto. Due camere: una con finestra, laltra senza. Scelse lultima; al cane non importava.
Come ti chiami? chiese.
Lui rimase in silenzio, ma fissava dritto negli occhi.
Va bene, ti chiamerò Fumo. Grigio, silenzioso, un po fastidioso. Ma non per molto, non illuderti.
Il giorno successivo lautobus per il villaggio partì in anticipo. Fiorenza decise di camminare. Fumo camminava davanti, a tratti si fermava per controllare se lei lo stesse seguendo.
Lungo la strada gli alberi si estendevano, le macchine passavano di rado. Fiorenza si accorse di non aver camminato così, senza meta né orario, da tempo.
A un certo punto Fumo svoltò.
Non è la via giusta, disse Fiorenza, ma lui non si voltò.
Dopo qualche minuto tornò e si fermò accanto a lei, come a dire: Va bene, segui la tua strada.
Entrarono in un bar di campagna: zuppa in bustina, tè in bicchiere di plastica, pane che puzzava di frigo. Fumo mangiò solo dopo il suo invito e con estrema prudenza.
Dove hai imparato a comportarti così? chiese.
Lui non rispose, ma si irrigidì quando entrò un uomo con una giacca rossa.
Al tramonto tornarono allappartamento. Fumo si sistemò sulla soglia, Fiorenza sul divano al buio.
Sei strano, tranquillo, come se tutto questo ti fosse già capitato.
Il cane emise un sospiro profondo, come se avesse una storia da raccontare, ma senza parole.
Più tardi, sotto la coperta, Fiorenza pensò a quando era lultima volta che accanto a sé cera qualcuno che camminava e taciava senza chiedere nulla. Si addormentò e non sognò nulla.
Al mattino Fumo era già alla porta, pronto per la partenza. Fiorenza si mise la giacca e capì che non pensava più di tornare in città. Per ora la seguiva, e quello bastava.
Quando arrivarono al villaggio, sembrò a Fiorenza che quel luogo li avesse attesi da sempre. Il sentiero conosceva i loro passi, le vecchie recinzioni si raddrizzavano come a voler accogliere qualcuno che, finalmente, passava.
Una casetta di una nonna sorgeva in periferia, con il cancello di vernice scrostata, la cassetta postale consumata, il tetto pronto a scricchiolare al primo vento forte e lo sgabello di legno a sventola. Fiorenza inserì la chiave nella serratura, inspirò lodore di polvere, legno e anni passati, e provò una strana sensazione: era tornata a sé, alla vecchia se stessa perduta.
Fumo non entrò in casa. Si fermò ai cancelli, lanciò unocchiata a Fiorenza e poi si diresse verso un sentiero derba alta, tra le recinzioni rotte.
Ehi, dove vai? la chiamò.
Il cane non si voltò.
Sul serio? Tre giorni insieme e ora ti fai addio? No, non è così.
Fiorenza lo seguì. Camminava con la sicurezza di chi ricorda ogni curva, ogni buca, ogni campo inclinato.
Uscirono da una piccola casa quasi nascosta, con il camino cadente, le persiane di legno e uninsegna: «Via del Lago, 3». Sulla recinzione pendeva un foglietto sbiadito ma ancora leggibile:
«Il proprietario è morto. Casa chiusa. Per info: Maria Bianchi, quinta casa a sinistra».
Fiorenza guardò Fumo.
È qui? È quello che cercavi?
Il cane si sedette, senza emettere suono, aspettando che lei capisse da sé.
Andarono da Maria Bianchi, una donna di settanta anni con un grembiule scolorito, movimenti rapidi e voce dolce ma decisa.
Ah, Pietro Che Dio lo accolga nel suo regno disse. Era un uomo buono. Poco chiacchierone, ma con il suo cane come un figlio. Questo è il cane? Che incontro Credevo fosse sparito.
È venuto da solo rispose Fiorenza. Sul collare cè scritto: Aiutami a tornare a casa.
Maria strinse gli occhi.
Prima di morire mi ha chiesto di fare letichetta. Diceva: Sentirò, lui verrà a cercare. Lho fatta. Il giorno dopo Pietro è morto.
Il cane scomparve poco dopo il funerale. Maria asciugò le lacrime con il bordo del grembiule e sussurrò:
Questo cane è speciale. Quando era triste, taceva. Quando era felice, sembrava sapere che la felicità è silenziosa.
La sera Fiorenza aprì la casa di nonna, stese la coperta, mise a bollire il tè in una vecchia teiera. Fumo si accoccolò sulla soglia.
Sapevi dove andare, vero? gli chiese.
La casa profumava di legno, terra e qualcosa di familiare. Accese la lampada, tirò fuori un album e ricordò le parole della nonna: «Quando una persona è sola, ha bisogno di un animale per condividere il silenzio». Capì allora che non voleva più tornare alla sua vita precedente.
Quella notte Fumo scomparve. Rientrò unora dopo, bagnato e sporco, con un vecchio album di fotografie tra i denti. Fiorenza lo aprì: sulla prima pagina cera un uomo di cinquantanni con lo stesso cane ai piedi. Sullo sfondo la casa con un cartello: «Non disturbate. Siamo ovunque». Lalbum mostrava la loro vita, e in una foto il collare con la frase: «Se leggi questo, per favore aiutami a tornare a casa». La firma: «Se non ci sarò più, vai, finché nessuno ti ascolterà».
Il giorno dopo Fiorenza comprò in paese un martello, della vernice, del cibo per cani e cominciò a ristrutturare la casa. Fumo occupò una poltrona vicino alla finestra, a volte tornava con trofei vari. Una volta portò uninsegna arrugginita dellautobus. Fiorenza rise:
Sei larchivista del villaggio.
Dopo qualche settimana venne il veterinario, lo visitò: otto anni, robusto, una frattura alla zampa ormai consolidata. Disse che avrebbe vissuto ancora a lungo. Fumo rimase a guardia sulla porta, come a proteggere.
Un mese dopo Fiorenza scrisse una lettera a se stessa, la Fiorenza della città stanca: «Hai fatto bene a partire. Se vuoi tornare, chiediti perché. Qui respiro diversamente. Qui cè Fumo. E io. Siamo vivi». Bruciò la lettera nel giardino e il cane posò il muso sul suo stivale.
Non sapeva ancora se sarebbe rimasta per sempre, ma ora camminava senza più il senso di smarrimento.






